L'attrattore di Lorenz

Articolo aggiornato dopo la pubblicazione.

Sapevo che sarebbe stata dura e per questo mi ero premunito pensando che ci sarebbero voluti anni. Il blog è nato alla fine del 2007 e la prima idea del romanzo nel 2006. Dovevo predisporre una struttura logica che fosse il più possibile al riparo da facili critiche e per fare questo in ambito letterario e artistico è necessario che la fantasia sia strettamente correlata alla realtà, alla precisione, perché no alla correttezza formale fisica e matematica. Se si tratta di romanzi storici la fantasia deve essere il più possibile correlata ai dati e agli avvenimenti ritenuti veri: è nelle maglie poi dell’interpretazione che si inserisce la possibilità dell’arte. Per fare questo è altrettanto necessario che la fantasia riesca a inserirsi nei piccoli spazi lasciati liberi dalla matematica. In quei luoghi della mente e dell’analisi dove bisogna ricorrere alle ipotesi per continuare a procedere lungo il percorso teorico e pratico. E questi luoghi, spesso, sono dove c’è l’unione di più elementi, dove i sistemi diventano complessi anche nei dettagli. Ciò avviene principalmente perché nell’unione, nell’interazione tra due fattori si verificano delle situazioni di incertezza, dovute al fatto di non avere la perfetta conoscenza della parte che interagisce. Se si riesce dal punto di vista artistico a trovare lo spazio aperto in cui la fantasia può infilarsi allora le maglie scientifiche della rete daranno sostegno e aumenteranno la bellezza delle ipotesi. Tale sostegno potrebbe addirittura spingersi ad avvalorare con forza l’ipotesi, la fantasia e l’arte, fino al punto da eleggere l’immaginazione a regola, a scienza. L’atto creativo di un fisico quando ipotizza una nuova teoria è profondamente artistico: all’inizio è solo un’ ipotesi ma se l’ordine matematico la sostiene può divenire legge. È un processo in cui due elementi si alimentano a vicenda: l’inventiva e il rigore matematico. Credo che  a lei sia mancato proprio un pizzico di fantasia, non troppa, appena un po’, una insignificanza. In quanto al metodo scientifico  e al rigore matematico ne ha naturalmente più che a sufficienza.

Supinazione, pronazione e uso del polso.

pronazione e supinazione
La pronazione, la supinazione e l'asse di rotazione di un oggetto impugnato è a metà mano.

È importante trovare il punto critico, ovvero la base di partenza che permette di schiudere interpretazioni realistiche. Spesso tali condizioni si verificano nell’unione tra le parti. Il luogo in cui risulta poco definibile, proprio quantitativamente, ciò che entra in gioco. È così anche nell’analisi fisiche che riguardano il movimento di una racchetta, o di una mazza da baseball. La fisica ci fornisce indicazioni precise e dettagliate delle forze in gioco, del momento torcente, del momento d’inerzia, della velocità angolare, ma non riesce a dare una spiegazione puntuale dello swing di ogni singolo giocatore, perché ogni singolo giocatore ha un movimento diverso e una morfologia diversa del proprio corpo. Rod Cross termina sempre infatti le proprie analisi dicendo che al fine di conoscere tutti i fattori determinanti sarebbe opportuno conoscere quanto stringe la racchetta un giocatore, o sapere la dinamica concreta del movimento delle braccia (nel caso di uno swing a due mani). Potremmo stare qui a discutere in modo molto interessante, per ore, cercando di analizzare dove si colloca l’asse di rotazione su ogni singolo colpo del tennis, perché è indubbiamente diverso in ogni singolo colpo; infatti la supinazione, la pronazione e l’uso del polso entrano in gioco sempre in modo diverso.  Nel dritto in top spin c’è un uso marcato della pronazione, anche per dare maggiore o minore profondità la palla (lo sostiene anche lei), nel rovescio tagliato entra in gioco la supinazione, nelle volèe di altezza medio bassa  anche lì  c’è la supinazione, forse appena percettibile, in alcuni casi alcuni giocatori potrebbero utilizzare un movimento che comprende anche l’avambraccio  o parte di esso, spostando l’asse più indietro e riuscendo a mettere più massa nel colpo (un gesto tecnico migliore). Perché infatti lo spostamento dell’asse di rotazione dipende anche dal singolo movimento del singolo giocatore. L’uso del polso, anche se è utilizzato in pochissimi colpi (alcuni rovesci angolati molto stretti, recuperi in allungo) modifica anche lui la posizione dell’ultimo asse di rotazione.  Tutte le macchine per il calcolo dello swingweght di una racchetta (Babolat e altre) utilizzano per convenzione un asse di rotazione che si colloca a cinque centimetri dalla fine del manico. Ma l’aspetto fondamentale ed essenziale è che tutti e tre questi movimenti in linea generale fanno sì che l’ultimo asse di rotazione, quando si impugna una qualunque attrezzatura con la mano, si sposti indicativamente a metà mano. È una prova che può fare chiunque impugnando con la mano un cellulare, un cacciavite, o un martello e ruotando l’ulna e il radio in un senso o nell’altro. Sarà evidente che l’asse di rotazione si colloca proprio a metà del ulna e del radio, lungo la centralità del dito medio. Ciò avviene anche quando si impugna una racchetta da tennis e la si usa per colpire un dritto un rovescio o una volèe bassa. Anche nel servizio, dove si usa l’impugnatura a martello (continental, se non mi sbaglio), dopo l’azione del mulinello (la racchetta scende dietro la schiena e risale verso la testa) l’impugnatura implica necessariamente la rotazione dell’ulna e del radio. È quindi qui che letterariamente e in modo scientificamente sostenibile ho collocato quello che ritenevo essere un effetto farfalla. Ho fatto un’ipotesi e dopo l’ipotesi sono andato a cercare nella realtà le caratteristiche morfologiche dei tennisti. Devo dire che mi sono sentito un po’ Charles Darwin che ha sostituito ai fringuelli i tennisti. Cercare la morfologia del becco che più si adatta ad un determinato ambiente, e/o a una precisa funzionalità di un movimento.

