L’etica dei pipistrelli vampiro. Copiare la natura e l’evoluzione nel mondo globale

Pipistrelli sociali

Pipistrelli sociali

Nel viaggio alla ricerca di una società migliorabile, perché molto probabilmente la perfezione lascerebbe molte delusioni a causa della sua irrealizzabilità intrinseca, oltre all’utopia è necessario abbandonare anche altre forme di illusione che alimentano false speranze. La dinamica principale di questo processo consiste nel lasciare ogni forma di astrattismo, misticismo e assolutismo inteso nel senso della velleitaria ipotesi che i comportamenti altruistici esistano indipendentemente da ogni altro fattore. C’è da recuperare, invece, la forma matematica dell’approssimazione. In questo senso ogni progresso in ambito sociale è un miglioramento che consente di compiere un passo in avanti. Le discussioni sull’ipotesi di poter raggiungere o meno l’asintoto è forse meglio lasciarle a disquisizioni puramente accademiche. Esiste un aspetto pratico e non meno nobile: tentare e riuscire a compiere i singoli piccoli passi. Ma per riuscirci è opportuno conoscere il terreno su cui dovremmo camminare, la struttura dei nostri corpi, la natura di noi stessi, nonché l’obiettivo e gli obiettivi che si intende perseguire.

Se paragoniamo due auto tra loro, o qualunque altra opera dell’uomo, a distanza di molto tempo (mezzo secolo o un secolo) non possiamo non notare le differenze e le notevoli migliorie che sono state apportate, ma al tempo stesso non sarebbe corretto affermare, per esempio, che le auto odierne siano perfette, che corrispondano all’utopia astratta di macchina senza difetti. Sono però molto migliorate e questi progressi sono stati possibili sostanzialmente grazie alle maggiori conoscenze tecniche e scientifiche. La domanda se esiterà mai un auto perfetta è puramente retorica. Molto probabilmente nessun ingegnere prenderebbe in seria considerazione l’ipotesi di rispondere in modo assoluto con un sì. Loro si occupano del processo di miglioramento non di certe speculazioni. La risposta più probabile sarebbe proprio questa: “noi ci cerchiamo creare auto sempre più sicure ed efficienti”. Continua a leggere

Empatia calda e motivazioni egoistiche per essere altruisti

Intersezioni di collaborazione

Intersezioni di collaborazione

Sono stati fatti numerosi studi sull’empatia e questa caratteristica, non esclusiva dell’uomo, è stata considerata fondamentale per i processi di vita sociale nelle architetture complesse di vita in comune. Ne sono stati studiati gli effetti in medicina tra paziente e medico, in ambiato lavorativo (Goleman 1997) al fine di comprendere quale sia il miglior ambiente di lavoro non solo dal punto di vista della vivibilità ma anche da quello dell’efficienza, in psicologia per capire meglio casistiche di psicopatologie comportamentali ed anche per spiegare fenomeni di bullismo in età adolescenziale. L’empatia è parte integrante di molti aspetti della nostra vita ma forse il suo ruolo, anche se essenziale, è stato sopravvalutato nel senso che potrebbe essere necessaria ma non sufficiente affinché si manifestino e si conservino comportamenti pro sociali all’interno di un gruppo. La capacità di comprendere gli stati d’animo degli altri, che è la definizione più classica, forse abusata, del concetto di empatia, merita di essere approfondita. Comunque il sostantivo “empatia” e il relativo aggettivo sono stati utilizzati per indicare aspetti diversi dei processi celebrali che sono alla base dell’immedesimazione con gli altri e della comprensione dei loro stati mentali ed emotivi.

È possibile distinguere tra empatia fredda ed empatia calda. Questa distinzione pone una questione interessante in merito a come la facoltà di riconoscere lo stato emotivo e situazionale di un’altra persona possa dare origine a comportamenti che non sempre seguono lo stesso percorso. Per empatia fredda si intende la capacità di riconoscere lo stato e la situazione della persona che abbiamo difronte, tale condizione è anche descritta come “teoria della mente” (Theory of mind) ed è un’abilità che si acquisisce a partire dai 3 e i 4 anni di età. L’empatia calda è stata generalmente descritta, dal punto di vista scientifico, come la facoltà di riuscire a immedesimarsi nelle condizioni osservate nell’altro. Questo secondo tipo di empatia si configura come una risposta emotiva successiva alla prima capacità cognitiva (R. James R. Blair, Empathic dysfunction in psychopathic individuals, 2006). Quello che è emerso da studi relativamente recenti è che nei disordini relativi all’empatia e riconducibili a disfunzioni psicopatiche nei soggetti studiati non è stato riscontrato nessun disturbo o disfunzione della teoria della mente (Hare, 1991). Gli individui sono risultati nella norma riguardo alle capacità di empatia cognitiva e non risultano indicazioni a sostegno dell’ipotesi che coloro che hanno comportamenti antisociali abbiano un deficit ricollegabile alla teoria della mente. Continua a leggere

Coesione sociale e il limite etico delle religioni

Limiti

Limiti

Nell’analisi dei comportamenti che generalmente vengono definiti altruistici, pro sociali o collaborativi è necessario stabilire un approccio di indagine che cerchi di spiegare i motivi per cui si sono affermati.

