Tennisti esausti

Anche giocare un torneo una settimana sì e una no non è un ritmo rilassante se si considera che ci sono gli spostamenti che spesso sono da un continente all’altro o da una costa all’altra degli Stati Uniti d’America: da  Indian Wells a Miami come capiterà tra pochi giorni. Poi ci sono i quattro tornei dello Slam e in alcuni mesi si gioca tutte le settimana come accade prima del Roland Garros o di Wimbledon. Quello che ne risente, a parte la sconfitta dei favoriti (a Indian Wells sono già usciti Federer, Murray e Djokovic) è il livello del gioco perché dei favoriti o dei più quotati giocatori potremmo anche fare a meno se la qualità delle partite rimanesse elevata. Ma inevitabilmente, oltre ai forfait preventivi (Del Potro e Serena Williams hanno già rinunciato a partecipare al torneo di Miami) ci sono i ritiri durante le partite o le aspettative che non vengono rispettate. Spesso le finali o le semifinali terminano in pochissimo tempo e prive di patos agonistico. In venti minuti scivolano via i set e in poco più di un’ora le partite.  Ne risente la bellezza del gioco e l’immagine del tennis. In quanti dopo aver visto partite che scivolano via in pochissimi tempo senza equilibrio saranno poi disposti a spendere qualche centinaio di euro per un posto in finale o in semifinale? I tornei vengono decisi sempre di più dagli incastri delle condizioni degli atleti dovute alle loro scelte di preparazione che vengono decise sulla base delle loro preferenze o circostanze contingenti. L’effetto è una destabilizzazione sempre crescente e chi si siede per vedere una partita di tennis rischia di trovarsi difronte all’apparenza di uno sport noioso. Rialzarsi dopo 59 minuti di gioco con il tabellone che segna il punteggio di 61, 61 non è un’esperienza gratificante.

Un torneo vuol dire indotto e più tornei più indotti e una soluzione per chi non vuole ridurli potrebbe essere quella di aggiungere qualche settimana al calendario gregoriano, oppure adottarne direttamente un altro.

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