Il miglior Federer sulla terra battuta. Per un pugno di swingweight in più al Roland Garros

Guillermo Vilas

Guillermo Vilas

Alla fine, dopo aver meditato a lungo sulla finale di Roma, non mi resta che convenire con Craig O’Shannessy che sul sito dell’ATP ha fornito un’interpretazione interessante e originale dell’atteggiamento tattico di Roger Federer. Confesso che mi sono perso alcuni punti della finale, forse non decisivi, a causa del torpore che mi aveva invaso verso le quattro e mezza del pomeriggio. Anche un maggio fresco non aveva aiutato.

Secondo Craig la tattica dello svizzero non ha fatto una grinza, anzi se non fosse che la palla finiva spesso oltre le righe del campo, avrebbe rasentato la perfezione.

D’altronde sono anni che glielo ripetono tutti sulla carta stampata e dalle frequenze prima analogiche e ora digitali delle televisioni: “Roger deve essere più aggressivo quando gioca con Rafa. Meno passivo, meno rinunciatario.” Ora visto che i due, grazie al progresso sociale, sono rivali solo quando si trovano su un campo da tennis con una rete che impedisce il contatto fisico diretto i modi per essere aggressivi non sono moltissimi. Poi mister perfezione ha trentun anni. Vogliamo farlo scambiare da fondo con Nadal per dieci colpi a punto? Dopo un partita serale e aver preso sonno, con molta probabilità, alle due di notte? No, no. Questo sì che sarebbe stato un suicidio masochistico.

Roger è stato tatticamente impeccabile. Il suo piano avrebbe anche potuto funzionare se lo svizzero fosse stato in giornata. Ha cercato di chiudere prima i punti, di servire in modo più incisivo, di spingere maggiormente con i colpi da fondo, di prendere la rete appena poteva. Finalmente ha attaccato, ha seguito i consigli di tutti. Però lo sa anche Nadal, con molta probabilità, che aumentando il livello del gioco crescono anche i margini di errore. Ecco per Federer sono cresciuti troppo.

Ora si aprono scenari e interpretazioni diverse che possono interagire in percentuale: Continua a leggere

Conflitti d’interesse tra Parigi e Wimbledon. Aspettando Godot e il grande tennis

Aspettando Godot (Samuel Backett)

Aspettando Godot (Samuel Beckett)

di Fabrizio Brascugli. Pubblicato su Pianeta Tennis.

Con l’entrata della primavera arrivano i tornei classici, quelli che hanno accompagnato gli anni della gioventù. Ricordo ancora il verde scintillante dell’erba di Wimbledon in un lontano 1988. Il trofeo lo mise nella sacca Stefan Edberg in finale su Boris Becker, ma il ricordo non è legato all’ultimo incontro: il colore dell’erba era quello dei primi giorni, quando ancora il campo scoloriva anche nei pressi della rete di metà campo. È tutto un insieme di cose che rende il tennis speciale in questo periodo che giunge fino a qualche giorno oltre al solstizio d’estate. Il tepore delle giornate più lunghe, la luce prolungata unita al piacere di togliersi gli ingombranti maglioni dei freddi invernali. Il tutto inizia a Montecarlo il cui clima suscita invidia mista speranza, quando in Italia le temperatura stentano ancora ad alzarsi, anche se i cieli sono tagliati dalle sagome scure delle rondini. Poi Barcellona, Madrid, Roma, il Roland Garros e subito si trasloca sull’erba: giusto il tempo di adattarsi con il Queens, Halle, Eastbourne e il torneo olandese di ‘s Hertogenbosh che i più fortunati ad avere la classifica sono proiettati sui campi più famosi di Wimbledon.
Per coloro che vivono in Europa questo è forse il periodo del tennis migliore e più intenso, per vari motivi: tornei di tradizione e due competizioni dello slam sono concentrati in poco più di tre mesi. Si inizia ad aprile per finire la prima settimana di luglio. Nella maggior parte dei casi in questo periodo si giocano le maggiori probabilità di realizzare il grande slam, per chi è ancora in corsa, si tratta sempre di uno solo. Parigi e Wimbledon chiedono un dazio fisico e psicologico molto alto. Inoltre il fuso orario è favorevole e non costringe a notti insonni, semmai solo a qualche distrazione sul lavoro, che non è mai troppo spiacevole. Molti riprendono in mano le racchette che hanno preso un po’ di polvere durante l’inverno e i bracci tornano a imitare il gesto preferito. Sono più di quarant’anni che si attende il Godot del Grande Slam e Rod Laver sorride sornione. Continua a leggere

Rafael Nadal dopato? Guardando Federer no. Pensarlo è una deriva genetica.

la corsa vana dell'antidoping

la corsa vana dell’antidoping

Mentre la domenica scorreva tra una gara di Formula 1 e gli ultimi slalom della stagione sciistica a Indian Wells si erano concretizzati due rientri non troppo eclatanti. Lo spagnolo dal braccio di ferro, o forse dal peso specifico del piombo, sconfiggeva Roger Federer che risente dei riflessi leggermente più spenti di un trentenne e di una schiena in vena di scherzi. Dall’altra parte del tabellone Juan Martin Del Potro ha disilluso le speranze di Novak Djokovic, il quale era imbattuto da inizio stagione. Anche l’argentino è di rientro da un infortunio (al polso) ma, al contrario di Nadal, ha impiegato molto più tempo per tornare ai vertici di un tennis estremamente competitivo. In più, nella giornata di ieri, non è riuscito a vincere, con la conseguenza che il titolo di Indian Wells è andato allo spagnolo il quale ha incrementato il numero delle statistiche delle sue vittorie (il conto preciso lo lascio a giornalisti migliori di me). Rafa è stato molto più veloce di Delpo per recuperare un tennis in grado di riportarlo ai vertici, e questo, sbirciando tra articoli e non troppo velati commenti, sembra aver rinfocolato l’idea che dietro le prestazioni fisiche dello spagnolo non ci sia solo lo spagnolo, o meglio un solo spagnolo. In effetti in Spagna c’è un altro personaggio abbastanza conosciuto, il cui nome è rimasto impresso a causa dei suoi frequenti collegamenti con sportivi professionisti che hanno fatto uso di sostanze dopanti. Si tratta del medico Eufemiano Fuentes, il cui nome è stato spesso collegato a casi di doping. Il pensiero che probabilmente si è affacciato nella mente di molti ha effettuato un paragone tra le differenze di recupero dei due tennisti (lo spagnolo e l’argentino) con Nadal che in meno di un anno è riuscito a rientrare.