Da un lato è stato ormai chiarito che i gruppi in cui sono nati erano composti da parenti perciò da individui che condividevano e condividono una parte del proprio patrimonio genetico. In linea di massima quindi, salvo situazioni particolari e casi devianti, c’è da aspettarsi un aumento della solidarietà direttamente proporzionale al grado di parentela. La maggiore attenzione verso i figli diminuisce nel percorso che arriva agli estranei: le risorse fisiche, affettive, mentali ed economiche hanno un’evidente tendenza a diminuire lungo questa strada. Il fatto che possano esistere comportamenti “devianti” non ha la forza di inficiare una solida realtà statistica. Comportamenti eccessivamente “egoistici” rientrano nell’ambito di mutamenti casuali che diminuiscono la fitness riproduttiva ed hanno perciò conseguenze negative sulla diffusione di comportamenti estremi di questo tipo. Il paradosso di un genitore che mantiene per sé tutte le risorse ha una ricaduta sulla sopravvivenza dei geni dello stesso genitore. La condizione opposta (un genitore che concede tutto a figli) non porta intuitivamente e drasticamente ad una interruzione della linea di sopravvivenza e trasmissione genetica ma può avere conseguenze altrettanto rischiose. Donare tutto il cibo alla prole significa non averne per sé e quindi privarsi delle energie necessarie per cercarne di nuovo da donare a individui non ancora autosufficienti o per procreare ancora e ottimizzare la diffusione del proprio patrimonio genetico, con conseguenze molto simili alla prima situazione, se non identiche. Tra queste situazioni estreme ci sono una quantità molto vasta, se non infinita, di casi intermedi, dove in relazione alle condizioni di reperibilità delle risorse per la sopravvivenza, periodo per l’autosufficienza e altre condizioni ambientali si possono osservare diversi gradi di cura della progenie. L’osservazione della natura ce ne fornisce una molteplicità impressionante che spazia dagli ovuli abbandonati per la fecondazione, come avviene nei pesci, negli anfibi e nei rettili fino alle cure più accurate degli uccelli e dei mammiferi, per terminare con la specie umana. L’efficienza di una o dell’altra strategia dipende da molti fattori che non indagheremo in questa occasione, ma il grado di efficienza di una maggiore o minore presenza di cure parentali è variabile. Continua a leggere

Il male eterno, la teoria dei giochi e demoni seppelliti sull’inesistente isola di Utopia

Teoria dei giochi e aspettative individuali

Teoria dei giochi e aspettative individuali

Perché esiste il male? La domanda ricorre spesso ed è stata forse una delle domande che hanno suscitato le più irrefrenabili fantasie nell’uomo  Ha dato origine a numerose leggende e miti: quello di Platone di Er è forse il primo articolato in modo complesso, mentre la dicotomia del dottor Jekyll e mr. Hyde incarna la paura di un male strettamente connaturato al bene e da quest’ultimo inseparabile. Si è tentato di spiegare il male attraverso interpretazioni filosofiche metafisiche e spiegazioni religiose ontologiche, come quella di S. Agostino, che lo vede come privazione del bene partendo dal grado superiore di dio per scendere fino a quelli inferiori delle sue creature.

La tentazione del male ha preso le più svariate forme come quella del serpente nel giardino dell’Eden, di un demonio nel deserto. Alla presenza del male l’uomo ha sempre cercato di fornire una spiegazione anche chiamando in causa divinità contrapposte fra di loro. Nella mitologia greca il cospicuo numero di dei inscenava contese dagli interessi diversificati e dai vantaggi da conquistare altrettanto variegati, distribuendo male e bene a ogni occasione fra le parti in gioco.

È proprio il tentativo di spiegare il rapporto tra male e bene che ha occupato molte delle energie umane al fine di riuscire a chiarire i motivi profondi delle proprie esistenze soggette a delusioni e sofferenze, oltre che a momenti piacevoli. Il bene e il male, dio e il demonio, buoni e cattivi, angeli e demoni, il giusto e l’ingiusto. La dicotomia era ed è collegabile a un’interpretazione etica e morale dei comportamenti nonché a una lotta senza fine tra i due opposti sparsi nell’umanità e, non di rado, anche all’interno della stessa persona. Continua a leggere

