Richard Gaquet, po' mingherlino

In questi giorni leggo articoli sull’ennesima sconfitta di Richard Gasquet e vedo sempre un rimando a spiegazioni metafisiche, nel senso che tutte vanno, o cercano di andare, oltre il fisico attribuendo il mancato raggiungimento dei risultati attesi dal francese a una non ben precisata condizione psicologia del tutto priva di collegamenti con la realtà fisica dell’atleta. Troppa pressione, mancanza di fiducia, così si esprime Alberto Pallotti su Pianeta Tennis. Non che questi aspetti non esistano ma per capire bene il problema dobbiamo individuare da cosa derivano e da cosa derivano in modo principale. Allora dobbiamo chiederci se la mancanza di fiducia sia imputabile in gran parte a cause extra tennistiche o se tali cause (cocaina, festini, depressione) siano indotte da una inconscia consapevolezza di essere arrivato al limite del proprio tennis giocato, dalla consapevolezza di aver raggiunto un punto dal quale molto difficilmente potrà progredire, sapendo altrettanto bene che tutto ciò non è quello che ci aspettava da lui.  Dove sono le cause e dove sono gli effetti? Come si organizzano nel fenomeno Richard Gasquet? Come trovano la loro correlazione di interdipendenza? E’ naturalmente lontana da me l’ipotesi di scartare l’importanza della condizione psicologica nelle sconfitte di Richard, ma la mente è da considerare una concausa, anzi un effetto generato da un’altra causa che, in un anello di retroazione, influisce nuovamente e negativamente sul suo gioco evidenziando ancora di più i limiti del francese, rendendoli macroscopici, e fin troppo evidenti a tutti. Tale realtà induce anche in chi lo vede giocare, e spesso perdere, una sensazione di dispiacere, rassegnazione e forse commiserazione.

Personalmente, avendolo anche visto allenarsi, ritengo che Gasquet sia arrivato al suo limite. Tale limite naturalmente va relazionato a quello che è il tennis moderno: racchette diverse, palline diverse, e una diversa preparazione fisica che è portata anche all’eccesso. Gasquet nel tennis moderno non può dare più di quello che sta dando e ritengo che stia dando molto a questo sport. Potrebbe però dare di più, e qui do ragione a Pallotti, se non fosse stato messo sotto pressione e se fosse invece cosciente dei propri limiti fisici, della realtà del suo stato fisico. Forse avrebbe vinto di più: non uno slam, forse qualche master series, ma di più, perché credo che sia proprio la mancanza di presa di coscienza (non la causa principale) ma la concausa che gli ha impedito di raggiungere il suo vero limite, che non è molto più avanti di ora (è già in linea generale al suo limite) ma un po’ più avanti.

Di fiducia in se stesso forse Gasquet ne ha avuta troppa e mal risposta e molto probabilmente è stata indotta con una modalità piena di illusioni, speranze, in parte svincolata dalla realtà. Questo è il male maggiore per ogni attività di ogni uomo, perché al di là delle idee che ci piace cullare nella nostra mente fuori, all’esterno, esiste una realtà che spesso le nostre illusioni non riescono a cambiare, e che la nostra volontà non riuscirà a scalfire. Anzi a volte è proprio questo disaccordo a rendere più amare le delusioni e impedirci di raggiungere anche quello che avremmo potuto.

In fondo Richard Gasquet e con lui la giapponese Kimiko Date sono da considerare dei successi. Fanno ritenere che ancora si può raggiungere certi livello tecnici e di gioco anche se la loro fisicità è quella che è. Sono da considerare dei tennisti tecnicamente migliori, forse dal punto di vista esclusivamente tecnico sono i migliori di tutti, e anche la tenacia con cui combattono con i più dotati non può non far pensare che certi nervosismi sono probabilmente dovuti a una realtà che, principalmente, non vuole essere accettata solo da chi è sempre stato intorno a questi giocatori. Molti obiettivi non sono semplicemente raggiungibili per molte persone: non si corrono i cento metri piani in in 9 e 58 semplicemente avendo fiducia in se stessi. E’ necessario essere Usain Bolt. Il resto sono ipotesi non acclarate dai fatti, come la presenza di conigli nel precambriano.

Sempre di più gli esseri umani, tutt’oggi, sembrano riluttanti ad abbandonare la loro predisposizione al miraggio del mito. In realtà è proprio la scienza ad aprire le porte della gabbia dei propri limiti.

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