Il miglior Federer sulla terra battuta. Per un pugno di swingweight in più al Roland Garros

Guillermo Vilas

Guillermo Vilas

Alla fine, dopo aver meditato a lungo sulla finale di Roma, non mi resta che convenire con Craig O’Shannessy che sul sito dell’ATP ha fornito un’interpretazione interessante e originale dell’atteggiamento tattico di Roger Federer. Confesso che mi sono perso alcuni punti della finale, forse non decisivi, a causa del torpore che mi aveva invaso verso le quattro e mezza del pomeriggio. Anche un maggio fresco non aveva aiutato.

Secondo Craig la tattica dello svizzero non ha fatto una grinza, anzi se non fosse che la palla finiva spesso oltre le righe del campo, avrebbe rasentato la perfezione.

D’altronde sono anni che glielo ripetono tutti sulla carta stampata e dalle frequenze prima analogiche e ora digitali delle televisioni: “Roger deve essere più aggressivo quando gioca con Rafa. Meno passivo, meno rinunciatario.” Ora visto che i due, grazie al progresso sociale, sono rivali solo quando si trovano su un campo da tennis con una rete che impedisce il contatto fisico diretto i modi per essere aggressivi non sono moltissimi. Poi mister perfezione ha trentun anni. Vogliamo farlo scambiare da fondo con Nadal per dieci colpi a punto? Dopo un partita serale e aver preso sonno, con molta probabilità, alle due di notte? No, no. Questo sì che sarebbe stato un suicidio masochistico.

Roger è stato tatticamente impeccabile. Il suo piano avrebbe anche potuto funzionare se lo svizzero fosse stato in giornata. Ha cercato di chiudere prima i punti, di servire in modo più incisivo, di spingere maggiormente con i colpi da fondo, di prendere la rete appena poteva. Finalmente ha attaccato, ha seguito i consigli di tutti. Però lo sa anche Nadal, con molta probabilità, che aumentando il livello del gioco crescono anche i margini di errore. Ecco per Federer sono cresciuti troppo.

Ora si aprono scenari e interpretazioni diverse che possono interagire in percentuale: Continua a leggere

Rafael Nadal dopato? Guardando Federer no. Pensarlo è una deriva genetica.

la corsa vana dell'antidoping

la corsa vana dell’antidoping

Mentre la domenica scorreva tra una gara di Formula 1 e gli ultimi slalom della stagione sciistica a Indian Wells si erano concretizzati due rientri non troppo eclatanti. Lo spagnolo dal braccio di ferro, o forse dal peso specifico del piombo, sconfiggeva Roger Federer che risente dei riflessi leggermente più spenti di un trentenne e di una schiena in vena di scherzi. Dall’altra parte del tabellone Juan Martin Del Potro ha disilluso le speranze di Novak Djokovic, il quale era imbattuto da inizio stagione. Anche l’argentino è di rientro da un infortunio (al polso) ma, al contrario di Nadal, ha impiegato molto più tempo per tornare ai vertici di un tennis estremamente competitivo. In più, nella giornata di ieri, non è riuscito a vincere, con la conseguenza che il titolo di Indian Wells è andato allo spagnolo il quale ha incrementato il numero delle statistiche delle sue vittorie (il conto preciso lo lascio a giornalisti migliori di me). Rafa è stato molto più veloce di Delpo per recuperare un tennis in grado di riportarlo ai vertici, e questo, sbirciando tra articoli e non troppo velati commenti, sembra aver rinfocolato l’idea che dietro le prestazioni fisiche dello spagnolo non ci sia solo lo spagnolo, o meglio un solo spagnolo. In effetti in Spagna c’è un altro personaggio abbastanza conosciuto, il cui nome è rimasto impresso a causa dei suoi frequenti collegamenti con sportivi professionisti che hanno fatto uso di sostanze dopanti. Si tratta del medico Eufemiano Fuentes, il cui nome è stato spesso collegato a casi di doping. Il pensiero che probabilmente si è affacciato nella mente di molti ha effettuato un paragone tra le differenze di recupero dei due tennisti (lo spagnolo e l’argentino) con Nadal che in meno di un anno è riuscito a rientrare.

