Archive for the ‘tennis’ Category
Quando la Wilson tentò di brevettare la mano, ma non si accorse del colore dei capelli. U.S. Patent 4690405.

The hand of Pete
E collegati.
Gli statunitensi sono sempre stati un popolo affascinante. Hanno sempre la tentazione di brevettare ogni cosa anche le cose più semplici, più ovvie, e che potrebbero essere considerate, al limite, non brevettabili. Si può brevettare il corpo umano? Si può decidere di avere l’esclusiva su una modifica talmente semplice da poter essere praticata, a livello empirico, da tutti? Parrebbe di sì, almeno negli Stati Uniti d’America, e forse questo aspetto oltre essere divertente rappresenta una delle caratteristiche fondamentali di quel popolo. Sotto certi aspetti alcune attitudini sono da considerare anche una qualità: si cerca di tutelare le idee, tutte, anche quando sono presenti in natura di fronte a noi se vengono rielaborate e studiate a fini commerciali e imprenditoriali sono da difendere. Vanno brevettate, strettamente collegate al prodotto, al fine di poterle perseguire in un’ottica, anch’essa di cultura americana, secondo cui un’idea appartiene di più a chi la persegue piuttosto che a chi l’ha semplicemente avuta (siamo un po’ al limite naturalmente). È quindi visto come assolutamente normale, anzi necessario, tutelare anche idee che i crivelli naturali provvedono a realizzare ogni giorno. In questo caso sui campi da tennis in cui questo capita.
Quando il brevetto è complesso certi paradossi sono meno visibili ma la semplicità evidenzia da un lato lo spirito di intraprendenza e dall’altro anche una profonda ingenuità. Intorno alla fine degli anni 80 e anche nei primi anni della decade non ci fu solo il tentativo di brevettare qualcosa di molto simile alle modifiche apportate alla racchetta da una mano, ma fu proprio brevettata una tipologia di racchetta di questo tipo, anzi in un brevetto si parla di una modifica molto simile a quella che può portare il corpo umano in modo da limitare gli eccessi di vibrazione. Il brevetto in questione è stato poi registrato nel 1987, che fu uno degli anni cruciali per il definitivo passaggio alle racchette immateriali compositi. Numero di brevetto: U.S. Pat. No. 5058902 e 4690405 Da una lettura veloce del testo del brevetto, reperibile on-line, non sembra che si parli di tutti gli altri vantaggi (non ci sono collegamenti particolari) che tale modifica estremamente naturale può apportare a una racchetta da tennis. Ci si limita a evidenziare i vantaggi, relativi alla minore quantità di vibrazioni, dovuti alla presenza di una massa in un determinato posticino. Inoltre sembra proprio che la massa da aggiungere sia veramente molto limitata mantenendo il peso globale della racchetta molto limitato. Intorno ai 330 g. e sempre head heavy, ma se facciamo un passo logico… Leggi il seguito di questo post »
Master di fine anno: Andy Murray eliminato. Santi e furbi.

6+3, mi sembra nove. Sì, nove. Roger scusa quanto fa 7+6?
Della formula del Master se ne parla tutti gli anni, ogni volta che lo si gioca. Puntualmente viene criticata perché lascia spazio a incomprensioni dovute al fatto che nel tennis non esiste in nessun torneo una formula simile. Si può infatti verificare che un giocatore passi alle semifinali pur avendo perso una partita o addirittura due, quando nel tennis se si perde si è subito eliminati dal torneo, sempre. Ma l’aspetto più interessante per chi guarda questo sport senza pregiudizi etici è quello che fa sorgere qualche dubbio quando ci sono due contendenti entrambi contenti dell’eliminazione di un loro avversario. Le dichiarazioni si trovano sul sito Ubitennis ( link 1, link 2). Specialmente se questo avversario è stato eliminato per differenza game causata dal fatto che proprio gli altri due giocatori sono arrivati a giocarsi la vittoria al terzo set. Naturalmente l’ “antisportività” non è di questo sport, qui siamo tra poeti santi e navigatori, ci mancherebbe. Ma la natura umana spesso e volentieri, quella più profonda s’intende, viene fuori tra le righe, esce dalle maglie in modo sottile e poco percettibile, perché nella maggior parte delle occasioni è schiacciata da un desiderio di apparenza, dalla voglia di sembrare e rimanere un’icona. Quindi è necessario indagare un accenno, una parola, un gesto o un atto inconsulto. Leggere tra le righe: tra due urli sopra tono e qualche frase detta tra i denti nella stanchezza. Si saranno messi d’accordo? Chi? Federer e Del Potro naturalmente. Andy Murray rimane antipatico un po’ tutti. Sarà per quel colore dei capelli che è sempre stato la causa, nel passato, di irrazionali giudizi e comportamenti di scherno e denigrazione. Il colore del diavolo, rosso mal pelo, di rosso non è buono nemmeno il capretto, figuriamoci un tennista. È così che le dichiarazioni aprono mondi di interpretazione. A voi il giudizio: “che facciamo ce la giochiamo al terzo?” Se lo saranno detto? Lo avranno semplicemente percepito? Perché la situazione era questa: se Federer veniva sconfitto in due set era eliminato dal Master, se invece veniva sconfitto in tre set si sarebbero dovuti contare i giochi, come è stato fatto. 6 + 3 è uguale a nove e il secondo set è finito 76, ben 13 giochi. Comunque da tutto questo si deduce almeno che, nonostante siano dei tennisti, riescono a svolgere dei conti elementari: addizione e sottrazione. Forse.
