A dieci mesi dall’investitura non era mai accaduto. Roosvelt lo ricevette nel mezzo del suo secondo mandato e Carter quando era ormai un ex Presidente. A Barack Obama è stato invece assegnato dopo appena dieci mesi dal suo insediamento alla Casa Bianca, quasi lo meritasse sulla fiducia o per meriti già acquisiti. Il Nobel a Obama sarà per lui tanto gratificante quanto limitante. Dovessero verificarsi nei prossimi anni scenari politici internazionali che lo mettessero davanti a scelte complesse e prevedessero l’ipotetico uso della forza, il Presidente statunitense si troverebbe a dover affrontare maggiori responsabilità e sulla coscienza delle sue scelte peserebbe proprio il Nobel che gli è stato assegnato, spostando il limite dell’uso della forza anche a fin di bene, o per la pace stessa, oltre quello che sarebbe stato immaginabile se il Nobel non gli fosse stato assegnato. Quando un Nobel per la pace è eticamente giustificato a intervenire militarmente, o ad aumentare le truppe in Afghanistan, o ad appoggiare politicamente uno stato che fa uso di sistematici interventi militari? Queste sembrano essere le domande da porsi dopo la decisione dell’Accademia di Svezia. La situazione in Medio Oriente è ancora lontana da una stabilizzazione e l’Iran sembra essere sempre intenzionato a mantenere i suoi atteggiamenti provocatori. Inserito nel quadro internazionale il Nobel sembra apparire un vincolo in più che non può essere ignorato con molta facilità, e che potrebbe prestarsi in futuro ad aspre critiche nei confronti del presidente americano. Una speranza e un augurio, ma forse anche una mano legata. Cresce il rischio di passi falsi.