Morale ed empatia: dai Bonobo fino a un’etica per il villaggio globale

La morale del villaggio

La morale del villaggio

Recenti studi hanno evidenziato che gli scimpanzé e i bonobo si comportano in modi che potrebbero essere definiti morali, o almeno assimilabili alle basi fondanti di una moralità: ovvero possiedono i blocchi principali di comportamenti etici più complessi come quelli che si possono descrivere negli uomini e nelle donne. Gli studi portati avanti dal professor Frans de Waal, ed esposti nel suo ultimo libro (i Bonobo e gli atei), sono eloquenti. Consolano chi ha perduto un cucciolo, donano cibo ai meno fortunati, si prendono cura di chi ha bisogno, mostrano comportamenti empatici di dispiacere, di senso di colpa. Anche se alcuni potrebbero storcere il naso se tali comportamenti venissero definiti etici in senso umano è fuori di dubbio che queste predisposizioni comportamentali sollevano delle questioni di rilevante importanza. Il fatto che tali atteggiamenti derivino, dal punto di vista scientifico, da una forma di cambiamento evolutivo adattivo solleva la questione della necessità di un dio affinché gli uomini possano avere un codice di comportamento etico. La morale deve discendere necessariamente dall’alto o può essere sviluppata dall’interno nell’ambito dell’individuo, del gruppo di appartenenza? Se altre forme di vita, che non conoscono il concetto di dio, hanno sviluppato comportamenti sociali di cooperazione, comprensione ed aiuto reciproco l’indicazione è che anche per gli uomini (seppur autori di forme di comportamento codificate in leggi e sistemi di convivenza complessi) non vi sia bisogno che la condivisione dei gesti etici sia indotta dall’esterno. Non è una novità che i metodi di cooperazione possano discendere da una scelta condivisa come il contratto sociale (Rousseau), ma se queste forme di convivenza sono lontane dai primordiali approcci empatici di scimpanzé e bonobo molto probabilmente ne rappresentano il continuo in forma strutturata.

Gli studi di Frans de Wall chiariscono che non è necessario credere in un dio per essere persone detentrici di moralità. Senza voler sminuire il lavoro, i possessori di animali domestici potranno sicuramente testimoniare di aver riscontrato comportamenti simili e vicini all’empatia nei loro compagni quotidiani anche se nell’areogramma evolutivo si collocano in una posizione diversa da quella dei primati e dell’uomo, e magari i loro comportamenti rimangono un po’ distanti, nello specifico, da quelli osservati da de Wall nei primati oggetto dei suoi studi. Continua a leggere

Dio non esiste. Quale morale quando il disegno dice molto sul disegnatore?

Darwin, con la sua opera più famosa, pensò di avere confessato, o di dover confessare in modo esplicito un omicidio. Il motivo principale per cui l’opera del naturalista inglese è stata, ed è sempre osteggiata, anche se a volte si assiste a ingenui tentativi di riassorbirla smussandone gli aspetti più deflagranti, risiede nel fatto che in fondo un omicidio è poca cosa. L’origine delle specie secondo la teoria dei cambiamenti per selezione naturale possiede un impatto maggiore di quello inscrittibile nella metafora dell’omicidio. L’impatto è infatti stato molto più ampio. I detrattori della verità ne sono a conoscenza, forse meglio di quello che cercano di lasciare intendere. Il cambiamento delle specie è deflagrante nei confronti di molte concezioni filosofiche, di quelle religiose e dell’idea stessa di divinità. Svanisce il concetto di categoria stabile, di essenza discreta che non muta; gli errori presenti nelle realtà viventi gettano una luce nuova sull’idea della vita come progetto e su quella del relativo progettista. I disegni non sembrano più disegnati, almeno non appaiono più elaborati con il tratto di chi ha dalla sua parte qualità fantasiosamente descritte come onnipotenza, onniscienza, mirabolanti attitudini per creare la perfezione. L’occhio, il nervo laringeo ricorrente, i denti del giudizio, la spina dorsale sono solo alcune delle imperfezioni che un progettista mediamente istruito avrebbe evitato.

Nessuno costruirebbe una strada tra Bologna e Milano facendola tornare indietro per passare da Roma come avviene nel surrealista collo dello giraffa. Si schianta contro il muro di una logica tanto semplice quanto solida anche il tentativo di attribuire questi errori a un qualcosa di imperscrutabile per la fallibile mente umana, la quale, dal basso della sua piccolezza confonderebbe gli errori palesi con qualità lungimiranti. È sempre più evidente come si tratti un puerile tentativo, simile a quello di un allievo che tenti di giustificare i propri errori nel risolvere un’equazione adducendo che le sue soluzioni sono imperscrutabili per il professore, il quale si renderà conto solo fra qualche migliaio di anni di come fosse lui in errore. Come sosteneva Occam la soluzione più semplice è quella giusta e quest’ultima chiude fuori ogni tentativo più complesso. Le imperfezioni sono imperfezioni, nulla di più se non le prove di un procedimento che, se ha portato a qualcosa di mirabile, c’è arrivato attraverso tentativi, cumulazione e miliardi di anni a disposizione. Le caratteristiche del procedimento non potevano non trascinare con sé difetti, cambi di rotta, legati evolutivi, forme e funzioni di perduta efficienza, le quali sono l’indice dell’impatto concettualmente devastante nei confronti dell’idea classica di dio, che, privata delle qualità positive diviene sempre meno definibile, identificabile  Si snatura della sua storia culturale e si perde divenendo un concetto vago, una scatola vuota nell’ambito del mito e della fantasia. Alla luce della teoria dell’evoluzione (ma la parola cambiamento rende meglio l’idea dell’assenza di una finalità) gli dei vengono sminuiti nelle loro capacità. Divengono fallibili, pasticcioni, ritardatari o assenti nei loro interventi: umani, sin troppo umani. Sono sempre di più privati di quelle qualità che l’uomo gli aveva attribuito per crearli a propria immagine e somiglianza riversando nella fantasia creativa anche la speranza. Dopo Darwin non esiste più il finalismo storico, filosofico, biologico e religioso; non c’è più l’essenzialismo se non come convenzione per comunicare su ciò che ci circonda; e sono sparite le divinità. Dissolte davanti a un’attenta comprensione della teoria dell’evoluzione. Aggrapparsi ancora all’idea di un dio personale implica portare con sé un concetto monco: un dio molto poco dio, una disillusione. Come Ostinarsi a pensare che la terra sia piatta anche se si è consapevoli che possiede tutte le caratteristiche dell’ellissoide. Continua a leggere

