la corsa vana dell'antidoping
la corsa vana dell’antidoping

Mentre la domenica scorreva tra una gara di Formula 1 e gli ultimi slalom della stagione sciistica a Indian Wells si erano concretizzati due rientri non troppo eclatanti. Lo spagnolo dal braccio di ferro, o forse dal peso specifico del piombo, sconfiggeva Roger Federer che risente dei riflessi leggermente più spenti di un trentenne e di una schiena in vena di scherzi. Dall’altra parte del tabellone Juan Martin Del Potro ha disilluso le speranze di Novak Djokovic, il quale era imbattuto da inizio stagione. Anche l’argentino è di rientro da un infortunio (al polso) ma, al contrario di Nadal, ha impiegato molto più tempo per tornare ai vertici di un tennis estremamente competitivo. In più, nella giornata di ieri, non è riuscito a vincere, con la conseguenza che il titolo di Indian Wells è andato allo spagnolo il quale ha incrementato il numero delle statistiche delle sue vittorie (il conto preciso lo lascio a giornalisti migliori di me). Rafa è stato molto più veloce di Delpo per recuperare un tennis in grado di riportarlo ai vertici, e questo, sbirciando tra articoli e non troppo velati commenti, sembra aver rinfocolato l’idea che dietro le prestazioni fisiche dello spagnolo non ci sia solo lo spagnolo, o meglio un solo spagnolo. In effetti in Spagna c’è un altro personaggio abbastanza conosciuto, il cui nome è rimasto impresso a causa dei suoi frequenti collegamenti con sportivi professionisti che hanno fatto uso di sostanze dopanti. Si tratta del medico Eufemiano Fuentes, il cui nome è stato spesso collegato a casi di doping. Il pensiero che probabilmente si è affacciato nella mente di molti ha effettuato un paragone tra le differenze di recupero dei due tennisti (lo spagnolo e l’argentino) con Nadal che in meno di un anno è riuscito a rientrare.

Se a prima vista il paragone potrebbe apparire valido c’è da considerare almeno altri due aspetti: il primo riguarda la tipologia dell’infortunio, mentre il secondo è in stretta correlazione con lo sport praticato dai due giocatori, ovvero il nostro tennis. Rafa ha avuto dei problemi alle ginocchia, mentre Del Potro ebbe la sfortuna di farsi male al polso. La differenza diventa fondamentale se messa in relazione con il gioco del tennis, che, nonostante il fattore atletico sia diventato importante, rimane uno sport in cui l’incisività dei colpi rimane fondamentale. In fondo lo si è sempre pensato, e lo hanno pensato in molti, soprattutto quando si scriveva e si parlava dello svizzero Roger Federer. Sono stati sprecati fiumi di inchiostro per affermare che Roger non faceva sforzo e che questo gli avrebbe permesso di avere una lunga carriera, come infatti sta accadendo. Si tratta indubbiamente di una verità che ci spiega anche il motivo per cui l’argentino Del Potro abbia faticato molto per rientrare ai vertici: il suo infortunio, infatti, era in una zona fisica altamente sensibile per l’esecuzione dei colpi. Questa realtà ha impedito un recupero veloce nella sicurezza di esecuzione non influendo sulla mobilità dell’atleta. La situazione opposta è quella che ha riguardato Rafael Nadal: una mobilità preclusa ma con il movimento del pendolo braccio-racchetta che non ha subito conseguenze e quindi non è stata necessaria una rielaborazione dei movimenti ai fini dell’esecuzione.
Se è indubbio che il gioco del tennis stia diventando sempre più fisico è altrettanto incontestabile che la maggior parte dei colpi si giochino ancora spostandosi non più di due o tre passi; e che comunque un’ottima abilità nel timing, o una maggiore inerzia nella parte alta del corpo, possa sopperire a lievi difetti di posizionamento della parte bassa. Questo spiega molte cose delle differenze tra i due giocatori che ieri si sono affrontati nella finale di Indian Wells. In fondo come si fa a sostenere con certezza che Nadal fatichi più di Federer nel colpire la palla imprimendole quella velocità e quella rotazione che lo contraddistinguono? In una collisione la forza impressa alla pallina viene data dalla velocità del sistema braccio racchetta e dalla sua pesantezza, con un occhio di riguardo a quest’ultima.
Ma c’è ancora un aspetto interessante in questa faccenda di veleni e merletti e riguarda una predisposizione evolutiva della nostra mente nel trovare le spiegazioni alla realtà che ci circonda. Da sempre gli individui che avevano la predisposizione a trovare una causa agli eventi, una qualsiasi motivazione, sono presumibilmente stati avvantaggiati nella loro corsa alla sopravvivenza. Se da un lato questo ci consente di elaborare e trovare spiegazioni dettagliate che fanno riferimento a più fattori e in alcuni casi a elementi altamente preponderanti, dall’altro esiste la possibilità di una eccessiva semplificazione in cui si cerca una macro causa per ogni situazione che ci troviamo ad interpretare quotidianamente. Un ramo spezzato potrebbe essere il segno del passaggio di una tigre dai denti a sciabola, un terremoto il segno di una volontà divina, il recupero rapido di un giocatore la conseguenza di un intervento esterno, magari non consentito. La realtà è invece spesso diversa, più sfaccettata e articolata, anche quando una micro causa implica un evento di grandi dimensioni. Sollevare dei dubbi sull’onestà sportiva di Rafeal Nadal, senza avere la minima prova e nemmeno il più vago indizio è molto simile ad attribuire le cause di un terremoto all’intervento di una divinità. Purtroppo però questo modo di pensare è sin troppo diffuso. Una deriva genetica.
E buona stagione sul rosso.
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