Ridateci Marat Safin per favore. Quello che emerge dalla finale vinta da Roger Federer su Rafael Nadal a Miami è che il tennis ha perso una generazione di tennisti e rischia di perderne un’altra. Per gli amanti delle restaurazioni, re e regine connessi, sarà sicuramente un evento da ricordare, ma per coloro che sono più vicini allo spirito dell’illuminismo il movimento del tennis non appare affatto in salute. Sono mancati e mancano all’appello troppi giocatori affinché si possa evitare di tentare una spiegazione al fenomeno rimanendo imbrigliati nell’emotività di una esaltazione della realtà che frutta più denaro. Le emozioni aumentano il tasso di velocità di circolazione della moneta, la logica invece tende a ridurlo. Se non altro perché prima di investire in qualcosa (un biglietto, una racchetta o un fondo di investimento) ci si ferma a pensare qualche minuto.

Negli ultimi tredici anni, all’incirca dal 2003 ad oggi, i vincitori di una prova dello slam si possono quasi contare sulle dita di una mano, sicuramente due mani avanzano: Federer, Nadal, Djokovic, Murray, Wawrinka sono cinque. Cilic e lo sfortunato Del Potro sono stati di passaggio. Gasquet non è cresciuto più di tanto. Tsonga dopo la finale in Australia del 2008 non è riuscito a ripetersi. Baghdatis lo abbiamo visto a tratti per qualche stagione, fa capolino e poi sparisce, non so se riapparirà. Dimitrov non riesce ad alzare l’asticella delle proprie prestazioni soprattutto in continuità di rendimento, anche Milos Raonic si ferma spesso a un passo dal traguardo e non entra in fiducia viste le delusioni, si veda la finale di Wimbledon. Gulbis ha illuso e disilluso. Nishikori si rompe spesso per reggere ritmi elevati.

Una generazione sembra essere andata e un’altra rischia di fare la stessa fine, perchè i più giovani Thiem, Zverev e Kirgyos non sembrano messi meglio. L’australiano è forse quello in posizione migliore, ma nella sua partita di semifinale a Miami ha evidenziato dei limiti tecnici in risposta su cui dovrà lavorare. Gli manca una risposta bloccata solida per non rispondere troppo morbido e corto e consegnarsi al secondo colpo dell’avversario come è capitato con Roger Federer. Troppe volte ha lasciato tempo al dritto dello svizzero rispondendo una palla morbida dalla parabola troppo alta e relativamente corta.

L’austriaco e il tedesco sembra che fatichino troppo sbracciando e correndo talmente da finire le energie nel corso dei tornei. Un gesto più efficiente e una preparazione raffinata forse potrebbero portare dei vantaggi. Dettagli in cui si annidano inaspettate sconfitte.

Così se togli Djokovic per usura e Murray per infortunio ecco che ritornano Rafael Nadal e Rogerer Federer a valori invertiti, con lo svizzero superiore allo spagnolo, il quale ha perso profondità nel dritto; arma con la quale metteva in difficoltà Roger.

In pieno Congresso di Vienna viene da porsi alcune domande sui motivi della sconfitta della rivoluzione, anzi sui motivi della sua assenza, perchè in questo caso non c’è stata nessuna rivoluzione. Nemmeno è cominciata e forse non è stata neppure teorizzata. Manca completamente l’illuminismo sulla questione. Senza teoria non può esserci azione.

Tre sono le ipotesi plausibili le quali possono essere convergenti.

1. Negli ultimi venti anni, perché solitamente la radice dei problemi è nel passato, c’è stata una completa involuzione tecnica nell’insegnamento dei colpi e gli unici custodi di tali insegnamenti sono pochi eletti che difendono il Sacro Graal dei fondamentali del tennis e risiedono in Svizzera e Spagna. Si guardano, ovviamente, bene dal diffondere le proprie conoscenze.

2. Negli ultimi quindici o venti anni a causa di sinergie economiche e/o ipotesi teoriche errate la maggior parte della gioventù tennistica cresce utilizzando strumenti non idonei allo sviluppo precoce di un feedback positivo sui colpi. Il processo di apprendimento si allungherebbe pertanto a tal punto da divenire difficile o addirittura impossibile sviluppare un gioco solido ed efficace. Il periodo di apprendimento sarebbe così lungo, per la maggior parte dei giocatori, che fino alla soglia dei trent’anni, di fatto, una competitività più diffusa e “democratica” sarebbe irraggiungibile.

3. Federer, Nadal e pochi altri hanno un fisico bestiale alla Luca Carboni. Tale condizione gli consentirebbe, con un vantaggio temporale di anni, di sopperire alle mancanze teoriche, tecniche e strumentali, parziali o totali, ottimizzando, con un processo di tentativi ed errori, un gioco precluso alla maggioranza la quale non ha riscontri di feedback positivi.

Le tre ipotesi possono coesistere ed interagire con minore o maggiore rilevanza.

C’è però una certezza. Nessuno farà niente. Nessuno muoverà un dito, nessuno si porrà il problema, tanto meno qualcuno si metterà a pensare, perché i tennisti si tifano con la pancia, i presidenti si votano con la pancia e il denaro circola più velocemente grazie a impulsi emotivi. Ogni lamentela su Donald Trump presidente degli Stati Uniti è quindi superflua: il re piace, l’uomo forte è gradito perchè stimola l’ancestrale emotività dell’immedesimazione, veicola sentimentalmente le proprie frustrazioni.

Almeno però, nel tennis, qualcuno ci ridia Marat Safin per favore.

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