Darwin, con la sua opera più famosa, pensò di avere confessato, o di dover confessare in modo esplicito un omicidio. Il motivo principale per cui l’opera del naturalista inglese è stata, ed è sempre osteggiata, anche se a volte si assiste a ingenui tentativi di riassorbirla smussandone gli aspetti più deflagranti, risiede nel fatto che in fondo un omicidio è poca cosa. L’origine delle specie secondo la teoria dei cambiamenti per selezione naturale possiede un impatto maggiore di quello inscrittibile nella metafora dell’omicidio. L’impatto è infatti stato molto più ampio. I detrattori della verità ne sono a conoscenza, forse meglio di quello che cercano di lasciare intendere. Il cambiamento delle specie è deflagrante nei confronti di molte concezioni filosofiche, di quelle religiose e dell’idea stessa di divinità. Svanisce il concetto di categoria stabile, di essenza discreta che non muta; gli errori presenti nelle realtà viventi gettano una luce nuova sull’idea della vita come progetto e su quella del relativo progettista. I disegni non sembrano più disegnati, almeno non appaiono più elaborati con il tratto di chi ha dalla sua parte qualità fantasiosamente descritte come onnipotenza, onniscienza, mirabolanti attitudini per creare la perfezione. L’occhio, il nervo laringeo ricorrente, i denti del giudizio, la spina dorsale sono solo alcune delle imperfezioni che un progettista mediamente istruito avrebbe evitato.

Nessuno costruirebbe una strada tra Bologna e Milano facendola tornare indietro per passare da Roma come avviene nel surrealista collo dello giraffa. Si schianta contro il muro di una logica tanto semplice quanto solida anche il tentativo di attribuire questi errori a un qualcosa di imperscrutabile per la fallibile mente umana, la quale, dal basso della sua piccolezza confonderebbe gli errori palesi con qualità lungimiranti. È sempre più evidente come si tratti un puerile tentativo, simile a quello di un allievo che tenti di giustificare i propri errori nel risolvere un’equazione adducendo che le sue soluzioni sono imperscrutabili per il professore, il quale si renderà conto solo fra qualche migliaio di anni di come fosse lui in errore. Come sosteneva Occam la soluzione più semplice è quella giusta e quest’ultima chiude fuori ogni tentativo più complesso. Le imperfezioni sono imperfezioni, nulla di più se non le prove di un procedimento che, se ha portato a qualcosa di mirabile, c’è arrivato attraverso tentativi, cumulazione e miliardi di anni a disposizione. Le caratteristiche del procedimento non potevano non trascinare con sé difetti, cambi di rotta, legati evolutivi, forme e funzioni di perduta efficienza, le quali sono l’indice dell’impatto concettualmente devastante nei confronti dell’idea classica di dio, che, privata delle qualità positive diviene sempre meno definibile, identificabile  Si snatura della sua storia culturale e si perde divenendo un concetto vago, una scatola vuota nell’ambito del mito e della fantasia. Alla luce della teoria dell’evoluzione (ma la parola cambiamento rende meglio l’idea dell’assenza di una finalità) gli dei vengono sminuiti nelle loro capacità. Divengono fallibili, pasticcioni, ritardatari o assenti nei loro interventi: umani, sin troppo umani. Sono sempre di più privati di quelle qualità che l’uomo gli aveva attribuito per crearli a propria immagine e somiglianza riversando nella fantasia creativa anche la speranza. Dopo Darwin non esiste più il finalismo storico, filosofico, biologico e religioso; non c’è più l’essenzialismo se non come convenzione per comunicare su ciò che ci circonda; e sono sparite le divinità. Dissolte davanti a un’attenta comprensione della teoria dell’evoluzione. Aggrapparsi ancora all’idea di un dio personale implica portare con sé un concetto monco: un dio molto poco dio, una disillusione. Come Ostinarsi a pensare che la terra sia piatta anche se si è consapevoli che possiede tutte le caratteristiche dell’ellissoide.

Una nemmeno troppo approfondita conoscenza della statistica fornisce soluzioni alle annose questioni del divino: una serie di indicazioni contrarie ad una ipotesi ne riducono la validità in modo inversamente proporzionale. Se una serie di indicatori tendono a infinito la veridicità dell’ipotesi tende a zero. Non sono immuni a questo metodo le varie ipotesi storiche di dei che avrebbero originato il mondo e l’uomo. Più la scienza e le conferme dell’evoluzione aumentano e maggiormente perde di valore l’eventualità di un dio che, in qualunque modo lo si voglia chiamare, sarebbe intervenuto in un processo in cui non vi è traccia di interventi programmati che vadano oltre alla contingenza, al caso e alla necessità; unici motori dei cambiamenti sul pianeta Terra. Le prove sono nei legati evolutivi, nei vicoli ciechi e alle estinzioni conseguenti, nelle convergenze tra animali lontani geograficamente ma che vivono in ambienti simili, nel fatto che alcune specie di tartarughe siano entrate e uscite più volte dall’acqua percorrendo più volte la stessa strada evolutiva nei due sensi, per magari tornare al punto di partenza. Ne parlano le involuzioni, altri cambiamenti, che sono solo mutamenti, privi di ogni segno di progresso concepito in senso classico e direzionale. Ne sono testimonianza i rischi delle corse agli armamenti (tipici processi evolutivi) che non di rado mettono gli individui e le stesse specie a rischio di estinzione come nel caso dell’alce toro o del pavone che per vincere una corsa alla riproduzione rischiano di perdere quella della fuga dai predatori. Non c’è programma, non c’è studio a priori che contemperi due o più aspetti, tutto si svolge seguendo lo schema semplicissimo dei tentativi e degli errori. Questi ultimi vengono eliminati ma si ripeteranno, magari simili, perché non c’è memoria né studio, né progettazione, né disegno. L’induzione logica successiva è che manca anche un disegnatore.

Quella che rimane è forse la sfida più imponente per l’uomo: costruire una società etica in grado di auto sussitere senza la necessità di una legittimazione superiore, nella speranza di andare incontro alle volontà di un dio onnipotente e onniscente. Un’etica che sia in grado di trovare orientamenti comuni a tutta la popolazione che vive e vivrà sul pianeta Terra, smussando divisioni culturali e differenze biologiche, può giungere e migliorare solo attraverso una profonda consapevolezza della realtà e della conoscenza scientifica di noi stessi. Le verità scientifiche sulle origini comuni, sui meccanismi evolutivi, sulla chimica, la fisica, la medicina e la biologia, nel loro insieme, hanno la potenzialità di fornire l’intelaiatura per scelte comportamentali etiche che valorizzano la responsabilità della libertà individuale. L’etica condivisa nasce così dalla formazione scientifica individuale durante l’intero arco della vita di una persona. A livello locale si forma l’immagine del gruppo etico, seguendo lo stesso sistema per cui l’individuo organico si forma partendo dalla sintesi di cellule locali che si diversificano in base all’ambiente proteico e all’attivazione di particolari sezioni di dna. Etiche globali e scelte individuali per il futuro.

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