Un tabellone da sfruttare per Camila Giorgi e Karin Knapp

Non c’è molto da stare allegri per il tennis italiano. I ragazzi sono usciti tutti al primo turno manifestando evidenti disagi tennistici e forse psicologici. Le ragazza più quotate (Errani, Vinci, Schiavone) sono in evidente fase di calo, eppure nonostante il pessimo inizio al momento rimangono in gara Camilla Giorgi e Karin Kanpp. Un po’ pochino si potrebbe obiettare ed in effetti non c’è da stare allegri, tutt’altro. Però la Knapp ha eliminato l’Azarenka, seppur per ritiro nel terzo set, e così mi sento un po’ Giovanotti: provo a pensare positivo. Con la testa di serie n. 5 fuori subito dal torneo l’italiana si è aperta il tabellone e se riesce a mantenere il sangue freddo potrebbe sfruttare l’occasione. Il prossimo turno la vede opposta ad Anastaija Sevastova. La lettone di un metro e sessantanove vanta al massimo un quarto turno allo Australian Open del 2011 e proprio a quell’anno risale la sua migliore classifica (n.36 del mondo). Attualmente è n. 87 in singolare. Non sembrerebbe un ostacolo insormontabile. Al turno successivo Karin incontrerebbe la vincente tra Petkovic e la Putintseva. La prima è testa di serie n. 28. un avversaria sulla carta di più valore ma non certamente da incutere eccessive preoccupazioni e comunque deve ancora vincere la sua partita con Yulia Putintseva. Dopodiché Cibulkova o Suarez Navarro, rispettivamente n. 22 e 12 del tabellone, se tutto si svolge senza sorprese. Situazione più complessa, ma Karin ha ora davanti il tabellone migliore possibile. Con determinazione e adrenalina va sfruttato al massimo. Forse è troppo sperare nella seconda settimana, ma più turni si passano più fiducia, morale e punti arrivano.

Non è messa male nemmeno Camila Giorgi. Dalle sue parti è uscita la Kerber sconfitta da Bertens che Camila dovrà affrontare nel prossimo turno. Kiki sarà ovviamente carica per la vittoria sulla Kerber ma non è un ostacolo insormontabile per la Giorgi che vanta una classifica migliore anche se di poche posizioni: 44 contro 58 della Bertens. L’occasione è buona perché chi uscirà vincitrice avrà difronte la vincente tra la Razzano e la Kasatkina che n. 29 del tabellone, poi, eventualmente la Heys testa di serie n.15. Anche in questo caso difficile poter immaginare di meglio.

Le opportunità per le uniche italiane rimaste ci sono, non rimane che cercare di sfruttarle, magari prendendosi qualche rischio in più. Per imparare cose nuove è necessario provarle, per divenire sicuri delle proprie possibilità è necessario riuscire. Quindi non rimane che provarle tutte. Da perdere non è rimasto molto.

Roland Garros 2016: speriamo in Nishikori. Yes he can

Questo tennis in fondo non mi affascina più di tanto. Si finisce per vedere gli stessi giocatori e per scrivere le stesse cose. Come scrive giustamente Ubaldo Scanagatta è sempre più difficile entrare nei primi cento e di conseguenza è sempre più difficile uscirne. È un tennis in cui i giocatori si riducono e gli spettatori aumentano. Per gli affari probabilmente è meglio così ma l’organizzazione mondiale per la sanità si lamenta giustamente che l’obesità rappresenta uno dei maggiori problemi di salute nel mondo. Qualcuno dovrebbe farlo presente all’ITF.

Nel frattempo, con molta probabilità i protagonisti di questo Roland Garros rischiano di essere gli stessi, con l’esclusione di Roger Federer che nonostante senta il peso dell’età dovrà attendere molto per uscire dai primi cento.

C’è il caro Nadal che cerca la decima vittoria; Novak Djokovic che vorrebbe vincere la coppa dei moschettieri per la prima volta e lanciarsi nell’ardua impresa di realizzare un Grande Slam (più di 40 anni dopo l’ultimo di Rod Laver). Quante volte l’avete letto? Quante volte è stato scritto?

