L'amplificazione di noi stessi: un Dio

Quando si parla di religione generalmente gli animi si surriscaldano, non solo a parole ma la storia ci insegna che spesso si passa ai fatti. Non entrando per il momento nel merito delle situazioni politiche in cui si sfrutta la religione per scopi militari o economici, le discussioni che toccano argomenti religiosi o divinità divengono spesso accese perché il sentimento religioso è intimamente legato alla nostra identità. Recenti studi psicologi lo hanno evidenziato e analisi effettuate con la risonanza magnetica funzionale lo hanno dimostrato.

Così le offese, l’odio, ma anche l’amore si trovano nelle frasi e nelle parole di chi è coinvolto in tali argomenti. Il caso della polemica riguardante la croce per le vittime dell’ 11 settembre e l’assenza di simboli per le vittime non credenti o di altre religioni è solo un caso. La questione è stata sollevata da American Athesist.

Le radici di tali reazioni sono da ascrivere al fatto che l’identità personale implica anche suscettibilità quando viene toccata. L’orgoglio poi fa il resto.

Secondo gli psicologi gli stessi meccanismi che ci rendono animali estremamente sociali e difensori della propria socialità di gruppo ci rendono vulnerabili alla creazione delle divinità con le stesse capacità sociali dell’uomo. Attribuiamo agli Dei, e non è una questione degli ultimi anni basti pensare alle divinità greche, pensieri, desideri, atteggiamenti, reazioni, convinzioni, intenzioni, capacità comunicative che sono i riflessi delle nostre capacità di attribuire gli stati d’animo, emotivi e pensieri ai nostri simili. Le basi della socialità.

L’università di Chicago e l’australiana Monash University hanno pubblicato uno studio dello psicologo Nicholas Epley e dei suoi colleghi i quali hanno evidenziato che coloro che credono in Dio ritengono anche che sia molto simile a loro più che agli altri essere umani (le azioni non propriamente edificanti presenti nell’antico testamento sono solo un riflesso delle caratteristiche degli uomini di quel tempo, quelle edificanti sono il lato buono di noi stessi).

Una parte del cervello dei credenti è acceso quando pensano a quello che potrebbero pensare i loro amici, mentre quando pensano a ciò che potrebbe pensare Dio in merito ad una questione si accende un’altra area della mente: quella predisposta all’elaborazione della propria identità e delle proprie convinzioni e non quella che si era accesa in precedenza. Ciò implica che un credente ritiene che il proprio Dio sia più vicino a se stesso di quanto lo siano i propri amici, perciò sfidare Dio diviene una sfida personale che va al cuore dell’ identità. Pertanto non sorprende che le affermazioni e le discussioni sulle religioni spesso si surriscaldino.

In Dio vediamo noi stessi, magari un po’ amplificati.

Liberamente tradotto dalla RDF.

Annunci