Quello che sorprendentemente ho notato è che la scienza funziona. I migliori tennisti di sempre hanno una caratteristica in comune: coloro che raggiungono i più alti livelli di questo sport sono accomunati tra di loro da una struttura di una parte del loro corpo. Così come allo stesso modo tutti i fringuelli di una determinata specie sono accomunati da una forma del becco molto simile che li agevola nella ricerca del cibo in relazione ai luoghi in cui vivono. Mi è sembrato quindi evidente che se al posto della sopravvivenza inseriamo la vittoria, che poi è una forma di sopravvivenza edulcorata, nei luoghi definibili come campi da tennis vincono, quindi sopravvivono, solo determinate caratteristiche. Certo il campione ha perso un po’ della sua aurea mitologica, ma non era una ragione sufficiente per fermarsi.

Per approfondimenti sull’uso del polso. Mark Papas.

Approfondimenti sulla pronazione nel dritto.

La sensibilità della mano una volta per tutte.

L'evidente pronazione nel servizio di Venus Williams

Nel corso di varie discussioni con amici o parenti una delle tante obiezioni che mi è stata rivolta e che quindi non mi coglie impreparato è quella che riguarda una fantomatica sensibilità della mano che permetterebbe di giocare una varietà diversa di colpi: la palla corta, una stop volley, un rovescio tagliato, una palla più morbida, un pallonetto al volo. Anche qui per capire bene cosa sia questa sensibilità è bene partire da un presupposto chiaro, una definizione che ci permetta in seguito di stabilire cosa può permettere lo sviluppo di tale sensibilità. Non so se le andrà bene ma ho pensato una definizione: “La sensibilità della mano nel gioco del tennis è una capacità che permette al giocatore di giocare colpi non violenti con estrema precisione e dimestichezza”.

A questo punto dovremmo domandarci quali caratteristiche del giocatore permettono di sviluppare questo tipo di sensibilità. Naturalmente ci sarà anche la capacità coordinativa da mettere tra queste caratteristiche, la coordinazione occhio mano, l’abilità del nostro cervello di intuire  e prevedere traiettorie, ma non è assolutamente da escludere, anzi credo proprio che sia da inserire, quella caratteristica morfologica che sembra accomunare tutti  i tennisti. Perché è proprio questo aspetto semplicissimo che permette di modulare il colpo. Anzi permette di avere quegli elementi che poi verranno utilizzati dalla capacità di coordinazione e da tutte le altre caratteristiche,  e che servono a giocare questa tipologia di colpi. È quindi la base del progetto, è la condizione iniziale che permette lo sviluppo, e tale elemento può essere sorprendentemente  semplice, in modo inversamente proporzionale alla complessità della struttura che andrà a comporre. Un giocatore con una massa sufficientemente grande ha la possibilità di modulare i propri colpi agendo sulla velocità della massa, chi invece non ha a disposizione, morfologicamente, tali condizioni potrebbe essere impedito a utilizzare un movimento morbido, delicato, perché vedrebbe l’inefficacia del proprio corpo. Non arriverebbe alla rete e per arrivarci sarebbe costretto a velocizzare il movimento perdendo in precisione e accuratezza. Oppure, all’opposto, sarebbe costretto a una sforzo maggiore e continuato per giocare colpi vincenti.

Anche qui dottor Lombardi non credo che non potrà non convenire con me che la crescita, anche psicologica, di un tennista è strettamente collegata alla sua struttura fisica, la quale può permettere o impedire il processo di sviluppo, l’ acquisizione di sicurezze, da subito, sin dall’inizio.

Dall’ infinitamente piccolo si è aperto un mondo, quasi una nuova dimensione, e i temi da approfondire e sviscerare su questo aspetto sono innumerevoli: dalla divulgazione scientifica, a quella dell’apprendimento psicofisico; l’analisi dello stato di flusso (flow, the zone) il quale può verificarsi solo se ci sono dei feedback chiari e non ambigui. I libri dello psicologo Mihaly Csikszentmihalyi non mi risulta che siano mai stati tradotti in italiano, lingua ormai utilizzata appieno solo per i pettegolezzi, o le traduzioni di Dan Brown. Non è da trascurare nemmeno il concetto di capacità esplicativa di una teoria, ben descritto da Richard Dawkins, anche i sui libri sono sempre più irreperibili in questo paese. Sicuramente non li troviamo esposti in un supermercato a inseguire il proprio lettore. L’aspetto delle scienze del caos è forse il più evidente, ma la complessità vive proprio di interdisciplinarità. Non ho scelto il titolo a caso: non c’è una sola scienza, ci sono le scienze. Sistemi complessi e i loro inneschi. Non che pretenda nessuna ragione, non sono in contrasto con nessuno, ma mi creda ho cercato per primo di confutare le mie ipotesi e per ora non ci sono riuscito (Karl Popper). C’è chi ha un arma in più che può utilizzare per crescere tennisticamente e chiamare a raccolta tutta un’altra serie di qualità, e magari vincere da terra a erba in poche settimane, e addirittura vincere le quattro prove dello slam nello stesso anno, un attrattore se mi passa l’allegoria.

Sono sicuro che qualora le fosse chiesta una consulenza e un’opinione in merito, o se le fosse già stata chiesta, saprebbe, o ha saputo, sicuramente rendere merito al merito e riconoscere l’arte. Perché… e se un battito d’ali…

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