babolat nadalL’altra sera, mentre mi soffermavo ad osservare le ramificazioni e le prime foglie dei platani di un viale che conduce a casa, mi veniva in mente il tennis di Nadal. L’associazione scivolava su quello di Federer e le scelte che entrambi hanno fatto a distanza di un paio di anni: cambiare racchetta. Roger dopo anni di dominio incontrastato e qualche naturale flessione successiva decise di passare a un piatto più grande e l’attuale racchetta rischia di passare alla storia come l’unica prostaff che non ha mai vinto uno slam in mano allo svizzero; come quella più larga da 95 pollici già esistente ai tempi di Curier, Sampras ed Edberg il quale non la usò mai pur acconsentendo che la sua, dal piatto di 85, venisse colorata come la sorella “maggiore” in termini di ovale. Anche Nadal da pochi giorni usa una nuova Babolat con le corde più distanziate tra di loro affinché il suo dritto ritrovi la rotazione e la velocità perdute, oppure si giovi di effetti maggiori contro giocatori che hanno imparato a contrastare lo spagnolo più agevolmente. Però se il dritto di Nadal ha perso incisività il demerito non può essere attribuito alla racchetta che è rimasta costante negli ultimi anni, ma forse a qualcosa che è mutato nelle sue condizioni atletiche e tecniche. Ritrovare la simbiosi quasi perfetta degli anni ormai trascorsi potrebbe diventare un rebus dalla difficile soluzione. Anche se gli ingegneri Babolat si muovono con criterio, effettuando micro mutazioni, troppi piccoli cambiamenti di tecnica, condizione, avversari e racchetta portano, non di rado, in dote non semplici soluzioni di adattamento. Il tennis di Rafa potrebbe approdare nel caos, se perde quel piccolo vantaggio che gli ha consentito di dominare sulla terra rossa.
Qui il pensiero tornava a quei platani. Anche l’evoluzione procede per piccoli passi le grandi modifiche rendono altamente improbabile raggiungere un miglioramento adattivo. Provate a trovare il fuoco di un obiettivo eseguendo solo macro spostamenti a sinistra e a destra: le vostre foto saranno nella maggior parte, se non tutte, da buttare. Il problema non cambia se si tratta della racchetta di Nadal ma in questo caso le variabili sono molte di più di un semplice movimento orario o antiorario.
In questo mondo caotico, in piena deriva come un barcone nel mediterraneo, un adattamento anche minimale può permettere ad un organismo di avere un vantaggio ripetuto in grado di fare differenze enormi e di renderlo dominante, incredibilmente frequente in certe condizioni specifiche, incommensurabilmente vincente, o, al contrario catastroficamente inadatto, insalvabile. L’ambiente tennis non fa eccezione. I grandi campioni non sono necessariamente diversi in senso mitologico dagli altri giocatori ma hanno e conservano un piccolo vantaggio che li mette in condizione di dominare anche per molto tempo, almeno finché permangono le stesse condizioni. Quando certi equilibri vincenti vengono perduti è però molto difficile ritrovarli, perché non si sa cosa è cambiato in realtà, quale minimo particolare è mutato. Inoltre non sempre ciò che è cambiato può essere riportato alle sue condizioni precedenti. Si procede per tentativi, per piccole mutazioni, sperando di ritrovare il fuoco dell’obbiettivo o il focus del proprio gioco. Qualche pollice in più di piatto, dei passacorde leggermente più ampi, qualche grammo in più sulla testa, uno string pattern diverso, una nuova corda, si tenta di tutto per cercare di compensare una velocità di braccio inferiore, un riflesso più lento, una mobilità meno elastica. Ma il vantaggio può essere perduto per sempre, salvo sporadiche condizioni episodiche. Chiedetelo alla pro staff senza slam.
L’inizio della stagione sulla terra rossa, con il torneo del Principato di Monaco, ha confermato un Novak Djokovic determinato e poco incline a lasciarsi sfuggire l’unico slam che manca nel suo palmares dopo due finali perse nel 2012 e nel 2014 entrambe contro Nadal. Se gli avversari dovessero limitarsi a una prostaff spuntata dell’apice di uno slam, un passacorde, un Murray poco convincente, un giapponesino non troppo preoccupante, un Berdych così così, Parigi potrebbe passare rapidamente dall’ ”ordine nadaliano” al caos per approdare a un nuovo ordine: quello del serbo.

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