Se a prima vista il paragone potrebbe apparire valido c’è da considerare almeno altri due aspetti: il primo riguarda la tipologia dell’infortunio, mentre il secondo è in stretta correlazione con lo sport praticato dai due giocatori, ovvero il nostro tennis. Rafa ha avuto dei problemi alle ginocchia, mentre Del Potro ebbe la sfortuna di farsi male al polso. La differenza diventa fondamentale se messa in relazione con il gioco del tennis, che, nonostante il fattore atletico sia diventato importante, rimane uno sport in cui l’incisività dei colpi rimane fondamentale. In fondo lo si è sempre pensato, e lo hanno pensato in molti, soprattutto quando si scriveva e si parlava dello svizzero Roger Federer. Sono stati sprecati fiumi di inchiostro per affermare che Roger non faceva sforzo e che questo gli avrebbe permesso di avere una lunga carriera, come infatti sta accadendo. Si tratta indubbiamente di una verità che ci spiega anche il motivo per cui l’argentino Del Potro abbia faticato molto per rientrare ai vertici: il suo infortunio, infatti, era in una zona fisica altamente sensibile per l’esecuzione dei colpi. Questa realtà ha impedito un recupero veloce nella sicurezza di esecuzione non influendo sulla mobilità dell’atleta. La situazione opposta è quella che ha riguardato Rafael Nadal: una mobilità preclusa ma con il movimento del pendolo braccio-racchetta che non ha subito conseguenze e quindi non è stata necessaria una rielaborazione dei movimenti ai fini dell’esecuzione.
Se è indubbio che il gioco del tennis stia diventando sempre più fisico è altrettanto incontestabile che la maggior parte dei colpi si giochino ancora spostandosi non più di due o tre passi; e che comunque un’ottima abilità nel timing, o una maggiore inerzia nella parte alta del corpo, possa sopperire a lievi difetti di posizionamento della parte bassa. Questo spiega molte cose delle differenze tra i due giocatori che ieri si sono affrontati nella finale di Indian Wells. In fondo come si fa a sostenere con certezza che Nadal fatichi più di Federer nel colpire la palla imprimendole quella velocità e quella rotazione che lo contraddistinguono? In una collisione la forza impressa alla pallina viene data dalla velocità del sistema braccio racchetta e dalla sua pesantezza, con un occhio di riguardo a quest’ultima.
Ma c’è ancora un aspetto interessante in questa faccenda di veleni e merletti e riguarda una predisposizione evolutiva della nostra mente nel trovare le spiegazioni alla realtà che ci circonda. Da sempre gli individui che avevano la predisposizione a trovare una causa agli eventi, una qualsiasi motivazione, sono presumibilmente stati avvantaggiati nella loro corsa alla sopravvivenza. Se da un lato questo ci consente di elaborare e trovare spiegazioni dettagliate che fanno riferimento a più fattori e in alcuni casi a elementi altamente preponderanti, dall’altro esiste la possibilità di una eccessiva semplificazione in cui si cerca una macro causa per ogni situazione che ci troviamo ad interpretare quotidianamente. Un ramo spezzato potrebbe essere il segno del passaggio di una tigre dai denti a sciabola, un terremoto il segno di una volontà divina, il recupero rapido di un giocatore la conseguenza di un intervento esterno, magari non consentito. La realtà è invece spesso diversa, più sfaccettata e articolata, anche quando una micro causa implica un evento di grandi dimensioni. Sollevare dei dubbi sull’onestà sportiva di Rafeal Nadal, senza avere la minima prova e nemmeno il più vago indizio è molto simile ad attribuire le cause di un terremoto all’intervento di una divinità. Purtroppo però questo modo di pensare è sin troppo diffuso. Una deriva genetica.
E buona stagione sul rosso.

Un bicchierino per dimenticare Nadal

Magari bevuto prima di una partita al Roland Garros, proprio contro lo spagnolo. Giocare più sciolti, non irrigidirsi. A questo potrebbe essere utile il nuovo contratto firmato da Roger Federer.

23 milioni di euro, per cinque anni. Questo sarebbe l’importo e la durata del contratto che Roger Federer ha siglato con la Moët & Chandon, una delle più grandi case produttrici di champagne del mondo.

Live tennis.

 

Tornei che finiscono prima

In effetti, pensandoci bene, certi tornei finiscono prima della finale.

Novità a Flushing Meadows: la finale si giocherà di lunedì. Stavolta, però, non è colpa dei continui rinvii per maltempo così come nelle ultime 5 edizioni ma perchè è stato così deciso dagli organizzatori. Le televisioni saranno molto contente visto il ricco menu in programma che prevede il venerdì le semifinali femmininili, il sabato quelle maschili, la domenica finale femminile e lunedì la finale maschile.

La finale degli US Open 2013 si giocherà di lunedì – Pianeta Tennis

I vertici mondiali della racchetta e il tennis come esperienza politeista

David Foster Wallace

È sempre la vecchia storia che riguarda la bruttura ripetitiva del tennis moderno. La macchinetta spara palle. Corri e tira! Scatta, muoviti! Rapido e non rallentare mai il braccio. Per le volèe non c’è più tempo. E gli attacchi in contro tempo? Per carità! Ma quale tempo?! Di questo tennis moderno tutti si lamentano ma nessuno fa niente. Sopratutto non fanno nulla coloro che avrebbero la responsabilità e il ruolo di fare qualcosa: ITF e ATP. Gli appassionati, almeno quelli di una certa età con una buona memoria, invece si lamentano. Sempre. Sui forum, su social network. Il grido “racchette di legno” rimbalza tra cinguettii, il post di un blog e una discussione su Facebook. Ormai da anni senza sosta, la protesta è diventata retorica e rischia di stancare se non lo avesse ancora già fatto ai tempi della lettera di Gianni Clerici a Mr Tobin. Erano un bel po’ di anni fa, più o meno quando John McEnroe iniziava subire le badilate da fondo di Ivan Lendl, che lui insieme alla sua Dunlop 200g reggevano con molta fatica (figuriamoci quelle di Agassi, per ammissione dello stesso McEnroe: “non ho mai giocato contro nessun giocatore che colpisca la palla così forte, così spesso e in maniera così accurata”). Considerata la situazione (e lasciando da parte, per ora, l’indiscutibile realtà che nel tennis l’aspetto atletico è diventato fondamentale) dopo anni di inattività indolente, inazione e spallucce una domanda sorge spontanea: tutto questo si è casualmente verificato per superficialità, non curanza al limite dell’incapacità, o sanno quello che fanno coloro che gestiscono il tennis globale? Il tennis è globale come l’economia, non si può negare.

Questi signori si sono trovati davanti almeno a un problema e le circostanze indicano che non era quello dell’estetica, del bel gesto bianco, anzi ormai sbiadito. Il romanticismo lascia sempre il passo ad altre concretezze e la giustificazione che sarebbe stato un errore fermare il progresso tecnologico non ha le caratteristiche per resistere a lungo. Limiti e regolamenti non arginano sempre l’innovazione al contrario non infrequentemente ne migliorano l’efficacia in quanto inducono a innovare all’interno di circostanziate maglie di riferimento.

I tempi televisivi erano uno strumento su cui agire e aumentare la velocità di palla implicava ridurre mediamente gli scambi, per un certo periodo sono diventati troppo brevi ma superfici e condizione atletica hanno riportato la loro durata su tempi accettabili, oggi forse lunghi come venti o trent’anni fa. Ma si può ipotizzare quanto durerebbero le partite se la palla viaggiasse più lenta su ogni colpo: probabilmente troppo e gli sponsor investono per spazi televisivi in base all’ora di programmazione. Un prime time è un prime time. Cribbio! Se paghi per un orario di punta e ti ritrovi alle undici di sera “sei fuori” dal business direbbe Briatore. Questa situazione pone l’establishment del tennis in un cul de sac. Un vicolo cieco in cui la ritirata non è semplice come si potrebbe sospettare: se si interviene sulle racchette in modo da indurre una minore velocità di palla e permettere a più giocatori di sfruttare tutto il campo e tutti i colpi del tennis i tempi di gioco rischierebbero di allungarsi troppo anche per gli spettatori. Provate voi, inoltre, a prendervi la responsabilità, oggi, di far tornare tutti a giocare con racchette dall’ovale da 65 pollici e dal peso di 400 grammi…si rivolterebbero anche i giocatori, almeno alcuni, quelli che vincono di più.

Il suono è quello di un’ottima giustificazione. Nell’evoluzione del tennis vi sono però anche altri aspetti da considerare che coincidono casualmente con gli interessi di pochi. Un numero ristretto di aziende, uomini e tornei. Avere qualche divinità e qualche dio miniore è un vantaggio per coloro che hanno potenzialità economiche, che di tennis vivono, sul tennis investono e del tennis fanno un business. La piccola e media impresa nel tennis è scomparsa con il piccolo e medio giocatore che si vede sempre meno e tantomeno si innalza a mito religioso. Le vicende non sono diverse fuori dai limiti di questo sport ne è una conferma il lento inaridirsi del tessuto economico di un paese come l’Italia in cui le attività di medie dimensioni erano il sistema nevralgico dell’economia e della società. Oggi lo sono sempre meno. La concentrazione è il miglior mezzo per accumulare ricchezze. La loro diffusione è troppo democratica sopratutto se è omogenea. Così ogni multinazionale ha la sua divinità maggiore da osannare enorme come se stessa, sopravvive qualche dio minore per minoranze eccentriche in stile Dolgopolov ma i culti limitati sono serviti alla massa. Lo ha scritto Foster Wallace su New York Times qualche anno fa: Federer è ormai un’esperienza religiosa.  Tale status metafisico agevola la vendita di gadget, statuine, figurine e simboli come a Madjugorje. Esistono anche varie forme di pellegrinaggio verso lo stadio del torneo più vicino e di turno: si va a Wimbledon, allo Us Open, a Melbourne e a Roma come a Santiago di Compostela o alla Mecca quando è di scena il proprio dio e si ritorna con un cappellino firmato, una racchetta rotta da rivendere su Ebay o addirittura un polsino sudato, se si è fortunati.  Non solo Federer quindi ma l’intero tennis è oggi un’esperienza religiosa politeista a vantaggio di chi crea e gestisce una manciata di divinità. C’è chi è con Zeus, chi con Apollo, altri con Minerva o Eolo.