P.s. della barba di Del Potro ne parlo un’altra volta.
Bobby Riggs, il numero uno al mondo che perdeva da tutte le donne
Nasce il 25 febbraio del 1918, sul finire della prima guerra mondiale, a Los Angeles, Robert Larimore Riggs. Non aveva ancora le basette e non è dato sapere se avesse sulla testa quel cespo di capelli rossi che tenderanno con gli anni al castano. Bobby Riggs è stato un grande tennista per quanto è stato dimenticato e per quanto è stato stravagante, eccessivo e ridondante in ogni sua manifestazione. Fu uno dei capostipiti del tennis spettacolare sia per gioco che per comportamento sul campo, fu un precursore dei successivi capricciosi Nastase e McEnroe e fu simile a loro anche per la poca voglia di allenarsi unita a un talento eccezionale. Si distinse subito da ragazzo, come un ottimo giocatore di ping pong, ma forse il tavolo stava stretto alla sua personalità dilagante, e infatti a un undici anni dilagò su un campo da tennis, le cui dimensioni meglio si adattavano al suo talento. Leggermente più basso di statura rispetto ai tennisti più forti del suo tempo fece della tattica e dell’astuzia una delle sue migliori armi di gioco A diciotto anni vinse il titolo della California del sud e successivamente il campionato su terra a Chicago. Quando era ancora un giocatore juniores terminò la stagione al numero quattro della classifica dei migliori giocatori degli Stati Uniti. Nel 1937 riuscì a togliere un set a Von Cramm che in quel periodo rivaleggiava con il grande Don Budge, il quale nell’anno successivo realizzò il primo Grande Slam della storia del tennis. Erano gli anni, questi, in cui il clima dovuto al sopraggiungere della seconda guerra mondiale diveniva ogni giorno più pesante. Il barone Gottfried Von Cramm che si era sempre rifiutato di sostenere la propaganda nazista fu arrestato nel 1938 con l’accusa di omosessualità e fu trovato colpevole nel corso di un processo di cui si può immaginare l’andamento. Scontò un anno di prigione.
Riggs l’anno successivo con Budge che era passato al professionismo divenne il numero uno del mondo tra i non professionisti, arrivò in finale a Parigi e vinse sia Wimbledon che Forest Hills, l’attuale Us Open. A Wimbledon furono suoi i titoli di singolare doppio e doppio misto. La seconda guerra mondiale si metterà nel mezzo, scomoda e impietosa follia, tra lui e il possibile: non sapremo mai quanto avrebbe potuto vincere, così come non ci è dato saperlo, anche a causa dei lunghi spostamenti, di altri campioni del tempo come gli stessi Budge, Kramer, Von Cramm, Segura. Nel 1941 vinse il suo secondo titolo dei Campionati degli Stati Uniti, dopodiché il servizio militare prestato durante la seconda guerra mondiale interruppe la sua carriera. A creare confusione ci fu anche la presenza di due circuiti paralleli: quello dei professionisti e quello dei dilettanti, con la conseguenza che fino all’arrivo dell’era open molti confronti sono rimasti nel campo delle ipotesi non verificate. Ma Bobby Riggs fu un ottimo tennista e un grande stratega di questo sport. Leggi il seguito di questo post »
I magnifici otto, inizia il master di fine anno.
Lamar Hunt
Saranno in otto a contendersi la vittoria e in due a rivaleggiare indirettamente e forse anche in modo diretto per il posto di numero uno al mondo, perché Nadal, infatti, è ancora in corsa per chiudere l’anno come numero uno. La formula è quella consueta e spesso criticata del round robin, ma forse è l’unica a garantire un numero sufficiente di partite da trasmettere quando ci sono solo otto giocatori a disputare un torneo.
L’idea la ebbe l’uomo d’affari e sport Lamar Hunt, quando tra professionisti e dilettanti erano state erette frontiere insormontabili e l’era open ancora non esisteva. Tra pizza Hut, senso degli affari, e una mente lungimirante (fondò la National Football League statunitense) raggruppò gli otto giocatori che erano ritenuti migliori (i superlativi otto), tra cui c’era anche il grande Rod Laver e Ken Rosewall nel World Championship Tennis, con i tornei dello slam un po’ in secondo piano.
La sua idea resiste ancora e ogni anno a fine stagione i primi otto della classifica si trovano a per disputare il torneo che chiude la stagione tennistica. Gli handsome eight. Da domenica 22 novembre due partite al giorno.
“Open”, e pensare che è stato tutto merito del peso specifico
Il Padre violento, l’odio per il tennis, i traumi infantili, il parrucchino e la droga, se sapessero (padre e figlio) la fortuna che hanno avuto forse cambierebbero idea. L’autobiografia di Andre Agassi alla luce di piccolissime differenze, pesi specifici, e origini iraniane come quelle di Monsour Baharami.