L’ipocrisia e l’incompetenza. Un anno di governo Mario Monti

Il governo del professore Mario Monti è durato un anno. Un periodo di tempo più che sufficiente per rendersi conto della natura ideologica del pensiero che risiede dietro le azioni politiche intraprese. Da un lato si porta avanti la concezione di un neoliberismo economico mentre dall'altro il personale e spirituale attaccamento alla Chiesa Cattolica crea un contrasto netto ed evidentissimo interno alle idee, se non alla personalità stessa del bocconiano. Una contraddizione insanabile che è causa di una politica incoerente e pericolosa. La sanità e lo stato sociale vengono lentamente smantellati, all'insegna di una francescana mitologia liberista, mentre lo stesso liberismo è politicamente sospeso per coloro che rientrano tra i gruppi economici di potere. Sugli immobili della Chiesa l'imu non si paga e le scuole private cattoliche possono portare avanti la loro concorrenza sleale nei confronti di quelle statali con i soldi dello stato stesso, che non lesina contributi oltre alle esenzioni. La sanità non gode di una situazione migliore: con la lenta erosione del sistema pubblico a favore di appalti privatistici esterni. In nome dello stesso liberismo si vagheggiava di aiutare con soldi pubblici il Monte dei Paschi di Siena, tentativo su cui aleggiano molte perplessità della Commissione Europea e di Mario Draghi. Il liberismo darwiniano (teoria dell'evoluzione ovviamente incompresa da Monti e da chi ne scrive gli endorsement) varrebbe per tutti tranne che per alcuni privilegiati, guarda caso chiesa e banche, che si avvantaggiano di una sospensione della lotta per la sopravvivenza economica. Le leggi speciali, o le non leggi speciali, varrebbero per questi soggetti in nome di un non ben precisato valore sociale detenuto da strutture private in contraddizione con l'idea liberista che solo un mercato non regolamentato sarebbe in grado di distribuire vantaggi ai singoli, o forse più prudentemente al maggior numero dei componenti la società. Perché le migliaia di artigiani e piccole e medie imprese che falliscono senza aiuti di stato né minime dilazioni del debito non hanno un valore sociale, politico ed economico? Secondo Mario Monti evidentemente non lo hanno, anche se la singola impresa moltiplicata per 1000 implica più posti di lavoro dell'intero salvifico e sacro Monte dei Paschi di Siena. Ogni giorno nel 2012 sono fallite 35 imprese. Tutto questo accade in un momento in cui i miti religiosi si stanno sgretolando facendo intravedere la loro pochezza e mentre sempre più economisti si rendono conto che i vantaggi distribuiti rappresentano solo un caso particolare e nemmeno troppo frequente di un sistema economico neoliberista. La teoria dell’evoluzione, mal compresa, demonizzata o sfruttata a seconda delle circostanze, aveva già evidenziato questo aspetto da cui l'economia non è esente. Corse agli armamenti controproducenti, vicoli ciechi evolutivi e il grande numero delle specie che si sono estinte seguendo un processo libero, se non vincolato solo da situazioni contingenti e leggi fisiche, testimoniano che il risultato molto spesso è uno svantaggio per molti e non raramente per tutti. L’organizzazione economica delle società, trattandosi del modo con cui vengono reperite le risorse per la sopravvivenza non è al di sopra di questa realtà. Qui nascono e sopravvivono tutte le contraddizioni del professore Mario Monti il quale è legato a due concezioni superate: il liberismo economico e la concezione religiosa che è indipendente dal culto di appartenenza. Il primo, alla prova dei fatti degli ultimi decenni (comprese le numerose privatizzazioni italiane), ha evidenziato tutti i suoi limiti ed è sfociato in una delle più consistenti crisi economiche, seconda forse solo a quella del ’29, con l'evidente realtà che non è stato redistribuito alcun beneficio, lasciando al mercato la possibilità di agire in completa libertà. La seconda, ovvero la concezione religiosa di un mondo creato da un’entità onnipotente, segna anch’essa il passo e si scontra con le evidenze reali di meccanismi che sono in contraddizione con l’esistenza di una divinità intesa in senso classico. Anzi le leggi naturali ed economiche evidenziano che per raggiungere l'obiettivo di una società equilibrata economicamente e più giusta eticamente è sempre più necessario fare ricorso a interventi mirati, razionali, scelti e mai ideologici, per mezzo degli strumenti legislativi. Rimanere ancorati alle visioni dogmatiche di un dio che può tutto e di un sistema neoliberista che aggiusterebbe tutto non può che portare il vivere civile alla deriva. Non stupiamoci pertanto se l’Italia è piena di leggi contraddittorie in cui alcuni principi valgono per alcuni e non per altri, questo risultato è l'effetto di azioni di uomini il cui pensiero politico poggia su fondamenta datate. Il tentativo di interpretarlo oscilla tra l’ipocrisia e l’incompetenza. Si impoveriscono i paesi, quindi singolarmente i singoli individui, in nome di principi religiosi (la figura di San Francesco) e dogmatico economici (liberismo risantorio), ma difronte a necessità impellenti si aiutano coloro che vengono ritenuti più vicini al proprio gruppo (economico e religioso) e che condividono un’etica e una visione del mondo in senso tribale allargato. Politicamente ci si avvicina a tutto tranne che a un governo tecnico. O forse è solo il tipo di tecnica che è ormai superata.

