La democrazia secondo Hassad

Va bene che la forma è importante ma così si esagera.

E’ in questo quadro che il presidente Assad ha indetto per il 7 maggio elezioni legislative sulla base della Costituzione approvata con il referendum del mese scorso, definito vergognoso da potenze occidentali e paesi arabi. Visto che i deputati continuano ad essere scelti dal regime e viste soprattutto le violenze in corso, il Dipartimento di Stato americano ha definito “ridicolo” tenere elezioni in questa fase.

viaSiria: dopo 8.000 morti Assad indice elezioni – Cronaca – ANSAMed.it.

Una repubblica fondata sulla beatitudine

Autorità alla beatificazione di Giovanni Paolo II

La scelta della data per la beatificazione di Carol Wojtyla è passata inosservata ai più. Naturalmente i media italiani non hanno approfondito la questione, limitandosi a riportare che la scelta dello stato Vaticano è ricaduta sulla seconda domenica di Pasqua che è la domenica della misericordia. Ma la seconda domenica di Pasqua coincide, nell’anno corrente (2011), anche con la festività laica dei lavoratori che in questo modo è stata quasi completamente oscurata dal clamore mediatico della celebrazione religiosa.

“Paranoia? Direi perspicacia”, sosteneva Woody Allen.

Le autorità italiane si sono trovate in questo modo invitate e obiettivamente indotte, anche per evitare un possibile disagio e imbarazzo diplomatico, a partecipare al rito religioso che ha tolto spazio di intervento e partecipazione alla festività dello Stato Italiano. Roma, presa d’assalto dai fedeli, è stata oggetto di misure di sicurezza a cui ha dovuto provvedere lo Stato Italiano, a sue spese. Forze dell’ordine, ospedali, gestione del flusso e deflusso dei pellegrini, enti pubblici e cittadini italiani sono stati spinti al lavoro per la celebrazione di un atto di uno stato straniero, nel giorno della festa dei lavoratori di uno stato che fa del lavoro il concetto fondante della propria costituzione. E’ superfluo riprendere qui il primo articolo della costituzione della Repubblica.

L’aspetto diplomatico dell’organizzazione e dell’impatto mediatico è stato, forse sin troppo disinvoltamente, non preso in considerazione, addirittura dalla stessa diplomazia italiana. Non mi risulta che ci sia stata nessuna nota che che abbia evidenziato perplessità sulla scelta del giorno o quantomeno abbia cortesemente fatto notare che la coincidenza con la festività del primo maggio avrebbe potuto essere presa in considerazione. Se un tale carteggio (seppur limitato) è esistito e rientrasse tra i segreti di stato potremmo leggerlo solo tra qualche decennio, in assenza di un aiuto di Assange.

La realtà che invece si è dispiegata sotto gli occhi di tutti coloro che hanno subito la penetrante azione dei media, alla quale è sempre più difficile sottrarsi, è un’altra. Giornali, telegiornali, radio, televisioni sono stati loro per primi inondati dall’onda lunga della beatificazione di Giovanni Paolo II, personaggio storico che non può essere disinvoltamente sottodimensionato a una notizia di terzo o secondo ordine.

Quanto la diplomazia vaticana abbia pensato alla scelta della data anche in relazione alla coincidenza è e sarà oggetto di speculazione (forse) ma l’effetto ombra sul primo maggio è stato evidente e con questo la percezione di un tentativo di ridimensionamento della Repubblica ai margini di una realtà spirituale di una nazione confinante per la quale si organizza, si prepara e si presenzia, aleggia nell’aria, per fare una citazione.

L’ipotesi di un governo che toglie lavoro anche alla diplomazia e perde colpi in intuito e in capacità ipotetica di analisi non è confortante, ma questo forse è un problema minore ai tempi d’oggi. Se si accetta l’idea della consapevolezza della scelta, che i fatti tendono a suggerire,  la vittoria diplomatica della Santa Sede è evidente. Il dubbio che dall’altra parte non si sia nemmeno pensato a ciò che sarebbe accaduto e al messaggio implicito che sarebbe passato è invece deprimente.

