Teoria dei giochi e aspettative individuali
Teoria dei giochi e aspettative individuali

Perché esiste il male? La domanda ricorre spesso ed è stata forse una delle domande che hanno suscitato le più irrefrenabili fantasie nell’uomo  Ha dato origine a numerose leggende e miti: quello di Platone di Er è forse il primo articolato in modo complesso, mentre la dicotomia del dottor Jekyll e mr. Hyde incarna la paura di un male strettamente connaturato al bene e da quest’ultimo inseparabile. Si è tentato di spiegare il male attraverso interpretazioni filosofiche metafisiche e spiegazioni religiose ontologiche, come quella di S. Agostino, che lo vede come privazione del bene partendo dal grado superiore di dio per scendere fino a quelli inferiori delle sue creature.

La tentazione del male ha preso le più svariate forme come quella del serpente nel giardino dell’Eden, di un demonio nel deserto. Alla presenza del male l’uomo ha sempre cercato di fornire una spiegazione anche chiamando in causa divinità contrapposte fra di loro. Nella mitologia greca il cospicuo numero di dei inscenava contese dagli interessi diversificati e dai vantaggi da conquistare altrettanto variegati, distribuendo male e bene a ogni occasione fra le parti in gioco.

È proprio il tentativo di spiegare il rapporto tra male e bene che ha occupato molte delle energie umane al fine di riuscire a chiarire i motivi profondi delle proprie esistenze soggette a delusioni e sofferenze, oltre che a momenti piacevoli. Il bene e il male, dio e il demonio, buoni e cattivi, angeli e demoni, il giusto e l’ingiusto. La dicotomia era ed è collegabile a un’interpretazione etica e morale dei comportamenti nonché a una lotta senza fine tra i due opposti sparsi nell’umanità e, non di rado, anche all’interno della stessa persona.

Nell’ebraismo non vi è la figura del diavolo come nel cristianesimo. Il termine ha-satan non prevede un’identificazione personale ma nella Torah è citato diverse volte per indicare qualcosa di malvagio, una predisposizione o un’inclinazione al male. Un’entità malvagia si riscontra anche nella terza più diffusa religione monoteista: l’Islam. Il nome Iblis si riferisce proprio al demonio che, secondo il Corano, sarebbe stato creato da dio e che, con molta similitudine con il cristianesimo, perse la grazie di quest’ultimo dopo che gli disobbedì. Salve poche eccezioni come l’induismo, una figura malvagia è presente in molte religioni; anche nel buddismo c’è una figura simile dal nome di Mara. L’elenco non ha la pretesa di essere esaustivo e o storicamente esauriente ma cerca solo di rendere un’idea d’insieme di una necessità sin troppo umana. Spiegare.

Giochi strategici di sopravvivenza senza demoni.

Angeli e demoni
Angeli e demoni

Le condizioni della vita sul pianeta terra, dopo attente osservazioni, hanno suggerito però interpretazioni diverse e distanti dal preoccupante “tipaccio” cattivo antagonista di un dio. Anche in questo caso l’approccio evoluzionistico non manca di fare la sua parte e si associa all’analisi matematica della teoria dei giochi. Sorta con John von Neumann e Oskar Morgenstern nel 1944 la teoria dei giochi ha dato origine a numerosi approfondimenti e altrettante ripercussioni anche sul modo di studiare i comportamenti sociali di collaborazione. La sua influenza è tale da essere presa in considerazione anche per l’analisi delle norme di convivenza.

La teoria dei giochi valuta le azioni dei singoli individui in relazione ai vantaggi e agli svantaggi che ne possono scaturire e tali scelte sono in funzione degli altri giocatori che partecipano, i quali possono essere uno o più di uno come avviene nella realtà delle convivenze sociali.

