Il rientro dalle vacanze in Toscana da parte di Cameron deve averlo indotto ad accelerare l’espressione delle proprie idee prima di un’attenta valutazione. Così ha dichiarato che i social network andrebbero chiusi durante le rivolte perché favorirebbero l’organizzazione dei gruppi dediti al crimine. Insomma Twitter e Facebook sarebbero lo strumento preferito per istigare alla violenza e definire i luoghi e le strategie di azioni contro la legge. La discussione sui giornali inglesi dal Guardian al Teleprgaph ha evidenziato che se non si più escludere che qualcuno si organizzi tramite questi mezzi è altrettanto vero che parlare di crimini su internet non è una scelta intelligente, perché si lasciano tracce e se si viene arrestati tali tracce possono diventare delle prove, specialmente se la polizia avesse seguito le indicazioni lasciate su internet per arrestare qualcuno nei luoghi segnalati. Ma leggere i social network può anche diventare sia una perdita di tempo se la maggior parte delle informazioni dovessero essere sbagliate, magari volutamente sbagliate, per depistare, sia una fonte di conferma per intervenire se l’allarme dovesse essere lanciato da un cittadino con l’intento di segnalare un crimine. Potrebbe accadere infatti di avere con sé il proprio device e non un telefono. Non è da escludere anche che le linee della polizia possano essere sovraccariche in caso di più allarmi e più interventi contemporanei richiesti.

Ma senza andare a cercare le ipotesi più difficili ho l’impressione (eufemismo) che sui social network vigano i più antichi pregiudizi. La sensazione (eufemismo) è che alcuni politici li associno alle parole ”centri sociali”, anch’ essi per altro collegati, in una catena a ritroso di pregiudizio,  all’idea di sovversione. La litania è stata spesso ripetuta anche in Italia. Invece di ritrovarsi in un buio scantinato o in una scuola in disuso, in rovina e abusivamente occupata gli agitatori si incontrerebbero virtualmente tra le rovine dei più consueti mezzi di interazione sociale: un corso di tennis, la palestra, una serata di Yoga, una tradizionale biblioteca, l’azione cattolica.

Se risulta inevitabile stabilire la sussistenza di reati che seguono le dichiarazioni, o verificare se le stesse frasi scritte su una bacheca virtuale lo siano, è ormai altrettanto palese che l’altro lato dei social network (lo scambio di sapere, la condivisione critica di contenuti) è oscurato dal timore più appariscente che ne fa un nuovo modello di carboneria moderna. Per rimediare in parte a questo problema potrebbe essere una soluzione cambiare nome ai social network. Togliere la parola social per esempio: “network” potrebbe essere più che sufficiente. Oppure “critical network”, “know network”. Perché la socializzazione è anche scambio critico di conoscenza, emozioni, sensazioni, idee. D’incanto il lato oscuro potrebbe sparire o quanto meno essere ridotto alla sua natura fisiologica, e si eviterebbe la chiusura di un’intera strada perché ogni tanto ci passa un bandito.

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