Se a prima vista il paragone potrebbe apparire valido c’è da considerare almeno altri due aspetti: il primo riguarda la tipologia dell’infortunio, mentre il secondo è in stretta correlazione con lo sport praticato dai due giocatori, ovvero il nostro tennis. Rafa ha avuto dei problemi alle ginocchia, mentre Del Potro ebbe la sfortuna di farsi male al polso. La differenza diventa fondamentale se messa in relazione con il gioco del tennis, che, nonostante il fattore atletico sia diventato importante, rimane uno sport in cui l’incisività dei colpi rimane fondamentale. In fondo lo si è sempre pensato, e lo hanno pensato in molti, soprattutto quando si scriveva e si parlava dello svizzero Roger Federer. Sono stati sprecati fiumi di inchiostro per affermare che Roger non faceva sforzo e che questo gli avrebbe permesso di avere una lunga carriera, come infatti sta accadendo. Si tratta indubbiamente di una verità che ci spiega anche il motivo per cui l’argentino Del Potro abbia faticato molto per rientrare ai vertici: il suo infortunio, infatti, era in una zona fisica altamente sensibile per l’esecuzione dei colpi. Questa realtà ha impedito un recupero veloce nella sicurezza di esecuzione non influendo sulla mobilità dell’atleta. La situazione opposta è quella che ha riguardato Rafael Nadal: una mobilità preclusa ma con il movimento del pendolo braccio-racchetta che non ha subito conseguenze e quindi non è stata necessaria una rielaborazione dei movimenti ai fini dell’esecuzione.
Se è indubbio che il gioco del tennis stia diventando sempre più fisico è altrettanto incontestabile che la maggior parte dei colpi si giochino ancora spostandosi non più di due o tre passi; e che comunque un’ottima abilità nel timing, o una maggiore inerzia nella parte alta del corpo, possa sopperire a lievi difetti di posizionamento della parte bassa. Questo spiega molte cose delle differenze tra i due giocatori che ieri si sono affrontati nella finale di Indian Wells. In fondo come si fa a sostenere con certezza che Nadal fatichi più di Federer nel colpire la palla imprimendole quella velocità e quella rotazione che lo contraddistinguono? In una collisione la forza impressa alla pallina viene data dalla velocità del sistema braccio racchetta e dalla sua pesantezza, con un occhio di riguardo a quest’ultima.
Ma c’è ancora un aspetto interessante in questa faccenda di veleni e merletti e riguarda una predisposizione evolutiva della nostra mente nel trovare le spiegazioni alla realtà che ci circonda. Da sempre gli individui che avevano la predisposizione a trovare una causa agli eventi, una qualsiasi motivazione, sono presumibilmente stati avvantaggiati nella loro corsa alla sopravvivenza. Se da un lato questo ci consente di elaborare e trovare spiegazioni dettagliate che fanno riferimento a più fattori e in alcuni casi a elementi altamente preponderanti, dall’altro esiste la possibilità di una eccessiva semplificazione in cui si cerca una macro causa per ogni situazione che ci troviamo ad interpretare quotidianamente. Un ramo spezzato potrebbe essere il segno del passaggio di una tigre dai denti a sciabola, un terremoto il segno di una volontà divina, il recupero rapido di un giocatore la conseguenza di un intervento esterno, magari non consentito. La realtà è invece spesso diversa, più sfaccettata e articolata, anche quando una micro causa implica un evento di grandi dimensioni. Sollevare dei dubbi sull’onestà sportiva di Rafeal Nadal, senza avere la minima prova e nemmeno il più vago indizio è molto simile ad attribuire le cause di un terremoto all’intervento di una divinità. Purtroppo però questo modo di pensare è sin troppo diffuso. Una deriva genetica.
E buona stagione sul rosso.