Tutti coloro che non hanno tale fortuna rischiano infatti di non compensare i danni con i benefici di una luminosa carriera. Gli è andata di lusso.
Resta da chiedersi come un uomo così traumatizzato dal tennis abbia potuto tranquillamente continuare a giocare a tennis fino a 36 anni, quand’era già multimiliardario (quindi senza più alcuna necessità di sopravvivenza) nonché sposato …ad una tennista, traumatizzata anche lei da suo padre (davvero non uno stinco di santo). Al punto che da poco Andre ha cominciato anche a giocare i tornei senior… Ubaldo Scanagatta.
La pro staff Original dipinta come la Hyper Carbon
E’ roba di qualche anno fa quando la carbon era in mano anche a Roger Federer, se non sbaglio, primi anni del 2000, quando lo svizzero non era ancora il vincitore schiacciasassi che è stato, e uso il passato perché sembra aver rallentato la sua marcia anche senza Nadal. Comunque nonostante il tempo l’oggetto della foto è da considerare prezioso e se lo trovassi all’asta sarei disposto a valutare bene l’investimento anche se il più celebre dei paint job è la Original camuffata da Classic. La Hyper Carbon Original, come è ribattezzabile, conserva un bell’ovale piccolino da 85 pollici con cui è cresciuto anche Roger Federer prima che il suo stile personale e la velocità del gioco gli suggerissero di allargare di molto poco il piatto di quella che fu la Ncode e ora èla Kfactor. Cinque pollici comunque sono pochini. Sotto Roger Federer vollea con una Hyper Carbon dipinta proprio come quella in commercio, infatti la versione della foto sembrerebbe un’ulteriore particolare lavoro di colore. Lo svizzero manovra un’altra delizia dal piatto probabilmente di 85, anche se alcune voci sostengono che già al tempo nella sua sacca iniziassero a essere presenti ovali da 90 pollici, naturalmente camaleonticamente colorati.
paint job della original
la versione in commercio della hyper carbon 2002

Roger Federer vollea con il camaleonte
Phelps ultimo nei cento metri con lo slip. Ora proviamo a cambiare racchetta Roger Federer

Phelps all'arrivo
Indossa il vecchio slip e si ritrova ultimo nelle batterie dei cento metri. Il fenomeno dei grandi record alla prova dei fatti senza tecnologie delude forse inesorabilmente. La tecnologia non solo può influire sulle prestazioni ma anche sulle caratteristiche degli atleti emergenti (che possono emergere) e che riescono a sfruttarla al meglio. Sembra di vivere in un mondo dove è tutto virtuale, ogni cosa artefatta, cambiata secondo gli interessi di qualcuno o le esigenze mediatiche che cercano sempre l’eccezionale, e l’umanità rischia di uscirne distorta nella percezione che se ne vuole trasmettere se si è sempre alla ricerca di un super uomo. La realtà è spesso nella verità più sfaccettata e complessa, e a volte può spingerci a chiedere perché paghiamo il biglietto per vedere uno spettacolo che sembra preordinato per celebrare il mito oltre ogni logicità. Insomma alla fine con il “costumone” si va più forti e i paragono vanno sempre fatti con altri atleti dello stesso o simile livello, perché le piccole differenze contribuiscono sempre in modo maggiore alle vittorie, o a una seria apparentemente interminabile di successi.
Michael Phelps, otto volte campione olimpico a Pechino, è stato eliminato a sorpresa nelle batterie dei 100 metri stile libero in occasione della tappa di Stoccolma della Coppa del mondo in vasca corta di nuoto. Phelps ha fatto segnare addirittura il sedicesimo tempo nuotando in 47″77, a un secondo e 84 centesimi dal migliore crono dello svedese Stefan Nystrand (45″93). Corriere.
Le italiane vincono ancora la Fed Cup. Servono le quote celesti
La Coppa Devis al femminile torna in Italia dopo quella vinta nel 2006, e le tenniste italiane confermano di essere meglio dei colleghi maschi, i quali sembrano essere ormai surclassati. Almeno nel tenni si dovrà iniziare a parlare di parità al maschile. Quote celesti nei tornei dello slam e nella Coppa Devis, per cercare di ristabilire un minimo di parità, diventeranno sempre più necessarie. Le quote rosa sono già solo un ricordo e le ragazza, secondo nemmeno troppo recenti studi, sono sempre più brave anche a scuole e i ragazzi sempre più ciuchi.
Ore 14.59: E abbiamo vinto anche il doppio. 11 – 9 al terzo e la Vinci/Errani ci regalano anche il 4-0. Le parole della Vinci: “Non mi sciupare il record dicevo a Sara, era importante vincere la partita, il doppio ha coronato questa partita, 4-0 è un bel colpo. Partivamo con l’idea di vincere e abbiamo dimostrato di saperlo fare eccome”. Errani: “La Huber è n.1 , la King è n.30, era un doppio molto forte, la Huber ha 4 vittorie negli slam, e in conferenza stampa lei aveva detto che aspirava al 2 pari, che ci voleva battere così adesso è una soddisfazione in più. Aspettiamo la premiazione”
Andre Agassi confessa e si prende gli strali di un ipocrita mondo del tennis. La verità non piace mai ai conniventi.

