Il poker on line è una truffa? Il vecchio baro manipolava la varianza? Smettere di giocare sarà il vostro miglior fold

Un vecchio modo di controllo della varianza

Un vecchio modo di controllo della varianza

Avete coppia d’assi e perdete per più volte consecutive? Colore alla donna con re sul tavolo vi salta perché l’avversario ha proprio l’asso giusto di picche con al river un’altra picche? Scala all’asso viene spazzata via perché l’avversario prende, anche questa volta, un colore runner runner? Il vostro full di nove con dieci, non a Omaha ma Hold’em, è inutile perché colui che avete difronte vi gira una coppia di assi che si sposano con un altro asso sul board per un full d’assi? Voi puntate in continuation bet con asso kappa per chiudere le streets all’oppo (come si dice in gergo) perché avete coppia di assi con re kicker ma lui vi viene dietro come un cagnolino fedele fino ad abbeverarsi al river con una doppia coppia di sei e sette off? Senza contare le volte in cui la doppia coppia salta a voi per una di un solo punto superiore? Vi è capitato spesso? Se ne avete viste più voi di Stu Hungar, se osservando lo spazio dal telescopio Hubble vedete più forme di vita evolutesi in modo indipendente sappiate che si tratta della varianza: un concetto matematico statistico chiave per comprendere il mondo che ci circonda. Così vi diranno tutti coloro che masticano di poker sia che si tratti di professionisti, giocatori amatoriali o stipendiati da qualche poker room.

Cos’è questa varianza? Soprattutto cos’è che varia nel gioco del poker? Ma soprattutto qual è la prima cosa che varia? Ce lo siamo mai chiesto?

La varianza ci indica lo scostamento dei valori che vanno a formare la media di realizzazione di un fenomeno. Per scoprire media e varianza di un fenomeno, o lo scostamento quadratico medio, è necessario osservare un fenomeno per un determinato periodo di tempo. Per esempio l’osservazione delle temperature nel deserto fornisce indicazioni chiare sul fatto che una media di 22 gradi si realizza attraverso valori molto diversi tra di loro tra il giorno e la notte. Quaranta gradi di giorno e alcuni gradi sotto zero la notte, quindi la media di 22 gradi è soggetta a una varianza molto alta. Indovinare la temperatura esatta ad una determinata ora è quindi un tentativo difficile soggetto ad un’alea molto elevata. Se invece quella temperatura media di 22 gradi si raggiungesse attraverso uno scostamento minimo il gioco sarebbe più facile. Se la varianza fosse 0, ovvero temperatura costante a 22 gradi, avremmo la certezza di poter indovinare sempre la temperatura esatta. Nel deserto ci sarebbero 22 gradi a qualsiasi ora. Nel mezzo ci sono ovviamente molti passaggi intermedi che vanno da un’alea maggiore ad una nulla, da un’incertezza massima ad una certezza assoluta.

In natura non esistono fenomeni a varianza zero, c’è sempre un’incertezza maggiore o minore da prendere in considerazione. Lo stesso è nei giochi di abilità o di azzardo, la differenza tra le due definizioni la fa il grado percentuale di prevedibilità di un evento e dove noi decidiamo per convenzione di tracciare il confine. La varianza si calcola nell’arco di un tempo t0 – t1 sufficientemente lungo da fornire dati presumibilmente attendibili, ma nessuno è in grado di calcolare la varianza nell’arco di tempo infinito, a meno che non viva a lungo come il maestro Yoda e non abbia niente da fare. Comunque oltre un certo periodo sarebbe anche inutile continuare a meno che non cambino le condizioni del sistema di riferimento.

Qui c’è l’inghippo. Continua a leggere

La mano di Rod. Presentazione presso la fondazione Luciano Bianciardi.

Lunedì 30 settembre 2013 terrò, presso la sede della fondazione Luciano Bianciardi, (via de Pretis, 32 a Grosseto), una presentazione approfondita del romanzo “La mano di Rod. Il tennis e scienze del caos”. L’incontro, in cui si toccheranno anche temi di carattere scientifico e metodologico per comprendere la realtà in cui viviamo, è stato organizzato con la preziosa e attenta collaborazione del circolo UAAR (unione atei agnostici razionalisti) di Grosseto. Se volete ci troviamo lì.