Link:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/12/20/salvataggio-di-stato-a-mps-draghi-stronca-scorciatoie-di-monti-e-grilli/452198/

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/12/28/il-prof-manda-a-monte-la-sanita-e-il-centrosinistra-rimane-a-guardare/456594/v

http://www.parlaimpresa.it/crisi-nel-2012-in-italia-fallite-quasi-35-imprese-al-giorno/

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/07/15/pmi-unimpresa-a-rischio-fallimento-unimpresa-su-tre-entro-il-2012/294643/

Visioni d’insieme

Ogni risorsa sottratta alla società civile è un attacco alla vita della società civile. Non si comprende come persone che sono messe in condizioni precarie di vita e sopravvivenza, anche a causa del dirottamento di risorse verso le religioni (esenzioni, contributi, immunità economiche) debbano poi essere in condizione di rispettare la volontà espressa nella loro concezione del mondo del tutto arbitraria.
I costi della chiesa.

Aborto. «Chi vuole la pace non può tollerare attentati e delitti contro la vita», prosegue Benedetto XVI.

Il messaggiero

L’infibulazione è un reato contro la persona

Sono le informazioni scientifiche a fornire sostegno a questa tesi. La Vita sentimentale, psicologica e affettiva, nonché quella fisica, non può essere piena, libera e soddisfacente dopo una mutilazione. Mutilazione che avviene su bambine che non sono in grado di decidere per loro sesse e subiscono la volontà di coloro che ancora oggi, nell’era dei satelliti geostazionari con cui probabilmente gli stessi padri delle vittime si gustano qualche evento sportivo, rimangono ancorati a concezioni tribali e irrazionali della realtà. L’informazione scientifica relativa anche all’evoluzione fornisce i solidi sostegni per condannare con chiarezza questi atti. In queste situazioni il sapere scientifico fornisce le informazioni per poter prendere posizione evitando le semplicistiche scusanti che rimandano a culture e religioni diverse.
Le testimonianze sui numeri di chi ha assistito a queste pratiche tribali dove. Altre donne che presenziano a questi riti sacrificali di una parte della personalità e della fisicità di un essere vivente sono preoccupanti.
http://bit.ly/UzTn15 via rdf.

L’infibulazione è un reato contro la persona

Chiamatela casualità circolare

Certe dinamiche di che sono in grado di autoalimentarsi non sono esclusive di alcuni settori. Le società e le loro dinamiche non ne sono escluse.

Seconda “scoperta”: se è scontato che siano i più fedeli a sostenere con più zelo l’influenza della religione sulla politica, non lo è constatare come questo concetto sia trasversale. I ricercatori non hanno infatti individuato differenze sostanziali tra cattolici, ortodossi, musulmani e induisti. L’unica eccezione significativa è rappresentata dai protestanti. E tuttavia, anche dopo aver preso tutto questo in considerazione, rimane comunque il fatto che chi vive in società più diseguali tende anche a essere più clericale. E tende a esserlo quanto più è povero.

L’ulteriore domanda da porsi, come ha fatto Tom Rees (che su Epiphenom ha segnalato e commentato la ricerca), è questa: fino a che punto votare per candidati clericali aumenta realmente l’ineguaglianza sociale?

Se si guarda l’Indice di Sviluppo Umano, elaborato dall’Onu, si nota questa tendenza: più è elevata l’influenza della religione, minore è lo sviluppo del paese. Agli ultimi posti della classifica troviamo soltanto nazioni caratterizzate da leggi improntate a dottrine religiose e dall’assenza di atei dichiarati, mentre in testa vi sono paesi ampiamente secolarizzati sia per quanto riguarda le coscienze, sia per quanto riguarda le istituzioni.