si lamentavano che era vestito male
Nella sua biografia in uscita a giorni Andre confessa di aver fatto uso di droghe, sulle finalità della confessione possiamo fare diverse ipotesi: voglia di vendere qualche copia in più, desiderio di affrontare la vita che ha ancora davanti con uno spirito diverso, ammettere la verità, non credere più a Babbo Natale, rapportarsi con i figli in modo diverso, vivere con la coscienza libera la sua nuova attività di insegnate per i più sfortunati. Ma se quello che ha dichiarato è la verità questo tipo di speculazioni perde di significato, infatti la motivazione che lo ha spinto a parlare sarebbe meno importante di ciò che la rivelazione dice. Per indagare la vita, conoscere, è necessario osservare l’essere non il dover essere; non l’immagine edulcorata di un racconto che vuole dare una precisa immagine, ma la cruda realtà così come si presenta, senza infingimenti.
I motivi che spingono a raccontare cose non proprio vere sono spesso legati a interessi personali o di gruppi, ma interessi simili spesso possono essere raggiunti da altri individui, o da chi è in situazioni diverse, proprio raccontando la verità. Ad Andre, una volta sul fronte opposto, sembra più utile raccontare ciò che ha fatto nel suo passato. Allora, a noi che interessa la conoscenza, non rimane che sfruttare i tornaconto personali per cercare di capire come stanno le cose, perché c’è sempre qualcuno che preferirebbe che certi fatti non si vengano mai a sapere. Chi sono queste persone? Naturalmente tutti coloro che vivono di tennis, giocato, insegnato, parlato o scritto, che una volta insediati nella loro nicchia di sopravvivenza e benessere preferiscono sempre pensare di essere circondati da Santi e Cherubini, alzare gli occhi guardare la volta celeste e credere di essere in Paradiso. E’ bene non dare troppa importanza all’ondina che ogni tanto gli arriva al livello delle labbra. Per il puzzo, beh…ormai ci sono abituati. L’importante è che quel mondo che gli ha regalato tantissime soddisfazioni appaia a loro stessi e agli altri come perfetto, anche se perfetto in realtà non è. Leggi il seguito di questo post »
Quanto costerà riprogrammare un computer con la pittura. La nuova racchetta di Roger Federer
The new Roger Federer Racquet. BLX??? Chissà quante riunioni, discussioni…un po’ come per le merendine di Oblio…
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Giocatori infortunati, ma mercati immensi. Per qualche racchetta in più
La stagione del tennis sembrerebbe non avere termine e dopo la parentesi asiatica (zona geografica povera di tennisti ma numerosa di persone) il circo del tennis torna a giocare nella vecchia e forse consunta Europa. Ma i giocatori sembrano risentire della lunghezza della stagione che, se fino a qualche anno fa vedeva nell’autunno un periodo di semi riposo, ora svolta l’anno con poche soste. D’altronde il mercato, i grandi spazi da conquistare, pretendono il proprio sacrificio da portare in dote: un spalla, un ginocchio, un polso, uno una schiena. Più modesti delle desuete divinità i nuovi Dei si accontentano di meno però: non l’intera persona ma solo un singoli pezzetto alla volta da portare al sacrificio, e poi l’abbondanza sarà distribuita, anche quella non più sotto forma di pioggia che pone fine alla siccità, ma cascata di rilanci mediatici, passaggi televisivi, parole, carta, foto. Il tutto per un pugno di racchette, ammesso che con un pugno se ne possa afferrare più di una, ma ho in mente qualche persona che potrebbe afferrarne almeno tre insieme. E il gioco non si ferma alle racchette ovviamente: esiste tutto un indotto di proporzioni enormi tra abbigliamento, palline, automobili, orologi, gioielleria varia, diritti televisivi.
Allora che le vestali del tempio entrino e rechino seco almeno un menisco.
Il considerevole numero di ritiri che ha segnato buona parte dei tornei giocati in Oriente nelle scorse settimane, ha rappresentato la punta dell’iceberg di un’”insofferenza” già da tempo più che latente nei pensieri di molti giocatori e addetti ai lavori, critici nei confronti di un calendario che metterebbe a dura prova l’assetto fisico, mentale, e di puro intrattenimento perché no, degli abitanti del circo ATP.
Un urlo si leva nel circuito ATP: “Questo tennis è disumano”. Si tratta dell’appello di Rafael Nadal, n° 2 del mondo, che si scaglia contro la lunga programmazione, rea di sottoporre i tennisti a incredibili tour de force senza lasciar loro molto tempo per riposare. “E’ impossibile iniziare l’1 gennaio e finire il 5 dicembre. Ed è impossibile giocare come ho fatto negli ultimi 5 anni, dando sempre il 100% senza particolari problemi”, ha spiegato il mancino di Manacor. Un pensiero che già qualche anno fa aveva espresso Marat Safin e che attualmente è ampiamente condiviso da altri pezzi grossi del circuito, uno tra tutti il n° 6 del mondo Andy Roddick.
Precari equilibri. Ma come si fa?