Un bicchierino per dimenticare Nadal

Magari bevuto prima di una partita al Roland Garros, proprio contro lo spagnolo. Giocare più sciolti, non irrigidirsi. A questo potrebbe essere utile il nuovo contratto firmato da Roger Federer.

23 milioni di euro, per cinque anni. Questo sarebbe l’importo e la durata del contratto che Roger Federer ha siglato con la Moët & Chandon, una delle più grandi case produttrici di champagne del mondo.

Live tennis.

 

The Roger Federer’s Highlander

Ne resterà uno solo

 

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Lo svizzero sembra proprio immortale. Dopo qualche annetto senza battere un chiodo da slam quest’anno è tornato ad alzare la coppa di Wimbledon, eguagliando il primato di Pete Sampras a quota sette trofei. Ma non si è limitato a trovare il massimo del proprio rendimento nelle settimane a cavallo tra giugno e luglio, anzi è riuscito a mantenere il picco di forma anche nei giorni che sono seguiti: esattamente un mese dopo ha raggiunto la finale Olimpica che ha perso solo davanti a un insolita aggressività di Andy Murray. A fine agosto ha ridicolizzato Novak Djokovic nel primo set della finale di Cincinnati rimanendo in questo modo primo in classifica. Così i record talmente innumerevoli da rasentare l’assoluto quasi non si contano e sarebbe superfluo elencarli quando sono già ben delineati da altri con frequenza tale da renderli immortali (highlander se ce ne fossero). L’immortalità è il sogno di tutti coloro che ne trascurano la possibilità dell’inesistenza.

Trascurare l’oblio rischia di riflettere la superficialità figlia della speranza. Tutto prima o poi viene dimenticato, sparisce, se non definitivamente, almeno in modo sostanziale il giorno in cui il sole diverrà una gigante rossa. Spazzato via il tema della ricerca della storia, fin troppo abusato, rimane l’ipotesi di analizzare l’ultima parte della stagione con la finalità di intuire come sia cambiato il tennis dei più forti giocatori del mondo (almeno i primi quattro) dopo la fine di un periodo che faceva del dominio di uno o due giocatori il tema prevalente.

Intuire gli eventi è più difficile, e sono cambiati, causa necessità, anche i modi di preparazione degli atleti che sembrano sempre più interessati a gestire i propri picchi di forma in relazione ai tornei a cui tengono maggiormente. Questa particolare attenzione, unita ad altre difficoltà come quella speculare della difficoltà di mantenere la stessa condizione per tutto l’anno, ha impedito a Novak Djokovic di ripercorre la strada vincente del 2011. Partito in forma per l’Australian Open ha dovuto cedere il passo in primavera e nell’estate alle mirate preparazioni ed ai determinati obiettivi di Rafael Nadal e Roger Federer, i quali non avevano intenzione di perdere le proprie opportunità: il primo di superare lo svedese Borg con sei Roland Garros e il secondo di eguagliare Pete Sampras a quota sette Wimbledon. Di queste strategie mirate ne ha subito le conseguenze anche Andy Murray i cui obiettivi individuali e nazionali erano in conflitto con quelli di Roger Federer. Con la coppa dei moschettieri in un angolo della mente e della preparazione lo svizzero e l’inglese hanno finito per dividersi Wimbledon e l’Olimpiade, giocata sugli stessi campi dei Champioships per coincidenze della storia. Nole in questo modo è rimasto al palo dell’Australian Open a inizio 2012. Eventualità che succedono in un tennis più equilibrato.

Settembre e la fine di agosto incroceranno ancora una volta le racchette e le condizioni atletiche dei primi quattro giocatori. Nadal è fuori dai giochi a causa dei problemi alle ginocchia pesantemente sfruttate nella stagione sulla terra. Djokovic dovrebbe risalire di condizione e la finale di Cincinnati, pur persa da Federer, lascia qualche ottimismo. Sia Federer che Murray, il primo all’inseguimento di Bill Tilden, dovranno fare i conti con il tentativo di prolungare l’apice di forma della propria gaussiana. Proprio questa situazione potrebbe favorire qualche ottimo professionista in agguato dalla quarta posizione in poi della classifica, che potrebbe incastrare alla perfezione la sua migliore prestazione nel puzzle delle scelte quasi obbligate dei primi quattro.