Con tutte le feste religiose a cui lo stato italiano riconosce legittimità (dalla natività, alla Pasqua, passando per l’Immacolata Concezione, e Ognissanti) il tentativo, anche se ipotetico, di “appropriarsi” spiritualmente anche di quelle laiche avrebbe meritato, se non una reazione, almeno un pizzico di consapevolezza in più.

Significati trasversali

tenda di gheddafiLe possibilità con cui si può interpretare l’assenza dell’Italia al vertice per la gestione della crisi Libica possono essere diverse anche diametralmente opposte, ma rimane il fatto, al di là di ogni valutazione, che certi personaggi forse non sono graditi. Il messaggio è molto probabilmente diretto agli italiani e per interposta persona: il ministro degli esteri. Poi ognuno è libero di rimanere delle proprie opinioni o delle proprie illusioni. Credere di essere i protagonisti delle realtà internazionale per esempio, e andare alla campagna di Russia con ai piedi il cartone. Rimane l’incapacità di gestione della crisi degli immigrati, con la reputazione ormai spesa difronte a chi ha più memoria di molti italiani e si ricorda ancora la tenda “beduina” montata a Roma l’agosto scorso. Così ancora nessuno si muove in Europa per agevolare la gestione della situazione a Lampedusa. Se almeno qualcuno avesse lasciato qualche tenda in omaggio avremmo qualche posto coperto in più.

Senza sanzioni c’è l’impunità

Obama congela i beni del colonnello Gheddafi. Qui possiamo ancora dare un posto da centrocampista a uno dei figli. Per il resto il futuro è incerto d’altronde il 7,5% non sono mica bruscolini: quasi tredici milioni di Euro e Gheddafi non è Assange a cui hanno bloccato i conti in svizzera in pochissimo tempo e per molto meno.

“These sanctions therefore target the Gaddafi government, while protecting the assets that belong to the people of Libya.

“The Libyan government’s continued violation of human rights, brutalisation of its people, and outrageous threats have rightly drawn the strong and broad condemnation of the international community.

The Australian.

Qualcuno vuole suggerirgli di tacere

Ogni cosa che dice Frattini sembra proprio avverarsi.

« Io credo che il processo di riconciliazione nazionale debba partire in modo pacifico arrivando poi a una “Costituzione Libica”.» Franco Frattini.

Intanto l’aviazione colpisce i manifestanti libici. Ora aspettiamo la presa di posizione ufficiale del Governo e speriamo sia qualcosa dall’impatto che sorprende. Una presa di posizione chiara, forte, che si distingua anche se sarebbe sufficiente un allineamento alle posizioni degli altri paesi europei.

Via Byoblu.

Chiamatela, se volete, realpolitik alla Paperinik

Paperinik

Quella di Paperinik. Supereroi un po’ sfortunati, impacciati, ma almeno simpatici, simpatia che manca invece a un governo che cerca di avere un impatto non meno alla Nietzsche in politica estera e che al contrario sembra proprio essere un po’ sfortunato. Si parla di Mubarak e nipoti (la nipote per eccellenza a dire il vero) e il governo egiziano cade dopo venti giorni di piazze, contestazioni e scontri. Si chiude un accordo (per altro dispendiosissimo tra scuse e milioni di euro di risarcimenti) nel 2008 per evitare che sbarchino clandestini sulle coste italiane e la Libia esplode. Cinque miliardi di dollari in cinque anni avrebbero potuto trovare vie migliori per essere messi a frutto. Sono invece finiti nelle tasche di un dittatore che ha continuato non solo a costruire la sua fine seppur lenta ma che non ha nemmeno molto lavorato per diminuire il flusso di persone (affamate nel nord Africa in rivolta) verso l’Europa. Se c’è ora il timore, con anche la Libia in piena rivolta, che il flusso degli immigrati aumenti la speranza che senza la presenza di qualche dittatore cialtrone “di portata storica” (come li definirebbero Berlusconi e il ministro Frattini) molti decidano di rimanere nelle loro terra con un briciolo di speranza in più, invece che attraversare il mediterraneo in fuga, è un’ipotesi non del tutto peregrina.

