Pubblicato su Pianeta Tennis.com
“Date queste condizioni dovrebbe esserci un giocatore le cui caratteristiche fisiche gli consentono di essere competitivo per il Grande Slam quanto lo sono stati sia Laver che Budge e forse anche di più.” L’ipotetica frase di Charles Darwin avrebbe suonato più o meno in questo modo e trovarlo potrebbe essere solo una questione di tempo così come avvenne per una delle predizioni più belle, precise e stupefacenti che la teoria dell’evoluzione per selezione naturale consentì al naturalista inglese. Quella dell’ipotesi dell’esistenza, poi confermata, di una farfalla dalla spirotromba lunga 30 centimetri e in grado di impollinare l’orchidea  Angraecum sesquipedale il cui nettare è sul fondo di un nettario lungo proprio 30 centimetri. Dopo un’accoglienza di sufficienza dell’ipotesi la farfalla notturna che venne identificata non poteva che portare il nome di predicta (predetta). Il lepidottero sfingide impollinatore dell’orchidea oggi infatti si chiama Xanthopan morganii praedicta.
Xanthopan morgani predicta
Xanthopan morgani praedicta
Qualche detrattore potrebbe avanzare l’idea che ci si stia arrampicando sugli specchi ma data la lunghezza e la larghezza del campo e l’altezza della rete è consequenziale che ci siano dei giocatori la cui altezza, lunghezza e pesantezza degli arti consento lo sviluppo di un gioco altamente competitivo nelle precise condizioni ambientali di un campo da tennis (compresa l’attrezzatura composta da racchette e palline). Il colore dei capelli e la pelle chiara in questo caso sono solo l’indice della probabilità di esistenza di determinate condizioni che possono essere detenute anche da altri individui, ovviamente. La storia del tennis è lì a testimoniarlo. Naturalmente è necessario anche correre, ma arrivare sulla palla e non avere il colpo da tirare potrebbe essere frustrante, chiedete al pur bravo Flavio Cipolla.
Qualcun altro potrebbe dire che si tratti di reincarnazione, transmutazione dell’anima o intervento divino che in questo caso avrebbe dato una ritoccata anche al corpo per renderlo estremamente simile a quello del campione degli anni venti Bill Tilden. La realtà  è diversa e implica che in ambienti simili ci siano individui dalle caratteristiche simili. Il taglio degli orecchi, la forma cartilaginea del naso, gli zigomi sporgenti e il mento pronunciato. Se si dovesse cercare cibo nell’argilla rossa del Roland Garros i becchi sarebbero simili, in grado di introdursi nella secca o umida terra, a seconda delle circostanze.
Ma le analogie non si fermano qui: Bill Tilden era alto un metro e ottantacinque; Novak Djokovic lo supera di soli tre centimetri. Non so quante palline riesca a tenere in una mano Nole ma suppongo che non abbia problemi ad arrivare a cinque, il numero con cui Tilden serviva nelle esibizioni: con le prime quattro chiudeva il game e la quinta la lanciava al pubblico. Lo statunitense fu molto competitivo fino all’età di quarantotto anni, periodo della sua vita in cui riusci a vincere sette partite contro il venticinquenne Donald Budge, che non era un mingherlino e fu il primo a realizzare il Grande Slam. Correva l’anno 1941. A fermare Big Bill, o meglio a impedirgli di girare il mondo a caccia di trofei, fu anche la tecnologia del tempo. Gli spostamenti per l’Europa e l’Australia erano vincolati all’uso della nave e il tempo di percorrenza si contava in settimane, addirittura mesi. Come se non bastasse il torneo francese per buona parte degli anni venti fu riservato ai soli giocatori francesi. In questo periodo, tra il 1920 e il 1925 Bill Tilden portò nella casa della zia, in cui visse fino al ’41, sei trofei dello Us Open e due Wimbledon. Non giocò mai in Australia, il viaggio era troppo lungo e non c’era bisogno di perdere tempo in nave per dimostrare chi era il più forte in quegli anni. Lo stesso Jack Kramer lo dichiarò: “può fare ciò che vuole con la palla, può piazzarla in qualunque parte del campo desideri”.
Nel 1930 vinse l’ultimo Wimbledon e l’anno prima nel 1929 la casa della zia si arricchi del settimo trofeo americano, aveva tra i 36 e i 37 anni. Il pressante bisogno di soldi gli impose la scelta di giocare nel circuito professionistico. I due circuiti paralleli sgranarono e segnarono anche la carriera di Rod Laver, inseguito, rendendo solo ipotetico un confronto tra campioni di epoche diverse.
Oggi però c’è un solo circuito di professionisti, per raggiungere l’Australia in volo si impiegano ore e non mesi, in più la lunghezza del campo e l’altezza della rete sono rimaste le stesse. Ci sono un po’ d’erba in meno, nonché racchette e palline diverse, in giro per le Galapagos dei campi da tennis, ma queste condizioni potrebbero essere accidentali e non sufficienti per fermare Novak Djokovic, che al primo colpo d’occhio sembra una reincarnazione.
E’ solo una successiva riflessione che suggerisce più accurate certezze: in ambienti simili vincono individui simili. Se il serbo dovesse dimostrare di avere una spirotromba lunga da Melbourne a New York passando per Wimbledon e Parigi potremmo chiamarlo Il Grande Slam predetto, senza la necessità di chiamare in causa l’esoterismo. La Xanthopan morganii praedicta del tennis.
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