La mano di Rod. Presentazione presso la fondazione Luciano Bianciardi.

Lunedì 30 settembre 2013 terrò, presso la sede della fondazione Luciano Bianciardi, (via de Pretis, 32 a Grosseto), una presentazione approfondita del romanzo “La mano di Rod. Il tennis e scienze del caos”. L’incontro, in cui si toccheranno anche temi di carattere scientifico e metodologico per comprendere la realtà in cui viviamo, è stato organizzato con la preziosa e attenta collaborazione del circolo UAAR (unione atei agnostici razionalisti) di Grosseto. Se volete ci troviamo lì.

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Coesione sociale e il limite etico delle religioni

Limiti

Limiti

Nell’analisi dei comportamenti che generalmente vengono definiti altruistici, pro sociali o collaborativi è necessario stabilire un approccio di indagine che cerchi di spiegare i motivi per cui si sono affermati.

Da un lato è stato ormai chiarito che i gruppi in cui sono nati erano composti da parenti perciò da individui che condividevano e condividono una parte del proprio patrimonio genetico. In linea di massima quindi, salvo situazioni particolari e casi devianti, c’è da aspettarsi un aumento della solidarietà direttamente proporzionale al grado di parentela. La maggiore attenzione verso i figli diminuisce nel percorso che arriva agli estranei: le risorse fisiche, affettive, mentali ed economiche hanno un’evidente tendenza a diminuire lungo questa strada. Il fatto che possano esistere comportamenti “devianti” non ha la forza di inficiare una solida realtà statistica. Comportamenti eccessivamente “egoistici” rientrano nell’ambito di mutamenti casuali che diminuiscono la fitness riproduttiva ed hanno perciò conseguenze negative sulla diffusione di comportamenti estremi di questo tipo. Il paradosso di un genitore che mantiene per sé tutte le risorse ha una ricaduta sulla sopravvivenza dei geni dello stesso genitore. La condizione opposta (un genitore che concede tutto a figli) non porta intuitivamente e drasticamente ad una interruzione della linea di sopravvivenza e trasmissione genetica ma può avere conseguenze altrettanto rischiose. Donare tutto il cibo alla prole significa non averne per sé e quindi privarsi delle energie necessarie per cercarne di nuovo da donare a individui non ancora autosufficienti o per procreare ancora e ottimizzare la diffusione del proprio patrimonio genetico, con conseguenze molto simili alla prima situazione, se non identiche. Tra queste situazioni estreme ci sono una quantità molto vasta, se non infinita, di casi intermedi, dove in relazione alle condizioni di reperibilità delle risorse per la sopravvivenza, periodo per l’autosufficienza e altre condizioni ambientali si possono osservare diversi gradi di cura della progenie. L’osservazione della natura ce ne fornisce una molteplicità impressionante che spazia dagli ovuli abbandonati per la fecondazione, come avviene nei pesci, negli anfibi e nei rettili fino alle cure più accurate degli uccelli e dei mammiferi, per terminare con la specie umana. L’efficienza di una o dell’altra strategia dipende da molti fattori che non indagheremo in questa occasione, ma il grado di efficienza di una maggiore o minore presenza di cure parentali è variabile. Continua a leggere

La scienza fondamentalista non esiste

L’uscita dell’ultimo libro (leggendo un po’ sul web) di Richard Dawkins ha suscitato le solite polemiche. La prevedibile critica di fondamentalismo non si regge in piedi. Come può esserci fondamentalismo in un metodo? Per altro un metodo che fa dei processi di verificabilità o confutazione ( se vogliamo dirla alla Karl Popper) i cardini del proprio modo di operare.
“La magia della realtà” fa discutere come è capitato per gli ultimi libri di Dawkins. Le recensioni equilibriste in Italia si sprecheranno, cercando di dare un colpo al cerchio della scienza e uno a quello dei miti di varia natura, compresi quelli religiosi. La realtà anche in questo caso è che la scienza fornisce spiegazioni molto più eleganti, articolate e belle alle domande fondamentali della vita di quelle fornite da qualche racconto mitologico vecchio di millenni e nato proprio perché i motivi profondi delle dinamiche della vita non venivano compresi.
Il logos è il mito più bello.
Perché poi la scienza dovrebbe turbare i bambini più di una falsità è tutto da dimostrare.