20130925-085419.jpg

Coesione sociale e il limite etico delle religioni

Limiti

Limiti

Nell’analisi dei comportamenti che generalmente vengono definiti altruistici, pro sociali o collaborativi è necessario stabilire un approccio di indagine che cerchi di spiegare i motivi per cui si sono affermati.

Da un lato è stato ormai chiarito che i gruppi in cui sono nati erano composti da parenti perciò da individui che condividevano e condividono una parte del proprio patrimonio genetico. In linea di massima quindi, salvo situazioni particolari e casi devianti, c’è da aspettarsi un aumento della solidarietà direttamente proporzionale al grado di parentela. La maggiore attenzione verso i figli diminuisce nel percorso che arriva agli estranei: le risorse fisiche, affettive, mentali ed economiche hanno un’evidente tendenza a diminuire lungo questa strada. Il fatto che possano esistere comportamenti “devianti” non ha la forza di inficiare una solida realtà statistica. Comportamenti eccessivamente “egoistici” rientrano nell’ambito di mutamenti casuali che diminuiscono la fitness riproduttiva ed hanno perciò conseguenze negative sulla diffusione di comportamenti estremi di questo tipo. Il paradosso di un genitore che mantiene per sé tutte le risorse ha una ricaduta sulla sopravvivenza dei geni dello stesso genitore. La condizione opposta (un genitore che concede tutto a figli) non porta intuitivamente e drasticamente ad una interruzione della linea di sopravvivenza e trasmissione genetica ma può avere conseguenze altrettanto rischiose. Donare tutto il cibo alla prole significa non averne per sé e quindi privarsi delle energie necessarie per cercarne di nuovo da donare a individui non ancora autosufficienti o per procreare ancora e ottimizzare la diffusione del proprio patrimonio genetico, con conseguenze molto simili alla prima situazione, se non identiche. Tra queste situazioni estreme ci sono una quantità molto vasta, se non infinita, di casi intermedi, dove in relazione alle condizioni di reperibilità delle risorse per la sopravvivenza, periodo per l’autosufficienza e altre condizioni ambientali si possono osservare diversi gradi di cura della progenie. L’osservazione della natura ce ne fornisce una molteplicità impressionante che spazia dagli ovuli abbandonati per la fecondazione, come avviene nei pesci, negli anfibi e nei rettili fino alle cure più accurate degli uccelli e dei mammiferi, per terminare con la specie umana. L’efficienza di una o dell’altra strategia dipende da molti fattori che non indagheremo in questa occasione, ma il grado di efficienza di una maggiore o minore presenza di cure parentali è variabile. Continua a leggere

La scienza fondamentalista non esiste

L’uscita dell’ultimo libro (leggendo un po’ sul web) di Richard Dawkins ha suscitato le solite polemiche. La prevedibile critica di fondamentalismo non si regge in piedi. Come può esserci fondamentalismo in un metodo? Per altro un metodo che fa dei processi di verificabilità o confutazione ( se vogliamo dirla alla Karl Popper) i cardini del proprio modo di operare.
“La magia della realtà” fa discutere come è capitato per gli ultimi libri di Dawkins. Le recensioni equilibriste in Italia si sprecheranno, cercando di dare un colpo al cerchio della scienza e uno a quello dei miti di varia natura, compresi quelli religiosi. La realtà anche in questo caso è che la scienza fornisce spiegazioni molto più eleganti, articolate e belle alle domande fondamentali della vita di quelle fornite da qualche racconto mitologico vecchio di millenni e nato proprio perché i motivi profondi delle dinamiche della vita non venivano compresi.
Il logos è il mito più bello.
Perché poi la scienza dovrebbe turbare i bambini più di una falsità è tutto da dimostrare.