E’ la politica estera di chi sogna Paperinik e si sveglia Paperino: un po’ impacciati nelle dichiarazioni, poco lungimiranti, sfigati e nemmeno troppo simpatici, anzi per nulla. Così se gli immigrati non rischiano di aumentare il petrolio rischia sicuramente di salire di prezzo. E’ l’accordi di Bengasi: “io do una cosa a te e te non dai niente a me. L’importante è andare sui telegiornali a sembrare giustizieri mascherati”. Un limbo adolescenziale. Evviva Zorro!

La teoria del caos di Mubarak

Punta decisamente al suo ordine, nemmeno troppo nascosto in questo caso. Massima confusione per cercare di rimanere dov’è. Poi se lasciasse lui sì che si verificherebbe il caos. A scuola di frittate rigirate. Però imparano bene, o forse è un talento innato.

http://www.theatlantic.com/international/archive/2011/02/mubaraks-chaos-theory-did-it-backfire/70709/

Morti in piazza e caccia ai giornalisti
Mubarak: sono stufo ma se lascio è caos.

Quando il giornalismo d’inchiesta lo fa Wikileaks si chiama pirateria

Sarà che in Italia probabilmente non è mai esistito nella forma più cruda di verità che si può riscontrare in altri paesi ma questo non impedisce di pensare che se certe notizie fossero uscite sui giornali tradizionali (oggi forse troppo assuefatti e morbidi con gli editori e gli intrecci di potere e parole) molto probabilmente i toni sarebbero stati diversi. Il fastidio e il pungolo maggiore è forse quello di essersi fatti scappare definitivamente un lato difficile, scomodo del proprio lavoro, ma in grado di attrarre pubblico e creare massa critica di lettori. In questo paese il Watergate sarebbe probabilmente stato derubricato a chiacchiera da bar, a pettegolezzo da funzionari di terza o quarta categoria, così come si cerca di soprassedere nei confronti dei severi giudizi politici e diplomatici espressi nelle comunicazioni dell’Ambasciata USA nei confronti del premier Silvio Berlusconi. Non si tratta naturalmente di un male assoluto, ci sono e ci sono stati ottimi giornali e giornalisti d’inchiesta anche in Italia e all’estero, ma la sufficienza, il disinteresse, la superficialità e il distacco saccente con cui la maggioranza dei media tratta Wikileaks più che odio sembra l’invidia di chi, ormai impedito a raggiungere l’uva, scrolla le spalle e dichiara che è acerba.

E’ un fenomeno di sostituzione al quale Internet ci ha abituato, non è casuale quindi che in giornate come queste in cui anche in Italia i media sono costretti a parlare di Wikileaks decidano di farlo con minime scaglie di entusiasmo e molta demonizzazione. (poco fa per esempio Enrico Mentana al TG de La7 ha ripetuto più volte l’espressione “il sito pirata Wikileaks”) Continua Via Mantellini.

La sinistra strumentalizza le sfortune di La Russa. La sicurezza ancora latitante

la russa La storia del giornalista allontanato dalla conferenza stampa è stata raccontata in modo un po’ particolare. Ma soprattutto strumentalizzando la brutta faccia di La Russa che purtroppo è brutto sempre anche a riposo. Il tale Carlomagno non aspettava il  proprio turno, si sovrapponeva agli altri giornalisti non rispettando l’ordine delle domande. Alla richiesta di aspettare il proprio turno continuava a cianciare. Ora si può essere critici su molte cose, compresa la reticenza di certi giornalisti  a porre domande scomode al premier, ma se tutti si comportassero come il signor Carlomagno le conferenze stampa si trasformerebbero in gazzarre simili a quella che si è svolta negli uffici elettorali a Roma. E’ sin troppo facile dare del manesco a La Russa. Con quella faccia…