Andy Murray sembrerebbe in forma dopo la vittoria di Roma e gioca sempre meglio sulla terra battuta. Poi ci sono gli outsider, perché questo gioco è ormai ridotto a una battaglia tra quattro o cinque giocatori con qualche rara introduzione. Se togliamo Wawrinka, che vinse lo scorso anno qui a Parigi e nel 2014 in Australia, lo Us Open dello sfortunato del Potro nel 2009 e quello particolare di Marin Cilic nel 2014 per trovare uno slam che non sia stato Vinto da Federer, Nadal, Djokovic o Murray è necessario risalire alla vittoria di Gaston Gaudio nel 2004 al Roland Garros. Non vanno meglio le cose allo Australian Open: dove l’unico estraneo dal gruppo di amici della parrocchietta a vincere fu Marat Safin nel lontano 2005. Ben 11 anni fa.

La situazione è ancora peggiore a Wimbledon dove in un era geologica molto lontana si narra che vinse Lleyton Hewitt. Era il 2002. Per il resto ripetizioni, a non finire, con l’esclusione, appunto di due slam cadauno per Wawrinka e Murray e uno per Del Potro e Cilic. In tutto sei slam su un totale di quarantasei se non ho contato male. Quarantasei tornei per sette giocatori di cui quattro di questi ne hanno vinti solo sei in totale fra di loro (Murray, Wawrinka, Del Potro, Cilic). Per un nome nuovo allo Us Open è necessario risalire al 2003: la vittoria di Andy Roddick su Juan Carlos Ferrero.

E non si vede niente all’orizzonte, o molto poco. È la biodiversità che avanza.

Nemmeno il gioco appare variato. Si è standardizzato su scambi da fondo sempre più ritmici e potenti con l’esclusione di qualche palla corta, anch’essa ormai sempre più prevedibile all’interno degli schemi perché giocata quando l’avversario è stato spostato fuori dal campo in profondità.

Così oltre ai giocatori sono spariti i colpi. In realtà prima sono spariti i colpi, ovvero la possibilità giocare soluzioni di volo, e di conseguenza si è ridotto il numero di giocatori. Perché chi non vince, almeno una volta ogni tanto, un po’ più spesso, prima o poi smette a meno che non sia un frate benedettino o un seguace di Jacopone da Todi e porti con disinvoltura il cilicio del “vado in campo per perdere, qualcuno deve pur perdere. Sarà dovuto a una volontà divina il fatto che perdo così tanto e spesso. d’altronde è grazie a dio che un campione è campione”.

Se si fa di tutto per rendere un gioco molto fisico le probabilità che riesca a giocare solo chi possiede un certo tipo di caratteristiche fisiche aumenta, e se queste caratteristiche sono rare i giocatori sono pochi.

Non rimane che sperare in Nishikori. Sarebbe l’ora vincesse un giapponese di un metro e settantotto. Paese dove l’altezza media è un metro e settantuno. Con le quote di oggi la Sani lo da 25 a 1, Gazzabet a 19, Betclic a 18. L’importante è crederci. Yes he can.

Dal braccio di Vilas a quello di Nadal, passando per l’uomo vitruviano e l’onda lunga cinese