E’ opportuno rompere questo giocattolo, bello e produttivo, per vagheggiare un romantico quanto adolescenziale gesto bianco?

Ogni racchetta di legno è un grosso problema. Un’apostasia.

Fabrizio Brascugli

Una vera esperienza religiosa

Dopo lo spreco di religiosità sui titoli degli impeccabili editori italiani, finalmente qualcosa di serio e politeista.

«Il 6 ottobre ho intenzione di assassinare Roger Federer per sterminare il tennis» firmato «il fondatore della religione politeista del gatto blu».

Ance se forse sarebbe stato meglio dire “dei gatti blu”.

Il destino Tacito di Andy Murray

Il destino Tacito di Andy Murray. Pubblicato su Pianetatennis.com

La libera scelta è forse una chimera irraggiungibile. Ciò che siamo e che diverremo è scritto nel nostro passato, inciso nelle forme dei nostri corpi, organizzato in informazione digitale del DNA. Sam Harris non avrebbe dubbi sul fatto che la libertà non esista. Perché il fatto che siamo ciò che ci contraddistingue come noi stessi è in ultima analisi dovuto a una serie di elementi che non dipendono da noi e che riducono gli spazi di azione. Ogni nostro gesto quotidiano è il frutto di una serie condizioni che non possiamo scegliere.
Non scegliamo il DNA, non possiamo scegliere la famiglia né le condizioni economiche e culturali in cui personalità e carattere prendono la propria forma. Una delle conseguenze e’ che non possiamo controllare i processi cerebrali e cognitivi delle scelte, compresi quelli che vanno a definire velocità, sicurezza e precisione di uno swing in un campo da tennis. Ma sembrano essere fuori dalla nostra portata, a ben guardare, anche molte altre azioni, comprese quelle quotidiane, se pensiamo che molte delle attività del nostro corpo sono indipendenti dalla nostra volontà.Il nostro cuore batte, l’organismo sintetizza il cibo, il metabolismo svolge le sue funzioni senza che si possa influire sul processo. Anche l’intreccio delle connessioni sinaptiche che sfocia in una decisione è blindato in un nucleo inaccessibile. La coscienza ha consapevolezza solo del risultato, ovvero la decisione finale, tutto il resto rimane nascosto a noi stessi.
Si esce in parte da questa situazione attraverso l’esperienza, ma non si tratta di una liberazione assoluta. E’ solo un processo parziale che si cristallizza in informazioni che modificano scelte che si sono dimostrate controproducenti, inefficaci o addirittura pericolose. In questo margine limitato sopravvive, forse, qualcosa di assimilabile al libero arbitrio. Il resto rimane veicolato in architetture che formano noi stessi in modo indipendente da noi stessi.
Un tempo si parlava di destino come di qualcosa di già scritto in senso deterministico nonché molto preciso. Oggi sappiamo che questo tipo di destino non esiste, ma quello che rimane non lascia più opportunità di scelta se non nell’illusione di poter controllare le forze che in realtà ci influenzano, nel bene e nel male. In un senso più generico le nostre possibilità di realizzazione sono soggette a una base da cui non possono prescindere e su cui possono intervenire contingenze esterne anch’esse minimamente controllabili. Il fato dirige le vite degli uomini e ci sono fatalità più o meno preponderanti: alcune hanno poca influenza, altre spingono verso una direzione con energia sufficiente da permettere di superare molti ostacoli.
Perché siamo dei grandi tennisti? Perché alcuni divengono dei grandi scienziati e altri dei grandi scrittori? Perché altri ancora manifestano doti per essere degli ottimi medici? Non raramente si nasce con le caratteristiche adatte (si potrebbe usare la parola talento) che agevolano l’incontro di tutta una serie di condizioni collaterali, non meno importanti, che permettono la realizzazione di una realtà che già godeva di un vantaggio.
Il destino moderno è scritto in antiche acute osservazioni. Non c’e’ pertanto da rimanere molto sorpresi se un antico scrittore romano scrisse molto indirettamente di un futuro vincitore di tornei dello slam. Al tempo non si sapeva nulla di molti principi della fisica relativi al momento d’inerzia lineare o angolare, e nemmeno di come il punto d’impatto in relazione al swing ne modificasse le risultanze delle forze in gioco, ma il principio semplice alla base del sistema fornisce chiare indicazioni. Una massa maggiore è sempre più efficiente all’impatto qualunque sia lo swing: se ne ha di più sia in collisione arretrata che in collisione ideale.
Così la capacità di imparare di Andy cresce sulle osservazioni di Publio Cornelio Tacitò che nell’Agricola scrive dei Caledoni (abitanti della Britannia del nord) come di persone dai capelli rossi dagli arti ampi e robusti. Non poteva prevedere che sarebbero stati favoriti nei tornei dello Slam. Il tennis conta oggi poco più di 500 anni. E il destino di Andy Murray era Tacito. Si è palesato a tutti solo con lo Us Open 2012.

Fabrizio Brascugli

The Roger Federer’s Highlander

Ne resterà uno solo

 

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Lo svizzero sembra proprio immortale. Dopo qualche annetto senza battere un chiodo da slam quest’anno è tornato ad alzare la coppa di Wimbledon, eguagliando il primato di Pete Sampras a quota sette trofei. Ma non si è limitato a trovare il massimo del proprio rendimento nelle settimane a cavallo tra giugno e luglio, anzi è riuscito a mantenere il picco di forma anche nei giorni che sono seguiti: esattamente un mese dopo ha raggiunto la finale Olimpica che ha perso solo davanti a un insolita aggressività di Andy Murray. A fine agosto ha ridicolizzato Novak Djokovic nel primo set della finale di Cincinnati rimanendo in questo modo primo in classifica. Così i record talmente innumerevoli da rasentare l’assoluto quasi non si contano e sarebbe superfluo elencarli quando sono già ben delineati da altri con frequenza tale da renderli immortali (highlander se ce ne fossero). L’immortalità è il sogno di tutti coloro che ne trascurano la possibilità dell’inesistenza.

Trascurare l’oblio rischia di riflettere la superficialità figlia della speranza. Tutto prima o poi viene dimenticato, sparisce, se non definitivamente, almeno in modo sostanziale il giorno in cui il sole diverrà una gigante rossa. Spazzato via il tema della ricerca della storia, fin troppo abusato, rimane l’ipotesi di analizzare l’ultima parte della stagione con la finalità di intuire come sia cambiato il tennis dei più forti giocatori del mondo (almeno i primi quattro) dopo la fine di un periodo che faceva del dominio di uno o due giocatori il tema prevalente.

