Le ali della farfalla

soluzioni semplici per dilemmi complessi (il blog)

Storia tragicomica

e struggente di un serial killer. Free Download qui.

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In una città molto particolare dal nome alquanto singolare, (Tantoèuguale), perfino un serial killer si trova in evidenti difficoltà.
In questa città, infatti, il numero degli assassini è talmente elevato, sovrabbondante, che le vittime, sovrastate nel numero, iniziano a scarseggiare in modo preoccupante.
Allo sfortunato killer di nome Jack, senza lavoro e alla disperazione, non rimane che andare alla ricerca delle cause che hanno cambiato in modo drastico questa città. Quali sono i misteri di Tantoèuguale?
In un vecchio libro sulla società perfetta, conservato in una soffitta, forse, ci sono le risposte a tutte le domande di Jack.
Le rocambolesche vicissitudini del protagonista ci guidano fino alla scoperta degli avvenimenti e dei motivi che hanno cambiato la città. Jack ormai messo di fronte a una realtà che nega le sue più naturali aspirazioni, offrendogli solamente lavori da capro espiatorio a tempo determinato, pensa al suicidio, ma…

Romanzo di Fabrizio Brascugli

Estratto.

brascugli ©

Vi chiederete, sicuramente, il motivo per cui sia finito per accollarmi il tipo che andrete a conoscere fra poco, e avrete migliaia di buoni motivi per chiedervelo, anche se, ancora, non lo conoscete. Vi rispondo prima che la sua personalità si riveli ai vostri occhi perché la risposta è molto semplice, e la spiegazione si può dare utilizzando una frase di sole tre parole: “mi faceva pena”. Tutto qui, niente di più e niente di meno. Ho reagito ad uno dei più semplici e abusati sentimenti umani, quello che ci spinge, al di là di ogni analisi razionale, a considerare chiunque sia in difficoltà semplicemente un uomo. Sì, sono caduto in una delle trappole più semplici e, fidatevi, me ne sto ancora pentendo, anche se, tutto sommato, comincio a fare l’abitudine alle sue stravaganze. Chi non si sarebbe mosso a pietà? Avrei voluto vedere voi in quella situazione! In quel periodo possedevo un appartamento che non ero riuscito ancora a affittare così decisi di portarcelo affinché potesse darsi una ripulita, fare una doccia, e mangiare qualcosa. Oggi vive ancora tra quelle mura e mi paga regolarmente, in modo quasi maniacale l’affitto: non ritarda né di un giorno, né di un ora, né di un minuto. Tutti i ventisette del mese alla ore dodici e quarantacinque minuti suona al campanello, mi da il buongiorno, sorride e mi consegna una busta con il denaro, dopodiché mi saluta e se ne va, senza aggiungere una parola.

E’ l’inquilino perfetto. Sa benissimo che alle tredici mi disturberebbe, perché sarebbe cotta la pasta e rischierei che si freddasse se gli dessi udienza in quel momento. Prima delle fatidiche dodici e quarantacinque, di solito, non ho ancora smesso di scrivere e lui non vuole, assolutamente, disturbarmi in quei momenti. Presta la massima attenzione ad ogni minimo particolare, non tralascia niente. L’appartamento è in migliori condizioni ora di quando decisi di affittarlo a lui. Ha riparato pazientemente e con una professionalità invidiabile l’acquaio della cucina e i tubi di scarico che perdevano, ormai, da anni. Non contento aveva scartavetrato e successivamente riverniciato tutti i mobili della cucina, che ora apparivano come nuovi, anche se il colore, un rosso acceso, era forse leggermente troppo audace. Non fa rumori, non disturba, non organizza feste chiassose e ha pochissimi amici che vengono a trovarlo solamente una o due volte all’anno. E’ un inquilino impareggiabile e vi assicuro che di inquilini quell’appartamento ne ha avuti molti e di tutti i tipi. Tutti vorrebbero un inquilino così. Ma ci sono anche degli aspetti negativi, come sopportare, periodicamente, nello specifico ogni tre mesi, l’arrivo di una ambulanza a sirene spiegate in piena notte, che lo trasporta in ospedale per sedare le sue crisi d’astinenza, le quali lo colgono sempre nel cuore della notte. Astinenza da cosa? Ve lo state chiedendo vero? Astinenza da quella che era la sua passione e che mai è diventata un lavoro; ora è da considerare in pensione forzatamente anticipata. Non proprio in pensione, perché in realtà non percepisce nessun compenso per non esercitare, è stato semplicemente, suo malgrado, obbligato dalle circostanze a desistere. Gli infermieri, appena arrivati, gli fanno una iniezione di sedativi, poi, una volta giunti in ospedale, lo tengono in osservazione per ventiquattro ore, per rispedirlo a casa il giorno successivo. Io abito nell’appartamento sopra al suo ed al suo ritorno mi chiede di parlare perché deve sfogarsi; allora scendo nel suo appartamento mi siedo sulla solita cigolante sedia impagliata, che è sempre la stessa da almeno dieci anni, osservo l’arredamento, anzi la quasi totale assenza di arredi e ascolto, pazientemente la solita litania. Che lui è l’ultimo di una generazione che, ormai, è stata dimenticata; che non c’è più la professionalità di un tempo; che al giorno d’oggi tutti si improvvisano una professione senza impegno, senza dedizione, in modo completamente superficiale; che basta un corso di sei mesi e ti rilasciano un diplomino con il quale puoi esercitare.