nadal vilas

Nadal e Vilas

Con la vittoria del torneo di Barcellona Rafael Nadal ha raggiunto numero di tornei vinti dell’argentino Guillermo Vilas, che nell’arco della sua carriera era arrivato al numero di 49 vittorie sulla terra rossa.
Siamo quindi nel momento del passaggio di una staffetta dal braccio di Vilas a quello dello spagnolo. Anche perché i due giocatori sembrano avere in comune le dimensioni dei bracci, peraltro entrambi sinistri, perché tutti e due sono giocatori mancini. Coincidenze si potrebbe dire. In effetti un’associazione non implica necessariamente una correlazione, tantomeno un rapporto diretto di causa effetto.
Nadal non c’è riuscito a Madrid a compiere il sorpasso su Vilas, ma proprio il torneo di Roma potrebbe permettere allo spagnolo di superare l’argentino. Roma non offre per il momento grandi spunti, con gli italiani quasi tutti eliminati, così nella mia mente gironzola l’immagine del braccione di Vilas e di quello di Nadal.
Associare fa parte del processo conoscitivo e intellettivo della natura umana, quindi azzarderò la presenza di una correlazione tra i due fattori. Tanto siamo pieni di teorie campate in aria, che una in più o una in meno non credo faccia la differenza, compresa quella della velocità del braccio che nel lancio della pallina, al liceo, poteva fare la differenza, nelle collisioni, invece, la massa ha la stessa importanza della velocità, nonostante in molti cerchino di eliminarla dai loro processi di analisi. In più non è da escludere che sulla terra battuta il rallentamento al rimbalzo possa essere compensato, affinché il colpo permanga efficace da una massa maggiore del braccio a parità di velocità. Condizione che su altre superfici diverrebbe, ovviamente non inutile, ma meno decisiva quando il minore rallentamento al rimbalzo della palla avversaria imporrebbe maggiore destrezza e rapidità in preparazione del colpo. Vilas e Nadal avrebbero meno tempo per caricare i propri colpi carichi di rotazione. Tale situazione non li renderebbe dei brocchi ma più abbordabili su tutte le altre superfici, come del resto è accaduto sia per Vilas che per lo spagnolo.
Ma questa è solo un’ipotesi, per altro probabilmente sballata, e smentita sia dalla fisica che dalla realtà come dimostra l’onda lunga del tennis cinese, asiatico e giapponese che a partire dall’oriundo Michael Chang per finire con Key Nishikori (senza dimenticare la Li Na) stanno dominando in lungo e in largo i tornei sulla terra rossa “swingando” i loro braccini a velocità prossime a quelle della luce, con rischio di salto nell’iperspazio sia della racchetta che della palla. Tanto di complimenti sinceri.
In verità ha ragione il notaio che gioca nel mio stesso circolo. Arriva con un suv da 2,5 tonnellate: “perché così se faccio un incidente la botta la prende quell’altro”. Sorridendo divertito. Poi gioca con una racchetta da 240 grammi.
“Dottore, come va il dolore al braccio?” – “Non bene…mi servirebbe una racchetta più leggera…” – “Certo…è chiaro dottore…”.
Poi lungo, il braccio deve essere lungo, deve uscire dal quadrato dell’uomo vitruviano. Perché se l’asse di rotazione è la spalla ogni singolo punto di la massa, via via, fino ad arrivare all’ultima falangetta va moltiplicato per tutta la distanza dall’asse di rotazione al quadrato, per calcolare il momento di inerzia. L’ultima falangetta ha tutto il braccio di riferimento. Il tennista perfetto è un’imperfezione dell’ideale di Leonardo da Vinci, esce dal suo disegno, non rispetta le proporzione, non rientra in uno stereotipo culturale. È semplicemente adatto a un ambiente.
Rimane solo una questione di marketing, perché non si può vendere un braccio. Quello di Nadal non è in vendita, nemmeno quello di Vilas. Non li trovi al negozio di sport, tanto meno al supermercato. Si possono vendere racchette che danno l’illusione di essere velocissimi, o forse lo si è velocissimi, senza una parte dell’equazione però… Le illusioni si vendono bene e inseguirle è ancora più costoso. È sufficiente togliere una letterina da una formula e nessuno se ne accorgerà.
Il passaggio di consegne potrebbe avvenire a Roma o forse no, in tal caso rimarrebbe il Roland Garros subito dopo. Ma è altamente improbabile che lo spagnolo non riesca a vincere un altro torneo sulla terra, anche se non impossibile. In questo caso Vilas e Nadal rimarrebbero alla pari ad aspettare che qualcun altro li eguagli. Magari un cinese che esce dagli schemi, uno alto due metri, che non conosce Leonardo da Vinci. Un’eccezione, perché ce ne sono…poche ma ce ne sono…

