L'attrattore di Lorenz

Può capitare di rimanere confusi. Spesso si sente ripetere anche dagli stessi atleti che la chiave di un’ottima prestazione sia la mente, intesa come capacità di concentrazione, controllo dell’ansia e della tensione (specialmente nelle grandi occasioni),  attitudine o competenza a concentrarsi bene sul compito atletico che si sta per svolgere. Indubbiamente le qualità caratteriali e psicologiche sono molto importanti, anzi spesso essenziali, ma è frequente cadere in equivoci, anzi in un grossolano errore.  Questo accade perché siamo soliti osservare le competizioni di atleti professionisti i cui valori agonistici sono molto vicini. La discesa libera Olimpica di Vancouver si è conclusa con tre atleti racchiusi in appena 9 centesimi di secondo.  Primo Defago con Svindal secondo a 7 centesimi di secondo e davanti a Bode Miller (terzo) per due centesimi. Inoltre il miglior italiano Werner Heel è arrivato dodicesimo con un distacco di 88 centesimi di secondo, tempo che sembra un’eternità ma che se guardiamo lo scorrere della lancetta dei secondi dei nostri orologi sembra molto di più poca cosa, anche se non proprio un’insignificanza come possono essere nove o due centesimi. Ecco che la discesa Olimpica, come ogni competizione dai valori atletici molto vicini, può indurre in facili errori.

Interdipendenza.

Premesso che i due aspetti, quello strettamente fisico e quello strettamente psicologico, sono tra loro collegati e si influenzano a vicenda rimane però da chiedersi quali dei due sia prevalente in un’attività fisica come lo sono tutte le attività sportive. L’intento è quello di cercare di dirimere il più possibile i due aspetti, e poi riunirli per vedere quale dei due ha una maggiore prevalenza sull’altro. La differenza di pochissimi centesimi può naturalmente dipendere da un fattore caratteriale o psicologico puro e semplice. Questo è il motivo per cui chi guarda le gare dalla televisione può essere indotto in errore: ciò che si vede è la competizione tra atleti che sono già molto vicini per capacità fisiche. In questo caso un atleta che ha per nascita o per educazione, quando per educazione s’intende la crescita psicologica, una maggiore determinazione e una maggiore capacità di sopportare lo stress psicofisico avrà sicuramente maggiori possibilità di eccellere anche in competizioni molto sentite emotivamente come un’Olimpiade. Sicuramente più di chi ha un carattere più emotivo e facilmente soggetto a ansie o preoccupazioni. Ma la sicurezza e la capacità di affrontare con la maggior tranquillità possibile eventi rinomati dipende anche dall’abitudine che sia ha a gareggiare in determinate circostanze e dalla percezione delle proprie possibilità di vittoria  o di competere in quelle determinate circostanze. Tale percezione inoltre non può non dipendere da un confronto con la realtà.

Il corpo lo sosteneva anche Freud.

Il podio in 9 centesimi

È infatti la realtà intesa come avvenimenti che accadono, che nel caso di un atleta sono le vittorie e le sconfitte il  vero feedback con la realtà. Lo stesso famoso psicologo e psichiatra austriaco dopo aver analizzato una vasta quantità di problemi psicologici ritenne di collocare la causa non in un indefinito problema psicologico bensì in un accadimento reale, spesso traumatico, collegato spesso con la sessualità, ma tangibile, estremamente concreto. È quindi opportuno cercare di vedere l’area di confine dove i problemi psicologici o mentali di un atleta sono riconducibili, non tanto a un puro problema di psiche, ma ha una sua differenza strutturale del corpo rispetto ad altri atleti che invece eccellono nella sua stessa disciplina. Nel caso di competizioni molto serrate è difficile discernere la causa delle differenze, ma non è da escludere che anche piccole differenze nella struttura fisica possono indurre nel tempo una maggiore sicurezza nell’atleta nello svolgimento del proprio compito, consentendogli nel di raggiungere una sicurezza anche psicologica con cui affrontare le gare. Tale sicurezza sarebbe derivata, anzi non uso il condizionale, deriva da una somma di fatti reali (vittorie e piazzamenti) che gli permettono di acquisire una padronanza che si ripercuote inevitabilmente sul suo approccio psicologico alla gara. Non c’è naturalmente qui un unico grosso evento traumatico (tantomeno sessuale) come non ci sono macroscopici problemi psicologici ma solo lievi differenze che permettono anche l’acquisizione della capacità di gestire le proprie abilità fisiche e tecniche; da qui si innesca un processo che permette a sua volta di gestire meglio l’ansia, e lo stress delle competizioni più blasonate. È questo un chiaro processo di feedback a retroazione, dove l’effetto della causa si ripercuote sulla causa stessa aumentando a livello macroscopico gli effetti finali. Tutto però nasce dal corpo, da una maggiore o minore predisposizione fisica di una determinata persona allo svolgimento di un’attività sportiva, qualunque essa sia.