In fondo a solo cercato di allontanare un disturbatore. A pensarci meglio la cosa che stupisce, ancora una volta, sono i servizi di sicurezza che circondano il Presidente del Consiglio e  i Ministri. Nessuno interviene e si lascia La Russa avvicini fisicamente quel signore e si ponga a stretto contatto con la platea. A posteriori si potrebbe anche pensare che la manovra, se ben organizzata, avrebbe anche potuto essere un diversivo per compiere un attentato come quello del ormai famoso del Duomo a Silvio Berlusconi. Che il servizio di sicurezza sia lasciato nelle mani della persona fisica del ministro sembra molto strano. Sì, è probabile che si dirà che è lui che ama la folla (in questo caso il tafferuglio) come si scrisse di Berlusconi, ma la realtà è che avvicinare  avvicinare i rappresentanti del governo sia sin troppo facile , considerato che compongono anche la scorta stessa (le guardie del corpo).

Al-Qaeda è morta, Claudio Messora e un cadavere di Ionesco. Il discorso di Alain Chouet al Senato.

Via Claudio Messora. Il discorso che qui riporto per lucidità politica, strategica e come si diceva un tempo di real politik, che non sempre è quello che sembra, è uno dei migliori mai scritti e pronunciati da punto di vista storico, diplomatico e di intelligence.

Discorso Alain Chouet de l 29 gennaio 2010 presso Commissione Affari Esteri del Senato (uomo dei servizi segretei anti terroristici francesi)

Alla domanda dove si trova Al-Qa’ida?

“Queste domande non mi paiono poi così bizantine come sembrerebbe: anch’io, come un buon numero di colleghi che fanno la mia professione sparsi per il mondo, ritengo – sulla base di notizie serie e dettagliate – che sul piano operativo al-Qa’ida è morta in quelle tane per topi di Tora-Bora nel 2002.

I servizi pakistani si sono limitati poi, dal 2003 a 2008, a rifilarci qualche rimasuglio in cambio di favori o di tolleranze di varia natura.

Dei circa 400 membri attivi dell’organizzazione esistente nel 2001, meno di una cinquantina di “comparse”, (eccetto Osama Ben Laden e di Ayman al-Zawahiri che non hanno avuto mai nessun ruolo sul piano operativo) sono riusciti a fuggire e nascondersi in zone remote, vivendo in condizioni di vita precarie e disponendo di mezzi di comunicazione rudimentali o incerti.

Non è con un tale dispositivo che si può attivare su scala planetaria una rete coordinata e organizzata di violenza politica. Appare del resto chiaramente che nessuno dei terroristi autori degli attentati post 11-settembre (Londra, Madrid, Charm-el-Sheikh, Bali, Casablanca, Djerba, Mumbai, eccetera) ha mai avuto contatto con l’organizzazione.

Quanto alle rivendicazioni più o meno tempistiche che sono state rilasciate di quando in quando da Bin Laden o da Zawahiri, anche supponendo di poterle realmente autentificare, esse non implicano nessun collegamento operativo, organizzativo e funzionale fra questi terroristi e le vestigia dell’organizzazione . Continua a leggere

Ogni anno sempre la stessa storia. Obama e il Dalai Lama e la Cina protesta

dalai lama obama Il Dalai lama incontra il Presidente degli Stati Uniti Barak Obama e la Cina fa la voce grossa. Sembra di essere in matrix, qualcuno modifichi qualcosa, cambi una variabile. Il mondo è già fermo, sto solo cercando l’uscita.

Nel 2007 il titolo del post era il guerrafondaio e il nirvana, ora c’è il Nobel per l Pace ma comunque la sostanza sembra essere rimasta la stessa. Ora aspettiamo le solite polemiche in Italia. Qualcuno lo incontrerà e qualcuno no, come sempre. Poi la solita retorica: la Cina è un grande mercato, fondamentale per le nostre aziende, un partner commerciale, ci sono possibilità economiche importanti (abusato aggettivo) ecc. ecc. Ora programmerò un articolo per riproporlo ogni anno più o meno di questo periodo. Tante volte fossi a corto d’idee ci pensa matrix a riproporle.

