Google. The world is what them find

I dirigenti di Google sono stati condannati per violazione della privacy  in primo grado per aver consentito l’inserimento (o melio per non aver rimosso con tempestività) on line del video in cui in ragazzo disabile veniva fatto oggetto di vessazioni e incivili scherzi. La violazione della privacy è la faccenda minore credo, forse l’aspetto più interessante è nella parola rimozione. Saluti fascisti, il simbolo delle SS sulla lavagna, il tutto avvalorato dall’atteggiamento razzista e discriminatorio dei pargoli (poverini) nei confronti di un disabile. Sembra che la querela nei loro confronti sia stata ritirata. Rimane solo Goolge ovviamente, che non è un editore ma solo un contenitore (trascurata ipotesi interpretativa). Questi contenitori dovrebbero smetterla di raffigurare la realtà così com’è, specialmente se a raccontarla, questa realtà, sono degli anglosassoni venuti da oltre oceano che cercano di dare lezioni di libertà solo perché hanno una statua che la raffigura. Altrimenti che spazziamo a fare sotto il tappeto. La colpa sembra essere sempre di coloro che fanno vedere la realtà, anche in questo caso e mai di chi questa realtà contribuisce a crearla con le proprie azioni, e la propria sub cultura. Ciò di cui non si parla è come se non fosse mai esistito, quindi è meglio rimanere in silenzio e illuderci di vivere nel migliore dei mondi possibili.

Google ha risposto che si tratta un attacco alla libertà.  Il ragazzo disabile non ha una sola libertà di diritto ne ha più d’una: quella di pretendere di non essere l’oggetto di scherni e quella di non essere esposto pubblicamente con le sue fragilità. Libertà e diritti che in primis non sono stati violati da Google, che ha avuto come mezzo solo il demerito eventualmente di amplificare quei gesti e quelle violazioni, ma dai quei ragazzi, i compagni, compresa la violazione di registrare un filmato.

Si tratta anche di un attacco alla realtà non meno forte di quello alla libertà. Zambardino sostiene anche lui che i rischi siano relativi alla libertà individuale e non lo si può negare, ma oltre a questo aspetto c’è dell’altro: la tendenza tipicamente italiana nella sua enfatizzazione (oltre che dell’età vittoriana inglese) di nascondere di celare quelle che sono le realtà di una società. Tale condizione impedisce di analizzare i perché di tali comportamenti: come nascono e i motivi per cui si diffondono. E’ più un problema sociale che legale con cui l’Italia rischia di sollevare paradossalmente tutto il tappeto con cui cerca di coprirsi. Non è un caso che si sia parlato maggiormente, se non esclusivamente,  della questione legale con Google e non dei motivi sociali, culturali e educativi che hanno portato quei ragazzi ad avere quei comportamenti. Compresa la non curanza priva d’ipotesi di vergogna che li ha portati a registrare tutto. Il problema non appare essere il contenuto ma la sua divulgazione e il contenitore che ne permette l’amplificazione, la diffusione. L’incapacità relazionale, l’aridità della sensibilità, il distacco emotivo, l’assenza di lungimiranza, i simboli dell’assenza di ragione ed empatia possono essere tollerati (non oso scrivere accettati), l’importante è che non se ne parli troppo. Che l’antipatia per i social network derivi anche da questo? Tutti troppo sanno, tutti troppo dicono e condividono.

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