Il caso inverso.

Lund Svindal

Una minore predisposizione indurrà le stesse dinamiche ma in modo speculare. In questo caso un atleta sarà indotto all’incertezza, all’insicurezza da tutta un’esperienza pregressa dalla quale non ha avuto i giusti feedback, o meglio ha avuto dalla realtà risposte che non lo collocavano tra i vincenti, tra i favoriti. Le strade dei due atleti tenderanno a biforcazioni che conducono a separazioni evidenti della loro carriera. Uno sarà indotto a vincere e a mantenere il suo status di vincente, mentre l’altro vedrà le sue possibilità di vittoria sempre più lontane. È importante chiedersi quindi dove i problemi psicologici siano indotti dalla realtà corporea, tangibile e concreta. Infatti in questi casi l’unico modo per riuscire a gestire al meglio l’emozione o l’ansia durante la competizione è quello di fare in modo che l’atleta non viva in modo sproporzionato ciò che si aspetta da se stesso, o ciò che gli altri aspettano da lui, e la reale possibilità di raggiungere gli obiettivi prefissati.

L’equilibrio.

Solo nell’equilibrio tra la percezione delle proprie possibilità e l’obiettivo che ci si pone si è in grado di affrontare la sfida, il compito, la competizione (anche la più difficile) gestendo al meglio l’emotività. Ecco che Bode Miller, nonostante la stagione invernale deludente, è riuscito ad ottenere il terzo posto nella discesa olimpica di Vancouver. Molto probabilmente, nonostante l’emozione ci sia per tutti, è riuscito a gestirla meglio proprio perché il suo passato storico di fatti sportivi, verificatisi grazie anche alla sua fisicità e tecnica, gli hanno consentito di vedere l’obiettivo di vincere una medaglia perfettamente in equilibrio con la concezione che l’atleta ha delle proprie qualità. Siamo in presenza di una crescita che procede gradualmente di equilibrio in equilibrio appoggiandosi alla realtà di volta in volta che si sale un gradino: finché il corpo e la tecnica acquisita ci consentono di raggiungere gli obiettivi leggermente superiori che ci siamo posti ecco che cresce di pari passo anche la sicurezza psicologica che ci permette di affrontare la competizione in controllo, o addirittura in uno stato di Flow. L’essenziale è prendere coscienza della realtà, non rimuovere, non cercare di nascondere gli avvenimenti nel proprio inconscio. Prendere coscienza dei propri limiti è l’unica strada per cercare di superarli e comunque per accettare se stessi.

Il limite.

Ognuno seguendo questo processo raggiungerà il proprio limite. All’interno di tale processo corpo, tecnica, e psiche uniscono le loro forze per far crescere in modo completo l’atleta, ma è il corpo che consente, salvo casi eccezionali, l’innesco del processo. Al limite tutti si fermano e ciascuno ha il suo confine che è sempre un area, dato dal proprio corpo. All’interno di quest’area la volontà può spingere a dare di più anche se non si tratterà di una medaglia d’oro. Il paradosso ci aiuta a comprendere: un’ostinata concentrazione non ci darà qualche centimetro in più in altezza, ma qualche centimetro in più in altezza potrà permetterci di sviluppare le capacità tecniche e di avere riscontri reali affinché schiacciare a canestro non sia sentita come attività fuori dalle nostre possibilità. Questo si verifica in ogni sport. Si tratta di crescita psicofisica la cui parte psichica dipende di più dalla parte fisica di quanto quest’ultima non lo sia dalla prima.

Casi reali.

Un esempio su tutti può essere quello di Alberto Tomba che in accosciata da fermo saltava più di 1 m. Le sue capacità fisiche gli consentivano di gestire anche psicologicamente la gara, infatti poteva scegliere le porte in cui attaccare con più incisività i tratti di discesa in cui tenere maggiormente e non rischiare. Questo accade anche nel tennis dove lo svizzero Roger Federer affronta determinati tornei con una percezione di sé stesso in relazione all’obiettivo della vittoria che gli permette di gestire al meglio timori e paure. Gli stessi timori e le stesse paure che per i suoi avversari possono essere fatali.  Sarà un’impressione ma tra Defago, Svindal, Kjius, Admodt, Hermann Mayer, e tutti i discesiti che ho visto, gli italiani mi sono sempre sembrati un po’ più piccolini. Un po’ come nel tennis. Una chiara oasi di pensiero.

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