Intuire gli eventi è più difficile, e sono cambiati, causa necessità, anche i modi di preparazione degli atleti che sembrano sempre più interessati a gestire i propri picchi di forma in relazione ai tornei a cui tengono maggiormente. Questa particolare attenzione, unita ad altre difficoltà come quella speculare della difficoltà di mantenere la stessa condizione per tutto l’anno, ha impedito a Novak Djokovic di ripercorre la strada vincente del 2011. Partito in forma per l’Australian Open ha dovuto cedere il passo in primavera e nell’estate alle mirate preparazioni ed ai determinati obiettivi di Rafael Nadal e Roger Federer, i quali non avevano intenzione di perdere le proprie opportunità: il primo di superare lo svedese Borg con sei Roland Garros e il secondo di eguagliare Pete Sampras a quota sette Wimbledon. Di queste strategie mirate ne ha subito le conseguenze anche Andy Murray i cui obiettivi individuali e nazionali erano in conflitto con quelli di Roger Federer. Con la coppa dei moschettieri in un angolo della mente e della preparazione lo svizzero e l’inglese hanno finito per dividersi Wimbledon e l’Olimpiade, giocata sugli stessi campi dei Champioships per coincidenze della storia. Nole in questo modo è rimasto al palo dell’Australian Open a inizio 2012. Eventualità che succedono in un tennis più equilibrato.

Settembre e la fine di agosto incroceranno ancora una volta le racchette e le condizioni atletiche dei primi quattro giocatori. Nadal è fuori dai giochi a causa dei problemi alle ginocchia pesantemente sfruttate nella stagione sulla terra. Djokovic dovrebbe risalire di condizione e la finale di Cincinnati, pur persa da Federer, lascia qualche ottimismo. Sia Federer che Murray, il primo all’inseguimento di Bill Tilden, dovranno fare i conti con il tentativo di prolungare l’apice di forma della propria gaussiana. Proprio questa situazione potrebbe favorire qualche ottimo professionista in agguato dalla quarta posizione in poi della classifica, che potrebbe incastrare alla perfezione la sua migliore prestazione nel puzzle delle scelte quasi obbligate dei primi quattro.

Ne resterà uno solo. Ma potrebbe trattarsi di uno diverso per ogni torneo.

Roger Federer come Pete Sampras, e i cocciuti scozzesi

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Lo svizzero vince il settimo titolo di Wimbledon eguagliando il numero di vittorie dello statunitense Pete Sampras. Nell’anno in cui il suo più agguerrito rivale ha superato Bjorn Borg per numero di vittorie al Roland Garros. Sembrerebbe quasi tutto programmato e se si dovesse scrivere la trama di un romanzo, o incrementare gli introiti di qualche multinazionale, quello accaduto nell’ultimo mese tennistico sarebbe l’ideale, Grande Slam escluso ovviamente. Ma per questo c’è ancora tempo.

Roger Federer si sbarazza del testardo ostacolo scozzese con il punteggio di 46, 75, 63, 64.

E testardo lo è stato molto Andy Murray nel giorno in cui giocava la finale tanto attesa dal pubblico inglese. Erano passati troppi anni dalla finale di Bunny Austin ben 74 anni fa, per non incaponirsi troppo. Lo scozzese era partito bene, con l’impassibile Lendl dietro i suoi occhiali da sole a osservarlo con la luce giusta. Roger Invece aveva iniziato un po’ in sordina e era finito a rincorrere sia un set di svantaggio che le violente pressioni sul rovescio per riuscire a giocare qualche dritto. Non era riuscito lo svizzero a spostarsi con la solita agilità e il suo rovescio finiva per regalare preziosi punti a Murray, insieme a qualche dritto smarrito per girare intorno alla palla. Anche la seconda frazione sembrava nelle mani dello scozzese ma insieme alle palle break ho iniziato a vedere tutti i difetti di bravehearth. Il cuore impavido ha iniziato a giocare a viso aperto, ha cercato l’arma bianca, ostinatamente i tentativi di chiudere qualche punto di troppo sul lato destro di Federer sono aumentati, nonostante lo svizzero guadagnasse metri di campi quando riusciva a colpire dal suo lato preferito. Eppure pensavo che Nadal fosse riuscito a insegnare a tutti che contro Roger è necessario dimenticarsi di colpire la palla verso il suo dritto, a meno che lo svizzero non abbia già toccato almeno cinque volte le tribune dalla sua parte sinistra. Non che questa tattica funzioni sempre ma il dritto contro dritto per Andy Murray non è al momento sostenibile. Lo scozzese infatti si ritrovava troppo spesso in ritardo, con Roger che lo pressava e lo costringeva ad abbassare la velocità dei colpi diretti sul rovescio, così che Federer poteva girarsi molto più comodamente. Un break al punto giusto, dopo la vetta dei 5 giochi, è stato più che sufficiente per portare il punteggio dei sets in parità.

L’interruzione per pioggia, dopo che avevo ripetuto almeno un centinaio di volte la frase “gioca sul rovescio” agli sventurati ospiti che avevo di fianco, aveva portato consiglio anche a Murray. Forse c’aveva pensato anche Ivan Lendl che da dietro agli occhiali deve aver visto qualcosa di simile a quello che avevo visto dalla televisione. Al suo rientro in campo infatti Andy sembrava più determinato a cercare il rovescio dello svizzero, ma lo faceva sotto ritmo, spingendo poco. In questo modo Roger ha messo a punto sia il rovescio che il dritto, mostrando una buona preparazione atletica per spostarsi e colpire con il suo fondamentale preferito. Era la frase di coaching che era sbagliata: quella giusta era “spingi sul rovescio”. A questo punto nonostante e a causa della determinazione di Murray la partita era segnata.

Ivan Lendl si era alzato gli occhiali da sole sulla testa nonostante il tetto del centrale fosse chiuso e continuasse a piovere su Wimbledon. Non aveva più nulla da nascondere, Ivan, con Andy che ciondolava troppo spesso per il campo e scivolava un paio di volte di troppo. Due break, uno per set, e turni di servizio solidissimi, hanno consegnato il settimo trofeo di Wimbledon a Roger Federer, che rinfrancato dal punteggio e dal clima di gioco è riuscito a dare il meglio.

“Però come sono cocciuti questi scozzesi”, direbbe un inglese.

fabrizio brascugli

Wimbledon, il montepremi e lo sfruttamento della donna: ogni strategia “onesta” apre la strada a quella “disonesta”, quindi le donne ne sanno una più del diavolo

Gameti

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L’equiparazione del montepremi tra maschietti e femminucce a Wimbledon è avvenuta nel 2007 ma l’argomento suscita sempre l’incontinenza di nuove opinioni che nella sostanza suonano arcaiche quanto la sfida dei sessi tra Bobby Riggs e Billie Jean King, per altro persa da Riggs. Quest’anno è stata la volta di Gills Simon che fresco fresco di elezione al consiglio dell’ATP, non il “Gran Consiglio” si spera, ha dichiarato che il tennis femminile non è a livello di quello maschile che sarebbe inevitabilmente più attraente. Gli uomini spenderebbero più ore in campo e l’uguaglianza del montepremi è ingiusta. Qualche hanno fa era stata la volta di Gimelstob che aveva calcato la mano definendo le ragazze tenniste “fighette e cagne”, ma anche Pat Cash e Richard Krajicek non avevano saputo frenare le proprie dichiarazioni. “Il tennis femminile è due set su tre di spazzatura che dura solo un’ora e mezza”, il primo; “Le top 100 sono porcelline che non meritano di essere pagate quanto gli uomini“, la frase del secondo. E’ l’argomento che induce riflessioni acute. Ma ogni tipo di pensiero di questi sportivi che possono permettersi di farsi aiutare a scrivere qualche autobiografia di sicuro successo dovrebbe almeno cercare di indagare i motivi della differenza tra tennis femminile e quello maschile. Infatti è innegabile che qualche differenza ci sia. Da dove iniziano queste differenze? Da molto lontano, e sembra che, stando alle parole di cotanti professionisti, al momento la situazione si sia ribaltata. Una strategia “onesta”, ovvero quella di un tennis bello, sudato, veloce, atletico sarebbe stata sfruttata da una strategia disonesta che dirotta risorse in nome di una presunta parità verso un tennis esteticamente e tecnicamente non all’altezza dell’altro. Qualcuno potrebbe essere tentato di chiamarla imprevedibilità, ma non c’è niente di incomprensibile in realtà.

Quando un gamete divenne più grande dell’altro.