Vi assicuro che certe volte mi verrebbe voglia di strangolarlo, ma mi trattengo perché temo che accuserebbe anche me di trattarlo come tutti gli altri, insomma non lo strangolo per pietà. Capitemi. Solo un mio tentativo lo farebbe morire di crepacuore, dopo tutto quello che gli è capitato. Quando lo trovai in fondo a un vicolo buio era ridotto uno straccio bagnato, perché la pioggia finissima caduta quella notte lo aveva sorpreso e innaffiato per due ore, ininterrottamente. Piangeva e si lamentava accovacciato accanto a un cassonetto dell’immondizia, con lo sguardo perso verso un orizzonte nascosto dal muro che gli era di fronte. Fissava i mattoni, ma sembrava che non li guardasse perché era come se la sua mente ignorasse volutamente quell’ostacolo il quale, nella realtà, lo costringeva tra un muro e un bidone d’immondizia. Gli chiesi se poteva camminare e se si sentisse bene. Si tolse le mani dal viso, mi guardò con occhi tremolanti, ma non mi rispose. Forse avevo fatto una domanda retorica, anzi sicuramente. Gli domandai cosa gli fosse successo e dopo alcuni insistenti tentativi mi rispose che aveva perso tutto, che non gli rimaneva più niente di quello per cui aveva studiato anni e a cui si era dedicato con smisurata passione. Diceva di se stesso che ormai era un uomo finito, che non c’era più speranza. “Non c’è più speranza”. Ripeteva.©

da pag. 12

©Tra le mani una tazza di thè bollente e i fumi che salivano scaldando il viso, ancora intirizzito dalla pioggia fredda, cominciò a raccontarmi la sua storia. Le sue crisi mensili con gli annessi interminabili soliloqui notturni erano estenuanti, ma le mie preoccupazioni maggiori non erano dovute ai suoi consueti atteggiamenti, ma a quello che non aveva ancora commesso e che, nelle mie fantasie, avrebbe benissimo potuto commettere. Da quando mi confessò di essere un serial killer la mia preoccupazione maggiore era che un giorno diventasse il serial killer dei padroni di casa al piano superiore. Vi giuro che cominciai a non dormire la notte e non dormo bene nemmeno ora anche se sono passati, ormai, sei anni da quel fatidico giorno, in cui lo accolsi in casa mia.©

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5 thoughts on “Storia tragicomica

  1. Io penso che questo romanzo potrebbe avere un finale di questo tipo. Eliminate tutte le persone della città,il serial killer si troverebbe solo e la logica che fino a quel punto l’aveva dominato trova ancora una vittima ,se stesso. Può essere? Se però invertiamo il problema,vista la insensata strage lui doveva spararsi per primo,c’è solo un ma…il romanzo non sarebbe stato scritto…

  2. Ti leggo volentieri e da tempo.
    Ti ringrazio per il tuo gentile accoglimento.
    Nella questione della racchetta da tennis mi permetto di fare un’osservazione:il punto di rotazione è nel polso,non nella mano,in quanto essa può essere assimilata ad un utensile,che di per se stesso non può ruotare,se sbaglio correggimi. grazie

  3. si nel polso hai ragione, ma se teniamo fermo il polso e ruotiamo l’ulna e il radio allora l’asse si sposta a metà mano più o meno (con racchetta impugnata) ed è anche per questo che tale asse ha un margine di variabilità, e per questo i costruttori di racchette in genere lo calcolano a cinque-sette centimetri dal fondo del manico. Mi dai l’occasione di specificare meglio la cosa in un post.
    grazie dell’interesse.

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