Ne resterà uno solo. Ma potrebbe trattarsi di uno diverso per ogni torneo.

Roland Garros 2012: Rafael Nadal e quel record dei rossi di capelli che ancora resiste alla vanità di ogni razzismo

Tommie Smithe John Carlos, Giochi Olimpici di Città del Messico, 1968

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Nel giorno in cui crolla anche il record di Bjorn Borg sotto le uncinate mancine del giovane di Maiorca mi torna in mente un pomeriggio in cui ero seduto nella sala di attesa della pediatra di mio figlio. Davanti a me stavano conversando altri genitori per ingannare il tempo durante il freddo pomeriggio invernale. La conversazione era scivolata sulle vacanze passate ai tropici. Allungai l’orecchio perché sono sempre stato un tipo curioso e la noia dell’attesa iniziava a essere eccessiva. Il padre seduto sulla sedia alla mia destra aveva iniziato a lamentarsi della propria superficialità manifestata quando aveva sottovalutato il sole dei tropici evitando di utilizzare la crema protettiva nella misura necessaria. La pelle si era prima arrossata, poi gonfiata, le labbra erano lievitate nel volume, tumefatte. Il sole era insostenibile per un uomo mediterraneo la cui pelle è chiara. Così, mentre ho davanti la pelle olivastra di Nadal che si prepara a sferrare uno dei suoi dritti a uscire impossibili per chiunque altro, mi è sembrato superfluo scrivere dei records che sono caduti. Già altri lo fanno molto bene. Mi è sembrato invece interessante parlare di quei pochi che ancora resistono e fra questi ci sono i tre Grand Slam vinti da Rod Laver e Don Budge. Due il grande Rod e uno Donald. Vi chiederete cosa c’entrino con la conversazione della sala di attesa, ma il collegamento è presto svelato dal fatto che sia Rod laver che Donald Budge erano rossi di capelli e quindi aveva il secondo e ha il primo una pelle estremamente chiara che sarebbe stata ancora meno adatta al sole tropicale di quella dello sventurato genitore che aveva sorvolato parzialmente sulla crema protettiva.

Ho avuto l’impressione che le imprese imbattute abbiano qualcosa in più da dire rispetto a quelle nuove, almeno finché queste ultime non iniziano a resistere per un tempo sufficiente per essere definite storiche. Perciò, considerato che presto o tardi qualcuno riuscirà a realizzare un Grande Slam, ovvero vincere tutti e quattro i tornei più importanti in un anno solare a meno che non venga modificato il calendario, mi è sembrato opportuno cercare di evidenziare le imprese sportive di Budge e Laver. Ma la solita retorica che esalta lo sport come in grado di evidenziare valori personali e universali dell’uomo ritengo sia superata, perché alla fine non entra mai nello specifico dei motivi per cui tali valori dovrebbero essere universali. Invece ora c’è un elemento in comune: i capelli rossi. Caratteristica che hanno avuto e hanno anche altri giocatori, da Jim Curier a John McEnroe passando per Bobby Riggs, Boris Becker e Mark Woodforde, Andy Murray e qualche altro. Il 2% della popolazione mondiale in diminuzione secondo National Geographic.