Tutto, dallo sfruttamento della donna alle dichiarazioni di Gimelstob, ebbe inizio quando un gamete ebbe più nutrimento e divenne più grande dell’altro ma al tempo stesso meno mobile. Immediatamente si spalancò la porta alla possibilità della presenza di molti gameti più piccoli e mobilissimi. Al di là del nome che attribuiamo a questi gameti, e ai loro possessori, l’organismo in grado di produrne in grandi quantità ebbe davanti la possibilità di sfruttare quello che ne aveva pochi di grandi dimensioni. Una donna nella sua vita sessuale può contare su un ovulo al mese per tutto il periodo di fertilità, circa 400 o poco più in tutto. Un uomo produce milioni di spermatozoi a ogni eiaculazione. Le risorse di una donna sono quindi più importanti e necessitano di maggiori cure per evitare che vadano perdute. Gli stessi corpi hanno seguito questo andamento evolutivo: più portato allo sforzo fisico e alla mobilità quello maschile, mentre quello femminile è finalizzato all’accudimento e alla cura dei figli i quali assumono un valore maggiore se le risorse per averli tendono a finire in modo talmente macroscopico rispetto all’uomo da poter considerare la differenza infinita. La condizione endemica di sfruttamento della donna in ogni sua forma, che non conosce differenze geografiche, culturali, né sociali e religiose ha le sue radici in questa differenza biologica, originatasi per caso e per necessità di prolungare il tempo di vita di un gamete. Una strategia “onesta”.

Ma un credente direbbe che il diavolo fa le pentole e non i coperchi, perché le donne relegate in questa condizione di sfruttamento e sudditanza hanno sviluppato altri modi per riuscire a limitare i danni della loro condizione, da cui per altro non riescono ancora ad affrancarsi del tutto. Astuzia, abilità nel mimetismo delle loro azioni e intenzioni sarebbero state fondamentali per una donna al fine di migliorare seppur di poco la propria situazione. Questa seconda ipotesi è quella evoluzionista ed è anche la più probabile rispetto a quella di Belzebù. I detti popolari sono solo una conseguenza dell’osservazione intuitiva e in questo caso maschilista della realtà.

Adesso se la scaltrezza e la maestria femminile sono riuscite negli anni a scalfire il predominio maschile e uno di questi risultati è stato quello di riuscire a equiparare i montepremi dei tornei tennistici Gimelstob, Cash, Krajicek, Simon e compagnia, (compresi coloro che hanno un pensiero sociale della stessa impronta) dovrebbero prendersela con tutti gli uomini che hanno messo le donne in una condizione ambientale tale da favorire e giustificare la pretesa che i guadagni del tennis maschile siano gli stessi di quello femminile se non altro per una sorte di compensazione storica e sociale.

L’evidenza scientifica cambia però l’angolo visuale di queste misogine opinioni, le quali apparirebbero ancora più puerili se non fossero ancora pericolose.

La spiegazione dei meccanismi evolutivi sgretola la pretesa di chiunque cerchi ci dare una giustificazione a una propria condizione di vantaggio quando questa condizione è invece solo il frutto di una contingenza. In questo caso specifico essere i portatori di gameti più piccoli e mobili, per convenzione chiamati maschili.

Roland Garros 2012: Rafael Nadal e quel record dei rossi di capelli che ancora resiste alla vanità di ogni razzismo

Tommie Smithe John Carlos, Giochi Olimpici di Città del Messico, 1968

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Nel giorno in cui crolla anche il record di Bjorn Borg sotto le uncinate mancine del giovane di Maiorca mi torna in mente un pomeriggio in cui ero seduto nella sala di attesa della pediatra di mio figlio. Davanti a me stavano conversando altri genitori per ingannare il tempo durante il freddo pomeriggio invernale. La conversazione era scivolata sulle vacanze passate ai tropici. Allungai l’orecchio perché sono sempre stato un tipo curioso e la noia dell’attesa iniziava a essere eccessiva. Il padre seduto sulla sedia alla mia destra aveva iniziato a lamentarsi della propria superficialità manifestata quando aveva sottovalutato il sole dei tropici evitando di utilizzare la crema protettiva nella misura necessaria. La pelle si era prima arrossata, poi gonfiata, le labbra erano lievitate nel volume, tumefatte. Il sole era insostenibile per un uomo mediterraneo la cui pelle è chiara. Così, mentre ho davanti la pelle olivastra di Nadal che si prepara a sferrare uno dei suoi dritti a uscire impossibili per chiunque altro, mi è sembrato superfluo scrivere dei records che sono caduti. Già altri lo fanno molto bene. Mi è sembrato invece interessante parlare di quei pochi che ancora resistono e fra questi ci sono i tre Grand Slam vinti da Rod Laver e Don Budge. Due il grande Rod e uno Donald. Vi chiederete cosa c’entrino con la conversazione della sala di attesa, ma il collegamento è presto svelato dal fatto che sia Rod laver che Donald Budge erano rossi di capelli e quindi aveva il secondo e ha il primo una pelle estremamente chiara che sarebbe stata ancora meno adatta al sole tropicale di quella dello sventurato genitore che aveva sorvolato parzialmente sulla crema protettiva.

Ho avuto l’impressione che le imprese imbattute abbiano qualcosa in più da dire rispetto a quelle nuove, almeno finché queste ultime non iniziano a resistere per un tempo sufficiente per essere definite storiche. Perciò, considerato che presto o tardi qualcuno riuscirà a realizzare un Grande Slam, ovvero vincere tutti e quattro i tornei più importanti in un anno solare a meno che non venga modificato il calendario, mi è sembrato opportuno cercare di evidenziare le imprese sportive di Budge e Laver. Ma la solita retorica che esalta lo sport come in grado di evidenziare valori personali e universali dell’uomo ritengo sia superata, perché alla fine non entra mai nello specifico dei motivi per cui tali valori dovrebbero essere universali. Invece ora c’è un elemento in comune: i capelli rossi. Caratteristica che hanno avuto e hanno anche altri giocatori, da Jim Curier a John McEnroe passando per Bobby Riggs, Boris Becker e Mark Woodforde, Andy Murray e qualche altro. Il 2% della popolazione mondiale in diminuzione secondo National Geographic.

Qui entra in gioco il modo di vedere la diversità che troppo spesso è stata considerata fonte di separazione, pregiudizio ed emarginazione. La novella “Rosso malpelo” di Giovanni Verga ne è un classico esempio in senso letterario. Il colore della pelle e le sue caratteristiche associate sono state da sempre la fonte di ogni tipo di razzismo solo perché si vedeva l’effetto diverso di una radice comune. La domanda fondamentale è invece un’altra: perché una persona è scura di pelle, un’altra olivastra e un’altra ancora estremamente chiara? C’è qualche correlazione con la latitudine in cui si sono evolute queste caratteristiche? Indubbiamente sì. Sarebbe d’accordo anche il padre che sentivo parlare nella sala d’attesa dopo l’esperienza che ha vissuto. Il mondo non funziona come molti pregiudizi vorrebbero. Tra le varie funzioni che svolge la pelle è sufficiente prenderne solo una di riferimento: quella che consente una maggiore o minore sintetizzazione di vitamina d per la formazione di calcio osseo. I riflessi sulla produzione di testosterone li lasciamo ad altra argomentazioni. Tutti hanno bisogno di ossa forti ma troppi raggi uva posso provocare danni collaterali, come un tumore alla pelle di cui ha sofferto il padre di Kim Clijsters, così in relazione della quantità di luce presente la base comune di ogni organismo ha favorito un colore della pelle diverso in grado di proteggersi dall’eccesso di luce e di utilizzare quella indispensabile per le funzioni metaboliche. La pelle scura ai tropici e all’equatore gradualmente si schiarisce fino a divenire pallida all’estremo nord, con i rossi di capelli in grado di prevenire il rachitismo estremamente frequente in assenza di luce e cibo. E’ la comune radice evolutiva che crea le differenze apparenti tra gli individui. Fare degli effetti dovuti a una causa comune la fonte delle divisioni è un modo distorto di valutare la realtà evolutiva della nostra specie, perché le lievi differenze sono il risultato di una radice comune che valorizza le diversità in relazione agli ambienti di riferimento. Probabilmente vincere quattro tornei del Grande Slam nello stesso anno su un campo da tennis è un’impresa per cui sono favorite alcune persone. I cento metri piani sono di Usain Bolt, il mezzo fondo dei keniani ed etiopi.