Non è del resto una novità: già gli illuministi, nel Settecento, facevano polemicamente notare come la religione prosperasse sull’ignoranza. È del resto evidente che, quando la situazione è così disperata da non intravvedere alcuna soluzione razionale, quelle irrazionali trovano vaste praterie in cui pascolare. Non soltanto per le (vane) speranze che suscitano, ma anche per il potere (politico ed economico) delle organizzazioni che le propagandano.

Le confessioni religiose e le formazioni politiche che le sostengono non hanno alcun interesse a ridurre le disuguaglianze, perché un cambiamento minerebbe il consenso di cui dispongono. Dal canto loro i più svantaggiati, che non avrebbero alcun interesse a favorirle, non sono quasi mai nella condizione di rendersene conto. È un problema noto da più di due secoli, ed è stato risolto soltanto laddove, grazie all’istruzione, alla maggiore libertà di espressione e al benessere, la popolazione ha capito che è preferibile avere istituzioni e una classe dirigente improntate al principio di laicità.
Inizia su Uaar

I vertici mondiali della racchetta e il tennis come esperienza politeista

David Foster Wallace

È sempre la vecchia storia che riguarda la bruttura ripetitiva del tennis moderno. La macchinetta spara palle. Corri e tira! Scatta, muoviti! Rapido e non rallentare mai il braccio. Per le volèe non c’è più tempo. E gli attacchi in contro tempo? Per carità! Ma quale tempo?! Di questo tennis moderno tutti si lamentano ma nessuno fa niente. Sopratutto non fanno nulla coloro che avrebbero la responsabilità e il ruolo di fare qualcosa: ITF e ATP. Gli appassionati, almeno quelli di una certa età con una buona memoria, invece si lamentano. Sempre. Sui forum, su social network. Il grido “racchette di legno” rimbalza tra cinguettii, il post di un blog e una discussione su Facebook. Ormai da anni senza sosta, la protesta è diventata retorica e rischia di stancare se non lo avesse ancora già fatto ai tempi della lettera di Gianni Clerici a Mr Tobin. Erano un bel po’ di anni fa, più o meno quando John McEnroe iniziava subire le badilate da fondo di Ivan Lendl, che lui insieme alla sua Dunlop 200g reggevano con molta fatica (figuriamoci quelle di Agassi, per ammissione dello stesso McEnroe: “non ho mai giocato contro nessun giocatore che colpisca la palla così forte, così spesso e in maniera così accurata”). Considerata la situazione (e lasciando da parte, per ora, l’indiscutibile realtà che nel tennis l’aspetto atletico è diventato fondamentale) dopo anni di inattività indolente, inazione e spallucce una domanda sorge spontanea: tutto questo si è casualmente verificato per superficialità, non curanza al limite dell’incapacità, o sanno quello che fanno coloro che gestiscono il tennis globale? Il tennis è globale come l’economia, non si può negare.

Questi signori si sono trovati davanti almeno a un problema e le circostanze indicano che non era quello dell’estetica, del bel gesto bianco, anzi ormai sbiadito. Il romanticismo lascia sempre il passo ad altre concretezze e la giustificazione che sarebbe stato un errore fermare il progresso tecnologico non ha le caratteristiche per resistere a lungo. Limiti e regolamenti non arginano sempre l’innovazione al contrario non infrequentemente ne migliorano l’efficacia in quanto inducono a innovare all’interno di circostanziate maglie di riferimento.

I tempi televisivi erano uno strumento su cui agire e aumentare la velocità di palla implicava ridurre mediamente gli scambi, per un certo periodo sono diventati troppo brevi ma superfici e condizione atletica hanno riportato la loro durata su tempi accettabili, oggi forse lunghi come venti o trent’anni fa. Ma si può ipotizzare quanto durerebbero le partite se la palla viaggiasse più lenta su ogni colpo: probabilmente troppo e gli sponsor investono per spazi televisivi in base all’ora di programmazione. Un prime time è un prime time. Cribbio! Se paghi per un orario di punta e ti ritrovi alle undici di sera “sei fuori” dal business direbbe Briatore. Questa situazione pone l’establishment del tennis in un cul de sac. Un vicolo cieco in cui la ritirata non è semplice come si potrebbe sospettare: se si interviene sulle racchette in modo da indurre una minore velocità di palla e permettere a più giocatori di sfruttare tutto il campo e tutti i colpi del tennis i tempi di gioco rischierebbero di allungarsi troppo anche per gli spettatori. Provate voi, inoltre, a prendervi la responsabilità, oggi, di far tornare tutti a giocare con racchette dall’ovale da 65 pollici e dal peso di 400 grammi…si rivolterebbero anche i giocatori, almeno alcuni, quelli che vincono di più.

