La tragedia Norvegese è da ascrivere nell’elenco delle ormai storiche guerre religiose, come le azioni ascrivibili alla Jihad del terrore di Al Qaeda. In questo modo il terrorismo moderno ne cambia il contesto classico, ma la radice psicologica rimane la stessa anche se divisa in micro frazioni individuali e non verticistiche di lotta. Simile è il rimando a una verità incontrovertibile e rivelata, comune a molte religioni comprese le tre monoteiste. Il richiamo alla tradizione come riferimento morale e sociale è altrettanto evidente, come se il passato fosse moralmente giusto solo per il fatto di essere esistito. Si giustificherebbe da solo in modo autoreferenziale: ciò che è esistito deve continuare a esistere per la semplice motivazione che è esistito. La tradizione non contemperata da un’analisi razionale avvalorerebbe ogni passato: la schiavitù, lo sfruttamento della donna, le discriminazioni sociali. Ogni tipo di ingiustizia rimarrebbe congelata solo perché si è già verificata. Se la follia della mente rimane per alcuni aspetti ancora non spiegata è certo che un modo per limitarne le derive più violente e aberranti è da ricercare in un’educazione razionale e critica e non nell’insegnamento di precetti dogmatici. Sospendere il giudizio razionale per accettare acriticamente un insegnamento impedisce lo sviluppo di una delle più peculiari caratteristiche umane: la razionalità. Questa caratteristica educativa è purtroppo comune a ogni religione e finisce atrofizzare l’unico freno alla difesa cieca di una credenza che si cerca di affermare nei casi estremi con ogni mezzo. Per altri aspetti il relativismo, inteso come l’accettazione acritica di più pensieri (religiosi, etici, politici) anche quando sono in contraddizione o in conflitto fra di loro è un modo altrettanto pericoloso di sospendere il raziocinio. Tutto potrebbe divenire accettabile compreso il gesto di un folle la cui condanna sarebbe riconducibile solo a una legge morale insegnata anch’essa in modo dogmatico. Da questo circolo vizioso non se ne esce se non attraverso un’educazione alla razionalità scientifica. Una serie di abitudini all’analisi razionale, alla logica, sempre pronte a mettere in dubbio le proprie convinzioni  e a ricredersi difronte a fatti che confutano le proprie idee. Ma al tempo stesso questo approccio razionale è in grado di trovare un’etica comune condivisa, partendo da basi scientifiche che studiano il sistema nervoso: il dolore, fisico ed emotivo e il piacere per lo sviluppo materiale e morale della persona con le proprie differenze e peculiarità. Perché su un numero molto elevato di persone educate in modo dogmatico il rischio che qualcuna decida di utilizzare la propria intelligenza per affermare i propri dogmi, invece che smussarli o rivederli razionalmente, è troppo elevato ed è un rischio che le società future dovranno cercare di ridurre. La dinamica delle posizioni contrapposte si risolve solamente cercando di trovare una base comune etica da condividere e non sento di poter fare troppo affidamento sui dogmi per cercarla.

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