Bisogna ammettere che lo svizzero sembra entrato in una macchina del tempo, forse la DeLorean di Ritorno al Futuro. Vederlo muoversi con ottima elasticità muscolare sfoggiando una silhouette invidiabile crea l’impressione che qualcuno abbia tolto qualche anno al calendario. Roger è arrivato con relativa facilità in semifinale eliminando giocatori molto più giovani di lui (tra cui il sempre più fermo nel tempo Dimitrov) e mentre lo osservo scorrazzare a destra e sinistra contro Novak Djokovic il pensiero torna agli incontri ormai in archivio: le finali contro Nadal, quelli contro Agassi eHewitt e quella giocata contro Safin nel 2005 quando il russo fermò sul nascere la corsa dello svizzero al Grande Slam. Sono passati undici anni, non è quindi irreale che, in uno dei suoi garage, in qualche villa, lo svizzero abbia parcheggiato una DeLorean che usa a suo piacimento per sfidare i limiti della fisica e cercare di contraddire Albert Einstein, perché la velocità neuronale tra mente braccio e gambe dello svizzero sembra proprio viaggiare a velocità maggiore di quella della luce.
Un primo impatto illusorio potrebbe indurre, in un impeto di eccitazione, ad affrettarsi a riscrive i libri di fisica, come aveva tentato qualche ricercatore del Cern (probabilmente italiano) triangolando la velocità di qualche particella fino al Gran Sasso. Era stato indubbiamente un errore di osservazione: l’oggetto dello studio non avrebbe dovuto essere qualche sparuto gruppo di particelle, ma il flusso neuronale di Roger Federer. Dell’errore di Alber Einstein si iniziò a scrivere su blog e giornali salvo poi doversi ricredere per analizzare il tutto con meno emotività o fantasie incondizionate al limite del religioso.
Proprio ricordando quegli avvenimenti inspiro profondamente, guardo meglio il punteggio che recita un 61, 62 a favore del serbo Novak Djokovic. Un po’ pigro su un dritto, che lo svizzero non riesce chiudere in lungo linea, un attacco eccessivamente corto, troppe speranze risposte nel servizio e nel serve and volley tradiscono un errore di misurazione o di valutazione. No, la velocità della luce non è stata superata, nemmeno dai neuroni di Federer. La teoria della relatività è salva anche stavolta.
Djokovic veleggia sicuro con ritmi superiori a quelli dello svizzero che deve ricorrere a soluzioni troppo eccezionali per tenere la ruota del serbo, come dimostra il faticoso break ottenuto sul 3 a 2 che lo guiderà alla vittoria di un terzo set della bandiera. La memoria vola verso un Rod Laver contro Bjiorn Borg del 1976 a Hilton Head quando l’australiano aveva ormai 38 anni compiuti. Vincerà Borg per 63, 75.
In finale all’Australian Open 2016 arriva invece Novak Djokovic quando inchioda Federer sulla riga del servizio e al suo tempo, con un passante di dritto che lo porterà a servire per match. Il viaggio della DeLorean si ferma in semifinale con l’onore delle racchette. Djokovic: 6-1 6-2 3-6 6-3.
Fabrizio Brascugli

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