Autorità alla beatificazione di Giovanni Paolo II

La scelta della data per la beatificazione di Carol Wojtyla è passata inosservata ai più. Naturalmente i media italiani non hanno approfondito la questione, limitandosi a riportare che la scelta dello stato Vaticano è ricaduta sulla seconda domenica di Pasqua che è la domenica della misericordia. Ma la seconda domenica di Pasqua coincide, nell’anno corrente (2011), anche con la festività laica dei lavoratori che in questo modo è stata quasi completamente oscurata dal clamore mediatico della celebrazione religiosa.

“Paranoia? Direi perspicacia”, sosteneva Woody Allen.

Le autorità italiane si sono trovate in questo modo invitate e obiettivamente indotte, anche per evitare un possibile disagio e imbarazzo diplomatico, a partecipare al rito religioso che ha tolto spazio di intervento e partecipazione alla festività dello Stato Italiano. Roma, presa d’assalto dai fedeli, è stata oggetto di misure di sicurezza a cui ha dovuto provvedere lo Stato Italiano, a sue spese. Forze dell’ordine, ospedali, gestione del flusso e deflusso dei pellegrini, enti pubblici e cittadini italiani sono stati spinti al lavoro per la celebrazione di un atto di uno stato straniero, nel giorno della festa dei lavoratori di uno stato che fa del lavoro il concetto fondante della propria costituzione. E’ superfluo riprendere qui il primo articolo della costituzione della Repubblica.

L’aspetto diplomatico dell’organizzazione e dell’impatto mediatico è stato, forse sin troppo disinvoltamente, non preso in considerazione, addirittura dalla stessa diplomazia italiana. Non mi risulta che ci sia stata nessuna nota che che abbia evidenziato perplessità sulla scelta del giorno o quantomeno abbia cortesemente fatto notare che la coincidenza con la festività del primo maggio avrebbe potuto essere presa in considerazione. Se un tale carteggio (seppur limitato) è esistito e rientrasse tra i segreti di stato potremmo leggerlo solo tra qualche decennio, in assenza di un aiuto di Assange.

La realtà che invece si è dispiegata sotto gli occhi di tutti coloro che hanno subito la penetrante azione dei media, alla quale è sempre più difficile sottrarsi, è un’altra. Giornali, telegiornali, radio, televisioni sono stati loro per primi inondati dall’onda lunga della beatificazione di Giovanni Paolo II, personaggio storico che non può essere disinvoltamente sottodimensionato a una notizia di terzo o secondo ordine.

Quanto la diplomazia vaticana abbia pensato alla scelta della data anche in relazione alla coincidenza è e sarà oggetto di speculazione (forse) ma l’effetto ombra sul primo maggio è stato evidente e con questo la percezione di un tentativo di ridimensionamento della Repubblica ai margini di una realtà spirituale di una nazione confinante per la quale si organizza, si prepara e si presenzia, aleggia nell’aria, per fare una citazione.

L’ipotesi di un governo che toglie lavoro anche alla diplomazia e perde colpi in intuito e in capacità ipotetica di analisi non è confortante, ma questo forse è un problema minore ai tempi d’oggi. Se si accetta l’idea della consapevolezza della scelta, che i fatti tendono a suggerire,  la vittoria diplomatica della Santa Sede è evidente. Il dubbio che dall’altra parte non si sia nemmeno pensato a ciò che sarebbe accaduto e al messaggio implicito che sarebbe passato è invece deprimente.

Con tutte le feste religiose a cui lo stato italiano riconosce legittimità (dalla natività, alla Pasqua, passando per l’Immacolata Concezione, e Ognissanti) il tentativo, anche se ipotetico, di “appropriarsi” spiritualmente anche di quelle laiche avrebbe meritato, se non una reazione, almeno un pizzico di consapevolezza in più.

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