Nadal, la Sharapova e le streghe di Salem

sharapova.jpg

Maria Sharapova

Un farmaco. Una mail. Una scadenza. Una svista. Questi sono stati gli elementi sufficienti per far gridare allo scandalo doping, quando la russa Maria Sharapova è stata trovata positiva al Meldonium. Un farmaco per cardiopatici, per coloro che soffrono di problemi ischemici, in grado di migliorare la circolazione sanguigna e quindi indirettamente, negli atleti, facilitare il recupero e migliorare la prestazione muscolare.

Indubbiamente nel 2016 la russa è da considerare positiva, ma la condanna non può essere retroattiva nemmeno nel giudizio morale, perché il farmaco fino a fine 2015 non era presente nella lista della Wada, quindi era da considerare legale. La condizione sarebbe addirittura da ritenere un’attenuante a meno che non si parta dal presupposto che debbano essere gli stessi atleti, o i loro medici, a stabilire cosa sia o non sia da considerare doping. Tale forma di regolamentazione sarebbe con probabilità poco efficiente anche se permetterebbe un certo risparmio economico nella lotta al doping. Maria non legge la mail, o gli concede solo uno sguardo distratto, continua a prendere il farmaco e scioccamente si fa trovare positiva a un farmaco che aveva sempre assunto e che non era considerato dopante.

L’emotività troppo spesso guida i giudizi e le azioni. Così la Nike sospende il rapporto miliardario con la russa (una settantina di milioni di dollari in otto anni). Cosa non si fa per risparmiare due spiccioli. La Capriati, esagerando un po’, afferma che dovrebbero toglierle i titoli. Qualcuno in verità prende le sue difese, o quantomeno cerca di essere il più possibile obiettivo: è il caso di Marat Safin che ritiene la situazione dovuta a una leggerezza; o Serena Williams la quale spera che la faccenda si risolva al meglio. John McEnore trova la situazione strana ma alla fine apre uno spiraglio all’eventualità di un errore: “Sarebbe difficile credere che nessuno nel suo campo, le 25 o 30 persone che lavorano per lei o lei stessa non avesse idea che il farmaco fosse stato bandito. Anche a me in passato è capitato di non venire a conoscenza di una nuova regola quindi è possibile che Maria non sapesse nulla”.

Il mondo si spacca in due quando si parla di doping e una vena di maccartismo spunta sempre rischiando di divenire priva di controllo. Il povero Nadal si prende accuse su accuse, da anni, anche dall’ex ministro della salute Francese(Roselyne Bachelot), la cui notorietà è ora in cresciuta e ben legata, seppur di riflesso, al nome del tennista spagnolo. La questione doping scatena un desiderio di giustizia sommaria, di caccia alle streghe. Stuzzica il malanimo, giustifica l’invidia e rischia di alimentare accuse infondate o non provate, in un crescendo senza controllo. Arthur Miller scomoderebbe il sostantivo crogiolo per descrive un ambiente un cui tutto si mescola e la possibilità di distinguere la verità diventa impossibile. Fu il titolo della sua commedia del 1953 in cui in un’assurda caccia alle streghe, allegoria del maccartismo americano, chi confessa e accusa altri diventa innocente e chi non confessa (anche se non ha niente da confessare) è considerato colpevole.
Nel mondo rovesciato degli assurdi giuridici ogni sicurezza si dissolve e la paura è abitudine di vita. Chi sarà il prossimo? Quali le accuse? Chi sarà l’accusatore? Un ministro o un collega?
E le prove? Nel crogiolo non c’è bisogno di prove. Non esiste il concetto di prova. Le accuse sono sufficienti come prova in una guerra di tutti contro tutti. Non esiste nemmeno un prima e un dopo. Un colpevole è colpevole, un sospetto è un colpevole, per sempre. Una strega è una strega, per sempre. Un dopato è un dopato da punire con l’ostracismo dallo sport.
Non siamo ancora a questi livelli ma l’emotività unità alla demonizzazione che traspare da articoli e commenti, quando dall’altro lato la ricerca della prestazione è voluta e osannata, dai tutti i media, con le stesse forme di retorica cariche di assoluti e superlativi, però in positivo, non rende merito allo sport, né agli atleti. Nessuno va a pane e acqua direbbe Rino Tommasi, anzi anche se qualcuno ci provasse sarebbe impossibile raggiungere certe prestazioni. Semplicemente non farebbe l’atleta ma l’impiegato in comune.

