Lo trovi anche su Pianeta Tennis

Lo svizzero vince il settimo titolo di Wimbledon eguagliando il numero di vittorie dello statunitense Pete Sampras. Nell’anno in cui il suo più agguerrito rivale ha superato Bjorn Borg per numero di vittorie al Roland Garros. Sembrerebbe quasi tutto programmato e se si dovesse scrivere la trama di un romanzo, o incrementare gli introiti di qualche multinazionale, quello accaduto nell’ultimo mese tennistico sarebbe l’ideale, Grande Slam escluso ovviamente. Ma per questo c’è ancora tempo.

Roger Federer si sbarazza del testardo ostacolo scozzese con il punteggio di 46, 75, 63, 64.

E testardo lo è stato molto Andy Murray nel giorno in cui giocava la finale tanto attesa dal pubblico inglese. Erano passati troppi anni dalla finale di Bunny Austin ben 74 anni fa, per non incaponirsi troppo. Lo scozzese era partito bene, con l’impassibile Lendl dietro i suoi occhiali da sole a osservarlo con la luce giusta. Roger Invece aveva iniziato un po’ in sordina e era finito a rincorrere sia un set di svantaggio che le violente pressioni sul rovescio per riuscire a giocare qualche dritto. Non era riuscito lo svizzero a spostarsi con la solita agilità e il suo rovescio finiva per regalare preziosi punti a Murray, insieme a qualche dritto smarrito per girare intorno alla palla. Anche la seconda frazione sembrava nelle mani dello scozzese ma insieme alle palle break ho iniziato a vedere tutti i difetti di bravehearth. Il cuore impavido ha iniziato a giocare a viso aperto, ha cercato l’arma bianca, ostinatamente i tentativi di chiudere qualche punto di troppo sul lato destro di Federer sono aumentati, nonostante lo svizzero guadagnasse metri di campi quando riusciva a colpire dal suo lato preferito. Eppure pensavo che Nadal fosse riuscito a insegnare a tutti che contro Roger è necessario dimenticarsi di colpire la palla verso il suo dritto, a meno che lo svizzero non abbia già toccato almeno cinque volte le tribune dalla sua parte sinistra. Non che questa tattica funzioni sempre ma il dritto contro dritto per Andy Murray non è al momento sostenibile. Lo scozzese infatti si ritrovava troppo spesso in ritardo, con Roger che lo pressava e lo costringeva ad abbassare la velocità dei colpi diretti sul rovescio, così che Federer poteva girarsi molto più comodamente. Un break al punto giusto, dopo la vetta dei 5 giochi, è stato più che sufficiente per portare il punteggio dei sets in parità.

L’interruzione per pioggia, dopo che avevo ripetuto almeno un centinaio di volte la frase “gioca sul rovescio” agli sventurati ospiti che avevo di fianco, aveva portato consiglio anche a Murray. Forse c’aveva pensato anche Ivan Lendl che da dietro agli occhiali deve aver visto qualcosa di simile a quello che avevo visto dalla televisione. Al suo rientro in campo infatti Andy sembrava più determinato a cercare il rovescio dello svizzero, ma lo faceva sotto ritmo, spingendo poco. In questo modo Roger ha messo a punto sia il rovescio che il dritto, mostrando una buona preparazione atletica per spostarsi e colpire con il suo fondamentale preferito. Era la frase di coaching che era sbagliata: quella giusta era “spingi sul rovescio”. A questo punto nonostante e a causa della determinazione di Murray la partita era segnata.

Ivan Lendl si era alzato gli occhiali da sole sulla testa nonostante il tetto del centrale fosse chiuso e continuasse a piovere su Wimbledon. Non aveva più nulla da nascondere, Ivan, con Andy che ciondolava troppo spesso per il campo e scivolava un paio di volte di troppo. Due break, uno per set, e turni di servizio solidissimi, hanno consegnato il settimo trofeo di Wimbledon a Roger Federer, che rinfrancato dal punteggio e dal clima di gioco è riuscito a dare il meglio.

“Però come sono cocciuti questi scozzesi”, direbbe un inglese.

fabrizio brascugli

Annunci