Qui entra in gioco il modo di vedere la diversità che troppo spesso è stata considerata fonte di separazione, pregiudizio ed emarginazione. La novella “Rosso malpelo” di Giovanni Verga ne è un classico esempio in senso letterario. Il colore della pelle e le sue caratteristiche associate sono state da sempre la fonte di ogni tipo di razzismo solo perché si vedeva l’effetto diverso di una radice comune. La domanda fondamentale è invece un’altra: perché una persona è scura di pelle, un’altra olivastra e un’altra ancora estremamente chiara? C’è qualche correlazione con la latitudine in cui si sono evolute queste caratteristiche? Indubbiamente sì. Sarebbe d’accordo anche il padre che sentivo parlare nella sala d’attesa dopo l’esperienza che ha vissuto. Il mondo non funziona come molti pregiudizi vorrebbero. Tra le varie funzioni che svolge la pelle è sufficiente prenderne solo una di riferimento: quella che consente una maggiore o minore sintetizzazione di vitamina d per la formazione di calcio osseo. I riflessi sulla produzione di testosterone li lasciamo ad altra argomentazioni. Tutti hanno bisogno di ossa forti ma troppi raggi uva posso provocare danni collaterali, come un tumore alla pelle di cui ha sofferto il padre di Kim Clijsters, così in relazione della quantità di luce presente la base comune di ogni organismo ha favorito un colore della pelle diverso in grado di proteggersi dall’eccesso di luce e di utilizzare quella indispensabile per le funzioni metaboliche. La pelle scura ai tropici e all’equatore gradualmente si schiarisce fino a divenire pallida all’estremo nord, con i rossi di capelli in grado di prevenire il rachitismo estremamente frequente in assenza di luce e cibo. E’ la comune radice evolutiva che crea le differenze apparenti tra gli individui. Fare degli effetti dovuti a una causa comune la fonte delle divisioni è un modo distorto di valutare la realtà evolutiva della nostra specie, perché le lievi differenze sono il risultato di una radice comune che valorizza le diversità in relazione agli ambienti di riferimento. Probabilmente vincere quattro tornei del Grande Slam nello stesso anno su un campo da tennis è un’impresa per cui sono favorite alcune persone. I cento metri piani sono di Usain Bolt, il mezzo fondo dei keniani ed etiopi.

Nadal ha fermato Federer e Djokovic nella loro corsa al Grande Slam, c’è solo da sperare che l’umanità, quando anche quest’ultimo record cederà il passo abbia compreso che è più quello che accomuna gli uomini rispetto a quello che sembra dividerli, che è solo la conseguenza di una cuginanza evolutiva comune.

Il tennis è uno sport educativo, dopo l’atletica leggera naturalmente, e ogni spiegazione razionale è corrosiva di miti e pregiudizi.

Roma 2012, piove sul ritorno di Nadal, Djokovic non aggiorna la sua teoria della mente

Rafael Nadal

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Forse non sentiremo più la proclamazione della retorica del nonno. Non che le disgrazie familiari non influenzino un giocatore. Ma al torneo di Monte Carlo se Djokovic vinceva sembrava fosse per il nonno e se perdeva era per il nonno lo stesso. Insomma forse finalmente torneremo a parlare di Nadal e di tennis, dopo un anno in cui lo spagnolo aveva subito sette sconfitte dal serbo e lasciando Monte Carlo alla parole, anche se in realtà conta come prima sconfitta del serbo nel 2012 sulla terra. Considerando il confronto di oggi come la prima vera cartina tornasole dei valori in campo tra Rafael Nadal e Novak Djokovic sulla terra rossa, dimenticata quella blu di Madrid, sembra proprio che lo spagnolo abbia iniziato a rimettere la ruota davanti a quella del serbo che non sembra avere più la pazienza di costringere Nadal alle corde come accadeva lo scorso anno. Su una terra umida e lenta Rafa è sembrato ancora più paziente di quanto si era proposto di essere, costringendo l’avversario a giocare sempre un colpo in più di quello che probabilmente Novak si aspettava di dover giocare, considerata la teoria della mente che si era formato nel 2011 su Rafael Nadal.