Cadere nel crogiolo è più semplice di quello che può sembrare se non si possiedono buone doti di equilibrio, per migliorar il quale potrebbe essere consentita anche qualche sostanza dopante.

Lo strano caso del gigante fragile di Tandil

del potro

Sarà il riflesso del sole…

I paradossi e le apparenti incongruenze fanno parte di questo strano mondo in cui viviamo e sono l’evidenza della sua accidentale organizzazione. Frammenti, bizzarrie, ossimori, contraddizioni, incompletezze e incongruenze sono più frequenti del rassicurante ordine a cui la nostra mente piace credere. Il tennis in fondo non è diverso dal resto, non fa eccezione; rientra a pieno diritto nel coas organizzativo di questo universo dove l’eccezione è rappresentata proprio dalla linearità, da forme di coerenza, dall’illusoria perfezione; condizioni rare che si stagliano su tutto il resto, per questo è immediato porvi l’attenzione e non di rado sopravvalutarle.

62, 62, 62, e 36, 76(5), 46, 76(4), 62. Sono le successioni numeriche che sono andato a riguardare, ma ce se sono altre. Apparentemente insignificanti sono l’indice di un talento che ha trovato difficoltà tali da impedirgli di esprimersi con continuità. Prima ancora della consistente esplosione di Novak Djokovic, che al tempo aveva un solo slam all’attivo, di otto mesi più giovane del serbo, Juan Martin Del Potro liquidava prima Nadal in semifinale con il periodico 62, e poi andava a prendersi la coppa dello Us Open vincendo al quinto su Roger Federer. Il tutto nel mese di settembre, del 2009. E’rimasto il suo unico slam all’attivo e dopo sei anni e mezzo, che hanno visto l’esplosione del serbo, il vistoso calo di Nadal, un Federer privo di acuti a livello di major, un Murray fermo alla vittoria di Wimbledon 2013, si può pensare che, in questi anni, sia mancato il favoloso quinto. Del Potro appunto, che, tra l’altro, agevolò proprio la vittoria Olimpica di Murray costringendo Federer a più di quattro ore di gioco il giorno precedente in semifinale.

Commistione di potenza e agilità tra i rettangoli stretti di un campo da tennis, dall’alto del suo metro e novantotto centimetri il gigante di Tandil è stato tradito dalle articolazioni dei polsi che, in un uomo della sua corporatura, si potevano immaginare più robuste. Ma in questo universo dai molteplici aspetti contro intuitivi niente è necessariamente lineare. I Greci si erano inventati un dio, il Fato, per riuscire a comprendere la complessità.

Il polso destro fermò l’argentino nel 2010 facendogli perdere praticamente l’intera stagione, quando rientrò fu il sinistro a cedere.

Il tendine sinistro lesionato non gli ha dato tregua dal 2012 costringendolo a ben tre operazioni non semplici. Dalle prime due non ne uscì in grado di poter tornare a giocare con continuità. L’ultima lo ha consegnato agli occhi degli appassionati in grado di giocare un set alla pari con Berdych a Indian Wells. Si trattava di un secondo turno, ma già l’esserci arrivato è un indice dell’indubbio talento di un giocatore che nell’ultimo anno ha giocato pochissimo e tra maggio 2014 e giugno del 2015 (mese della terza operazione) aveva partecipato a soli 15 tornei.
Si potrebbe ben sperare. In fondo ventotto anni non sono troppi per togliersi qualche soddisfazione atletica e tennistica. Del Potro potrebbe mettere la sua racchetta fra le ruote di qualcuno sulla carta più quotato di lui.

