Andando subito al sodo non si può negare che anche l’uomo sia un’espressione delle leggi di natura ne consegue che ogni sua azione sia l’espressione anche se indiretta della natura stessa. Ma la questione è diversa se la si analizza con cura. Coloro che fanno richiamo al concetto di diritto naturale implicano che i diritti degli uomini discendano direttamente dalla natura perché in essa sarebbero rintracciabili. Ma non solo il termine natura è ambiguo, come notato da Bobbio, esso, se esteso alla diversità e complessità dei fenomeni naturali, ha come conseguenza evidenti contraddizioni, le quali sono il risultato diretto di fenomeni di ogni tipo. In natura si riscontra di tutto, sia azioni giudicabili morali che deprecabili. Esistono l’omicidio, l’infanticidio, la schiavitù, l’oppressione, così come si riscontrano forme di aiuto, di fedeltà, riconoscenza, solidarietà. Il groming fra le scimmie, l’infanticidio fra felini, schiavitù fra le formiche, la donazione di cibo fra i pipistrelli vampiro sono solo quattro esempi che potrebbero rappresentare le divergenze massime tra le osservazioni che si possono registrare in natura, ma biologi ed etologi ne conoscono sicuramente altri meno conosciuti ma non meno lampanti. Forme di moderno giusnaturalismo dovrebbero tener conto di questa realtà che è ambigua non solo dal punto di vista semantico, ma sopratutto da quello fattuale, reale. Permettere di derivare il diritto dalla natura, senza alcuna mediazione che attribuisca un valore condiviso ad un atto, aprirebbe a una pericolosa incoerenza sociale e giuridica. La natura è piena di azioni condannabili sceglierle in modo selettivo per avvalorare le proprie tesi è però una pratica tanto diffusa quanto arbitraria. «L’omosessualità rimane qualcosa che è contro la natura di quello che Dio ha originariamente voluto». Le parole del Papa emerito Joseph
Ratzinger, scritte nel suo libro “Luce nel mondo”, sono l’esempio più alto per gerarchia della leggerezza dell’utilizzo del temine “natura”.
Il recente Catechismo della Chiesa Cattolica definisce «l’unione carnale tra un uomo e una donna, al di fuori del matrimonio» come «gravemente contraria alla dignità delle persone e della sessualità umana naturalmente ordinata […] alla generazione dei figli». http://www.uaar.it/laicita/contraccezione
È evidente che il concetto di naturale non dipende da quello che si osserva in natura ma è solo una forma retorica per rendere più efficaci le proprie argomentazioni. In caso contrario l’omicidio, la schiavitù, l’aborto (che esiste in natura come forma di tutela della madre) dovrebbero essere accettati seguendo lo stesso ragionamento. L’omosessualità esiste in natura, esistono forme di controllo delle nascite: esistono troppe cose in natura, perfino la capacità umana di argomentare può essere definita naturale, comprese le forme surrettizie di sostegno di una tesi. Il ragionamento che sfrutta il concetto artefatto di natura arriva al cortocircuito anch’esso, infine, da considerare non estraneo alla natura, con il risultato finale ascrivibile a una perdita di senso del ragionamento. Se tutto è naturale come si fa a stabilire cosa è da considerare giusto o ingiusto privandosi di una responsabilità individuale di analisi e giudizio? È un’impresa ardua se non impossibile. Non rimane che abdicare a qualcosa di esterno (natura o divinità) che possa indicare una via per discernere sulla base di un giudizio etico. La scelta torna in mano al singolo individuo, dove è sempre stata, carica di responsabilità, di necessità di conoscenza obiettiva in senso scientifico, ma portatrice di libertà. Infatti non esiste libertà nell’ignoranza e senza responsabilità. La delega a un’entità esterna è solo un banale tentativo per svicolarsi da una posizione, ritenuta scomoda, a torto, che chiama ognuno al coraggio di una scelta personale con cui si attribuiscono valori e si danno giudizi etici. La comoda posizione di stabilire cosa sia giusto o ingiusto perché collegabile a una realtà più o meno naturale, o ad un sistema di valori ricollegabili a una volontà di un essere superiore, rappresenta solo la prima e più alta forma di scaricabarile poco difendibile per quanto è palese. Non vi è da stupirsi dopotutto per la presenza di varie forme di ipocrisia se raccontarsi una storia edulcorata favorisce la propria sopravvivenza, o scansare responsabilità alleggerisce la propria coscienza.
La realtà però non cambia solo per il desiderio che sia diversa ed è con questa ogni individuo deve confrontarsi ogni giorno, per periodi più lunghi di quelli che può sostenere uno stratagemma. Le società e la convivenza al loro interno saranno sempre di più dipendenti dalle visioni etiche individuali che scaturiscono da conoscenze profonde ed acquisite della realtà evolutiva dell’uomo. Solo così le diversità si potranno comporre in un mosaico in cui le particolarità etniche, religiose, sessuali poggeranno su una consapevolezza oggettiva del “perché” della propria esistenza senza poter essere erose da pregiudizi e visioni irresponsabili. Un nuovo contratto sociale non potrà prescindere da questo presupposto, il quale contiene tutte le potenzialità in grado di permettere agli individui di organizzarsi all’interno di etiche condivise e globali, in cui le diversità (religiose, culturali, fisiche organiche e metaboliche) sono riconducibili a un’esigenza di adattamento e sopravvivenza che non permette la presenza di concezioni assolute e tra loro impermeabili. Un’etica che può divenire universale e comprensibile anche a coloro che potrebbero vivere in altri sistemi solari e che hanno seguito sviluppi diversi, contingenti e lontani anni luce, ma che condividono con gli altri esseri viventi le stesse necessità di sopravvivenza, di qualità della vita sia fisica che emotiva senza le quali nessuno esisterebbe nel modo in cui esiste.

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