La lunga corsa verso l'ideale (Sande Elkins)

Negli anni non sono riuscito a farmi un’idea chiara del concetto di libertà che sia indipendente da una sua forma, spesso ritenuta più volgare, che ci permette di scegliere tra più possibilità. A torto tale forma di libertà è stata ritenuta di secondo livello perché consente solo di scegliere tra due o più opzioni che abbiamo di fronte.

La libertà vera invece godrebbe nella sua forma più pura dell’essere svincolata da ogni costrizione del reale. Si tratta di una libertà che vive di una forma astratta, molto affascinante e seducente ma difficilmente definibile. Dove si collocherebbe questa libertà?  Può essere spiegata in concreto? Queste sono state le domande che mi hanno sempre fatto prendere le distanze da quei filosofi che hanno cercato di dare una definizione di libertà che esulasse da un concreto calcolabile numero di scelte. Ce ne sono stati molti e nessuno di loro mi ha mai convinto appieno: c’era sempre un alone di mistica definizione in quelle spiegazioni; le forme cangianti nonché affascinanti di nuvole mosse da venti veloci e instancabili. Non si possono fermare le nubi della libertà in una definizione, una frase, perché mutano continuamente assumendo le forme del possibile: ora allungate, poi sfilacciate, per addensarsi corpose e cariche, e poi di nuovo dispiegarsi in un allungo che sfiora l’orizzonte.

Una definizione astratta è simile per opposto alla contingenza cangiante di una nube. Sembrava sempre di non riuscire ad afferrare il concetto, di non riuscire a descrivere la forma. Eppure le nubi e con loro anche i pensieri di quei filosofi erano frutto della realtà e nella realtà si muovevano. Il libero arbitrio è più chiaro, più semplice da capire e da spiegare: riuscire a determinare il proprio destino è un tipo di scelta più pratico: nessuna predeterminazione.

Dipende probabilmente da una limitatezza dell’uomo che non riesce a comprendere con la propria mente una moltitudine di possibili, e quindi per comodità e sicurezza decide di ridurli a un numero che è per lui più semplice da gestire. Da qui è facile perdersi e accettare una dicotomia di opposti: da una parte la realtà sensibile, e dall’altra la verità riconducibile a un aspetto metafisico, a un noumeno dove c’è la libertà, quella vera. Potrebbe sembrare addirittura impossibile riprendere un concetto di libertà assoluto e svincolato dalla realtà sensibile partendo proprio da quest’ultima, ma è proprio il pensiero ipotetico che unito a quello speculativo può permettere di unire ciò che apparentemente sembra aver preso due strade culturali diverse. Non una fuga verso l’astratto ma un nuovo disegno che ricomprende l’astrattismo, come un possibile ipotetico.

In fondo c’è da domandarci se sia mai esistito un libero arbitrio assoluto: anche qui ciò che appare come concreto, si vede, sembra, nel bene e nel male, essere ispirato da un assoluto desiderio di libertà incatenato dai limiti della realtà. E’mai esistita la possibilità di scegliere in modo del tutto libero dai condizionamenti della realtà contingente? Quanto c’è di libero arbitrio e di servo arbitrio in ogni nostra scelta? La società, le persone che abbiamo incontrato, lo stato in cui siamo cresciuti, le nostre letture, le amicizie, gli insegnanti che abbiamo avuto, quanto hanno influenzato la nostra liberà di scelta? O meglio quanto hanno tolto all’ideale assoluta liberà con cui veniamo al modo? Forse è questa la domanda essenziale, posta in negativo. Quanto di ciò che potevamo essere ci è stato impedito di sviluppare dai condizionamenti esterni? Cosa ci siamo persi di noi stessi semplicemente vivendo dove siamo vissuti? La realtà è un vincolo solo per il fatto di esistere, di essere una realtà, ed più forte di ogni ipotesi, di ogni pensiero, arte o letteratura. La realtà condiziona, impedisce, censura e al tempo stesso indirizza e favorisce  solo determinati comportamenti. Quelli che le si confanno di più, che più le si cuciono addosso. La realtà è un tiranno che ha già eliminato le altre ipotesi.