Attimi, e peso bene in avanti
Il video dell’Open di Cina. Serve un nano Karen? Un giocoliere, un buffone di corte?
La festa dei miliardari belli e di certi giornalisti che non rispondono.
Quando tutti gli altri sono spompati
Ebbene sì, Roger Federer cambia racchetta. Ma rimane sempre in casa Wilson
Non come Novak Djokovic che dichiara di sentire ancora le differenze, e vince sempre meno. Anche se è in finale a Pechino l’annata non è stata delle migliori.
“E’ stata una grossa decisione, ho cercato di cogliere l’attimo. Sento ancora delle differenze con la vecchia, e vanno fatti degli aggiustamenti, ma non sto dicendo che non mi sia abituato alla nuova. Sono felice della continuità che ho avuto quest’anno, non avrei potuto far meglio”. Via Ubitennis
Con il nuovo attrezzo lo svizzero esordirà a gennaio e probabilmente giocherà lo Australian Open. Solo ricolorata, o leggere differenze?
L’Open di Cina? Naturalmente a Pechino, era inevitabile
Era inevitabile. Sarà sempre di più inevitabile. La tentazione del mercato cinese è superiore a ogni resistenza, a ogni dubbio, a ogni realtà addirittura. Nonostante la scarsità del materiale umano, come direbbe Maxime Debugnì (ammesso che qualcuno se ne sia accorto), vale sempre la pena di tentare. Non che dalle parti di Shanghai siano messi meglio, intendiamoci. Sarebbe invece opportuno tradurre un romanzo (venderebbe milioni di copie), e modificare qualche racchetta seguendo specifiche indicazioni. In oriente non hanno uno straccio di tennista diamogli almeno il Master, anche se per vendere racchette servono tennisti vincenti. E’ sorprendente come in questo paese (l’Italia) lo scetticismo si unisca a una beata e ingenua disconnessione della mente.
Via un po’ di serietà. Non è poi così difficile giocare un colpo sotto le gambe
Roger Federer non è stato il primo, non sarà l’ultimo e ce ne sono stati di meglio: come il dietro la schiena di Stefan Edberg che qui sotto giocava nel 1995 contro Andrè Agassi e non aveva davanti un “One man slam” qualsiasi.” Poi sembra che ci sia riuscito anche Santorò e subito dopo nello stesso incontro anche il suo avversario Gaston Gaudio, che tra l’altro e mostra una variante in corsa laterale molto particolare e non meno difficoltosa, anzi… James Blake ci riesce anche lui, e siamo a quattro, inoltre il pallonetto che gli è riuscito è ancora più difficile. Ma credo che ci sia riuscito anche Agassi. Voi che dite? Sampras l’avrà fatto o sarà rimasto per sempre un suo cruccio? Insomma si tratta di un colpo inflazionato più che difficoltoso.
Bobby Riggs il numero uno al mondo che perdeva dalle donne nella battaglia dei sessi

Bobby in campo con due birre
Funanbolo, eccentrico, provocatore e ironico: sconfiggeva Don Budge e Jack Kramer ma perdeva dalle donne. Continua a leggere su SportVintage.
Tennis e racchette. Scegliere la grandezza del piatto corde
Meglio una racchetta grande o una grrande racchetta?
Nei negozi c’è sempre ampia scelta e il numero dei modelli è sempre in sovrabbondanza. L’intento di questo post non è quello di valutare uno o più singoli modelli di racchette. Sarebbe un’operazione temporanea e non fornirebbe indicazioni di carattere generale che sono quelle che hanno la caratteristica di rimanere nel tempo. L’intento è quello, invece, di fornire chiare indicazioni che consentano di scegliere tra le caratteristiche dei vari modelli e delle varie linee in relazione alla grandezza del piatto corde. Tale informazioni per loro natura possono essere applicate anche ai futuri nuovi modelli di racchette che sono in uscita quasi ogni anno. Le case costruttrici ogni anno vantano materiali rivoluzionari che promettono di migliorare stabilità, potenza e controllo, ma come vedremo le caratteristiche e le qualità delle proporzioni del piatto corde sono rimaste sostanzialmente invariate, soprattutto se si osserva quali sono stati i modelli più vincenti nel passato e negli ultimi anni.
La vecchie racchette di legno con cui molti hanno iniziato a giocare avevano un piatto corde di circa 65 pollici quadrati, nel corso degli anni abbiamo assistito a progressivo aumento delle dimensioni del piatto corde; e il risultato è quello di ritrovare nei negozi piatti corde che vanno da 88 pollici quadrati (il più piccolo attualmente in commercio) ai 110 pollici delle racchette over size. La tendenza è stata quella di cercare di aumentare la grandezza degli ovali con la conseguenza che racchette con un piatto da 85 o meno non sono più prodotte. Tra 88 e 110 c’è naturalmente una vasta gamma di misure intermedie tra cui spesso è difficile districarsi quando si vuole scegliere per un acquisto. Al fine di avere le idee più chiare è opportuno domandarsi quali siano gli svantaggi e i vantaggi di un piatto grande rispetto a uno più piccolo.
