L’uomo che iniziò a correre nella savana (racconto di Fabrizio Brascugli, tutti i diritti sono riservati).

Savana

Il suo nome era Cielo perché quando nacque sua madre non aveva mai visto un cielo così splendente di colori. Da qualche parte oltre la foresta era accaduto qualcosa che aveva portato un cambiamento. Forse un incendio, o l’eruzione di un vulcano. E anche Cielo era diverso, se ne accorse subito sua madre e anche coloro che lo videro appena nato si resero conto che Cielo era come loro ma non del tutto. Non molto diverso ma solo un po’ diverso. Venne alla luce con quei colori che ebbero la capacità di distrarre Foglia dal dolore. Nessuno poteva sapere cosa era accaduto veramente oltre le colline a nord che loro indicavano come “oltre il vento”. Il nord ancora non esisteva come definizione.

L’abitudine alla differenza era ormai divenuta quotidiana nella piccola tribù che viveva al confine della foresta, dove dopo qualche metro iniziava la savana in cui avevano cominciato ad avventurarsi di corsa. Furono proprio queste fughe dalla foresta a permettere di mangiare carne, a volte dalla caccia tornavano con qualche erbivoro della savana: una gazzella, o un caribù. Quando questo accadeva era festa al villaggio perché con la carne ci si sfamava subito e più a lungo. La frutta e le piante andavano mangiate di frequente quasi senza sosta. Ma non era facile prendere gazzelle o caribù. I maschi del villaggio che avevano iniziato a dedicarsi alla caccia partivano la mattina all’alba e sul limite dei cespugli più alti si appostavano, aspettavano con pazienza e tendevano agguati fulminei da più lati alle loro prede. Senza la caccia di gruppo gli attacchi sarebbero stati tutti un fallimento: troppo rapide le gazzelle, troppo lenti gli arti di quei novelli bipedi. Anche quando riuscivano a nascondersi in luoghi adatti, tra due rocce o sporgenze nel terreno con un passaggio obbligato nel quale poter colpire con rudimentali sassi levigati, la maggior parte dei tentativi si risolvevano con la fuga di quelle che dovevano essere le vittime. Con guizzi, balzi laterali e accelerazioni le gazzelle si toglievano d’impaccio per fermarsi qualche centinaio di metri più avanti trafelate ma in salvo.

Il gruppo della tribù di Cielo le inseguiva ma non era in grado di protrarre a lungo la corsa. Insomma era difficile andare a caccia anche se in gruppo. Quando il periodo delle piogge era più intenso del solito le difficoltà aumentavano e non di poco. Gli erbivori della savana erano ancora più difficili da scovare e gli inseguimenti più difficoltosi. Non era insolito che i cuccioli più fragili non ce la facessero quando il cibo scarseggiava. Il mese precedente ne erano morti tre: due erano i figli di Lago e Irta e l’altro era il figlio di Corteccia, uno dei maschi più forti del villaggio e per questo divenuto presto un leader, anche se ancora la definizione migliore era capobranco. Questo accade quando si è sul confine di ciò che appare un passaggio essenziale.

Ma torniamo a Cielo. Quando nacque tutti notarono che aveva meno pelo degli altri cuccioli i quali erano ricoperti da un spesso strato di pelliccia che li proteggeva dalla pioggia, dagli insetti, da urti accidentali, nonché dal vento, dal freddo e dall’eccessivo caldo. Si creava tra le pelle e l’esterno uno strato che frastagliava l’aria rendendola di una temperatura più vicina a quella corporea. I membri della tribù a prima vista avevano il corpo quasi completamente ricoperto da peli spessi. Ma un occhio attento avrebbe notato lievissime differenze nella distribuzione della pelliccia. Chi ne aveva di più sulle spalle e meno sul ventre, chi ne aveva di più sulle braccia e sulle gambe e meno sul busto, era così per tutti. Cielo era diverso e si notava a prima vista che, nonostante il difetto non fosse evidentissimo, i suoi bulbi piliferi erano diradati tra di loro un po’ di più delle differenze che c’erano fra gli altri membri del gruppo. Poco, ma di quanto era sufficiente a rendere quella dissomiglianza rilevabile a una prima occhiata.

