In molti si chiederanno di quale divinità si stia discutendo o scrivendo in questa particolare occasione che ha la pretesa di contraddire millenni di consuetudine in cui l’agnosticismo ha spadroneggiato su ogni interpretazione degna di nobiltà. L’agnosticismo se la cava egregiamente quasi in modo regale sostento che, in fondo, non si può dire, tanto meno dimostrare l’esistenza di dio, anzi di nessun tipo di di divinità. Dovremmo dichiararci agnostici, sfioro la banalità, nei confronti di ogni divinità o semi divinità che hanno popolato la mitologia della storia umana, dagli elfi dell’Europa centrale alle ninfe greche di vario ordine e grado, compresa la fatina dei denti.

Ci aiuta un po’ nel districare le difficoltà la scala da uno a sette che il biologo Richard Dawkins propone ne “L’illusione di dio”, in cui dichiara che non potendo dimostrare l’assoluta inesistenza di dio (scala 7) più ci si avvicina al massimo più si è atei piuttosto che agnostici. Ma il paladino dell’evoluzione darwiniana a volte, ed è una cosa rara, perde l’occasione per stringere la logica intorno alla possibilità di evidenziare come la teoria di Darwin sia fondamentale nell’erodere l’esistenza di una divinità intesa in senso classico, concezione a cui fanno riferimento le religioni. La divinità è sempre ritenuta qualcosa di onnipotente, onnisciente, che ha dato origine al mondo e che non di rado conti una ad intervenire nelle vicende umane. I miracoli delle varie religioni ne sono la diretta conseguenza e manifestazione.

Quello che è evidente è che certi appellativi, oltremodo fisici nonostante i frequenti e sperticati richiamo all’ambito metafisico, sono stati erosi dalle prove a sostengo dell’evoluzione. Ogni volta, e accade spesso, che per ragioni inevitabili, le religioni sono costrette a scivolare nella realtà delle cose concrete, il legame intrinseco è già nel concetto di creazione di mondo fisico da parte di un’entità metafisica, queste e le loro concezioni sono costrette a relazionarsi con con la fisica e le leggi scientifiche che regolano l’andamento dell’organizzazione della materia. Fra queste c’è l’evoluzione, la quale fornisce chiare indicazioni sulle contraddittorie qualità fisiche del divino. Anzi le prove a sostegno dell’evoluzione posseggono una seconda faccia della medaglia che dimostra l’inesistenza di un tipo fisico con i poteri del supereroe.

Il nervo laringeo ricorrente, con il dispendioso quanto inutile percorso fino al cuore per risalire fino alla laringe, è una di queste; il condotto dei testicoli che risale con un percorso a scapito della funzionalità è un’altra; l’occhio con l’eclatante imperfezione dei collegamenti dei fotorecettori che intralciano il flusso dei fotoni, rappresenta un evidente ulteriore esempio; ma ne esistono di molti altri anche se sono di minore impatto. Certe crudeltà insite, e non infrequenti in natura, si discostano inevitabilmente dagli attributi anch’essi metafisici di un essere “infinitamente buono”. In questo caso gli esempi sono più immediati e si comprendono in modo più intuitivo. È sufficiente avere in mente i caso più semplici senza dover fare appello a quelli più sofisticati che si possono ritrovare in natura. Le abitudini del cuculo sono ormai comuni ai più e con il tempo lo sono divenute anche quelle di felini che uccidono i cuccioli di altri maschi allo scopo di far tornare fertili le femmine ed evitare si assumerai gli oneri per cuccioli che hanno il proprio patrimonio genetico. Non chiamare in ballo le nefaste vicende della storia umana dai tempi della mezza luna fertile è necessario per non incorrere in critiche che tirerebbero in ballo il classico libero arbitrio e una eventuale responsabilità da scontare in un al di là, ma sono anch’esse prove di un’infinita bontà un po’ latitante. Ma sono sufficienti i pochi esempi citati che tecnicamente vengono definiti “legati evolutivi”, perché sono il risultato meno efficiente di situazioni adatti ve che in passato erano più efficaci e comunque non rappresentavo un evidente difetto in relazioni a determinate situazioni contingenti di forma e di ambiente. Il laringeo ricorrente, che è una ramificazione del vago, nei pesci che non hanno il collo non rappresentava un’inefficienza eclatante nonostante girasse intorno al cuore. Successivamente con la fuoriuscita dall’acqua e la necessità di un principio di collo per vedere più lontano ogni brevissimo allungamento del nervo rappresentava la soluzione migliore anche se leggermente inefficiente. Questo ha portato nelle giraffe a un laringeo ricorrente lunghissimo e l’uomo ne ha una forma meno allungata ma non progettualmente più ideale, quando per raggiungere la destinazione sarebbero stati sufficienti pochi centimetri dal cervello alla laringe. Il percorso del dotto dei testicoli, in salita per poi far tornare il proprio contenuto più in basso per uscire è il lascito di tempi in cui con la presenza di testicoli non scesi e posture non erette rendeva il tutto più razionalmente accettabile di quanto lo sia ora.

