Austin Dacey aveva l’abitudine a scrivere di cattive notizie. Infatti nell’ultimo decennio le risoluzioni dell’assemblea generale erano sempre state orientate a combattere la diffamazione delle religioni. Ma ora su RD Magazine può scrivere una buona notizia. La fine del mese scorso le Nazioni Unite hanno emesso una nuova dichiarazione sul grado di libertà di parola in relazione al diritto internazionale. Nel testo si dice chiaramente che le leggi in merito alla blasfemia e al vilipendio della religione sono da considerare incompatibili con la tutela dei diritti umani.

Ora il testo, al commento generale numero 34 oltre a prendere in esame questioni come la diffamazione di capi di Stato e i diritti dei blogger, si occupa in modo specifico delle limitazioni alle critiche rivolte alle religioni. Nel testo il diritto alla libertà di parola viene considerato fondamentale per una società libera e democratica al fine di tutelare i diritti di ogni cittadino, e c’è un preciso richiamo ai valori della libertà di coscienza e all’uguaglianza di tutti cittadini di fronte alla legge. Il punto 48 dichiara incompatibili con il patto internazionale sui diritti civili e politici dell’uomo (ICCPR) le leggi che puniscono le manifestazioni ritenute manchevoli di rispetto per la religione, un sistema di credenze. Queste leggi sono infatti considerate in contrasto con la libertà di opinione e di espressione. È prevista una sola eccezione nei casi previsti al comma due dell’articolo 20 del trattato: ovvero quando sia evidente un appello all’odio razziale, religioso, o nazionale che costituisca un incitamento alla discriminazione, all’ostilità o alla violenza. Le leggi contro la blasfemia, o ogni critica considerata vilipendio, la bestemmia, che si ritrovano anche in paesi europei sono da considerare discriminatorie nei confronti di chi ha un sistema di valori laico o collegato a un’altra religione.
I concetti giuridici sono riferibili non solo a paesi come il Pakistan, che pur avendo ratificato il trattato ICCPR nel 2008 continua ad avere leggi che prevedono la pena di morte per il reato di blasfemia e per chi oltraggia il nome del profeta Maometto, ma anche a paesi europei come l’Inghilterra, l’Austria e la Turchia che hanno visto la conferma delle loro leggi sulla blasfemia da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo. La Corte infatti aveva fatto un generico richiamo al “rispetto per i sentimenti religiosi” dei credenti per non prendere una posizione chiara su quelle leggi che finiscono per tutelare solamente una religione all’interno dello Stato (generalmente quella più diffusa o quella considerata di Stato).

Dacey evidenzia anche alcune criticità del testo, per esempio quella di rimanere forse troppo generico in merito a ciò che si intende per “appello all’odio religioso”. La frase infatti potrebbe essere interpretata con un ampio margine di discrezionalità. Comunque rimane da sottolineare che si tratta di una presa di posizione chiara politicamente, oltre che giuridicamente degna di nota. Infatti la conclusione è che le leggi sull vilipendio o la blasfemia non possono essere considerate semplicemente un conflitto tra libertà di parola rispetto alla religione, ma rientrano nella sfera dei conflitti tra insiemi di valori diversi, compresi quelli laici. Così se i cittadini di uno Stato non hanno nessuna legge che li metta sullo stesso piano degli altri cittadini sono di fatto da considerare aderenti a un sistema di valori non meritevole di essere tutelato nei termini e nei modi con cui ne viene tutelato un altro.

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