In effetti sono anche tecnici, certi calcoli.

Non è difficile rendersi conto che una tassazione così strutturata finisce per favorire le poste e le banche. Banche che al momento del varo della legge erano nella fase più acuta della crisi e alla disperata ricerca di liquidità. Se ho un migliaio di euro su un conto deposito che mi frutta il 2% annuo, ossia 20 euro, e devo pagare 34 euro di bollo finisco per perderci e mi conviene spostare tutto sul classico conto corrente bancario o bancoposta. Non prenderò neppure un centesimo di interessi ma almeno, grazie all’esenzione, non pago nessuna imposta di bollo e non vado in perdita.

Per di più, grazie alla soglia di 34,2 euro sotto cui non posso comunque scendere, il prelievo risulta fortemente regressivo vale a dire che l’aliquota aumenta al diminuire della ricchezza. Il punto di equilibrio, quello in cui i due regimi di tassazione si equivalgono, si verifica solo per un investimento di 22.800 euro. In questo caso sono fuori dalla soglia di esenzione dei 5.000 euro e il prelievo dell’1,5 per mille è esattamente pari all’imposta di bollo da 34,2 euro. Stando ai dati di

Assogestioni (l’associazione che riunisce gli operatori del risparmio gestito) su 6 milioni di italiani che possiedono delle quote di fondi di investimento 4,2 milioni hanno però investimenti al di sotto di questa soglia. Finiranno pertanto per subire un prelievo che va dall’1,5 per mille al 34% del capitale investito con l’aliquota che cresce man mano che il valore dell’investimento si abbassa.

Via il fatto quotidiano.

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