Nel mondo moderno sembra che le religioni siano riuscite, con il tempo, a ritagliarsi una nicchia in cui rimangono esenti da critiche. Le frange estremistiche e più fondamentalistiche di ogni religione sembrano riuscire a svolgere un ruolo di protezione a questa particolare immunità. Le recenti rivolte del mondo arabo, conseguenza di un film su Maometto pubblicato su internet, testimoniano che l’avanguardia di queste frange riesce nemmeno troppo indirettamente a influenzare i governi. L’ amministrazione Obama, in merito alla questione è stata indotta a chiedere a Yuotube (proprietà di Google) di rimuovere il video oggetto dello scandalo. Nella Russia ortodossa una ballata goliardica alla “amici miei” delle Pussy Riot è constata un paio di anni di carcere alle componenti del gruppo per blasfemia, con la benedizione dell’ex KGB Valdimir Putin. Ciò che viene considerato un’offesa alla Chiesa Ortodossa nella Russia Moderna sembra sia sin troppo legato a consuetudini legali di qualche secolo fa. Ma questi non sono caso isolati. In Indonesia c’è stato il caso di Alexander Aan, condannato per aver manifestato le proprie convinzioni non religiose su Facebook. Si sarebbe dichiarato ateo sulla propria pagina.

L’università di Chicago e l’australiana Monash University hanno pubblicato uno studio dello psicologo Nicholas Epley e dei suoi colleghi i quali hanno evidenziato che coloro che credono in Dio ritengono anche che sia molto più simile a loro piuttosto che agli altri essere umani.

Una parte del cervello dei credenti è acceso quando pensano a quello che potrebbero pensare i loro amici, mentre quando pensano a ciò che potrebbe pensare Dio in merito ad una questione si accende un’altra area della mente che è quella predisposta all’elaborazione della propria identità e delle proprie convinzioni e non quella che si era accesa in precedenza. Ciò implica che un credente ritiene che il proprio Dio sia più vicino a se stesso di quanto lo siano i propri amici, perciò sfidare Dio diviene una sfida personale che va al cuore dell’identità. Non sorprende che le affermazioni e le discussioni sulle religioni spesso si surriscaldino.
Riscontrare nella cronaca e nelle legislazioni forme di condanna per presunte offese che riguardano l’identificazione personale dei singoli individui, appartenenti spesso al gruppo più numeroso, non stupisce più alla luce di questi studi. Con una traslazione molto metafisica e totalmente arbitraria la critica all’insieme dei costrutti religiosi è percepita a livello personale e innesca reazioni emotive che nella storia si è ritenuto opportuno tutelare.
Quello che stupisce è come nel 2012 permangano resistenze al cambiamento che precludono la libertà individuale di critica verso sistemi di credenze e valori sociali che, in quanto tali, giuridicamente non possono essere associati, se non in modo incongruente alla tutela individuale. Nelle varie società moderne le critiche più aspre possono essere rivolte a organizzazioni politiche, leggi, sistemi sociali, senza che nessun individuo che li condivide si senta coinvolto a tal punto da ritenersi toccato nella propria individualità al limite dell’offesa. Invece la sacra credenza nella propria contingente religione è intoccabile in quanto dogmaticamente ritenuta vera e considerata a livello inconscio parte integrante della propria personalità.
In questo caso è la storia dei popoli con i culti che si sono succeduti nei millenni a fornire indicazioni sulla difficoltà di compiere analogie estensive troppo ardite. Nessuno oggi, in Europa del nord, si riterrebbe coinvolto da una battuta sarcastica sul dio Thor; nessuno in Grecia si sentirebbe indignato per una presa in giro di Zeus. Tanto meno nessun abitante di Cerveteri si sentirebbe scalfito da un’offesa al dio Aplu a tal punto da chiedere punizioni esemplari in protezione della religione rivelata agli Etruschi.
Non si tratta di questione di verità perché non abbiamo strumenti per stabile se una religione sia più vera di un’altra. Il fatto storico che alcune non siano più seguite non fornisce indicazioni in merito e non si può ipotizzare con certezza né che quelle attuali si conservino e nemmeno se lasceranno il posto ad altre. Ma se proprio si vuole tentare una previsione le informazioni a nostra disposizione sia storiche che sociologiche attuali indicano l’esistenza di un avvicendamento e la presenza, nelle società moderne, di un lento ma graduale distacco dai riti e dalle abitudini religiose.
Uno studio di Daniel Abrams della Northwestern University, di cui parla la BBC e il Corriere della Sera, fornisce dati chiari sul fatto che nulla preclude l’eventualità di estinzione di una religione. Come accade per lingue e minoranze linguistiche le religioni potrebbero trovarsi nel corso della loro storia a essere seguite da una minoranza per arrivare alla loro scomparsa. Anche in questo caso non ci sarebbe nessuna indicazione in grado di stabilire se la religione che resiste sia vera o falsa nei suoi costrutti solo perché è sopravvissuta.
Il lato assolutistico di certi comportamenti impositivi e repressivi si manifesta sempre di più e non riesce a giustificarsi senza ricorrere a diktat che ha come conseguenza quella di limitare la libertà di coloro i quali esprimono il proprio solo il proprio pensiero critico.

La separazione dei magisteri è illusoria. A ben guardare le religioni tendono spesso a sconfinare nella repressione di ciò che è considerato per loro pericoloso e trovano non di rado nel potere politico, che ha interessi di mantenimento di un ordine sociale qualunque esso sia, un alleato.

Rif.

http://www.pnas.org/content/early/2009/12/01/0908374106.abstract

http://www.corriere.it/cronache/11_marzo_23/estinzione-religioni-di-pasqua_ce5ac1de-5577-11e0-a0df-9d4cc30fa8b1.shtml

http://www.bbc.co.uk/news/science-environment-12811197q

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