Le azioni dei singoli possono influenzare i risultati delle scelte degli altri. I giochi del dilemma del prigioniero e della caccia al cervo hanno stimolato l’analisi per lo studio della nascita e dell’evoluzione dei comportamenti di cooperazione e di fiducia. Senza entrare nello specifico delle strategie dominati, degli equilibri di Nash o delle strategie Pareto-dominanti quello che è opportuno evidenziare riguarda il fatto che, affinché si affermino comportamenti collaborativi o parzialmente collaborativi, è necessario che i singoli individui abbiano dei vantaggi relativi che provengono dalle loro scelte (compresa una diminuzione del rischio in rapporto a un vantaggio minore), e che ci sia una consapevolezza reciproca sia del funzionamento del gioco che della razionalità di tutti i partecipanti nel prendere le proprie decisioni per fini personali. I giochi possono essere di puro conflitto, collaborativi o parzialmente collaborativi. I primi sono quelli in cui vi è una divergenza di interessi di scelta. Nei secondi c’è una coincidenza di interessi, quindi i partecipanti, per ipotesi consapevoli, sono portati a fare tutti scelte coincidenti che evidenziano una strategia comune collaborativa, ma la maggior parte delle interazioni sociali sono parzialmente collaborative, ovvero l’ordinamento delle preferenze di scelta sono solo parzialmente coincidenti. Va aggiunto ed evidenziato che i vantaggi sono come già scritto relativi, quindi, anche nei casi di giochi collaborativi, non è previsto il concetto astratto di uguaglianza. Quindi può sempre esserci un giocatore che è messo peggio dell’altro, anche se le scelte coincidono si tratta sempre e solo della scelta migliore che si può fare in determinate circostanze di gioco. Date le condizioni del gioco per un giocatore potrebbe essere conveniente accettare la schiavitù se l’alternativa dovesse essere la morte. Vi sarebbe coincidenza di scelta con colui che ha l’opportunità di essere schiavista. La soluzione sarebbe definibile come collaborativa perché la maggiore utilità di A sarebbe quella di scegliere il massimo vantaggio tra morte e schiavitù e quella di B il massimo vantaggio tra schiavista e lavoratore.

In questi giochi di incastri a matrice di scelte, dove anche le divinità greche si divertivano nell’immaginario a risolvere il dilemma del prigioniero in eterno, entrano in gioco altri due fattori che spiegano anche l’alternanza tra collaborazione e defezione. Il primo riguarda (come dimostrato da Cristina Bicchieri 1994) la realtà che “la razionalità̀ dei giocatori e la loro conoscenza delle altrui preferenze e razionalità̀ non è, in generale, sufficiente a prescrivere quello che i giocatori dovrebbero fare e, di conseguenza, non è neppure sufficiente a prevedere quello che faranno o a spiegare quello che hanno fatto. Per affrontare questi compiti vanno considerate anche le condizioni epistemiche di un gioco, cioè le capacità cognitive dei giocatori, le loro informazioni riguardo alle caratteristiche del gioco e i processi attraverso i quali possono formarsi determinate aspettative sul comportamento degli avversari.” (Roberto Festa, Dipartimento di filosofia, Università̀ di Trieste, Etica & Politica, pag. 160, 2007).

Il secondo aspetto, collegato al primo, è che una strategia “onesta” apre, se non sempre molto spesso, la strada a quella dello “sfruttamento” o a una strategia “disonesta”. Anche se forme di collaborazione (con rinuncia a un vantaggio maggiore) avvengono in condizioni di giochi reiterati, ovvero dove due o più giocatori si incontrano e giocano per un tempo indefinito, la possibilità dell’interruzione della reiterazione (conoscenza epistemica del gioco anche errata) apre la strada alla defezione e al maggiore guadagno in chiusura di reiterazione. Per il periodo di accordo si elimina il rischio di collaborare con chi defeziona e si prendono i vantaggi relativi della collaborazione fino al giorno in cui chi decide di defezionare, contando sulla collaborazione reiterata, prende poi tutti i vantaggi interrompendo il rapporto. È anche superfluo in questo caso chiedersi se la precedente collaborazione fosse stata un bluff o frutto di una intenzionalità sincera. Sarebbe invece interessante analizzare se un pool genico che induce un comportamento di questo tipo avesse una buona fitness di sopravvivenza nei confronti di altre strategie. Anche se non è da escludere che esista già, circondati come siamo, da matrimoni falliti e soci che tradiscono, nonostante accordi vincolanti. La realtà ambientale inoltre, interpretabile come ambiente di gioco, è complessa e soggetta alla variabilità di più fattori, i quali mutando possono modificare il valore dei pay off innescando processi dinamici di cambiamento e adattamento fra loro interdipendenti.

