E’ questa l’opinione prevalente anche tra i credenti e il procedimento logico sembra essere, a questo punto, in corto circuito. Kurt Gray dell’Università del Maryland ha evidenziato che le persone e specialmente quelle religiose hanno la tendenza a pensare che i pazienti in stato vegetativo persitente siano in una condizione da considerare peggiore della morte. Insieme a Anne Knickman e Daniel Wegner dell’Università di Harvard Gray ha chiesto a 201 volontari di leggere un resoconto di un incidente. Dopo aver letto la descrizione di David che lo indicava con l’intero cervello non funzionante ad accezione della parte che permetteva tecnicamente la respirazione senza possibilità di risveglio.

Gray a questo punto ha chiesto ai volontari di esprimere quanto fossero in accordo o in disaccordo sulle sei di affermazioni riguardanti lo stato di David. I risultati hanno mostrato chiaramente che le persone considerano chi è in uno stato vegetativo in una condizione che può essere definita “più morto che morto”. I volontari erano propensi a pensare che David avrebbe potuto influenzare situazioni, avere emozioni e sentimenti, ricordare gli eventi della vita, e avere una propria personalità più da morto che in una condizione vegetativa.

Gray ritiene che ciò che è emerso dallo studio sia da considerare una deriva della diffusa concezione filosofica che la mente e il corpo siano due entità separate. Questo tipo di credenza è comune soprattutto nelle persone religiose e una persona deceduta viene considerata solo mente o anima senza un corpo. Jesse Bering ha evidenziato che generalmente le persone hanno questo tipo di credenze in merito alla mente delle persone decedute e se non si tratta di una sopravvivenza religiosa allora c’è una predisposizione a credere ai fantasmi o a qualcosa di simile.

Per verificare i risultati Gray ha modificato l’esperimento cambiando la descrizione dell’incidente con un situazione in cui David muore invece di rimanere in una condizione vegetativa. “David è morto al momento dell’impatto ed è stato sepolto nel cimitero locale.”

Difronte a questa nuova situazione le persone con una minime credenze religiose hanno fornito risposte in linea con le opinioni relative ai pazienti in stato vegetativo. Ciò può essere spiegato dal fatto che quando si cerca di convogliare l’attenzione sul corpo le persone tendono a perdere le credenze intuitive sulla mente. Tuttavia ciò non si è verificato con coloro che erano altamente religiosi i quali hanno attribuivano qualcosa di vitale in più al David morto che a quello in stato vegetativo.

Infine Gray ha scoperto che la possibilità di un destino peggiore della morte è un’eventualità accettata e comprensibile per molte persone. 55 volontari che hanno letto i racconti di persone coinvolte in incidenti stradali hanno espresso l’opinione che rimanere in uno stato vegetativo sia peggio che morire sia per loro stessi che per le loro famiglie.

Le persone che si sono svegliate dallo stato vegetativo sono rimaste in condizioni insensibili al mondo che le circonda. Non reagiscono a luci e rumori e non ci sono segni che indichino la capacità di comprendere parole o espressioni. L’aggettivo “persistente” contribuisce a dare una visione sfumata dei confini tra vita e morte. Gray sostiene che le persone tendono a vedere menti senza corpo in chi è deceduto e copri senza mente in chi è in uno stato vegetativo persistente. Ciò implica che la differenza tra la vita e la morte, in presenza di confini sfumati e graduali, dipende dalle idee di chi prende la decisione e non dal funzionamento della mente del paziente.

In un clima come quello italiano in cui la legge sul fine vita vuole imporre una concezione unica a tutti, eliminando la possibilità di scelta informata, sarebbe opportuno avere l’opportunità di riflettere bene sull’illogicità e le contraddizioni che possono essere sancite dal parlamento quando credenze intuitive, non supportate da basi scientifiche, divengono la base di ogni ragionamento.

Discover Magazine (liberamente tradotto).

Chi crede nella vita dopo la morte è ostinatamente attaccato alla vita fino al punto di imporre terapie a persone che vede più morte dei morti. Tale posizione non mi sembra accettabile nemmeno per il relativista più convinto; non non ritengo ci sia spazio razionale affinché possa divenire la base comune di un’etica condivisa di una società. La libera scelta sulla base di informazioni scientifiche accurate e sempre da sottoporre al vaglio critico è l’unica via che si possa perseguire se si vuole evitare i danni del buio della ragione.

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