Nadal ha fermato Federer e Djokovic nella loro corsa al Grande Slam, c’è solo da sperare che l’umanità, quando anche quest’ultimo record cederà il passo abbia compreso che è più quello che accomuna gli uomini rispetto a quello che sembra dividerli, che è solo la conseguenza di una cuginanza evolutiva comune.

Il tennis è uno sport educativo, dopo l’atletica leggera naturalmente, e ogni spiegazione razionale è corrosiva di miti e pregiudizi.

Roma 2012, piove sul ritorno di Nadal, Djokovic non aggiorna la sua teoria della mente

Rafael Nadal

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Forse non sentiremo più la proclamazione della retorica del nonno. Non che le disgrazie familiari non influenzino un giocatore. Ma al torneo di Monte Carlo se Djokovic vinceva sembrava fosse per il nonno e se perdeva era per il nonno lo stesso. Insomma forse finalmente torneremo a parlare di Nadal e di tennis, dopo un anno in cui lo spagnolo aveva subito sette sconfitte dal serbo e lasciando Monte Carlo alla parole, anche se in realtà conta come prima sconfitta del serbo nel 2012 sulla terra. Considerando il confronto di oggi come la prima vera cartina tornasole dei valori in campo tra Rafael Nadal e Novak Djokovic sulla terra rossa, dimenticata quella blu di Madrid, sembra proprio che lo spagnolo abbia iniziato a rimettere la ruota davanti a quella del serbo che non sembra avere più la pazienza di costringere Nadal alle corde come accadeva lo scorso anno. Su una terra umida e lenta Rafa è sembrato ancora più paziente di quanto si era proposto di essere, costringendo l’avversario a giocare sempre un colpo in più di quello che probabilmente Novak si aspettava di dover giocare, considerata la teoria della mente che si era formato nel 2011 su Rafael Nadal.

Nella teoria della mente molto dipende dall’idea che abbiamo di colui con cui interagiamo, compreso il nostro avversario tennistico, ma se l’avversario cambia e rimanda sempre una palla in più ma noi continuiamo ad avere la stessa opinione di lui ecco che potrebbero sorgere dei problemi. Djokovic davanti al muro spagnolo che si è trovato davanti è apparso impaziente, troppo frettoloso di ricercare vincenti che non raggiungevano il loro scopo e così è incappato in troppi errori gratuiti di cui i due smash schiacciati nella propria metà campo rappresentano solo l’evidenza più macroscopica.

Il rovescio di Nole anche se riusciva a controllare la palla di Nadal non è minimamente sembrato quello dello scorso anno che schiacciava Rafa a fondo campo facendolo arrivare in ritardo. Nadal oggi arrivava bene, recuperava e forniva sempre una palla in più da giocare. Inoltre quando aveva il tempo necessario riusciva a tornare a spingere anche se ha giocato gran parte della partita ben oltre la riga di fondo campo. Occorrerebbe rimenare bene informati sulle previsioni del tempo per la seconda settimana del Roland Garros.

Lo svizzero Roger Federer è sempre bello da vedere ma ormai , se non in contingenti occasioni come quella del blu velocissimo di Madrid, non appare in grado di contrastare né Djokovic né Nadal che con questa vittoria si riprende la posizione numero due della classifica mondiale. Speriamo che il giardiniere di Wimbledon lasci l’erba più alta del solito. Per il Roland Garros salvo eccezionalità non è messo benissimo, sopratutto se farà caldo.

Tra i primi quattro il grande assente è stato Andy Murray. Lo scozzese non ha giocato affatto bene la stagione sulla terra dai due colori (rossa e blu). Non ha raggiunto neanche una finale e a meno che non risulti il più riposato a Parigi avrà la strada più difficile di tutti considerato che può perdere da tre o quattro giocatori in più rispetto ai primi due e la sua mole costretta a lunghi spostamenti risente di stanchezza sulla distanza e carburazione in avvio.

Il torneo di Roma non ha fornito molte novità se si esclude il fatto che Nadal si è ripreso meritatamente lo scettro del re della terra rossa. Berdych e Tsonga possono battere chiunque ma sembrano un gradino sotto ai primi due i quali si sono staccati ancora di più da tutti gli altri su questa superficie. Del Potro sta tornando ma appare ancora lontano, Ferrer dirà la sua al Roland Garros ma davanti a lui non c’è solo Nadal del quale soffre ritmo e fisicità. Isner e Tipsarevic sono un paio di gradini sotto. Poi naturalmente la settimana prossima la carovana sarà in Francia e i francesi ci terranno molto a fare bene. Il tennis è come l’evoluzione: i cambiamenti sono lenti e graduali, influenzati dall’ambiente e dal clima che a loro volta possono sorprendere chiunque in merito all’idea che aveva dell’avversario. Sarà che era lunedì.

Pronti, partenza, via. Coppa Davis – Game over Italia

Tornare all’inizio dopo aver appena raggiunto il primo gruppo. Il risultato della squadra di Davis non da considerare una sorpresa: Berdych è di un’altra categoria. Stephanek formatosi nel doppio e divenuto un buon singolarista in grado di sconfiggere Roger Federer era un baluardo difficile da superare. Quindi si torna alla casella iniziale: lo spareggio.

COPPA DAVIS – Game over Italia. Out anche il doppio Starace-Bracciali – Pianeta Tennis.

Novak Djokovic, Bill Tilden e il Grande Slam, seguendo le orme di Charles Darwin

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“Date queste condizioni dovrebbe esserci un giocatore le cui caratteristiche fisiche gli consentono di essere competitivo per il Grande Slam quanto lo sono stati sia Laver che Budge e forse anche di più.” L’ipotetica frase di Charles Darwin avrebbe suonato più o meno in questo modo e trovarlo potrebbe essere solo una questione di tempo così come avvenne per una delle predizioni più belle, precise e stupefacenti che la teoria dell’evoluzione per selezione naturale consentì al naturalista inglese. Quella dell’ipotesi dell’esistenza, poi confermata, di una farfalla dalla spirotromba lunga 30 centimetri e in grado di impollinare l’orchidea  Angraecum sesquipedale il cui nettare è sul fondo di un nettario lungo proprio 30 centimetri. Dopo un’accoglienza di sufficienza dell’ipotesi la farfalla notturna che venne identificata non poteva che portare il nome di predicta (predetta). Il lepidottero sfingide impollinatore dell’orchidea oggi infatti si chiama Xanthopan morganii praedicta.
Xanthopan morgani predicta