“Non vivrà a lungo!” Fu la sentenza di Corteccia appena lo vide tra le braccia della madre, che pianse. Anche Foglia era convinta di quella verità anche se nel suo intimo continuò a sperare che accadesse qualcosa di diverso. Il primo anno fu un anno durissimo per Cielo, con sua madre che non si staccava da lui per riscaldarlo nelle notti più fredde. Superò una febbre dopo un temporale che lo bagnò completamente a differenza degli atri cuccioli. Furono dieci giorni di agonia in cui Foglia si oppose alla volontà della tribù di abbandonarlo per far fronte a un trasferimento a causa della scarsità di cibo. La madre trasportò il figlio per miglia imponendosi di non sentire la stanchezza, finché riuscì ad arrivare nel luogo che il gruppo voleva raggiungere. Lì, vicino a un laghetto che garantiva acqua e cibo, una settimana di sole e caldo agevolò la guarigione di Cielo che si riprese completamente.

“E’ stata una fortuna.”

“Forse è un segno”, replicò foglia a un cacciatore del villaggio.

Nessuno si interrogò più sul problema ma da quel giorno la vita di quel cucciolo con meno pelo degli altri trascorse senza troppi problemi aiutata da un clima mite che nessuno ricordava. Non ci fu un sola giornata fredda e il caldo era superabile con lo scorrere di acqua fresca sulla pelle. Anzi in alcune giornate molto umide i problemi maggiori li ebbero i cuccioli definiti normali. La loro pelle traspirava peggio ed erano sempre stanchi. Così il primo anno di vita fu superato e nel secondo quel clima eccezionale decise di rimanere nelle zone in cui viveva la tribù.

Così Cielo crebbe di giorno in giorno e dimostrando una dote che altri non avevano arrivò all’età di cinque anni, quando Corteccia decise di impiegarlo prima del tempo nella caccia. Era Cielo che catturava tutte le prede, che gli si arrendevano davanti. Istruito a utilizzare la lancia conficcandola nel collo delle gazzelle non c’era giorno non ne uccidesse una. All’inizio ebbe degli scrupolo ma dopo qualche settimana uccidere per il cibo dell’intera tribù era diventato il suo lavoro che svolgeva con scrupolo e l’abitudine alla routine. Il problema del cibo venne risolto per tutti anche nei periodi di più difficili, quando la siccità faceva migrare gnu, zebre e antilopi alla ricerca della prima fonte di vita: l’acqua.

Gli anni passavano e la tribù divenne sempre più numerosa e in salute grazie all’abbondanza di cibo.

“Cielo è un dono di Dio”, iniziarono sostenere in molti. “Cielo va tutelato.” Tale credenza fu rafforzata dal fatto che gli altri gruppi senza un individuo come Cielo continuavano a trovare difficoltà nel reperire il cibo: molti si ammalavano e altrettanti morivano mentre le malattie si erano dimezzate nel gruppo dove gli erbivori si rassegnavano alla lancia di quel novello uomo con meno pelliccia.

“E’ un dono del Cielo.” Fu così che quel cucciolo crebbe fino all’età adulta: adulato, amato, esaltato, accudito per le doti che dimostrava e che erano utili a tutti i membri del gruppo. A quindici anni aveva già un fisico robusto, adulto, e nella caccia, con l’allenamento, era migliorato ancora. Poteva correre senza fermarsi anche per un’ora e riusciva a cacciare tre o quattro prede al giorno senza risentire troppo della stanchezza. Questa fu la fortuna interminabile di cielo. A sedici anni i maschi della tribù gli portavano le figlie in dono e lui si accoppiava con tutte, almeno con tutte quelle che riusciva a sfamare e considerato che sfamava praticamente più della metà della tribù si accoppiò con quasi tutte le ragazze arrivate all’età fertile. L’anno successivo nacquero sei figli di cielo che somigliavano molto a cielo nelle distribuzione rada della pelliccia.

