Del Potro Juan Martìn Australian Open a colazione. La mattina riserva qualche sorpresa, spesso, sempre al caffelatte, il protagonista dell’ inaspettato di questi giorni è l’argentino, che dopo aver faticato non poco, con James Blake ha cercato le difficoltà anche con Florian Mayer. Il tedesco variava il gioco con persistenza e costringeva i lunghi arti dell’argentino a ciondolare da una parte all’altra del campo, abbandonati all’inerzia del loro peso. Ho pensato che rischiasse di fare la fine di Fedrico I, anche lui barbarossa, che morì sul fiume Goksu, in Turchia, mentre guidava la terza crociata. Affogò in acque che a malapena arrivavano alla vita, si pensa a causa del peso dell’armatura che non riuscì a sollevare per la stanchezza e l’età. Ecco, ho pensato, finisce come Federico primo, Del Potro: impossibilitato a spostare l’armatura del suo pesante scheletro su un campo da tennis. Tra attacchi in contro tempo, palle corte, volée in contropiede e cambi di ritmo. Si è salvato invece,  grazie al servizio, al rovescio, e a qualche ingenuità di Mayer: una volée dalle intenzioni troppo corte e angolate, quando sul lungolinea il campo era sguarnito.

In una situazione simile si sarebbe trovato anche Rafael Nadal, qualche ora dopo, cercando di stare dietro a un ispirato Philpp Kohlschrreiber, che lo ha costretto al quarto set e lo h fatto faticare, non poco, anche negli altri tre. Però la barbarossa sembra averla l’argentino, ammesso che conti qualcosa. Chissà quando cederanno al peso delle loro armature?

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