David Foster Wallace

È sempre la vecchia storia che riguarda la bruttura ripetitiva del tennis moderno. La macchinetta spara palle. Corri e tira! Scatta, muoviti! Rapido e non rallentare mai il braccio. Per le volèe non c’è più tempo. E gli attacchi in contro tempo? Per carità! Ma quale tempo?! Di questo tennis moderno tutti si lamentano ma nessuno fa niente. Sopratutto non fanno nulla coloro che avrebbero la responsabilità e il ruolo di fare qualcosa: ITF e ATP. Gli appassionati, almeno quelli di una certa età con una buona memoria, invece si lamentano. Sempre. Sui forum, su social network. Il grido “racchette di legno” rimbalza tra cinguettii, il post di un blog e una discussione su Facebook. Ormai da anni senza sosta, la protesta è diventata retorica e rischia di stancare se non lo avesse ancora già fatto ai tempi della lettera di Gianni Clerici a Mr Tobin. Erano un bel po’ di anni fa, più o meno quando John McEnroe iniziava subire le badilate da fondo di Ivan Lendl, che lui insieme alla sua Dunlop 200g reggevano con molta fatica (figuriamoci quelle di Agassi, per ammissione dello stesso McEnroe: “non ho mai giocato contro nessun giocatore che colpisca la palla così forte, così spesso e in maniera così accurata”). Considerata la situazione (e lasciando da parte, per ora, l’indiscutibile realtà che nel tennis l’aspetto atletico è diventato fondamentale) dopo anni di inattività indolente, inazione e spallucce una domanda sorge spontanea: tutto questo si è casualmente verificato per superficialità, non curanza al limite dell’incapacità, o sanno quello che fanno coloro che gestiscono il tennis globale? Il tennis è globale come l’economia, non si può negare.

Questi signori si sono trovati davanti almeno a un problema e le circostanze indicano che non era quello dell’estetica, del bel gesto bianco, anzi ormai sbiadito. Il romanticismo lascia sempre il passo ad altre concretezze e la giustificazione che sarebbe stato un errore fermare il progresso tecnologico non ha le caratteristiche per resistere a lungo. Limiti e regolamenti non arginano sempre l’innovazione al contrario non infrequentemente ne migliorano l’efficacia in quanto inducono a innovare all’interno di circostanziate maglie di riferimento.

I tempi televisivi erano uno strumento su cui agire e aumentare la velocità di palla implicava ridurre mediamente gli scambi, per un certo periodo sono diventati troppo brevi ma superfici e condizione atletica hanno riportato la loro durata su tempi accettabili, oggi forse lunghi come venti o trent’anni fa. Ma si può ipotizzare quanto durerebbero le partite se la palla viaggiasse più lenta su ogni colpo: probabilmente troppo e gli sponsor investono per spazi televisivi in base all’ora di programmazione. Un prime time è un prime time. Cribbio! Se paghi per un orario di punta e ti ritrovi alle undici di sera “sei fuori” dal business direbbe Briatore. Questa situazione pone l’establishment del tennis in un cul de sac. Un vicolo cieco in cui la ritirata non è semplice come si potrebbe sospettare: se si interviene sulle racchette in modo da indurre una minore velocità di palla e permettere a più giocatori di sfruttare tutto il campo e tutti i colpi del tennis i tempi di gioco rischierebbero di allungarsi troppo anche per gli spettatori. Provate voi, inoltre, a prendervi la responsabilità, oggi, di far tornare tutti a giocare con racchette dall’ovale da 65 pollici e dal peso di 400 grammi…si rivolterebbero anche i giocatori, almeno alcuni, quelli che vincono di più.

Il suono è quello di un’ottima giustificazione. Nell’evoluzione del tennis vi sono però anche altri aspetti da considerare che coincidono casualmente con gli interessi di pochi. Un numero ristretto di aziende, uomini e tornei. Avere qualche divinità e qualche dio miniore è un vantaggio per coloro che hanno potenzialità economiche, che di tennis vivono, sul tennis investono e del tennis fanno un business. La piccola e media impresa nel tennis è scomparsa con il piccolo e medio giocatore che si vede sempre meno e tantomeno si innalza a mito religioso. Le vicende non sono diverse fuori dai limiti di questo sport ne è una conferma il lento inaridirsi del tessuto economico di un paese come l’Italia in cui le attività di medie dimensioni erano il sistema nevralgico dell’economia e della società. Oggi lo sono sempre meno. La concentrazione è il miglior mezzo per accumulare ricchezze. La loro diffusione è troppo democratica sopratutto se è omogenea. Così ogni multinazionale ha la sua divinità maggiore da osannare enorme come se stessa, sopravvive qualche dio minore per minoranze eccentriche in stile Dolgopolov ma i culti limitati sono serviti alla massa. Lo ha scritto Foster Wallace su New York Times qualche anno fa: Federer è ormai un’esperienza religiosa.  Tale status metafisico agevola la vendita di gadget, statuine, figurine e simboli come a Madjugorje. Esistono anche varie forme di pellegrinaggio verso lo stadio del torneo più vicino e di turno: si va a Wimbledon, allo Us Open, a Melbourne e a Roma come a Santiago di Compostela o alla Mecca quando è di scena il proprio dio e si ritorna con un cappellino firmato, una racchetta rotta da rivendere su Ebay o addirittura un polsino sudato, se si è fortunati.  Non solo Federer quindi ma l’intero tennis è oggi un’esperienza religiosa politeista a vantaggio di chi crea e gestisce una manciata di divinità. C’è chi è con Zeus, chi con Apollo, altri con Minerva o Eolo.

E’ opportuno rompere questo giocattolo, bello e produttivo, per vagheggiare un romantico quanto adolescenziale gesto bianco?

Ogni racchetta di legno è un grosso problema. Un’apostasia.

Fabrizio Brascugli

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