Ma quante belle racchette madama dorè
Ma quante belle racchette Madama Dorè

E ‘ sempre una storia di racchette: racchette con cui si gioca, racchette colorate e ricolorate, racchette vendute. Racchette a cui si è affezionati perché si è imparato con quelle, allo stesso modo con cui si è affezionati agli orsacchiotti che ci portiamo a letto da bambini, anche se gli orsacchiotti non fanno guadagnare miliardi. Questa è una storia più eclatante perché riguarda non un ottimo professionista, ma un ex numero uno del mondo, attualmente detentore del record degli slam vinti. Vinti con fatica tra l’altro, e non con l’agio di certi campioni moderni. Iniziò nel 1990 con uno U.S. open quando aveva diciannove anni, era un ragazzo. In quell’edizione si guadagnò il soprannome di Pistol Pete. E perchè Pistol Pete avrebbe dovuto rinunciare alla sua Pistola? Poi ci furono due anni e mezzo di vuoto a livello di slam: torna vincerli con il suo primo Wimbledon nel 1993. Il quattordicesimo, l’ultimo, lo ha vinto nel 2002 all’età di trentuno anni.  Durante la sua carriera la Wilson gli chiede di cambiare racchetta, ma lui rifiuta, perché pensa che non sia uguale, sente delle differenze, anche lui. Fissazione? Superstizione? Sampras non sarà Dulbecco, ma credo non si possa dubitare che sapesse fare bene il suo lavoro di tennista. Perché allora arrivò al punto di non percepire del denaro dallo sponsor pur di non cambiare racchetta? Non si fidava più? Sembrerebbe di sì, perché se si fosse fidato non si sarebbe fatto tutti questi problemi. Forse era un problema di valori non necessariamente monetari?

Sampras Jack Kramer Racket
Sampras's Jack Kramer Racket. Darren Rovel

E’ sul centrale di Wimbledon e lo stadio è stracolmo. Al servizio. E’ 6-5 e servizio al quinto set: 40-30. La partita è stata durissima. Ha un match point sul suo servizio, ma  per tutto il game precedente, subito dopo aver cambiato racchetta ha avuto una strana sensazione, non gli è sembrata proprio uguale. Eppure l’aveva presa dalla sacca dove ce ne sono una quindicina, dovrebbero essere tutte uguali. Quella strana sensazione persiste, anche se cerca di non pensarci. In fondo è sufficiente un un ace o un servizio vincente. Lui è  Pistol Pete, ne tira centinaia in allenamento. Ora ne basta uno solo. Si piega come un arco con tutto il busto, la schiena sembra spezzarsi sotto la pressione, il braccio e la racchetta “mulinellano” dietro la schiena che esplode in avanti,  e la palla scocca. Sì è lì, va lì: dritta verso la riga esterna. Lo riconosce questo colpo, lui è Pistol Pete, ne fa a milioni. E’ fatta!  “Ho vinto”, pensa. Ma all’ultimo momento la traiettoria cambia leggermente: si abbassa un po’, solo un paio di centimetri; giù.  Nastro, fuori. Seconda di servizio. Non c’è il tempo di pensare. Chip and Charge dell’avversario. Quaranta  pari. Quella strana sensazione persiste. In un angolo dello stadio una persona dagli occhi enormi si trattiene e sorride appena. Ha investito sedici milioni di dollari sul suo avversario, che indossa una nuova linea. Lui vende magliette. Seguito de “La mano di Rod”. All rights are reserved.

Sampras al servizio
Sampras al servizio

Quanto vale una leggera differenza?

Ma Pete Sampras non è stato il solo, infatti nell’articolo di Darren Rovel di ESPN si descrivono molte altre situazioni simili:quella di  Shirchapan, di Philippoussis, Hewitt. Ogni tanto qualcuno sparisce. Rovel, se avete la pazienza di leggere l’articolo in inglese, vi aprirà un modo di possibilità. Qual’è il confine tra reale e surreale, tra la realtà e i fatti?

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