charles darwin
Ramificazioni etiche della teoria dell’evoluzione

Nella sua concezione il biologo inglese non ha mai fatto riferimento al concetto di superiorità e nemmeno lo ha lasciato inferire dalle sue opere. Charles Darwin ha sempre fatto riferimento al concetto e all’idea di adattamento ad uno specifico ambiente. In questo contesto le fuorvianti interpretazioni del darwinismo sociale, così come è stato generalmente inteso, sono da ritenere completamente scollegate dalla teoria del naturalista, nonché dalle sue idee personali. Se a prima vista questo aspetto può essere considerato di poca importanza un’analisi più attenta permette tutta una serie di implicazioni che meritano particolare attenzione. Charles Darwin si è limitato a osservare, descrivere e definire i meccanismi naturali che sono all’origine delle specie.
Questo tipo di analisi è un’analisi asettica, che non ha con sé nessun giudizio morale o etico. Pensare che se la natura funziona in un certo modo allora i comportamenti umani devono conformarsi ai meccanismi naturali è un’implicazione successiva, svincolata dalla teoria, e in ultima istanza del tutto arbitraria. Infatti i meccanismi evolutivi, anche se sono riusciti a far evolvere le molteplici forme di vita così come le abbiamo studiate e come le osserviamo oggi non hanno di per se nessuna garanzia di successo, l’evoluzione produce infatti anche una serie di errori e non è inconsueto che molte specie si trovino in vicoli ciechi evolutivi. In situazioni in cui, per seguire piccoli vantaggi immediati, si riducono sensibilmente le possibilità di adattamento futuro. Appellarsi quindi a un concetto di naturalità sperando di trovare soluzioni efficaci solo per il fatto che tali meccanismi si verificano in natura non garantisce assolutamente il buon fine.
La maggior parte delle specie che sono esistite sul pianeta terra si sono estinte, i numeri ci dicono che tale processo di estinzione ha riguardato circa il 90% delle forme di vita che si sono prima affermate su questo pianeta. La prima conseguenza è quindi quella che corrode ogni idea di società che si basa sulla competizione e sul liberismo assoluto, perché anche dal punto di vista utilitaristico (concetto molto utilizzato dai sostenitori del darwinismo sociale) non c’è alcuna garanzia di raggiungere gli obiettivi prefissati. Ammesso che tali obiettivi siano definiti e chiari. Non è infatti evidente quali siano i vantaggi di società organizzate secondo il semplicistico principio della sopravvivenza del più forte. L’idea di migliorare la società senza avere dei riferimenti specifici su cosa rendere migliore e con quali modalità di funzionamento rimane un’idea astratta priva di ogni contatto con la realtà naturale e ancora di più con quella delle organizzazioni sociali. D’altronde un altro aspetto della teoria dell’evoluzione pone davanti all’uomo, ad un’analisi più attenta, la necessità di salvaguardare il più possibile la diversità proprio perché ai fini dell’adattamento permane un margine di incertezza che in natura viene contrastato proprio con la numerosità e la diversità delle soluzioni possibili.
L’intelligenza come frutto evolutivo compensa proprio questo tipo di problematiche: da un lato può permettere di salvaguardare forme di vita che per ragioni strettamente contingenti e casuali non sarebbero sopravvissute; dall’altro permette di indirizzare meglio le azioni atte alla sopravvivenza e al miglioramento della propria vita scartando tutta una serie di azioni macroscopicamente non funzionali. Tra queste vi è proprio quel darwinismo sociale che con la sua visione cieca, come l’evoluzione, potrebbe condurre l’intera umanità in condizioni da cui non è più possibile tornare indietro. Un vicolo cieco evolutivo in cui l’affermazione semplicistica del più forte rischia di condurci. L’impatto etico dell’analisi del funzionamento degli adattamenti in natura risulta essere chiaro nel momento in cui si comprende la possibilità di una sinergia tra comportamenti morali e allo stesso tempo efficienti a lungo termine. Che tipo di selezione vogliamo per le nostre società? Vogliamo selezionare il più forte? Il più intelligente? Il più umano? Il più buono? E per quali ambienti sociali di riferimento li vogliamo selezionare? E quali di queste caratteristiche potranno essere un vantaggio per i singoli appartenenti al gruppo? Come si può vedere da queste semplici domande l’approccio è molto più complesso anche se parte da basi semplici evolutive. Siamo veramente sicuri che il più forte sopravvivrà in condizioni ambientali diverse rispetto a quelle in cui era favorito? Se e come gli individui sono utili a se stessi e alla società dipende dal tipo di organizzazione di quest’ultima. A Sparta servivano guerrieri.
Per le società che vogliamo realizzare, pertanto, è opportuno porci delle domande strategiche su ciò che abbiamo intenzione di creare. In questo senso la comprensione dell’evoluzione ci mette davanti a domande responsabili e per questo motivo al tempo stesso etiche. Scegliere il tipo di società che si desidera, e mettere in condizione gli individui di vivere secondo le caratteristiche della società stessa. La domanda fondamentale è quindi questa: quali sono le caratteristiche di una società che ha maggiori probabilità di sopravvivere nel lungo termine, in futuro, per decine di millenni? Può essere una società che si basa sull’affermazione del più forte? O del più furbo? O del più sfruttatore? O del più ingannatore? O di un super buono? Sono queste le caratteristiche che devono avere gli appartenenti a un gruppo affinché gli appartenenti al gruppo stesso abbiano maggiori chance di sopravvivenza?

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