Nella teoria della mente molto dipende dall’idea che abbiamo di colui con cui interagiamo, compreso il nostro avversario tennistico, ma se l’avversario cambia e rimanda sempre una palla in più ma noi continuiamo ad avere la stessa opinione di lui ecco che potrebbero sorgere dei problemi. Djokovic davanti al muro spagnolo che si è trovato davanti è apparso impaziente, troppo frettoloso di ricercare vincenti che non raggiungevano il loro scopo e così è incappato in troppi errori gratuiti di cui i due smash schiacciati nella propria metà campo rappresentano solo l’evidenza più macroscopica.

Il rovescio di Nole anche se riusciva a controllare la palla di Nadal non è minimamente sembrato quello dello scorso anno che schiacciava Rafa a fondo campo facendolo arrivare in ritardo. Nadal oggi arrivava bene, recuperava e forniva sempre una palla in più da giocare. Inoltre quando aveva il tempo necessario riusciva a tornare a spingere anche se ha giocato gran parte della partita ben oltre la riga di fondo campo. Occorrerebbe rimenare bene informati sulle previsioni del tempo per la seconda settimana del Roland Garros.

Lo svizzero Roger Federer è sempre bello da vedere ma ormai , se non in contingenti occasioni come quella del blu velocissimo di Madrid, non appare in grado di contrastare né Djokovic né Nadal che con questa vittoria si riprende la posizione numero due della classifica mondiale. Speriamo che il giardiniere di Wimbledon lasci l’erba più alta del solito. Per il Roland Garros salvo eccezionalità non è messo benissimo, sopratutto se farà caldo.

Tra i primi quattro il grande assente è stato Andy Murray. Lo scozzese non ha giocato affatto bene la stagione sulla terra dai due colori (rossa e blu). Non ha raggiunto neanche una finale e a meno che non risulti il più riposato a Parigi avrà la strada più difficile di tutti considerato che può perdere da tre o quattro giocatori in più rispetto ai primi due e la sua mole costretta a lunghi spostamenti risente di stanchezza sulla distanza e carburazione in avvio.

Il torneo di Roma non ha fornito molte novità se si esclude il fatto che Nadal si è ripreso meritatamente lo scettro del re della terra rossa. Berdych e Tsonga possono battere chiunque ma sembrano un gradino sotto ai primi due i quali si sono staccati ancora di più da tutti gli altri su questa superficie. Del Potro sta tornando ma appare ancora lontano, Ferrer dirà la sua al Roland Garros ma davanti a lui non c’è solo Nadal del quale soffre ritmo e fisicità. Isner e Tipsarevic sono un paio di gradini sotto. Poi naturalmente la settimana prossima la carovana sarà in Francia e i francesi ci terranno molto a fare bene. Il tennis è come l’evoluzione: i cambiamenti sono lenti e graduali, influenzati dall’ambiente e dal clima che a loro volta possono sorprendere chiunque in merito all’idea che aveva dell’avversario. Sarà che era lunedì.

Il trionfo di Djokovic in Australia e già si contano le conversioni

Invasati religiosi

E’ stata la finale più lunga nella storia dei tornei dello slam, peccato che sia stata sciupata dai continui segni della croce  e sbaciucchiamenti vari da un atleta che dovrebbe sapere che la palla va dall’altra parte del campo per ragioni tutt’altro che divine. Ma così va il mondo. Al prossimo Slam Nadal dovrà chiedere ad Apollo di guidare la freccia al tallone del serbo. Consci che sono tutti dei miti…servirebbe un tennista darwiniano, almeno fluirebbe un po’ di perspicacia intellettiva in certi ambienti, e le conversioni non si conterebbero.

Djokovic adesso festeggerà: lo aspettano nella piazza centrale di Belgrado, magari dopo aver ringraziato le stesse divinità cui ha chiesto aiuto nei momenti più delicati del quinto set, quando baciava la croce di legno che portava al collo e faceva ripetutamente il segno della croce, memore di essere stato insignito dell’Ordine di Saint Sava, la più alta onoreficenza della Chiesa Ortodossa Serba. Perché dentro questa finale c’è finito di tutto. Il tennis è anche questo.

via Il trionfo di Djokovic.