“Non vivranno a lungo”. Fu il giudizio di Corteccia. “Cielo è sopravvissuto per fortuna”, continuò. “Cielo è un dono di Dio”, replicarono i maschi disposti a cerchio intorno al fuoco dove si erano riuniti per parlare del problema. Nessuno di loro aveva ragione. I figli di Cielo sopravvissero perché il padre era sopravvissuto e riusciva a procurare il cibo sufficiente anche in condizioni difficili. Il mito iniziò così a crescere nei racconti della tribù e due dei figli che morirono furono presto dimenticati.

“I figli di Cielo cacceranno come lui e prenderanno ancora più prede per tutti”. Sostenne il gruppo di adulti del villaggio. Intanto le donne del villaggio si offrivano a Cielo per una gazzella, un coscio di gnu, una petto di antilope, per nutrire se stesse e i loro figli anche se non erano di Cielo. Nessuno ebbe molto da ridire perché molti figli di Cielo avrebbero significato più cibo per tutti. Ma in questo modo quel cucciolo nato senza pelo e dato subito per spacciato stava avendo molti più figli di qualunque altro maschio della tribù.

A venticinque anni ne aveva avuti diciotto. I più anziani cacciavano insieme a lui, in gruppo. Tutti correvano più lenti delle gazzelle ma molto più a lungo. In particole due, quelli avuti con Aria, sembrava che non sentissero mai la stanchezza. Aria era molto simile a quell’individuo particolarmente diverso e i suoi figli avevano ancora meno pelo di cielo. Accerchiavano gruppi di prede ormai esauste e portavano cibo per tutto il villaggio. I maschi del villaggio portavano le lor figlie ai figli di Cielo, e le donne del villaggio si offrivano ai figli di Cielo. Molti figli dei figli di Cielo avrebbero portato molto cibo per tutti.

Passarono così molte generazioni e quello che nacque diverso divenne la norma. Gli individui con il pelo che ricopre l’intero corpo erano ormai una minoranza. Si ridussero a quattro e quando casualmente ne nasceva uno tutti i maschi del villaggio erano sicuri che non sarebbero sopravvissuti a lungo. Infatti morivano prima degli altri e avevano meno figli.

“Non sono adatti alla caccia alla gazzella”. Sostentavano i figli dei figli dei figli dei figli di cielo. Le donne del villaggio non provavano interesse per loro, così, presto, molto prima di quello che si potesse immaginare, si estinsero. Il villaggio fu composto solo da individui la cui pelle traspirava meglio e permetteva di inseguire le prede per un lungo tempo. Ora gli altri villaggi erano visti con sospetto e sfiducia: diversi e non in grado di cacciare come i vicini i maschi di un tribù vicina provarono a rubare del cibo e fu così che i rapporti si chiusero del tutto. In una riunione dei maschi corridori del cielo, così decisero di chiamarsi, furono dichiarati contro la volontà degli Dei i matrimoni tra membri di tribù diverse.

“Contaminano le nostre donne. I loro figli non sono in grado di cacciare”. Fu così che la tribù dei maschi corridori del cielo iniziò a coltivare culturalmente la propria diversità nata per un vantaggio evolutivo. Lasciarono il confine con la giungla e si addentrarono sempre di più negli spazi aperti dove potevano correre per ore e camminare. Dietro di loro lasciarono la vecchia vita, la foresta, le altre tribù che non erano in grado di seguirli, i vecchi rituali e le vecchie abitudini. Divennero sempre più diversi fino al punto che il confine delle differenze fu evidente a tal punto che iniziarono a chiamare gli individui con molto pelo con un appellativo che li ricongiungeva in senso dispregiativo agli animali. Li chiamarono “Scimmie”. Poi iniziarono a separarsi e a correre un gruppo da una parte e un gruppo dall’altra sulla Terra, per secoli, millenni. Il giorno in cui si incontrarono di nuovo il confine delle differenze fisiche e culturali sembrò talmente evidente da favorire l’utilizzo di appellativi spregevoli e da cercare di sfavorire i matrimoni tra tribù diverse.

Fu così che l’uomo iniziò a correre nella savana.

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