Xanthopan morgani praedicta

Qualche detrattore potrebbe avanzare l’idea che ci si stia arrampicando sugli specchi ma data la lunghezza e la larghezza del campo e l’altezza della rete è consequenziale che ci siano dei giocatori la cui altezza, lunghezza e pesantezza degli arti consento lo sviluppo di un gioco altamente competitivo nelle precise condizioni ambientali di un campo da tennis (compresa l’attrezzatura composta da racchette e palline). Il colore dei capelli e la pelle chiara in questo caso sono solo l’indice della probabilità di esistenza di determinate condizioni che possono essere detenute anche da altri individui, ovviamente. La storia del tennis è lì a testimoniarlo. Naturalmente è necessario anche correre, ma arrivare sulla palla e non avere il colpo da tirare potrebbe essere frustrante, chiedete al pur bravo Flavio Cipolla.
Qualcun altro potrebbe dire che si tratti di reincarnazione, transmutazione dell’anima o intervento divino che in questo caso avrebbe dato una ritoccata anche al corpo per renderlo estremamente simile a quello del campione degli anni venti Bill Tilden. La realtà  è diversa e implica che in ambienti simili ci siano individui dalle caratteristiche simili. Il taglio degli orecchi, la forma cartilaginea del naso, gli zigomi sporgenti e il mento pronunciato. Se si dovesse cercare cibo nell’argilla rossa del Roland Garros i becchi sarebbero simili, in grado di introdursi nella secca o umida terra, a seconda delle circostanze.
Ma le analogie non si fermano qui: Bill Tilden era alto un metro e ottantacinque; Novak Djokovic lo supera di soli tre centimetri. Non so quante palline riesca a tenere in una mano Nole ma suppongo che non abbia problemi ad arrivare a cinque, il numero con cui Tilden serviva nelle esibizioni: con le prime quattro chiudeva il game e la quinta la lanciava al pubblico. Lo statunitense fu molto competitivo fino all’età di quarantotto anni, periodo della sua vita in cui riusci a vincere sette partite contro il venticinquenne Donald Budge, che non era un mingherlino e fu il primo a realizzare il Grande Slam. Correva l’anno 1941. A fermare Big Bill, o meglio a impedirgli di girare il mondo a caccia di trofei, fu anche la tecnologia del tempo. Gli spostamenti per l’Europa e l’Australia erano vincolati all’uso della nave e il tempo di percorrenza si contava in settimane, addirittura mesi. Come se non bastasse il torneo francese per buona parte degli anni venti fu riservato ai soli giocatori francesi. In questo periodo, tra il 1920 e il 1925 Bill Tilden portò nella casa della zia, in cui visse fino al ’41, sei trofei dello Us Open e due Wimbledon. Non giocò mai in Australia, il viaggio era troppo lungo e non c’era bisogno di perdere tempo in nave per dimostrare chi era il più forte in quegli anni. Lo stesso Jack Kramer lo dichiarò: “può fare ciò che vuole con la palla, può piazzarla in qualunque parte del campo desideri”.
Nel 1930 vinse l’ultimo Wimbledon e l’anno prima nel 1929 la casa della zia si arricchi del settimo trofeo americano, aveva tra i 36 e i 37 anni. Il pressante bisogno di soldi gli impose la scelta di giocare nel circuito professionistico. I due circuiti paralleli sgranarono e segnarono anche la carriera di Rod Laver, inseguito, rendendo solo ipotetico un confronto tra campioni di epoche diverse.
Oggi però c’è un solo circuito di professionisti, per raggiungere l’Australia in volo si impiegano ore e non mesi, in più la lunghezza del campo e l’altezza della rete sono rimaste le stesse. Ci sono un po’ d’erba in meno, nonché racchette e palline diverse, in giro per le Galapagos dei campi da tennis, ma queste condizioni potrebbero essere accidentali e non sufficienti per fermare Novak Djokovic, che al primo colpo d’occhio sembra una reincarnazione.
E’ solo una successiva riflessione che suggerisce più accurate certezze: in ambienti simili vincono individui simili. Se il serbo dovesse dimostrare di avere una spirotromba lunga da Melbourne a New York passando per Wimbledon e Parigi potremmo chiamarlo Il Grande Slam predetto, senza la necessità di chiamare in causa l’esoterismo. La Xanthopan morganii praedicta del tennis.

Il trionfo di Djokovic in Australia e già si contano le conversioni

Invasati religiosi

E’ stata la finale più lunga nella storia dei tornei dello slam, peccato che sia stata sciupata dai continui segni della croce  e sbaciucchiamenti vari da un atleta che dovrebbe sapere che la palla va dall’altra parte del campo per ragioni tutt’altro che divine. Ma così va il mondo. Al prossimo Slam Nadal dovrà chiedere ad Apollo di guidare la freccia al tallone del serbo. Consci che sono tutti dei miti…servirebbe un tennista darwiniano, almeno fluirebbe un po’ di perspicacia intellettiva in certi ambienti, e le conversioni non si conterebbero.

Djokovic adesso festeggerà: lo aspettano nella piazza centrale di Belgrado, magari dopo aver ringraziato le stesse divinità cui ha chiesto aiuto nei momenti più delicati del quinto set, quando baciava la croce di legno che portava al collo e faceva ripetutamente il segno della croce, memore di essere stato insignito dell’Ordine di Saint Sava, la più alta onoreficenza della Chiesa Ortodossa Serba. Perché dentro questa finale c’è finito di tutto. Il tennis è anche questo.

via Il trionfo di Djokovic.

Andy Murray perde ancora, in più fatica

Nole nella Rod Laver Arena (gennaiio 2012, semifinale)

La partita sembrava iniziata nel peggiore dei modi per lo scozzese che, come gli capita spesso, stenta a entrare nel match da subito. Djokovic al contrario ha iniziato immediatamente a macinare un buon ritmo da fondo, portandosi in vantaggio di un break e riuscendo a chiudere il set per 63, con Murray troppo falloso di dritto che non dava l’impressione di poter essere competitivo se qualcosa non fosse cambiato. L’andamento rimaneva costante anche all’inizio del secondo set con Nole che si portava subito in vantaggio di un break. Ma sarà a questo punto che almeno due circostanze confluiranno a vantaggio  di Andy Murray: il serbo dopo alcuni scambi prolungati sembra avere qualche difficoltà atletica e chi si traduce in un calo di rendimento; Murray, più caldo, ritrova pressione da fondo campo e sicurezza nel dritto che è il suo fondamentale con qualche difetto in più. Recupera lo svantaggio e pareggia il conto sets vincendo il secondo per 63.

Dalla terza partita i servizi sembrano essere meno efficienti per entrambi, ma è anche la qualità delle risposte dei due giocatori che è salita notevolmente. Murray salva break points e  spreca alcune occasioni per chiudere il set prima che questo approdi al tie break dopo più di un’ora di gioco, durerà in tutto 88 minuti. Nel tie break dopo alcuni mini break subiti e recuperati Murray sale 6 a 3 per chiudere per sette punti a quattro.
Nel quarto set lo scozzese paga probabilmente la tensione mentale dovuta al lungo e combattuto terzo set. Djokovic scappa via con un doppio break sul 4-1 e la partita finisce in 22 minuti a vantaggio del serbo.
Nel quinto Nole sembra seguire lo slancio inerziale del quarto set e si porta sul 5 a 2 con la partita che sembrerebbe chiusa, ma a questo punto Murray ha una reazione determinata che lo spinge a un impensabile recupero, a cui Nole riuscirà a rimanere molto freddo, Andy sale fino al cinque pari e si procura due palle per andare a servire per il match che Djokovic annulla con estrema freddezza. Sul 6 a 5 per il serbo un errore di rovescio consegna i match point a Novak, che non li sprecherà.
Una partita agonistica in cui i due si sono affrontati a viso aperto e che ha visto un calo d’intensità solo all’inizio e a circa metà delle 4 ore e 50 minuti di gioco, in occasione del quarto set. Il serbo ha mostrato qualche sbavatura nella preparazione atletica, come era accaduto con Ferrer, in questo caso essendo Murray un avversario più competitivo dello spagnolo la cosa gli è costata un paio di set. Lo scozzese, oltre al proprio talento, ha evidenziato che stenta a rompere la tensione iniziale, o a scaldarsi e sciogliersi a inizio match. Quali siano le cause dovrebbero saperlo gli uomini del suo staff perché nel bilancio di partite lunghe e combattute trovare un soluzione diviene fondamentale per portare a casa più partite e in modo più veloce. Ha anche messo in evidenza dei cali di rendimento psico fisico durante la partita, forse più evidenti di quelli di Nole, il quale anche quando era in difficoltà è sembrato sempre in condizione di avere delle frecce al suo arco per guadagnare qualche prezioso punto in più. I cali a metà partita però, qualora fisiologici o comunque non totalmente eliminabili, potrebbero essere risolti lavorando proprio sull’inizio dei match.
Per Andy Murray l’appuntamento con la vittoria di un torneo dello Slam è rimandato a data da destinarsi, mentre Novak Djokovic incontrerà Rafael Nadal in finale. A questo proposito negli scontri diretti il miorchino è avanti per 16 a 13 ma Djokovic ha vinto tutte le sfide del 2011 e sono state sei. Forse non è in forma come lo scorso anno e vedremo se i tre grammi in più sulla testa della racchetta di Nadal faranno la differenza.