Ecco che con relativa semplicità evoluzione e teoria dei giochi spiegano la nascita di forme di collaborazione, di comportamenti definibili altruistici (nel senso che vi è una rinuncia parziale a interessi personali), e, al tempo stesso, della presenza costante di scelte anti collaborative o altrimenti definibili come immorali, egoistiche in senso stretto. L’eterno conflitto tra il bene e il male è una partita che si gioca tra scelte individuali in condizioni di imperfetta razionalità, limitata e differente conoscenza del gioco nonché della sua durata, ignoranza dei cambiamenti che possono sopravvenire in un sistema aperto e interdipendenza tra le scelte stesse. Il mito del demonio è stato seppellito.

La fuga del prigioniero con l’immaginazione.

Cercare di rendere migliore il mondo è un obiettivo che in molti si prefiggono, ma per farlo è consigliabile partire dalla realtà delle dinamiche evoluzioniste, secondo le quali è favorito l’individuo che ha una maggiore fitness riproduttiva come ricompensa nel gioco della sopravvivenza. Le società umane, essendo divenute l’ambiente di sopravvivenza degli stessi uomini per gli aspetti legati direttamente o indirettamente al reperimento delle risorse convenzionali, rappresentano l’obiettivo principale su cui intervenire al fine di permettere lo sviluppo di comportamenti pro sociali o morali, altrimenti definibili altruistici. I mezzi per raggiungere questo scopo sono identificabili nell’abilità normativa e in quella comunicativa, infatti come sostenuto dalla dott.sa Cristina Bicchieri (The Grammar of Society: The Nature and Dynamics of Social Norms, Cambridge University Press, 2006) il rispetto delle norme è in stretta correlazione con le aspettative dei singoli in merito ai comportamenti che si ipotizza verranno tenuti dagli altri appartenenti al gruppo. In condizioni di frequente rifiuto della legge chiunque sarà indotto a non rispettarla, anche se avesse un’opinione razionale di validità riguardo al merito della stessa. Questo accade perché l’utilità relativa di ogni individuo, indipendentemente dal giudizio razionale astratto, è interdipendente con le scelte degli altri componenti la società. Un esempio può essere quello delle tasse: in presenza di un’alta e diffusa evasione fiscale, nonostante si abbia un giudizio positivo in merito ai motivi per cui si devono pagare le imposte, gli individui sarebbero portati a non pagarle, perché risulterebbero sfavoriti nei confronti di coloro che evadono in relazione a tutte le conseguenze legate ad avere un guadagno inferiore.

In un gruppo composto da alcune coppie di maschi e femmine anche se si ritenesse giusto aiutare le donne nello sbrigare le faccende di casa, pensare che la maggioranza in realtà non lo fa indurrebbe colui che ha questa percezione e seguire il comportamento degli altri. Infatti nel caso in cui gli uomini competano tra di loro in campi professionali o sportivi dedicare ore a spazzare o fare la lavatrice ridurrebbe il tempo per le altre attività con il rischio di essere superati dagli altri.

Le leve su cui agire per la crescita civile, senza illudersi in merito alla realizzazione di una società perfetta e utopica, sono quelle della comunicazione, dell’educazione razionale che si estende a tutto l’arco della vita di un individuo e dell’abilità nell’organizzare un comparto di leggi con la minima sperequazione economica e civile in modo che le soluzioni del gioco della convivenza siano collaborative o parzialmente collaborative, senza che coloro i quali sono tra quelli sfavoriti o emarginati sentano la necessità di immaginare regole diverse per uscire da una condizione che li obbliga razionalmente a una scelta collaborativa ma li costringe, di fatto, in uno stato di schiavitù.

Non è una via semplice da percorrere ma è una via pratica e realistica dove la consapevolezza di noi stessi, delle leggi scientifiche e la diffusione capillare di questo tipo di conoscenza è cruciale.

Se l’isola di Utopia non esiste se non come tendenza al miglioramento, gli strumenti e i metodi che consentono di organizzare le società sono stati però decifrati e forniscono l’intelaiatura portante verso un equilibrio sociale mai scontato, che deve essere conservato attraverso una responsabilità individuale che si alimenta di conoscenza. Fornire delle buone ragioni per comportarsi in modo etico non è sufficiente. È necessario che ci sia un’utilità individuale per il proprio operato, che le differenze di utilità non siano macroscopiche e che una fluida mobilità sociale consenta di modificare in meglio la propria utilità nell’arco della propria vita. Infine, ma non di minore rilevanza, è necessaria la consapevolezza della condivisione delle regole da parte dei componenti il gruppo sociale, affinché si possa ritenere che i comportamenti etici siano messi in atto dalla maggioranza.

Fabrizio Brascugli

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