Quello di bellezza non è propriamente un concetto scientifico, eppure costella il nuovo libro di Richard Dawkins, celebre evoluzionista (Il gene egoista) nonché militante dell’ateismo (L’illusione di Dio). E a dire il vero anche il titolo, The Magic of Reality, La magia della realtà, sembra condurre verso incantamenti e fascinazioni più che nel rigore da laboratorio. Ma non è così. Anzi, la fede di Dawkins nella verità della scienza è a tal punto una fede, da scatenare furiose stroncature come quella di Colin Tudge sull’Independent. L’accusa è di fondamentalismo, e l’aggravante è che quello dello scienziato è un libro per bambini, i quali verrebbero da lui indottrinati allo scientismo come altrove alla bigotteria.

La stampa

I vertici mondiali della racchetta e il tennis come esperienza politeista

David Foster Wallace

È sempre la vecchia storia che riguarda la bruttura ripetitiva del tennis moderno. La macchinetta spara palle. Corri e tira! Scatta, muoviti! Rapido e non rallentare mai il braccio. Per le volèe non c’è più tempo. E gli attacchi in contro tempo? Per carità! Ma quale tempo?! Di questo tennis moderno tutti si lamentano ma nessuno fa niente. Sopratutto non fanno nulla coloro che avrebbero la responsabilità e il ruolo di fare qualcosa: ITF e ATP. Gli appassionati, almeno quelli di una certa età con una buona memoria, invece si lamentano. Sempre. Sui forum, su social network. Il grido “racchette di legno” rimbalza tra cinguettii, il post di un blog e una discussione su Facebook. Ormai da anni senza sosta, la protesta è diventata retorica e rischia di stancare se non lo avesse ancora già fatto ai tempi della lettera di Gianni Clerici a Mr Tobin. Erano un bel po’ di anni fa, più o meno quando John McEnroe iniziava subire le badilate da fondo di Ivan Lendl, che lui insieme alla sua Dunlop 200g reggevano con molta fatica (figuriamoci quelle di Agassi, per ammissione dello stesso McEnroe: “non ho mai giocato contro nessun giocatore che colpisca la palla così forte, così spesso e in maniera così accurata”). Considerata la situazione (e lasciando da parte, per ora, l’indiscutibile realtà che nel tennis l’aspetto atletico è diventato fondamentale) dopo anni di inattività indolente, inazione e spallucce una domanda sorge spontanea: tutto questo si è casualmente verificato per superficialità, non curanza al limite dell’incapacità, o sanno quello che fanno coloro che gestiscono il tennis globale? Il tennis è globale come l’economia, non si può negare.

Questi signori si sono trovati davanti almeno a un problema e le circostanze indicano che non era quello dell’estetica, del bel gesto bianco, anzi ormai sbiadito. Il romanticismo lascia sempre il passo ad altre concretezze e la giustificazione che sarebbe stato un errore fermare il progresso tecnologico non ha le caratteristiche per resistere a lungo. Limiti e regolamenti non arginano sempre l’innovazione al contrario non infrequentemente ne migliorano l’efficacia in quanto inducono a innovare all’interno di circostanziate maglie di riferimento.

I tempi televisivi erano uno strumento su cui agire e aumentare la velocità di palla implicava ridurre mediamente gli scambi, per un certo periodo sono diventati troppo brevi ma superfici e condizione atletica hanno riportato la loro durata su tempi accettabili, oggi forse lunghi come venti o trent’anni fa. Ma si può ipotizzare quanto durerebbero le partite se la palla viaggiasse più lenta su ogni colpo: probabilmente troppo e gli sponsor investono per spazi televisivi in base all’ora di programmazione. Un prime time è un prime time. Cribbio! Se paghi per un orario di punta e ti ritrovi alle undici di sera “sei fuori” dal business direbbe Briatore. Questa situazione pone l’establishment del tennis in un cul de sac. Un vicolo cieco in cui la ritirata non è semplice come si potrebbe sospettare: se si interviene sulle racchette in modo da indurre una minore velocità di palla e permettere a più giocatori di sfruttare tutto il campo e tutti i colpi del tennis i tempi di gioco rischierebbero di allungarsi troppo anche per gli spettatori. Provate voi, inoltre, a prendervi la responsabilità, oggi, di far tornare tutti a giocare con racchette dall’ovale da 65 pollici e dal peso di 400 grammi…si rivolterebbero anche i giocatori, almeno alcuni, quelli che vincono di più.