A rigor di logica questo è quello che dovremmo aspettarci fra qualche mese: un Delpo in forma temibile per tutti in grado di rovinare il torneo a un super favorito sin dai primi turni. In classifica è il n. 420 del mondo.

Naturalmente se il fato non si mette ancora di mezzo: cieco, invincibile, figlio del caos. In grado di legare due macigni con una pagliuzza.

Lo Yin e lo Yang della nuova racchetta di David Ferrer

Sembra essere diventato consuetudine cambiare racchetta verso la fine della propria stagione. È successo a Roger Federer, il quale, dopo un record di slam vinti con un ovale da 90 pollici quadrati, qualche anno fa decise di andare a pesca di palline con un piatto corde più grande. È difficile stabilire se il suo gioco abbia subito delle modifiche in positivo. Possiamo solo valutare in base alle nostre impressioni, empiricamente, perché ancora oggi manca un riscontro chiaro di risultati, i quali, peraltro, potrebbero essere influenzati da altri fattori che sono indipendenti dalle caratteristiche della racchetta. Domandarsi quanto avrebbe potuto vincere Roger Federer se avesse cambiato prima la propria racchetta è una speculazione che può apparire divertente, ma non permette di arrivare a risposte certe.

 
Non rimane che osservare i fatti. Uno di questi è che lo svizzero sin da juniores ha costruito la propria tecnica di gioco colpendo con uno strumento che è rimasto sostanzialmente invariato per tutto l’arco della sua vincente carriera, se si esclude l’aggiunta di cinque pollici quadrati quando passò dalla pro staff original alla ncode 90. Una piccola modifica, così come può sembrare altrettanto piccolo il successivo passaggio ai 98 pollici: prima cinque, poi otto. Ma se si guarda il passaggio intero, ovvero dalla prima racchetta a quella di oggi, i pollici diventano 13. Se non fosse reperibile una forma intermedia in molti griderebbero al salto evoluzionistico. Non è improbabile che la migliore forma di simbiosi tra il braccio di Roger Federer e la racchetta si raggiungesse proprio con la forma intermedia.

 
Gli equilibri di gioco di atleti a questi livelli sono estremamente delicati e sensibili anche ai più piccoli cambiamenti. Questo perché il numero di errori per rimanere a certi livelli deve essere assolutamente limitato e la naturalezza nel modo in cui viene portato il colpo si è perfezionata in un tempo talmente lungo che è misurabile in anni e non in pochi mesi.
Anche in altri sport, come lo sci alpino, la modifica della sciancratura, della rigidità dello sci o di una piastra, della morbidezza del gambetto dello scarpone possono far perdere intere stagioni ad atleti che si sono avventurati nel cambio, finendo per perdere tempo prezioso in continui tentativi per cercare di ritrovare la fluidità naturale perduta.

 
Può darsi che David Ferrer sia solamente stanco e che con i suoi 34 anni d’età i tempi di recupero si siano allungati e non gli permettano più di mantenere i ritmi di gioco di qualche anno fa. Ma se a questo, credo indubbio problema, si aggiunge la necessità di adattarsi in tempi brevi alla maggiore rigidità della sua nuova Babolat ecco che i problemi dello spagnolo potrebbero intrigarsi in una matassa difficile da sciogliere. Lui dichiara di essere “un po’ stanchino” e di aver bisogno di riposo. Di certo queste non sono le migliori basi di partenza per affrontare un cambio di attrezzatura. La differenza più evidente con la Prince che usava fino allo scorso anno è la rigidità: la nuova Babolat ha diversi punti in più di rigidità del telaio. Nei prossimi mesi vedremo se lo spagnolo riuscirà a riorganizzare il proprio tennis nell’arco di questa stagione.