A cosa serve un piatto corde? La funzione principale di un piatto corde è quella di essere il luogo dove viene colpita la pallina da tennis, ma può essere usato all’occasione anche per scolare gli spaghetti. A una prima analisi verrebbe quindi da pensare che più grande è il luogo con cui si colpisce e più sono elevate le probabilità di prendere la pallina. Ma una racchetta non svolge solo la funzione di catturare una pallina, come un semplice retino da farfalle (in questo caso la grandezza sarebbe incontestabilmente un vantaggio). Ci sono almeno altre due funzioni che l’attrezzatura di un tennista deve svolgere in modo che il colpo sia efficacie: precisione nelle direzione e velocità della palla. Ce n’è poi una terza che è la capacità di imprimere la rotazione desiderata alla pallina e anche in relazione a quest’ultimo aspetto il numero delle corde (string pattern) e densità della cordatura hanno la loro influenza. In linea generale il numero delle corde aumenta con l’ingrandirsi del piatto corde per evitare che le maglie siano troppo larghe e la racchetta perda di controllo.
Tipologie di tennisti: ossuti e cartilaginosi. Il sorpasso è vicino?

Lew Hoad
Dopo le recenti due sconfitte che la Svizzera ci ha imposto per mano di Roger Federer e Stanislas Wawrinka, attuale numero ventidue del mondo, credo sia opportuno concentrarsi sulle caratteristiche fisiche dei tennisti. Ne emerge salvo qualche rara eccezione, Edberg è una di queste forse, che hanno tutti le ossa del cranio estremamente pronunciate: zigomi sporgenti, fronte accentuata, lineamenti marcati, nasi cartilaginosi.
A parte la tipologia dei super favoriti, ahimè in estinzione, anche se certe caratteristiche diffuse nel patrimonio genetico potrebbero riapparire sotto altre forme camuffate, perché l’informazione digitale del DNA consente questo e altro, è doveroso a mio parere porre l’accento su coloro che sono i secondi in classifica. Secondi per il momento e solo perché la loro maggiore diffusione tra la popolazione non trova un ampio corredo di vittorie sul campo. I pochi ma buoni per ora li sovrastano anche se con il lento declino e il cambiare delle generazioni il sorpasso potrebbe essere vicino, se non nella qualità almeno nella quantità. La tipologia attualmente seconda, ma con la freccia a sinistra alzata sono i mori ossuti.
Tale categoria è sempre esistita sin dai tempi di Bill Tilden che ne può essere considerato il capostipite. Ne faceva parte Ken Rosewall, è da considerare appartenente al gruppo anche Ilie Nastase, Novak Djokovic è uno di loro, e lo è anche Roger Federer. Rafael Nadal ne è una variante con influenze arabeggianti, sul tipo Monsour Bahrami. Stanislas Wawrinka non si allontana molto dal fenotipo in questione e anche Pete Sampras ne è una variante con radici greche olivastre. C’è anche Del Potro, il quale potrebbe anche essere uno di quei casi particolari in cui più elementi si uniscono per collaborare. Forse sono stati i riflettori, o i raggi di un sole al tramonto. Se ne possono trovare anche altri ma questi credo che siano abbastanza rappresentativi del

Ken Rosewall
fenomeno, nonostante la loro più ampia diffusione non competono con i super favoriti, almeno per ora. Credo si tratti di una evoluzione convergente: gruppi diversi hanno sviluppato soluzioni simili che gli permettono di primeggiare sui campi da tennis. E’ anche una questione relativa alle parti esposte al sole e alla capacità dell’organismo di sintetizzare la vitamina D nelle zone maggiormente esposte che sono guarda caso il viso e le mani, le quali sono libere dagli indumenti anche in inverno. C’è poi un’altra categoria di cui è assoluto rappresentante Lew Hoad, come si può notare dalla foto, ma al di là dell’associazione fenotipica con altri caratteri (capelli, pelle) per distinguere le potenzialità di un tennista è opportuno soffermarsi sull’ossatura: quella del viso dice molto, mentre quella sul punto sensibile permette molto.
E’ morto Jack Kramer. Un altro che non saprà.

Jack Kramer, a destra (la falange)
Gettò le basi del tennis professionistico, aveva 88 anni. “Ogni ragazzo prende soldi sottobanco”, fu uno dei sui commenti sui tornei che erano per dilettanti solo in apparenza, se si considera dilettantismo il fatto di non essere pagati per svolgere un’attività, anche se ci sono persone non retribuite che svolgono attività migliori di chi è lautamente pagato.
“The amateur game was phony,” Kramer said years later. “Kids were all getting money under the table.” Chicago Tribune
Il ricordo di Cino Marchse su Ubitennis.
Del Potro sconfigge Roger Federer e finisce il suo dominio allo Us Open, durato cinque anni. Ci vuole una Wilson per sconfiggere una Wilson
Niente record di Big Bill Tilden, le sei vittorie consecutive dello statunitense allo Us Open non verranno eguagliate e quindi difficilmente superate. Bill Tilden vinse a New York dal 1920 al 1925 e una settima nel 1929. Del Potro ferma lo svizzero come aveva fatto Nadal a Wimbledon quando era sul punto d’infilare la la sesta vittoria consecutiva e superare Pete Sampras. In terra statunitense la finale, giocata di lunedì, impedisce Federer di eguagliare il tennista e scrittore Tilden, più tennista che scrittore ad essere obbiettivi. Due i suoi scritti ovviamente sul tennis che potete trovare in rete gratuitamente perché ormai fuori dalla tutela dei diritti d’autore: “The Art of lawn tennis” e “Match play and spin the ball”. L’arte del tennis su erba, in inglese lo travate anche su questo blog, per l’altro credo sia sufficiente un’accurata ricerca in rete.