Il Nobel per la pace preventiva a Barack Obama

A dieci mesi dall’investitura non era mai accaduto. Roosvelt lo ricevette nel mezzo del suo secondo mandato e Carter quando era ormai un ex Presidente. A Barack Obama è stato invece assegnato dopo appena dieci mesi dal suo insediamento alla Casa Bianca, quasi lo meritasse sulla fiducia o per meriti già acquisiti. Il Nobel a Obama sarà per lui tanto gratificante quanto limitante. Dovessero verificarsi nei prossimi anni scenari politici internazionali che lo mettessero davanti a scelte complesse e prevedessero l’ipotetico uso della forza, il Presidente statunitense si troverebbe a dover affrontare maggiori responsabilità e sulla coscienza delle sue scelte peserebbe proprio il Nobel che gli è stato assegnato, spostando il limite dell’uso della forza anche a fin di bene, o per la pace stessa, oltre quello che sarebbe stato immaginabile se il Nobel non gli fosse stato assegnato. Quando un Nobel per la pace è eticamente giustificato a intervenire militarmente, o ad aumentare le truppe in Afghanistan, o ad appoggiare politicamente uno stato che fa uso di sistematici interventi militari? Queste sembrano essere le domande da porsi dopo la decisione dell’Accademia di Svezia. La situazione in Medio Oriente è ancora lontana da una stabilizzazione e l’Iran sembra essere sempre intenzionato a mantenere i suoi atteggiamenti provocatori. Inserito nel quadro internazionale il Nobel sembra apparire un vincolo in più che non può essere ignorato con molta facilità, e che potrebbe prestarsi in futuro ad aspre critiche nei confronti del presidente americano. Una speranza e un augurio, ma forse anche una mano legata. Cresce il rischio di passi falsi.

Come Churchill corruppe i generali spagnoli

Sir Winston Churchill

Sir Winston Churchill

In un articolo sul times on line si scrive di come Winston Churchill convinse i generali spagnoli a rimanere fuori dalla seconda guerra mondiale. Anzi si descrive di come convinse un banchiere spagnolo ad agire come agente segreto organizzando pagamenti ai generali, i quali in cambio convinsero Franco a non entrare in guerra a fianco di Hitler. Dopo aver scoperto il sogno dello statista inglese di realizzare una nave interamente di ghiaccio, progetto in cui furono spese enormi quantità di denaro, le sue attività mi stupiscono sempre meno. Ma mi rimane il dubbio che i generali abbiano convinto un dittatore che forse non aveva bisogno di esserlo. Comunque è sempre meglio essere sicuri al 100 per cento.

Evviva le partenze scoglionate, e le rimanenze

Partenze sca(o)glionate verso l'oleodotto

Partenze sca(o)glionate verso l'oleodotto

Sulle strade sembra ci sia stato meno traffico in questi giorni. Nei luoghi di villeggiatura ci sono ancora persone, in una certa quantità che non sfugge all’attenzione. Gli Italiani finalmente si sono convinti a preparare le loro partenze in modo scaglionato, anche se l’impressione delle loro facce sembra essere scoglionata, ma il problema è dovuto solo a un paio di vocali, mi sono ripetuto. Quindi è possibile festeggiare: dopo anni in cui tutti facevano le ferie negli stessi giorni ora sono molti quelli che non riescono a raggiungere il mare o la montagna per un periodo di riposo. Queste sono le rimanenze, sempre scoglionate, anzi più scoglionate delle partenze. Ma anche chi parte quest’anno è un po’ scoglionato. Preso com’è nell’imboscata dell’aumento delle pasta, della benzina che sale e non scende mai, e dell’aumento del pane. Il giorno programmato per il rientro alla grama vita cittadina dalla breve vacanza, che consta di giorni 3 o 4 e non più delle lunghe tre riposanti settimane o più, sale naturalmente il livello di soddisfazione, e ne risentono le partenze sempre più scoglionate. Ammesso che si riesca a rientrare, perché corrono voci che qualcuno abbia finito i denari e abbia deciso di rimanere nei luoghi di villeggiatura: trattasi di rimanenze sempre dello stesso tipo emotivo e non logistico. Dopo anni di tentativi finalmente un obiettivo raggiunto. Ci voleva. Nel frattempo sembra che le dichiarazioni d’indipendenza dei popoli non siano tutte uguali: vanno bene quelle della Croazia e del Kossovo, ma un po’ meno bene quelle di Abkhazia e Ossezia, nei cui confronti sembrano tutti un po’ scoglionati, se si esclude la Russia. Preferirebbero che rimanessero, invece di vederle partire. Sarà il clima delle vacanze.