Gli appellativi strettamente fisici si scontrano con realtà altrettanto fisiche che parlano di una storia di errori, imprecisioni, che nessun ingegnere commetterebbe in fase progettuale. Rimane spesso l’estremo ratio della difesa: quella che si trincera dietro l’imperscrutabilità della logica divina. Insomma l’uomo sarebbe troppo incompleto, forse proprio stupido per comprendere rientrerebbero in un disegno di perfezione a lungo termine. Come naturalmente non è dato saperlo, tanto meno conoscerò, considerata l’enorme superiore capacità progettuale del tipo che riuscire a trasformare i difetti in pregi in futuro. Anche in questo caso però, dopo un primo distacco metafisico, la fisica ritorna prepotente a chiedere il conto della realizzabilità o almeno di una giustificazione. Ogni azione umana rischierebbe, seguendo questo percorso contorto di essere svuotata di valore logico, razionale, etico e responsabile alla luce di un nebuloso procedimento che non considera difetti i difetti, errori gli errori, le buone azioni potrebbero anche non essere quello che sembrano e lo stesso si potrebbe dire delle cattive azioni.

Il darwinismo era pericoloso ai tempi di Darwin e lo è ancora di più oggi che molte prove lo corroborano. Lo sanno molto bene coloro che cercano nell’alveo più grande di un progetto divino sperdendo che in molti non si accorgano delle evidenti contraddizioni. È un’idea pericolosa quella del biologo inglese e la sua pericolosità è sta compresa da subito, duecento anni fa. Per questo si è cercato di screditarlo (tentativi c’è ne sono ancora oggi) e come secondo tentativo, non inconciliabile con il primo, di assorbirlo smussando gli angoli più spigolosi. Ma si trascura il fatto che proprio questa spigolosità, nei confronti delle concezioni creazionistiche riferite a divinità classiche, è connaturata all’evoluzione stessa. Ogni volta che si scopre un fossile che corrobora la teoria la prova nega l’esistenza di un dio classificabile nel senso classico per qualunque religione. Tale corrosività graduale è uno dei metodi con cui la scienza evidenzia cosa sia realmente reale. Allo stesso modo con cui ogni giorno, utilizzando l’illuminazione delle abitazioni, i principi alla base della flusso di elettroni per differenza di potenziale vengono confermati riducendo verso lo zero ipotetiche teorie che vorrebbero negarli, allo stesso modo le conseguenze indirette del darwinismo negano gli attributi classici delle divinità. Tale contrasto è difficilmente sanabile e conferma che la scienza guadagna territorio relegando le religioni in ambiti sempre più ristretti e veramente metafisici, o, per usare altri termini, di pura fantasia. Dopo Darwin il linguaggio religioso rischia di parlare all’illusione, alla speranza, all’emotività, piuttosto che spiegare un’organizzazione reale del vivente e del mondo.

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