Il suono è quello di un’ottima giustificazione. Nell’evoluzione del tennis vi sono però anche altri aspetti da considerare che coincidono casualmente con gli interessi di pochi. Un numero ristretto di aziende, uomini e tornei. Avere qualche divinità e qualche dio miniore è un vantaggio per coloro che hanno potenzialità economiche, che di tennis vivono, sul tennis investono e del tennis fanno un business. La piccola e media impresa nel tennis è scomparsa con il piccolo e medio giocatore che si vede sempre meno e tantomeno si innalza a mito religioso. Le vicende non sono diverse fuori dai limiti di questo sport ne è una conferma il lento inaridirsi del tessuto economico di un paese come l’Italia in cui le attività di medie dimensioni erano il sistema nevralgico dell’economia e della società. Oggi lo sono sempre meno. La concentrazione è il miglior mezzo per accumulare ricchezze. La loro diffusione è troppo democratica sopratutto se è omogenea. Così ogni multinazionale ha la sua divinità maggiore da osannare enorme come se stessa, sopravvive qualche dio minore per minoranze eccentriche in stile Dolgopolov ma i culti limitati sono serviti alla massa. Lo ha scritto Foster Wallace su New York Times qualche anno fa: Federer è ormai un’esperienza religiosa.  Tale status metafisico agevola la vendita di gadget, statuine, figurine e simboli come a Madjugorje. Esistono anche varie forme di pellegrinaggio verso lo stadio del torneo più vicino e di turno: si va a Wimbledon, allo Us Open, a Melbourne e a Roma come a Santiago di Compostela o alla Mecca quando è di scena il proprio dio e si ritorna con un cappellino firmato, una racchetta rotta da rivendere su Ebay o addirittura un polsino sudato, se si è fortunati.  Non solo Federer quindi ma l’intero tennis è oggi un’esperienza religiosa politeista a vantaggio di chi crea e gestisce una manciata di divinità. C’è chi è con Zeus, chi con Apollo, altri con Minerva o Eolo.

E’ opportuno rompere questo giocattolo, bello e produttivo, per vagheggiare un romantico quanto adolescenziale gesto bianco?

Ogni racchetta di legno è un grosso problema. Un’apostasia.

Fabrizio Brascugli

Il ritorno della malaria

Ora l’aspettiamo anche dalla nostre parti se non fosse che la zanzara tigre potrebbe portare anche malattie tropicali. Quindi lasciamola pure prosperare…

La sezione greca dell’ong Dottori nel mondo ha rilevato almeno 68 casi negli ultimi 16 mesi. Una delle cause potrebbe essere la mancata disinfestazione delle aree a rischio, la cui voce è stata eliminata dai budget delle autorità locali a causa dei tagli resi necessari dalla crisi.

Via Internazionale

Un salario di puro spirito

Con sfiga annessa. Poi si fanno due riflessioni e si scopre che i concorsi universitari, beh, lasciano un po’ a desiderare (sempre eufemismi).

Mario Monti Nei suoi due discorsi più recenti (ieri pomeriggio alla Bocconi, dove ha riunito il mondo della Borsa; e ieri sera in Borsa, dove ha riunito i suoi colleghi della Bocconi) il presidente del Consiglio si è soffermato a lungo sul problema dei salari bassi. “I più moderni strumenti di analisi”, ha detto Monti, “ci dicono, senza tema di smentita, che i salari italiani sono molto bassi. Peraltro, anche volendo variare i parametri, e tenendo conto dell’indice di Grant, i salari rimangono ugualmente bassi. Per non lasciare nulla di intentato, con un attento lavoro di vaglio abbiamo sottoposto gli indici nazionali a un severo confronto con quelli europei e asiatici, e i salari italiani sono risultati veramente bassissimi”. L’autorevolezza del premier è stata salutata da un lunghissimo applauso. Le signore hanno lanciato fiori.

viaLa crisi è colpa dei pezzenti – l’Espresso.

Cazzo vendeva per l’IBM?

Un giorno mi auguro di poterlo sapere. La storia delle vicende politiche e professionali del senatore le trovate al link sotto.

Giorgio Clelio Stracquadanio, classe 1959, milanese, liceo classico al Berchet di via Commenda, non riesce a finire l’università e fa il venditore per l’Ibm, quindi tenta la carriera di giornalista restando precario e intanto diventa militante del partito radicale.

viaIl genio » Piovono rane – Blog – L’espresso.

La nuova ici di puro spirito

Il presidente del consiglio Mario Monti in merito all’ici non pagato della chiesa cattolica ha dichiarato che non si sono posti il problema in consiglio dei ministri. Così come non si sono posti il problema della rivalutazione dell’imposta degli immobili delle banche che rimane più bassa di quella delle abitazioni private.

Questa è l’inchiesta del radicali italiani pubblicata sul fatto quotidiano. Devo dire che la suora mi fa anche un po’ pena, ma è stato solo un istante. Poi ho pensato a Monti che per prima cosa va a messa dopo aver ricevuto l’incarico, fa due chiacchiere con Benedetto XVI, il tutto per non porsi il problema. Siamo in zona di puro spirito. E dove lo trovi il recapito di residenza dello spirito?

Obama si dimentica di dio

E se lo dimentica nel discorso del giorno del ringraziamento. Ha ricordato la crisi del ’29, le due guerre mondiali, la forza dell’America che si è risollevata, ma si è dimenticato dell’aiuto di Dio. Abituati ai premier che vanno a messa dopo aver ricevuto l’incarico e a governi che annoverano dirigenti di opere ecclesiastiche potrà sembrare una cosa strana, ma è la più realistica. Comunque la scelta è costata al presidente americano qualche critica. C’è sempre qualcuno che non crede alla responsabilizzazione, alla quale preferisce la provvidenza o, in alternativa, la catastrofe naturale. Dio? Dio chi?