Un punto decisivo arriva Federer serviva sul 5-4 quando sul 30-30 Del Potro è stato agevolato da una cambio di chiamata dell’arbitro che ha favorito l’argentino. L’intervento era corretto (New York Times), ma si è innescata (successivamente) la solita polemica sul sistema computerizzato per il controllo delle chiamate, a cui Roger Federer è contrario. La palla era stata chiamata larga ma l’argentino ha voluto vederci meglio e l’occhio di falco l’ha valutata in campo. E’ sempre più chiaro perché lo svizzero sia contrario al marchingegno elettronico che fatica molto a farsi condizionare psicologicamente. Nessuno può dirgli: “lei non sa chi sono io”.
Juan Martin a questo punto arriva sul 5-5 e vincerà al tiè break il secondo set, che lo svizzero era stato molto vicino ad accaparrarsi. A volte certi punti rompono un equilibrio spezzano un ordine.
la polemica sulle chiamate di Occhio di Falco si è innescata invece successivamente, lo svizzero si è lasciato scappare un “Don’t tell me to be quiet, O.K.? When I want to talk, I talk.” in direzione dell’arbitro di sedia Jake Garner. Il tutto è nato in relazione al fatto che Del Potro, che non è uno stinco di Santo ha prima discusso su una palla con l’arbitro e solo dopo si è deciso a chiedere l’utilizzo del sistema computerizzato. Roger Federer non ha apprezzato e dirà “No, it’s too late. “I wasn’t even able to challenge after two seconds and he takes 10 seconds every time. Do you have any rules in there?” Già, ci sono regole in merito? Più o meno come quelle delle racchette?
Garner ha gesticolato un po’ con le mani e Federer di rincalzo: “Don’t do that with your hand. Don’t tell me to be quiet.”I don’t give a shit what he said. Don’t fucking tell me the rules.” The Guardian.
Ma il punto importante era quello del secondo set che avrebbe portato lo svizzero condurre due set a zero: il confine incerto tra set point e break point, tra sicurezza e dubbio, tra ansia e tranquillità, navigare in tempesta o tra i marosi. Le onde si sono fatte poi sempre più alte e l’orizzonte sempre più scuro con i trancianti di diritto di Del Potro che spingevano Roger Federer sempre più in profondità, dietro la linea di galleggiamento di fondo campo. Finirà 6-2 al quinto per l’argentino, e poi si le frasi di circostanza si sono sprecate. Ci vuole una Wilson per sconfiggere una Wilson.
Kim Clijsters vince lo Us Open partendo con una wild card e da un gene recessivo
Serena Williams aveva detto che da quando era mamma Kim le sembrava più veloce. Dalle immagini sembra in effetti dimagrita e in gran forma fisica, ma quello che può aver fatto la differenza è il gene del vero tennista, recessivo purtroppo se si esclude l’altra tipologia, che a guardare le foto del padre deve avere annidato in un’ansa della sua catena di acido desossiribonucleico. Ma è lì ne sono sicuro pronto a spuntar fuori magari nella figlia Jada, anche se si tratta di uno recessività molto consistente.
“Gli US Open hanno il primo vincitore: Kim Clijsters, Belgio. La tennista dalla storia che ha fatto innamorare gli americani, e non solo. L’ex numero uno del mondo che disse basta al tennis nel 2007, perché voleva una famiglia (non c’era riuscita con Lleyton Hewitt, collega australiano, ha poi trovato un cestista americano, Brian Lynch) e perché stufa della rivalità con Justine Henin, belga sì come lei, ma assolutamente diversa di carattere.”
Us Open 2009. Roger Federer in finale con Del Potro Martin, naturalmente Wilson. Djokovic ha la colla sulle corde.
La finale degli Us Open è mezza inedita. La parte inaspettata è l’argentino Juan Martin Del Potro che con un triplo periodico 62 ha dominato un Nadal che è apparso ancora non in condizione. Così la restaurazione è completa. Federer vince con Novak Djokovic 76, 75, 75 e sono sufficienti pochi fotogrammi, è quasi superfluo essere sul campo, per rendersi conto che la palla di Nole non viaggia nonostante i suoi sforzi, le sbracciate, le spinte sulle gambe. Niente, la palla sembra voler uscire sempre con fatica dal suo piatto corde. Si affeziona alla racchetta. Quella di Roger invece va che una meraviglia, appena la si sfiora, è sufficiente direzionarla con un gesto morbido. Tre sono le possibili cause: corde troppo tese; racchetta troppo leggera da quando è passato alla Head, ma soprattutto con un bilanciamento leggermente diverso; oppure Roger Federer ha un peso specifico superiore. Non è da escludere che le tre condizioni sussistano insieme. ma ce n’è anche una quarta potrebbero aver messo l’Attack sulle corde del serbo.
