Empatia razionale

In un recente studio della University of Souther California i ricercatori hanno scoperto che le persone cercano di entrare in empatia anche quando ci sono sostanziali differenze fisiche. Ma per riuscirci le persone devono utilizzare regioni distinte del cervello compresa quella deduttiva e razionale.

L’articolo è stato pubblicato on line e i ricercatori hanno acclarato che l’empatia tra due persone che si relazionano in modo diretto è basata principalmente su un aspetto intuitivo e la parte senso motoria del cervello. Una persona che invece cerca di relazionarsi con qualcuno che è molto diverso, o con cui non può avere rapporti diretti ha un modo di relazionarsi empatico che è correlato maggiormente alla parte razionale della propria mente.

Nel condurre lo studio i ricercatori hanno mostrato video di mani e una bocca che svolgevano delle attività a una donna che era nata senza braccia e gambe e a 13 donne che erano nate sane.

Mentre le donne guardavano i video il cervello veniva monitorato e successivamente le immagini sono state confrontate per cercare analogie e differenze al fine di comprendere meglio il fenomeno dell’empatia.

I risultati hanno chiarito che le persone cercano di entrare in empatia in modo automatico e ciò accade anche a coloro che sono fisicamente diversi. Per raggiungere l’obiettivo però è necessario utilizzare due regioni distinte del cervello.

I ricercatori hanno scoperto che quando la donna senza arti osservava i video in cui venivano svolti compiti con parti del copro che lei non aveva l’area senso-motoria della mente era fortemente impegnata. I ricercatori hanno notato che seppur senza arti la donna era in grado di eseguire alcune di queste attività cercando di improvvisarle con le parti del corpo che possedeva.

Tale azione però era possibile perché un’altra regione del cervello veniva coinvolta nel processo ed era quella predisposta al ragionamento “deduttivo” e razionale.

“La parte predisposta all’intuizione e quella della razionalità interagivano affinché si potesse ricreare una sensazione di empatia”, ha sottolineato Lisa Aziz-Zadech, professore assistente presso la USC (divisione scienze del lavoro e terapia occupazionale).

Mary Elizabeth, USA Today (liberamente tradotto). Via RDF.

Nello studio sono state prese in esame differenze macroscopiche tra due persone, ma è presumibile che nell’immedesimarsi in altri individui l’aspetto razionale della nostra intelligenza sia chiamato in causa ad aiutare l’empatia in relazione alla diversità che viene rilevata dall’individuo. Con chi è molto simile a noi può essere sufficiente un approccio senso-motorio, invece con chi è maggiormente diverso, su una scala graduale, è necessario un intervento sempre maggiore della logica e della razionalità. Le differenze della pelle, di lineamenti, di lingua, di cultura, di abitudini, potrebbero essere confini invalicabili da un empatia che non è sorretta da un’educazione razionale dell’individuo. L’odio razziale, il desiderio di divisione nei confronti di chi è diverso in abitudini e cultura, la misoginia, potrebbero essere l’altro lato dell’esperimento compiuto: quello in cui le nostre capacità empatiche non sono accompagnate nella valutazione dell’altro da tutte le facoltà potenziali della nostra mente. Il risultato finale è la divisione di chi non riesce e forse nemmeno prova a mettersi nei panni del proprio vicino, magari perché è troppo scuro di pelle, o ha attitudini sessuali diverse, o è dell’altro sesso, parla una lingua incomprensibile, è di un’altra religione, o al limite ha semplicemente idee non in linea con le nostre. (FB)

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