Ne resterà uno solo

 

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Lo svizzero sembra proprio immortale. Dopo qualche annetto senza battere un chiodo da slam quest’anno è tornato ad alzare la coppa di Wimbledon, eguagliando il primato di Pete Sampras a quota sette trofei. Ma non si è limitato a trovare il massimo del proprio rendimento nelle settimane a cavallo tra giugno e luglio, anzi è riuscito a mantenere il picco di forma anche nei giorni che sono seguiti: esattamente un mese dopo ha raggiunto la finale Olimpica che ha perso solo davanti a un insolita aggressività di Andy Murray. A fine agosto ha ridicolizzato Novak Djokovic nel primo set della finale di Cincinnati rimanendo in questo modo primo in classifica. Così i record talmente innumerevoli da rasentare l’assoluto quasi non si contano e sarebbe superfluo elencarli quando sono già ben delineati da altri con frequenza tale da renderli immortali (highlander se ce ne fossero). L’immortalità è il sogno di tutti coloro che ne trascurano la possibilità dell’inesistenza.

Trascurare l’oblio rischia di riflettere la superficialità figlia della speranza. Tutto prima o poi viene dimenticato, sparisce, se non definitivamente, almeno in modo sostanziale il giorno in cui il sole diverrà una gigante rossa. Spazzato via il tema della ricerca della storia, fin troppo abusato, rimane l’ipotesi di analizzare l’ultima parte della stagione con la finalità di intuire come sia cambiato il tennis dei più forti giocatori del mondo (almeno i primi quattro) dopo la fine di un periodo che faceva del dominio di uno o due giocatori il tema prevalente.

Intuire gli eventi è più difficile, e sono cambiati, causa necessità, anche i modi di preparazione degli atleti che sembrano sempre più interessati a gestire i propri picchi di forma in relazione ai tornei a cui tengono maggiormente. Questa particolare attenzione, unita ad altre difficoltà come quella speculare della difficoltà di mantenere la stessa condizione per tutto l’anno, ha impedito a Novak Djokovic di ripercorre la strada vincente del 2011. Partito in forma per l’Australian Open ha dovuto cedere il passo in primavera e nell’estate alle mirate preparazioni ed ai determinati obiettivi di Rafael Nadal e Roger Federer, i quali non avevano intenzione di perdere le proprie opportunità: il primo di superare lo svedese Borg con sei Roland Garros e il secondo di eguagliare Pete Sampras a quota sette Wimbledon. Di queste strategie mirate ne ha subito le conseguenze anche Andy Murray i cui obiettivi individuali e nazionali erano in conflitto con quelli di Roger Federer. Con la coppa dei moschettieri in un angolo della mente e della preparazione lo svizzero e l’inglese hanno finito per dividersi Wimbledon e l’Olimpiade, giocata sugli stessi campi dei Champioships per coincidenze della storia. Nole in questo modo è rimasto al palo dell’Australian Open a inizio 2012. Eventualità che succedono in un tennis più equilibrato.

Settembre e la fine di agosto incroceranno ancora una volta le racchette e le condizioni atletiche dei primi quattro giocatori. Nadal è fuori dai giochi a causa dei problemi alle ginocchia pesantemente sfruttate nella stagione sulla terra. Djokovic dovrebbe risalire di condizione e la finale di Cincinnati, pur persa da Federer, lascia qualche ottimismo. Sia Federer che Murray, il primo all’inseguimento di Bill Tilden, dovranno fare i conti con il tentativo di prolungare l’apice di forma della propria gaussiana. Proprio questa situazione potrebbe favorire qualche ottimo professionista in agguato dalla quarta posizione in poi della classifica, che potrebbe incastrare alla perfezione la sua migliore prestazione nel puzzle delle scelte quasi obbligate dei primi quattro.

Ne resterà uno solo. Ma potrebbe trattarsi di uno diverso per ogni torneo.

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