Alla fine quello che ha le idee più chiare è lui: il campione di Ostrava. Sarà che ha giocato molto a tennis e meglio di molti altri e quindi le sue opinioni si dissociano dalla quasi ossessiva ripetizione che si tratti di un problema di testa. Tesi su cui la maggior parte dei commentatori di Sky (che glieli do a fare i soldi Murdoch ancora non l’ho capito bene) si è ormai acriticamente adagiata. Questi cervelloni di atleti fanno tutto con il fosforo, è acclarato dal vecchio media, anche se sembra che la relazione tra fosforo e intelligenza sia priva di fondamento, rimangono tutte le altre funzioni biologiche non strettamente cerebrali. Qui si vede invece tutta l’intelligenza del Ceco che abbaglia con interpretazioni fuori dal comune senso di percepire il tennis.  Ivan risponde indirettamente sul caso Federer parlando di se stesso dopo una domanda postagli da Paul Kimmage per il Sunday Times. Il giornalista gli chiedeva se la nascita della sorella Marika avesse in qualche modo segnato l’inizio del declino della sua carriera. Lendl ha risposto con la sua solita fermezza glaciale. Ivan Lendl su Federer1

Tradendo anche una vena di maschilismo nemmeno troppo nascosta, considerato che riguardo a Tony Roche disse che non era da considerare un vero uomo perché non aveva avuto figli maschi. Il caso ha voluto che Ivan abbia tre figlie.

Ma tralasciando le chiacchiere vane di questi sportivi c’è da dire che ogni tanto qualcosa di giusto lo dicono. Rimane da capire se ciò accade per puro caso, nell’insieme di banalità che riescono e proferire quasi ininterrottamente, o se invece c’è dell’intenzionalità. Questo forse sarà un futuro caso di studio antropologico.

Insomma non sono stati i figli, le figlie ma l’età a far perdere a smalto al tennis di Ivan il terribile (anche dal punto di vista estetico quando si strappava le ciglia come trigger di richiamo della concentrazione). Non tanto la resistenza, che tende a rimanere a lungo nel tempo come confermato dalla più lunga longevità degli atleti di fondo e mezzo fondo, con Maurillo De Zolt, ancora vincente a 43 anni a Lillehammer. Nemmeno la velocità di corsa in senso stretto, ma sono l’agilità e i tempi di reazione che fanno la differenza. Una frazione di secondo di ritardo in partenza sul primo colpo, un’altra frazione nel secondo e sei fuori dal punto, inevitabilmente. Non c’è nemmeno molto da fare, e il tennis specialmente alle velocità di oggi è sempre di più uno sport di riflessi, di pronte reazioni, di decisioni prese in minime frazioni di secondo. Una traiettoria intuita in ritardo, una leggera indecisione in partenza e l’evoluzione del punto gira in favore dell’avversario.

Proprio questo sembra essere oggi il problema dello svizzero, che nelle ultime settimane ha accumulato sconfitte che per lui qualche hanno fa erano insospettabili: Montanes a Estoril, fuori al primo turno a Roma dopo aver vinto il primo set con Gulbis (i riflessi, la prontezza, decresce al crescere della fatica). Anche il primo turno di Madrid  dopo il primo set che andato via liscio, con un 62, nel secondo Becker è riuscito ad arrivare al tie break. La prontezza diminuisce con la stanchezza, vedremo se lo svizzero riuscirà a fare meglio a Parigi.

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