Roger Federer: il mito è cotto, stracotto e biscottato

La Locandiera, Carlo Goldoni, 1751

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“La nobiltà non fa per me. La ricchezza la stimo e non la stimo. Tutto il mio piacere consiste nel vedermi servita, vagheggiata, adorata…”
In una mattinata gelida di gennaio i miei ricordi di uomo di mezza età si confondono con i rimpianti. Mentre osservo affossare in rete dritti di una semplicità adolescenziale mi stupisco dei toni delicati e osannati dei telecronisti quando lo stesso giocatore tocca una mezza volata, o esegue una smorzata. Una lieve dose di controllo non sarebbe fuori luogo: è tennis dopo tutto.  Ma il mito coinvolge, inebria, offusca. Tutto si fa per il mito, tutto si dice. Mi torna in mente la voce della locandiera Mirandolina. Recitavo Goldoni molti anni fa e la frase il cui soggetto potrebbe essere un biscotto si adattava anche a me, al tempo,  oggi anche a Roger Federer, ma per motivazioni tutte sportive.
Lo svizzero non vincerà un altro torneo dello slam e questa è una notizia, o almeno lo sarebbe se i giornalisti che lo hanno osannato si ricordassero di cosa hanno scritto negli anni scorsi, ma sono troppo impegnati a donare la tessera dell’ordine al presidente del consiglio Mario Monti. La tattica è preventiva: come se gli autotrasportatori donassero un TIR, i tassisti un taxi, i benzinai una pompa. Di benzina, s’intende! Questo è un governo nuovo.
Ma siamo nella seconda settimana di un torneo dello slam e non è il caso di scivolare nella politica o nel clientelismo tipico italiano, ancora peggio. Qui si scrive la storia, digiterebbero sulla tastiera in molti. L’abilità del gesto, la sensibilità eccelsa, la tattica sublime, la tenacia estrema, la volontà di ferro. Per un perfetto documentario stile Luce mancherebbe solamente affermare che queste sono solo le qualità dell’uomo comune. Tutti le hanno, tutti possono raggiungerle.  L’immedesimazione con il mito sarebbe perfetta ed economicamente vantaggiosa, per alcuni. Tutti correrebbero a comprare la racchetta del mito, i pantaloni del mito, i calzini del mito, le mutande usate “del e dal” mito. L’overgrip del mito, l’asciugamano umido del mito. Imitare il gesto del mito sarebbe poi l’attività più praticata dalla nazione di appartenenza del mito e non solo. Un mito internazionale.
Nella serata calda australiana, però, i fatti andavano in modo diverso, o meglio seguivano l’ordine naturale della natura. Un uomo la cui struttura fisica e realtà familiare gli hanno consentito di imparare a giocare un ottimo tennis vedeva i suoi limiti difronte a un altro uomo che ha avuto condizioni e possibilità simili. Più giovane di lui, forse fisicamente più prestante di lui, determinato quanto lui.  La realtà ha scardinato un mito, anche se la tentazione di costruirne un altro per vanità, opportunismo, avidità, interesse, è una debolezza tutta umana.
Il mito è cotto! Ora si serve da destra, sulla parità. Questo è tennis, scuola di vita e razionalità, gli spalti sono quelli della Rod Laver Arena.
Fabrizio Brascugli

Diluvia all’Australian Open

Nole allo Australian 2012

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Novak Djokovic parte bene nel primo set ma poi viene messo in difficoltà da Ferrer nel secondo. Lo spagnolo crolla nel terzo set. 64, 76(4), 61 per il serbo. Semifinali: Federer vs Nadal, Djokovic vs Murray.

Mi aveva quasi convinto, a un certo punto, quel diavolo di spagnolo! Il primo set con Nole partito di gran ritmo l’aveva perso, è vero, mai i giochi erano durati un’eternità. Almeno così mi appariva quando lo sguardo tornava al punteggio che sembrava non cambiare mentre il tempo scorreva. “Lo cuoce a fuoco lento”, ho pensato a un certo punto. In effetti il serbo iniziava a essere rosolato bene, sia dalla parte del dritto che da quella del rovescio. Nel secondo set faticava, arrancava, appoggiava le mani sulle ginocchia, più spesso del solito dopo uno scambio prolungato. Ma a un certo punto la brace andava alimentata, e Ferrer è sembrato non avere più carbonella da far bruciare, tanto meno fiato per soffiare, e la racchetta gli serviva ancora per colpire la palla. A metà del secondo set quando avrebbe dovuto continuare a scambiare e prolungare il palleggio ha cercato qualche volta in più la chiusura del punto, che cercava avidamente anche Djokovic appena poteva, perché visibilmente in difficoltà e alla ricerca disperata d’aria. Così il serbo ha avuto modo di respirare un po’, di ritrovare qualche punto con il servizio evitando di correre a destra e sinistra, e riagganciare Ferrer che sembrava sul punto di staccarlo. Piazza un break inaspettato allo spagnolo che recupera fino al sei pari, ma in vantaggio sul 4 a 2 nel tie break finisce le energie che gli avevano consentito di tenere alle corde il serbo. Djokovic, da parte sua, sembra rinato: saltella come un grillo, non si appoggia più sulle ginocchia, trova tutta l’aria che cerca, riprende ritmo e precisione nei colpi, tanto che il terzo set scivola via rapidissimo per un 61. Ha tuonato molto prima di piovere, ma alla fine ha diluviato. Le semifinali si giocheranno tra i primi 4 giocatori del mondo.

Piove all’Australian Open

Andy allo AO 2012

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Ivan Lendl sugli spalti era sempre più rosso, ma non per l’emozione di una partita che non ha mai rischiato di essere in dubbio, per il sole a cui forse non è più abituato dai tempi in cui dal suo cappellino, sul collo, scendeva, fino alle spalle e coprendo le orecchie, una stoffa bianca che ricordava la Tagelmust delle palpazioni nomadi del Sahara. Andy Murray sul campo se la stava cavando bene consentendo solo in poche occasioni a Kei Nishikori l’illusione di essere ancora in partita. Il giapponese, reduce dall’impresa di Davide contro Golia Tsonga, pagava alla distanza le ore passate sul campo di gioco dedite a mantenere velocità e ritmi vincenti. Ai cinque set giocati con Tsonga ne vanno aggiunti quattro con Benneteau e altri cinque, al turno precedente, con l’australiano Ebden. Perciò le possibilità che Kei potesse ripetere l’impresa contro Andy Murray si stavano riducendo con la velocità di una speranza che si infrange sulla realtà. D’altronde il giapponese dal fisico di un normo tipo occidentale aveva già fatto troppo e bene dall’alto del suo metro e settantotto per sessantotto chili. Le sue gambe, che continuavano a mulinare da una parte all’altra del campo, mi ricordavano Michael Chang che giocò un brutto scherzo a Ivan Lendl in un Roland Garros, ma i colpi in grado di piegare Andy erano rari e sopratutto iniziavano a distanziarsi l’uno dall’altro con il passare dei minuti di gioco. La storia non si sarebbe ripetuta, questa volta. Ben altro è invece il rendimento dello scozzese alla cui continuità negli slam manca solamente, e non si sa per quanto tempo, una vittoria. Nel 2011 ha disputato due semifinali e una finale proprio in Australia, in cui fu sconfitto da Djokovic che, salvo eccezioni, incontrerà nuovamente in semifinale fra qualche giorno. Il torneo nelle sue fasi finali sembra riprendere l’andamento consueto e ipotizzabile: Federer e Nadal da una parte e Murray e Djokovic dall’altra, se Ferrer non giocherà brutti scherzi. Le illusioni hanno la qualità di convogliare molte energie ma oggi, nonostante il sole preso da Ivan Lendl piove. Piove con il sole, sul tennis di una volta, su Nishikori, su Sara Errani, su Dolgopolov, piove sulla speranza di cambiamento.
Piove su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione.