Cosa hanno in comune?

Esiste solamente una cosa che accomuna tutti gli esseri umani su questo pianeta. Si tratta delle comuni radici evolutive, dalle quali nascono le differenze di vario tipo. La struttura fisica, la predisposizione a credere in una religione, il modo di pensare, la predisposizione a creare culture, società e lingue diverse sono tutte caratteristiche che nascono in virtù di “qualità” che permettono, ed in passato hanno permesso, l’adattamento ad ambienti diversi. L’evoluzione insegna anche che, in condizioni di isolamento o di confronto biologico e culturale limitato, le differenze tendono ad aumentare sempre di più fino a raggiungere dal punto di vista biologico la speciazione e da quello culturale l’incomprensione. Lo studio dell’evoluzione nelle isole chiarisce bene queste caratteristiche. Non a caso l’intuizione venne a Charles Darwin dopo aver visitato le Galapagos. Ma è interessante soffermarci su come l’analogia con l’evoluzione sia molto calzante anche quando si studiano le società umane. Il nascere e il formarsi delle lingue è un esempio esplicativo. In gruppi diversi e molto distanti tra di loro nascono per modificazioni graduali parole e associazioni di significato diversi che portano, con un isolamento che tende a continuare, a un vero e proprio linguaggio nuovo: una lingua. Inoltre gli studi delle zone di confine tra linguaggi e Stati nazionali descrivono forme di compenetrazione tra diversi linguaggi. Gli isolamenti, anche ristretti, nelle valli alpine permettono la nascita di piccole nicchie di linguaggio, come il Ladino. Anche le valli sono isole. Le culture sociali non sono immuni a queste dinamiche. Si creano identità di valori, comportamenti, abitudini che permettono l’identificazione dei singoli individui a un gruppo ben preciso. Questo risponde a un vantaggio evolutivo in quanto un gruppo coeso e numeroso aumenta in senso probabilistico le possibilità di sopravvivenza dei singoli individui, che appartengono a quel gruppo, o società.

Pertanto le differenze fisiche e culturali che esistono tra individui appartenenti a gruppi diversi sono da correlare come una necessità comune che ha una spiegazione darwiniana. Al tempo stesso la presenza di un’infinita varietà di tradizioni e di culture è anch’essa tipica delle caratteristiche di cecità e contingenza dell’evoluzione. Numerosi tentativi sono infatti necessari perché l’assenza di progettualità non permette di sapere quale differenza, o caratteristica, sia la più adatta in determinate circostanze. Quale organizzazione sociale funzionerà meglio? “Non lo so proviamone tante?” La domanda e la risposta lasciano troppo spazio alla fantasia ma permettono di chiarire bene l’impossibilità dei meccanismi evolutivi di fare previsioni. Come potrebbero…

Le funzioni delle religioni sembrano, nelle loro caratteristiche principali, rispondere anch’esse a quelle caratteristiche che permettono una maggiore coesione di gruppo e al tempo stesso, come conseguenza, una riduzione delle defezioni, ovvero di quei comportamenti, e azioni, in grado di disgregare l’organizzazione e la struttura sociale. Questa funzione è comune a tutte le religioni, infatti troviamo sempre insegnamenti di comportamento che biasimano le azioni che vanno contro gli altri individui. Le etiche religiose condannano il furto, il desiderare la donna d’altri (spesso con la donna ritenuta una semplice risorsa riproduttiva) e stimolano a essere caritatevoli e ad agire con comprensione e aiuto rispetto ai propri simili. Per simili, considerata l’età storica della nascita delle prime religioni, s’intende coloro che appartengono, anzi che appartenevano alla piccola tribù ristretta. Per questo motivo quella che è una funzione positiva all’interno del gruppo nel confronto fra tribù diverse diviene spesso elemento di chiusura e di incomprensione, proprio perché la sua funzione è quella della salvaguardia della coesione di un singolo gruppo. Si tratta di un’etica interna, anzi di più etiche interne, che nascono con finalità simili se non uguali e che, quando divergono su molti aspetti, e in situazioni di isolamento tenderanno a divergere, agevolano l’incomunicabilità e l’incomprensione. I casi storici sono molteplici e fin troppo sotto gli occhi di tutti.

Comprendere queste dinamiche, che sono in ultima analisi dei meccanismi evolutivi, non può non aprire la via a una valutazione etica della grande idea di Charles Darwin. Valutazione che non può non sfociare in un giudizio estremamente critico nei confronti di tutti comportamenti e di tutte le scelte che cercano di affermare una cultura sull’altra sulla base di una presunta superiorità o una religione sull’altra sulla base di una maggiore e presunta veridicità. Macroscopiche differenze esistono per finalità comuni. Se gli uomini un giorno riusciranno a convivere potranno farlo solamente nel momento in cui avranno preso coscienza razionale dei motivi reali e veritieri che in alcuni casi li rendono diversi. Perché la comprensione logica è corrosiva di ogni pseudo argomentazione e di ogni mito che glorifica in modo autoreferenziale il singolo gruppo. Capire che essere musulmani, ebrei, cristiani, indù, deriva dal fatto comune di avere simili, anzi identiche, predisposizioni evolutive alla sopravvivenza ritengo sia l’unica via per arrivare alle fondamenta universali della convivenza. Non potranno riuscirci le singole religioni, perché fanno parte del gioco, e anche la concezione relativistica, intesa in senso assoluto, scricchiola quando non fornisce una spiegazione evolutiva razionale del perché esistono e del perché dovrebbero essere accettate le differenze esistenti su questo pianeta.

E’ ridicolo uccidersi per una diversità causata da una contingenza.

Anche su darwinetica.

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