Non solo la realtà culturale, o sociale, dove viviamo, ma anche quella fisica, tangibile. La realtà genetica che è quella che condiziona la concretezza della nostra corporeità è anch’essa una ferrea morsa che impone noi stessi a noi stessi. L’altezza,l’intelligenza, il colore dei capelli, quello degli occhi, le nostre braccia e le nostre gambe, la robustezza e la gracilità, le malattie a cui saremo soggetti e quelle che mai avremo, tutto questo è determinato dal nostro patrimonio genetico, e allo stesso tempo è ciò che concorre a definirci come uomini, individui, schiudendo possibilità e imponendo dei limiti allo stesso tempo. Sembra non esserci nessuna via d’uscita. La libertà assoluta è  una chimera filosofica mai così relegabile in un mondo delle idee completamente distaccato dalla realtà, un empireo ideale e lontano che possibile solamente sognare. Il libero arbitrio è anch’esso solo una magra soddisfazione a cui ci ostiniamo a credere, in realtà non esiste. Prima i geni e poi il mondo in cui cresceremo hanno già costruito la gabbia della nostra prigione.

Ma ogni gabbia ha le sue maglie, spazi da cui qualcosa può passare: lo sguardo va oltre, la mente non può essere imbrigliata oltre certi limiti. Anche il determinismo della genetica, che sembra avere una capacità stringente sullo sviluppo del corpo, è da considerare un mito. Quanto è stringente un progetto genetico? Quanto della sua realizzazione dipende da fattori esterni? All’ultima domanda è possibile rispondere “molto” e credo non ci sia ragione di dubitarne. Lo sviluppo dell’altezza dipende anche dalle condizioni di nutrizione, e da come in certe condizioni i geni lavorano con anelli di retroazione favorendo un aspetto al posto di un altro in relazione alle condizioni in cui si trovano. In determinate circostanze lo sviluppo previsto potrebbe non essere raggiunto: in condizioni di denutrizione; in presenza di ripetuti problemi di salute. La potenzialità potrebbe rimanere in potenza, con l’estrema conseguenza della morte. Termine precoce di una evoluzione mai arrivata a compimento.

Dalla maglie passa sempre qualcosa. Spesso in negativo, nel senso che ciò che era previsto che potesse essere raggiunto viene bloccato da condizioni che ne frenano lo sviluppo. Si tratta di un uscire dalle maglie rimanendo nella cella, ma il progredire dell’intelligenza ha permesso anche di potersi liberare dalla gabbia di un determinismo mai troppo stringente. Il pensiero e la razionalità hanno permesso, seppur geneticamente determinati, di svincolarci dal determinismo di un progetto: volare, attraversare il globo in ventiquattr’ore, esplorare gli abissi marini, capire noi stessi. Tutte attività che  esulano da un progetto strettamente deterministico, come il mito di una certa genetica cerca di far passare le informazioni presenti in un’elica di acido desossiribonucleico.

Ma se c’è questa capacità di uscita allora dov’è la libertà? E soprattutto cos’è la libertà? Sembra configurarsi sempre di più come un processo, un’acquisizione di consapevolezza che consente non solo di scegliere ma anche di progettare una fuga. Qui forse si possono coniugare la visione astratta e quella strettamente più pragmatica: nel senso che questo processo di acquisizione di conoscenze permette un avvicinamento verso la libertà assoluta, che rappresenta le infinite possibilità di una razionale fantasia. In questo percorso risiede quella che può essere la definizione di libertà, ma proprio essendo dinamica la sua forma sfugge continuamente ai nostri occhi come il mutare di una nuvola, pur rimanendo lì perfettamente visibile, logicamente interpretabile ed emotivamente desiderabile. Un percorso: la concretezza di essere liberi “da” qualcosa corre verso l’ideale di essere liberi “da tutto”.

— dopo tutto gioco a tennis con una mano artificiale…

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