Il suono è quello di un’ottima giustificazione. Nell’evoluzione del tennis vi sono però anche altri aspetti da considerare che coincidono casualmente con gli interessi di pochi. Un numero ristretto di aziende, uomini e tornei. Avere qualche divinità e qualche dio miniore è un vantaggio per coloro che hanno potenzialità economiche, che di tennis vivono, sul tennis investono e del tennis fanno un business. La piccola e media impresa nel tennis è scomparsa con il piccolo e medio giocatore che si vede sempre meno e tantomeno si innalza a mito religioso. Le vicende non sono diverse fuori dai limiti di questo sport ne è una conferma il lento inaridirsi del tessuto economico di un paese come l’Italia in cui le attività di medie dimensioni erano il sistema nevralgico dell’economia e della società. Oggi lo sono sempre meno. La concentrazione è il miglior mezzo per accumulare ricchezze. La loro diffusione è troppo democratica sopratutto se è omogenea. Così ogni multinazionale ha la sua divinità maggiore da osannare enorme come se stessa, sopravvive qualche dio minore per minoranze eccentriche in stile Dolgopolov ma i culti limitati sono serviti alla massa. Lo ha scritto Foster Wallace su New York Times qualche anno fa: Federer è ormai un’esperienza religiosa.  Tale status metafisico agevola la vendita di gadget, statuine, figurine e simboli come a Madjugorje. Esistono anche varie forme di pellegrinaggio verso lo stadio del torneo più vicino e di turno: si va a Wimbledon, allo Us Open, a Melbourne e a Roma come a Santiago di Compostela o alla Mecca quando è di scena il proprio dio e si ritorna con un cappellino firmato, una racchetta rotta da rivendere su Ebay o addirittura un polsino sudato, se si è fortunati.  Non solo Federer quindi ma l’intero tennis è oggi un’esperienza religiosa politeista a vantaggio di chi crea e gestisce una manciata di divinità. C’è chi è con Zeus, chi con Apollo, altri con Minerva o Eolo.

E’ opportuno rompere questo giocattolo, bello e produttivo, per vagheggiare un romantico quanto adolescenziale gesto bianco?

Ogni racchetta di legno è un grosso problema. Un’apostasia.