Goebbles, Tom Cruise, la fede e la razionalità

Capo della propaganda nazista Joseph Goebbles fu autore di misfatti, falsicazioni e disinforfamazioni che se valutati da un punto di vista strettamente tecnico debbono essere considerati molto ben congeniati; tanto che chi è uso praticare la disinformazione nel nostro paese dovrebbe cercare di prendere qualche spunto dalle tecniche adottate da quell’invasato, che riusciva a fare leva su tutto ciò che c’è di irrazionale in un uomo: la passione, la paura, i sentimenti di rivalsa, le pulsioni di ogni genere, e non trascurava il mito, i lavoratori e Dio. Continua a leggere

Il guerrafondaio e il nirvana.

Criticato dai pacifisti di tutta Italia e di tutto il mondo per la guerra in Afghanistan e in Iraq, George W. Bush, l’assetato di sangue, il leader delle crociate in nome della pace e degli equilibri internazionali ha ricevuto il Dalai Lama nello scorso mese dimedaglia d'oro del congresso ottobre. Il governo cinese si infuriò e il portavoce del ministero degli esteri dichiarò che considerava il comportamento di Bush una grave ingerenza nella politica cinese. Per la Cina il Dalai Lama sarebbe solo un rifugiato politico che utilizza una copertura religiosa per ordire le trame indipendentiste del Tibet. Il presidente americano non fu minimamente scalfito dalle obbiezioni cinesi e il Dalai Lama rispose con un frase che mi è sembrata l’emblema della sua considerazione dell’ordinarietà degli affanni contingenti degli uomini. “Succede tutte le volte”, disse sorridendo. Poi, parlando di Bush, ha aggiunto: «Ci conosciamo, e abbiamo creato, credo, una vera profonda amicizia è come una riunione di famiglia». Continua a leggere

L’Appeasement e la capacità di dire di No.

Una della lezioni di storia che mi è rimasta più impressa all’università fu quella sull’Appeasement. La parola può sembrare strana, ma in realtà indica una prassi diplomatica che cerca in modo ostinato di risolvere i problemi di ordine internazionale con le trattative, al fine i mantenere la pace a tutti i costi. La diplomazia, che in molti casi trova e ha trovato soluzioni a molte questioni internazionali, nel periodo storico che vide l’escalation verso la seconda guerra mondiale con il tentativo di mantenere la pace in ogni circostanza fallì, anzi forse peggiorò la situazione, consentendo al nazismo di guadagnare tempo, produrre armamenti, affinare strategie, stipulare trattati. Questa è una lezione storica che le democrazie occidentali e sopratutto gli Stati Uniti non hanno mai dimenticato. Nel guardare le guerre preventive di questi anni: a partire dalla prima guerra del golfo, sino alla guerra in Afganistan e alla seconda in Iraq, al di là dei giudizi personali di merito, al fine di avere un quadro completo delle varie e contingenti situazioni credo che non si possa prescindere dal fatto che tra i fattori storici che portarono alla II guerra mondiale (Crisi del’29, Alleanza con l’Unione Sovietica, Isolazionismo dell’America) ci fu anche l’Appeasement, ovvero l’ostinato tentativo, alimentato dall’ostinata speranza, che Hitler potesse accettare di far rientrare la propria aberrante politica all’interno dei canoni del diritto internazionale. Non c’erano i presupposti né storici né umani: il Trattato di Versailles (1919) aveva innescato un enorme malcontento in Germania a causa delle riparazioni di guerra e Adolf Hitler non era il tipo di persona che addiviene a miti consensi tanto facilmente. Le tappe principali che evidenziano la politica dell’appeasement sono le seguenti: Continua a leggere