Restaurazione completa: lo svizzero si porta a un passo dall’eguagliare Bill Tilden che a New York vinse sei volte consecutive e sette in assoluto e la Wilson dopo l’interruzione dovuta a quei dannati della Babolat si riprendere anche il secondo finalista. Vedremo cosa riuscirà a fare l’argentino con Federer non proprio impeccabile ma che farà pesare la propria regalità chiedendo balzelli d’autorità che in molti decidono di concedere senza la minima protesta.
Us Open 2009. Serena perde dalla Clijsters per un fallo di piede chiamato sulla seconda di servizio. Poi un penalty point e a casa.
La detentrice del torneo è stata sconfitta dalla belga Kim Clijsters, dopo che un giudice di linea le aveva chiamato un fallo di piede sul 15-40 e 5-6 del secondo set. Si trattava della seconda palla di servizio e quindi di fatto un doppio fallo. Serena discute si arrabbia, offende la giudice di linea e si prende anche un penalty point che chiude la partita.
Qualcuno aveva già scritto di certe cose, ma proprio precise così come sono avvenute, la racchetta da sola non basta, per controllare la turbolenza servono anche altri aiuti.
Il resoconto dell’inviato di Repubblica.
Si scatena Serena, si avvicina alla signora e gliene dice di tutti i colori. La signora abbozza, ascolta, non reagisce. Ma Serena insiste, ed allora non ne può più e va dalla giudice di sedia. Le dice qualcosa che i microfoni non captano, e la giudice di sedia – da regolamento – non può che chiedere l’intervento del supervisor che è quasi costretto ad infliggere il punto di penalizzazione a Serena, e quindi la vittoria alla belga. Anzi, ad ufficializzare il risultato è proprio la Williams che entra nella metà campo della Clijsters per salutarla ed andarsene.
Down 15-30, her first serve is a fault. On her second serve, the linesman calls a foot fault, setting up match point. Then Serena tells the linesman: “I swear to god I’m f***kin going to take this ball and shove it down your f**kin mouth.” Then continues with more profanity-laced threats. Chair umpire calls the linesman and asks her what Serena told her — and then calls the tournament officials. Serena is called to the chair and is heard saying “I didn’t say ‘I was going to kill you’.” (Gasp) Officials talk to her, telling her she was just handed a point penalty for her second violation of tournament code of conduct. Being that it was match point, Kim Clijsters just won. Serena goes over to Kim to shake her hand. John McEnroe later says that ‘you can’t defend the indefensible.’ Sure it was a bad call, but you can’t just shoot off your mouth like that in a public match and not expect some consequences. In the press conference, Serena admitted that she was not aware that she was in danger of getting a point penalty.
Rickey.org. Altro video
Vostro figlio chiamatelo Wilson
Se Serena ha intenzione di dare questo nome a suo figlio forse un motivo ci sarà. Wilson Williams crea anche delle assonanze rotonde con quelle doppie W. Sembrano Woodbridge e Woodford. Che figli di brevetti!
Alla fine, quando lei serviva per restare nel set ci sono riuscita” mi ha detto Serena pochi minuti fa, quando per fare una domanda sulla Pennetta dovevo inserirmi fra dieci domande rivolte sulla sua prosima semifinale contro Kim Clysters (la risposta più carina, per inciso, è stata: “Kim corre più veloce di prima…forse dovrei mettere al mondo un bambino anch’io” _ E come lo chiameresti? _ Lei ci ha pensato un attimo e poi, ridendo ha detto: “Wilson!” più come la racchetta che come Pickett, il cantante “soul” degli anni Settanta). Ubitennis
A New York arrivano gli uragani. La partita di Nadal è sospesa e intanto Federer e Djokovic si riposano
Forse non è il caso di quest’anno ma da quelle parti arrivano anche gli uragani e proprio in questo periodo. Isabel qui sotto, nel 2003, anche se l’occhio ormai non era più visibile arrivò a lambire addirittura i laghi del nord e qualche altostrato si spinse anche in Canada a quanto si può vedere dalla foto.
Isabel nel 2003
In più il numero di uragani o tempeste tropicali che arrivano fino alla latitudine della grande mela non è così limitato come si potrebbe pensare. C’è una storia meteorologica che ne parla, con il picco che si raggiunge proprio nel mese di settembre. Fuori dal golfo del Messico a largo delle Florida sembra esserci un’autostrada che punta proprio verso nord e che rischia di scontrarsi con fronti freddi che provengono dal nord America e da Canada. L’idea del libro di Stephen King (La tempesta perfetta, da cui è stato poi tratto anche un film) nasce proprio da queste condizioni meteo non rarissime nell’oceano Atlantico di fronte agli Stati Uniti.
La lista degli Uragani classificati che sono passati da New York risale a prima dell’800, anche se classificazioni più attente e scrupolose sono state eseguite solo in seguito. Wikipedia.
L'atostrada degli Uragani e delle tempeste tropicali (Wikipedia)
Non rimane che aspettare.



















