Gameti

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L’equiparazione del montepremi tra maschietti e femminucce a Wimbledon è avvenuta nel 2007 ma l’argomento suscita sempre l’incontinenza di nuove opinioni che nella sostanza suonano arcaiche quanto la sfida dei sessi tra Bobby Riggs e Billie Jean King, per altro persa da Riggs. Quest’anno è stata la volta di Gills Simon che fresco fresco di elezione al consiglio dell’ATP, non il “Gran Consiglio” si spera, ha dichiarato che il tennis femminile non è a livello di quello maschile che sarebbe inevitabilmente più attraente. Gli uomini spenderebbero più ore in campo e l’uguaglianza del montepremi è ingiusta. Qualche hanno fa era stata la volta di Gimelstob che aveva calcato la mano definendo le ragazze tenniste “fighette e cagne”, ma anche Pat Cash e Richard Krajicek non avevano saputo frenare le proprie dichiarazioni. “Il tennis femminile è due set su tre di spazzatura che dura solo un’ora e mezza”, il primo; “Le top 100 sono porcelline che non meritano di essere pagate quanto gli uomini“, la frase del secondo. E’ l’argomento che induce riflessioni acute. Ma ogni tipo di pensiero di questi sportivi che possono permettersi di farsi aiutare a scrivere qualche autobiografia di sicuro successo dovrebbe almeno cercare di indagare i motivi della differenza tra tennis femminile e quello maschile. Infatti è innegabile che qualche differenza ci sia. Da dove iniziano queste differenze? Da molto lontano, e sembra che, stando alle parole di cotanti professionisti, al momento la situazione si sia ribaltata. Una strategia “onesta”, ovvero quella di un tennis bello, sudato, veloce, atletico sarebbe stata sfruttata da una strategia disonesta che dirotta risorse in nome di una presunta parità verso un tennis esteticamente e tecnicamente non all’altezza dell’altro. Qualcuno potrebbe essere tentato di chiamarla imprevedibilità, ma non c’è niente di incomprensibile in realtà.

Quando un gamete divenne più grande dell’altro.

Tutto, dallo sfruttamento della donna alle dichiarazioni di Gimelstob, ebbe inizio quando un gamete ebbe più nutrimento e divenne più grande dell’altro ma al tempo stesso meno mobile. Immediatamente si spalancò la porta alla possibilità della presenza di molti gameti più piccoli e mobilissimi. Al di là del nome che attribuiamo a questi gameti, e ai loro possessori, l’organismo in grado di produrne in grandi quantità ebbe davanti la possibilità di sfruttare quello che ne aveva pochi di grandi dimensioni. Una donna nella sua vita sessuale può contare su un ovulo al mese per tutto il periodo di fertilità, circa 400 o poco più in tutto. Un uomo produce milioni di spermatozoi a ogni eiaculazione. Le risorse di una donna sono quindi più importanti e necessitano di maggiori cure per evitare che vadano perdute. Gli stessi corpi hanno seguito questo andamento evolutivo: più portato allo sforzo fisico e alla mobilità quello maschile, mentre quello femminile è finalizzato all’accudimento e alla cura dei figli i quali assumono un valore maggiore se le risorse per averli tendono a finire in modo talmente macroscopico rispetto all’uomo da poter considerare la differenza infinita. La condizione endemica di sfruttamento della donna in ogni sua forma, che non conosce differenze geografiche, culturali, né sociali e religiose ha le sue radici in questa differenza biologica, originatasi per caso e per necessità di prolungare il tempo di vita di un gamete. Una strategia “onesta”.

Ma un credente direbbe che il diavolo fa le pentole e non i coperchi, perché le donne relegate in questa condizione di sfruttamento e sudditanza hanno sviluppato altri modi per riuscire a limitare i danni della loro condizione, da cui per altro non riescono ancora ad affrancarsi del tutto. Astuzia, abilità nel mimetismo delle loro azioni e intenzioni sarebbero state fondamentali per una donna al fine di migliorare seppur di poco la propria situazione. Questa seconda ipotesi è quella evoluzionista ed è anche la più probabile rispetto a quella di Belzebù. I detti popolari sono solo una conseguenza dell’osservazione intuitiva e in questo caso maschilista della realtà.

Adesso se la scaltrezza e la maestria femminile sono riuscite negli anni a scalfire il predominio maschile e uno di questi risultati è stato quello di riuscire a equiparare i montepremi dei tornei tennistici Gimelstob, Cash, Krajicek, Simon e compagnia, (compresi coloro che hanno un pensiero sociale della stessa impronta) dovrebbero prendersela con tutti gli uomini che hanno messo le donne in una condizione ambientale tale da favorire e giustificare la pretesa che i guadagni del tennis maschile siano gli stessi di quello femminile se non altro per una sorte di compensazione storica e sociale.

L’evidenza scientifica cambia però l’angolo visuale di queste misogine opinioni, le quali apparirebbero ancora più puerili se non fossero ancora pericolose.

La spiegazione dei meccanismi evolutivi sgretola la pretesa di chiunque cerchi ci dare una giustificazione a una propria condizione di vantaggio quando questa condizione è invece solo il frutto di una contingenza. In questo caso specifico essere i portatori di gameti più piccoli e mobili, per convenzione chiamati maschili.

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