Fabrizio Brascugli

Roger Federer: il mito è cotto, stracotto e biscottato

La Locandiera, Carlo Goldoni, 1751

Pubblicato su Pianeta Tennis.
“La nobiltà non fa per me. La ricchezza la stimo e non la stimo. Tutto il mio piacere consiste nel vedermi servita, vagheggiata, adorata…”
In una mattinata gelida di gennaio i miei ricordi di uomo di mezza età si confondono con i rimpianti. Mentre osservo affossare in rete dritti di una semplicità adolescenziale mi stupisco dei toni delicati e osannati dei telecronisti quando lo stesso giocatore tocca una mezza volata, o esegue una smorzata. Una lieve dose di controllo non sarebbe fuori luogo: è tennis dopo tutto.  Ma il mito coinvolge, inebria, offusca. Tutto si fa per il mito, tutto si dice. Mi torna in mente la voce della locandiera Mirandolina. Recitavo Goldoni molti anni fa e la frase il cui soggetto potrebbe essere un biscotto si adattava anche a me, al tempo,  oggi anche a Roger Federer, ma per motivazioni tutte sportive.
Lo svizzero non vincerà un altro torneo dello slam e questa è una notizia, o almeno lo sarebbe se i giornalisti che lo hanno osannato si ricordassero di cosa hanno scritto negli anni scorsi, ma sono troppo impegnati a donare la tessera dell’ordine al presidente del consiglio Mario Monti. La tattica è preventiva: come se gli autotrasportatori donassero un TIR, i tassisti un taxi, i benzinai una pompa. Di benzina, s’intende! Questo è un governo nuovo.
Ma siamo nella seconda settimana di un torneo dello slam e non è il caso di scivolare nella politica o nel clientelismo tipico italiano, ancora peggio. Qui si scrive la storia, digiterebbero sulla tastiera in molti. L’abilità del gesto, la sensibilità eccelsa, la tattica sublime, la tenacia estrema, la volontà di ferro. Per un perfetto documentario stile Luce mancherebbe solamente affermare che queste sono solo le qualità dell’uomo comune. Tutti le hanno, tutti possono raggiungerle.  L’immedesimazione con il mito sarebbe perfetta ed economicamente vantaggiosa, per alcuni. Tutti correrebbero a comprare la racchetta del mito, i pantaloni del mito, i calzini del mito, le mutande usate “del e dal” mito. L’overgrip del mito, l’asciugamano umido del mito. Imitare il gesto del mito sarebbe poi l’attività più praticata dalla nazione di appartenenza del mito e non solo. Un mito internazionale.
Nella serata calda australiana, però, i fatti andavano in modo diverso, o meglio seguivano l’ordine naturale della natura. Un uomo la cui struttura fisica e realtà familiare gli hanno consentito di imparare a giocare un ottimo tennis vedeva i suoi limiti difronte a un altro uomo che ha avuto condizioni e possibilità simili. Più giovane di lui, forse fisicamente più prestante di lui, determinato quanto lui.  La realtà ha scardinato un mito, anche se la tentazione di costruirne un altro per vanità, opportunismo, avidità, interesse, è una debolezza tutta umana.
Il mito è cotto! Ora si serve da destra, sulla parità. Questo è tennis, scuola di vita e razionalità, gli spalti sono quelli della Rod Laver Arena.
Fabrizio Brascugli

Darwin politico. Egoismo autolesionista, politica bruciata e futuro dell’etica

Le corna dell'Alce Toro sono un vantaggio nelle battaglie per l'accoppiamento, ma un netto handicap quando si fugge in aree boschive

La situazione politica italiana non è che sia cambiata molto dal dopoguerra a oggi sopratutto nella limitata lungimiranza di chi la pratica professionalmente. Certo di avvenimenti ce ne sono stati parecchi  dalla riforma agraria del 1950 alla caduta della seconda repubblica, ma molti problemi sono rimasti gli stessi. Il debito si è accumulato, le privatizzazioni sono state un crescendo con alterni risultati, la pubblica amministrazione non è stata ammodernata nel migliore dei modi, le pensioni sono sempre un problema irrisolto ormai da qualche lustro, la legislazione è sempre di più un groviglio di rimandi e leggi arcaiche alcuna delle quali volute da un dittatore probabilmente affetto da sifilide. Ma ciò che  più è rimasto immutato è la parcellizzazione eccessiva del contesto e degli interessi politici che come in un gioco di specchi multipli si riflette ed è il riflesso di un paese diviso in ordini professionali, interessi particolari, lobby circoscritte, visioni limitate. In politica il numero dei partiti è sempre stato elevato come le divisioni in correnti al loro interno: partiti nei partiti, ramificazioni delle ramificazioni.  A sostegno di questa prolissa diversità spesso si è sostenuto che la varietà è un valore da salvaguardare sia in società che in politica. Se questa argomentazione è da considerare vera è altrettanto incontestabile che molti fenomeni raggiungono degenerazioni che sono controproducenti. In natura accade per tutti i fenomeni dalle indigestioni alla derive evolutive che possono condurre gli individui di una specie in situazioni critiche per la sopravvivenza della specie stessa. Quello che molti trascurano è che una specie non  entra in crisi senza che entrino in crisi gli individui che la compongono, in questi casi non ci sono soluzioni che possano far pensare che il tutto sia in difficoltà con la sua parte che  trascende le singolarità, forse perché è impossibile trascenderle. Continua a leggere