I motivi per dire la verità senza bisogno di precetti morali

I vantaggi a breve termine di una bugia

Mentire è un’attività che gli uomini svolgono bene. Si sono evoluti per perfezionare la menzogna e i modi per proteggerla a lungo, utilizzando allo scopo altre menzogne. Si può mentire in tanti modi: tralasciando dettagli sensibili, a fin di bene per risparmiare agli altri un dispiacere, tacendo o raccontando una storia completamente falsa. Si mente anche per dare agli altri un intrattenimento piacevole: film, romanzi e racconti utilizzano una menzogna condivisa al fine di far trascorrere piacevolmente qualche ora della giornata. Si mente per proteggere una relazione extraconiugale, per avere un guadagno maggiore in una transazione economica, per evitare una punizione, un’ ammenda, o raggiungere una posizione di carriera. L’uomo e la donna mentono. Ma se le situazioni in cui si mente sono molteplici il motivo per cui lo si fa è uno solo: avere o dare un vantaggio. Il vantaggio di trovarci in una situazione migliore di un’altra. Anche le bugie a fin di bene o le così dette “bugie bianche” svolgono la funzione di portare un vantaggio perché si ritiene che la persona a cui mentiamo stia meglio se non conosce la verità. Le bugie sono strettamente collegate alla ricerca di un vantaggio immediato o a breve termine, che a volte può essere duplice come ne casi in cui sia chi mente sia coloro a cui viene mentito si ritrovano in una condizione migliore di quella che era stata associata alla verità. Tacere sui risultati di esami clinici può far stare meglio il paziente ma anche il familiare che non sopporta veder soffrire un proprio caro. Questo può essere un caso tipico di bugia bianca. Alcuni studi hanno dimostrato che i bambini imparano presto a mentire, sin dalla prima infanzia si comincia a mentire per avere un vantaggio e nell’adolescenza per tutelare la propria privacy. In genere i ragazzi che mentono sono i più intelligenti e hanno la capacità di coprire meglio ciò che raccontano per non farsi scoprire.

C’è spazio allora nella società moderna e futura per la sincerità se i vantaggi spesso derivano da una bugia? Può la verità cruda e brutale avere un vantaggio maggiore della menzogna? Continua a leggere

Siamo in due. Minimo…

Non sembra un’uscita eccezionale.

NAPOLI – Berlusconi, al telefono con Valter Lavitola, è un fiume in piena. Amareggiato e furioso. “‘Tra qualche mese me ne vado …vado via da questo paese di merda…di cui…sono nauseato…punto e basta….”. Queste le sue parole in una conversazione intercettata la sera del 13 luglio scorso, nell’ambito dell’inchiesta della procura di Napoli sulla presunta estorsione al premier.

via “Vado via da questo Paese di merda” Lo sfogo di Berlusconi con Lavitola – Inchieste – la Repubblica.

Poco quoziente intellettivo? Non disperate, potreste essere un genio che mette i gemelli al gigante verde

La ricerca della creatività nel cervello umano (World Science Festival dot com)

Articlo aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Cercare di comprendere il funzionamento del cervello umano è sempre stata una sfida di conoscenza da parte dell’uomo. Nel tempo sono stati cercati vari metodi per misurare le capacità intellettive e di problem solving della nostra mente e come accade per le caratteristiche di altre parti del nostro corpo non tutti gli uomini sono uguali. Anzi l’intreccio sinaptico e le connessioni del nostro cervello è unico per ogni individuo: pieno di lievi differenze, un numero maggiore o minore di relazioni. Così come le impronte digitali sono uniche, l’iride è unica, la nostra mente per la sua struttura ci rende individui unici e più o meno adatti a determinate attività.

Per calcolare le abilità del cervello sono stati studiati e approntati numerosi sistemi. Uno di questi è quello che calcola il QI (quoziente intellettivo). Il Mensa è l’associazione che predispone i test e certifica il QI degli individui. Chi supera il test entra a far parte di un ristretto numero di individui circa il 2% della popolazione mondiale.

Recenti studi hanno evidenziato, seguendo la vita di studenti brillanti che avevano un alto QI, che queste persone hanno raggiunto traguardi ragguardevoli nelle loro attività scientifiche e industriali: 2000 pubblicazioni scientifiche e 70 “American Men of Science”. Per la selezione degli studenti più brillanti Lewis Terman ha usato il test del mensa e la media del punteggio era di 151 QI.

Ma un uomo che aveva eseguito il test aveva un quoziente troppo basso per entrare a far parte dello studio. Si trattava di William Shockley premio Nobel per la fisica e co-inventore dei transitor. Come può essere accaduto? Qualcosa non torna. Se il genio fosse solamente la misura dell’intelligenza sarebbe sufficiente il test del Mensa. Continua a leggere