sharapova.jpg
Maria Sharapova

Un farmaco. Una mail. Una scadenza. Una svista. Questi sono stati gli elementi sufficienti per far gridare allo scandalo doping, quando la russa Maria Sharapova è stata trovata positiva al Meldonium. Un farmaco per cardiopatici, per coloro che soffrono di problemi ischemici, in grado di migliorare la circolazione sanguigna e quindi indirettamente, negli atleti, facilitare il recupero e migliorare la prestazione muscolare.

Indubbiamente nel 2016 la russa è da considerare positiva, ma la condanna non può essere retroattiva nemmeno nel giudizio morale, perché il farmaco fino a fine 2015 non era presente nella lista della Wada, quindi era da considerare legale. La condizione sarebbe addirittura da ritenere un’attenuante a meno che non si parta dal presupposto che debbano essere gli stessi atleti, o i loro medici, a stabilire cosa sia o non sia da considerare doping. Tale forma di regolamentazione sarebbe con probabilità poco efficiente anche se permetterebbe un certo risparmio economico nella lotta al doping. Maria non legge la mail, o gli concede solo uno sguardo distratto, continua a prendere il farmaco e scioccamente si fa trovare positiva a un farmaco che aveva sempre assunto e che non era considerato dopante.

L’emotività troppo spesso guida i giudizi e le azioni. Così la Nike sospende il rapporto miliardario con la russa (una settantina di milioni di dollari in otto anni). Cosa non si fa per risparmiare due spiccioli. La Capriati, esagerando un po’, afferma che dovrebbero toglierle i titoli. Qualcuno in verità prende le sue difese, o quantomeno cerca di essere il più possibile obiettivo: è il caso di Marat Safin che ritiene la situazione dovuta a una leggerezza; o Serena Williams la quale spera che la faccenda si risolva al meglio. John McEnore trova la situazione strana ma alla fine apre uno spiraglio all’eventualità di un errore: “Sarebbe difficile credere che nessuno nel suo campo, le 25 o 30 persone che lavorano per lei o lei stessa non avesse idea che il farmaco fosse stato bandito. Anche a me in passato è capitato di non venire a conoscenza di una nuova regola quindi è possibile che Maria non sapesse nulla”.

Il mondo si spacca in due quando si parla di doping e una vena di maccartismo spunta sempre rischiando di divenire priva di controllo. Il povero Nadal si prende accuse su accuse, da anni, anche dall’ex ministro della salute Francese(Roselyne Bachelot), la cui notorietà è ora in cresciuta e ben legata, seppur di riflesso, al nome del tennista spagnolo. La questione doping scatena un desiderio di giustizia sommaria, di caccia alle streghe. Stuzzica il malanimo, giustifica l’invidia e rischia di alimentare accuse infondate o non provate, in un crescendo senza controllo. Arthur Miller scomoderebbe il sostantivo crogiolo per descrive un ambiente un cui tutto si mescola e la possibilità di distinguere la verità diventa impossibile. Fu il titolo della sua commedia del 1953 in cui in un’assurda caccia alle streghe, allegoria del maccartismo americano, chi confessa e accusa altri diventa innocente e chi non confessa (anche se non ha niente da confessare) è considerato colpevole.
Nel mondo rovesciato degli assurdi giuridici ogni sicurezza si dissolve e la paura è abitudine di vita. Chi sarà il prossimo? Quali le accuse? Chi sarà l’accusatore? Un ministro o un collega?
E le prove? Nel crogiolo non c’è bisogno di prove. Non esiste il concetto di prova. Le accuse sono sufficienti come prova in una guerra di tutti contro tutti. Non esiste nemmeno un prima e un dopo. Un colpevole è colpevole, un sospetto è un colpevole, per sempre. Una strega è una strega, per sempre. Un dopato è un dopato da punire con l’ostracismo dallo sport.
Non siamo ancora a questi livelli ma l’emotività unità alla demonizzazione che traspare da articoli e commenti, quando dall’altro lato la ricerca della prestazione è voluta e osannata, dai tutti i media, con le stesse forme di retorica cariche di assoluti e superlativi, però in positivo, non rende merito allo sport, né agli atleti. Nessuno va a pane e acqua direbbe Rino Tommasi, anzi anche se qualcuno ci provasse sarebbe impossibile raggiungere certe prestazioni. Semplicemente non farebbe l’atleta ma l’impiegato in comune.

Cadere nel crogiolo è più semplice di quello che può sembrare se non si possiedono buone doti di equilibrio, per migliorar il quale potrebbe essere consentita anche qualche sostanza dopante.

Annunci