Uno dei motivi più affascinanti per amare la matematica sono i frattali di Mandelbrot. Conosciuti anche al di fuori della matematica per le figure a cui danno origine permettono riflessioni anche in altri ambiti e inducono a una comprensione accurata della realtà che ci circonda. Se l’aspetto estetico è legato alla bellezza delle figure le implicazioni filosofiche derivano dalla diffusione in natura delle forme frattali. Con una visione d’insieme dei processi evolutivi Mandelbrot e Darwin hanno definitivamente reso desueto il concetto filosofico di essenza, che resiste solo per convenienza interpretativa della realtà. Definiamo e chiamiamo “gatto” un gatto solo per intenderci su quello di cui parliamo, nel caso specifico un gatto, appunto. L’evoluzione ci dice che il gatto è il frutto di un processo che non è fermo nel momento in cui lo osserviamo. Fermare la realtà definendo la “categoria gatto” è un utile convenzione e niente di più. L’evoluzione non evidenzia confini, né separazioni nette. Non stabilisce quando un gatto è divenuto tale nel senso in cui lo intendiamo né quando un gatto diverrà talmente diverso da se stesso da iniziare a meditare di essere definito con un nome diverso. Speciazione e ibridazione forniscono informazioni sull’entità delle diversità cumulate per adattamento, ma l’evoluzione ha un andamento fluido in cui la caratteristica principale è quella del movimento. Così ogni concetto immobile nel tempo perde il suo valore assoluto e con lui la necessità di definire confini netti viene meno, utile solo per motivi di catalogazione. L’albero della vita procede per trasformazioni da un’origine comune, attraverso meccanismi di adattamento che ogni specie condivide e da cui nascono le diversità che hanno portato alla necessità di definizioni e catalogazioni.

La stessa assenza di confini si nota nella matematica frattale di Mandelbrot. Figure si compenetrano le une nelle altre a maggiore e minore scala, confondendo le proprie linee, le proprie distinzioni, fondendosi e rendendo difficile stabilire l’inizio e la fine di un concetto o un’essenza. Queste forme sono diffusissime in natura: il cavolo romano, foglie di felce, la forma di una scogliera, un fiocco di neve, la semplice ramificazione di un albero. La natura non traccia confini netti (linee su un foglio). Dov’è il confine di un fiocco di neve con lo spazio che lo circonda? È un confine fluido che si dispiega in modo non lineare all’interno delle ramificazioni stesse dei cristalli. È qui, è lì, è all’interno del fiocco stesso. Una parte del fiocco è nell’aria, un po’ di aria è nel fiocco.
Evoluzione e geometria della natura comunicano di una realtà in cui ogni confine di comodo non esiste nella realtà. Non vi è ragione di pensare che questo sia diverso per le categorie con cui gli uomini interpretano la propria vita sociale. Bianchi, di colore, eterosessuali, omosessuali, tedeschi, francesi, italiani, svedesi, del nord, del sud, arabi, cattolici, protestanti, indù, mormoni, atei. Intelligenti e stupidi, belli e brutti, donne e uomini, razze e specie. Queste comode categorie, non di rado associate a pregiudizi, non esistono nella realtà della natura, tantomeno esistono in forma tale da giustificare discriminazioni e razzismi, intolleranze e chiusure. Anche queste categorie sono fluide, si confondo, si compenetrano come i confini dei frattali. Mutano ed evolvono come la vita muta ed evolve. Le forme intermedie sono davanti ai nostri occhi, che, però, spesso rassicurati, nonché accecati, non le vedono. Quale sarebbe il colore mulatto di confine? Quando una persona può essere definita stupida e quando intelligente? Quando un gatto ha iniziato a essere un gatto e quando smetterà di esserlo? Ogni confine è una convenzione, ogni essenza una comodità che quando inizia a vivere slegata dalla realtà diviene pericolosa perché giustifica se stessa come una verità, mentre è solo uno strumento per agevolare la comunicazione. Diviene un fine da perseguire con la pretesa di essere e non di descrivere la realtà. Un “gatto” diverrebbe un “gatto” da quando gli uomini hanno iniziato a chiamarlo così. Rischiose presunzioni umane. Le nostre differenze sono mescolate con le nostre uguaglianze e da queste ultime derivano. Tutto ciò che è profondamente diverso ha acquisito tale diversità per motivi contingenti e in funzione dell’adattamento.
Riconoscere e accettare questa realtà permette, se lo si sceglie, di abbandonare logiche di divisione che tracciano confini netti di separazione, consapevoli che il motore della vita è un flusso continuo, in cui ogni tentativo di distinzione è infine arbitrario. Ne può nascere un etica dei confini anzi dell’assenza dei confini, in cui il gesto altruistico, la comprensione, il rispetto, la convivenza nascono e si alimentano nei limiti della comprensione condivisa della realtà. Uomini e animali condividono molto: ricerca del cibo, sessualità, desiderio di scansare il dolore e ricercare il piacere di una vita migliore, riproduzione. Le differenze risiedono nelle forme e funzioni con cui si cerca di raggiungere una serie di obiettivi comuni in ambienti diversi. Non c’è spazio per la separazione drastica e impermeabile in questa visione del mondo, che, al contrario, è segnata dalla continuità della trasformazione affinché la vita continui ad esistere. Anche questo è un scopo molto comune, non solo all’apparenza.
Ogni discriminazione, ogni pregiudizio, si basa sulla separazione, sulla distinzione chiara, ma evoluzione e matematica suggeriscono in modo evidente che tutto questo, in fondo, non esiste ed è solo un’apparenza, un comodo modo per descrivere il mondo. Un’etica dell’assenza di confini, in cui è impossibile appellarsi a una presuntuosa distinzione per affermare una supremazia morale, intellettuale, di colore, di genere o specie, è sotto i nostri occhi. È sufficiente saperla vedere.

20121210-195710.jpg

Annunci