 
Rimane una questione a cui è problematico dare una risposta: è più la modestia o la presunzione che spinge alcuni giocatori a cambiare attrezzatura sul finire della carriera?
È facile confondere i due aspetti (ammesso di poter escludere il fattore economico dell’ingaggio) perché se da un lato la spinta al cambiamento può essere data dal rendersi conto che il proprio gioco sta perdendo di incisività e quindi un attrezzo maggiormente potente, un piatto che consente di limitare gli errori gratuiti, potrebbe compensare il calo tecnico fisico dovuto al passaggio del tempo; dall’altro lato la sicurezza di poter riadattare il proprio gioco, in pochi mesi e a fine carriera, implica una forse eccessiva considerazione di se stessi e un’ostinazione che può impedire di analizzare correttamente le cause reali dell’ alterazione del proprio gioco. Ogni elemento ha il suo opposto ed entrambi necessitano l’uno dell’altro. Nessuno cambia racchetta se è solo modesto né tanto meno lo farebbe se fosse solo presuntuoso.

Un match point è un punto come un altro. Chiedetelo a Nadal

The hand of Rafa

Un punto come un altro

L’ultima stagione dello spagnolo non è andata come lui stesso e il suo staff si sarebbero aspettati. L’ultimo slam vinto risale al 2014, tra qualche mese saranno due anni, si trattava di una coppa dei moschettieri. L’inizio del 2016 lo ha visto sconfitto dal connazionale Verdasco che lo ha eliminato al primo turno dello Australian Open. Poi a Buenos Aires, la scorsa settimana, Rafa aveva dato l’impressione di aver almeno ripreso le fila di un gioco accettabile, almeno sulla terra rossa, ma in semifinale Dominic Thiem, poi vincitore del torneo, si salva da un match point e chiude il tie break del terzo set, nonché la partita, rigettando Nadal a casa, dove lo spagnolo stesso dichiara di dover fare i compiti.

Molti genitori italiani, che auspicano un nuovo sistema educativo, dovrebbero sentirsi frustrati o quanto meno a disagio sapendo che anche Nadal a casa fa i compiti e non solo i loro figli.

Ma dallo spagnolo c’è ancora da imparare: dedizione, abnegazione, costanza e volontà sono parte integrante del suo talento. Anche se spreca palle match lui stesso sosterrebbe che sono punti come gli altri.

Attribuirgli un’importanza maggiore è solo una questione di convenzioni. Se i punti non venissero contati sarebbe uno punto come un altro. Da qui lo spagnolo dovrebbe ripartire con l’umiltà che lo contraddistingue, perché il match point è realmente solo un punto, come gli altri. Il problema del gioco di Nadal non può essere ricondotto a un solo quindici anche se viene caricato di importanza per convenzione.

Sono tutti gli altri quindici a rivestire un problema maggiore: quelli che in semifinale a Buenos Aires hanno fatto perdere il primo set al maiorchino, di fatto mettendolo in condizione di gestire un recupero delicato. Oppure quelli con cui ha lasciato il primo e il terzo set a Verdasco in Australia, finendo, anche in quell’occasione, per inseguire in affanno.

Anche i dritti poco sicuri, troppo spesso corti, che consentono agli avversari di gestire il punto e relegano Nadal nella condizione di dover alzare il livello del rischio per chiudere lo scambio, con un’altalena continua tra eccessiva sicurezza e azzardo, sono un problema da risolvere.

Il risultato è la perdita di continuità di gioco, di fluidità. Alti e bassi, colpi strappati, altre volte trattenuti, aprono un ventaglio di possibilità che negli anni precedenti i suoi avversari non avevano.

Dal match point Nadal dovrà ricominciare, ma non per il valore intrinseco del punto, bensì per lasciarsi alle spalle un gioco, la paura dell’errore, lo spettro della sconfitta.

I compiti a casa potrebbero essere fondamentali per risolvere questa situazione, meno che non abbiano ragione quei genitori che li considerano inutili, tempo perso. In questo caso non ci sarebbe molto da fare.