Quello di bellezza non è propriamente un concetto scientifico, eppure costella il nuovo libro di Richard Dawkins, celebre evoluzionista (Il gene egoista) nonché militante dell’ateismo (L’illusione di Dio). E a dire il vero anche il titolo, The Magic of Reality, La magia della realtà, sembra condurre verso incantamenti e fascinazioni più che nel rigore da laboratorio. Ma non è così. Anzi, la fede di Dawkins nella verità della scienza è a tal punto una fede, da scatenare furiose stroncature come quella di Colin Tudge sull’Independent. L’accusa è di fondamentalismo, e l’aggravante è che quello dello scienziato è un libro per bambini, i quali verrebbero da lui indottrinati allo scientismo come altrove alla bigotteria.

La stampa

I vertici mondiali della racchetta e il tennis come esperienza politeista

David Foster Wallace

È sempre la vecchia storia che riguarda la bruttura ripetitiva del tennis moderno. La macchinetta spara palle. Corri e tira! Scatta, muoviti! Rapido e non rallentare mai il braccio. Per le volèe non c’è più tempo. E gli attacchi in contro tempo? Per carità! Ma quale tempo?! Di questo tennis moderno tutti si lamentano ma nessuno fa niente. Sopratutto non fanno nulla coloro che avrebbero la responsabilità e il ruolo di fare qualcosa: ITF e ATP. Gli appassionati, almeno quelli di una certa età con una buona memoria, invece si lamentano. Sempre. Sui forum, su social network. Il grido “racchette di legno” rimbalza tra cinguettii, il post di un blog e una discussione su Facebook. Ormai da anni senza sosta, la protesta è diventata retorica e rischia di stancare se non lo avesse ancora già fatto ai tempi della lettera di Gianni Clerici a Mr Tobin. Erano un bel po’ di anni fa, più o meno quando John McEnroe iniziava subire le badilate da fondo di Ivan Lendl, che lui insieme alla sua Dunlop 200g reggevano con molta fatica (figuriamoci quelle di Agassi, per ammissione dello stesso McEnroe: “non ho mai giocato contro nessun giocatore che colpisca la palla così forte, così spesso e in maniera così accurata”). Considerata la situazione (e lasciando da parte, per ora, l’indiscutibile realtà che nel tennis l’aspetto atletico è diventato fondamentale) dopo anni di inattività indolente, inazione e spallucce una domanda sorge spontanea: tutto questo si è casualmente verificato per superficialità, non curanza al limite dell’incapacità, o sanno quello che fanno coloro che gestiscono il tennis globale? Il tennis è globale come l’economia, non si può negare.

Questi signori si sono trovati davanti almeno a un problema e le circostanze indicano che non era quello dell’estetica, del bel gesto bianco, anzi ormai sbiadito. Il romanticismo lascia sempre il passo ad altre concretezze e la giustificazione che sarebbe stato un errore fermare il progresso tecnologico non ha le caratteristiche per resistere a lungo. Limiti e regolamenti non arginano sempre l’innovazione al contrario non infrequentemente ne migliorano l’efficacia in quanto inducono a innovare all’interno di circostanziate maglie di riferimento.

I tempi televisivi erano uno strumento su cui agire e aumentare la velocità di palla implicava ridurre mediamente gli scambi, per un certo periodo sono diventati troppo brevi ma superfici e condizione atletica hanno riportato la loro durata su tempi accettabili, oggi forse lunghi come venti o trent’anni fa. Ma si può ipotizzare quanto durerebbero le partite se la palla viaggiasse più lenta su ogni colpo: probabilmente troppo e gli sponsor investono per spazi televisivi in base all’ora di programmazione. Un prime time è un prime time. Cribbio! Se paghi per un orario di punta e ti ritrovi alle undici di sera “sei fuori” dal business direbbe Briatore. Questa situazione pone l’establishment del tennis in un cul de sac. Un vicolo cieco in cui la ritirata non è semplice come si potrebbe sospettare: se si interviene sulle racchette in modo da indurre una minore velocità di palla e permettere a più giocatori di sfruttare tutto il campo e tutti i colpi del tennis i tempi di gioco rischierebbero di allungarsi troppo anche per gli spettatori. Provate voi, inoltre, a prendervi la responsabilità, oggi, di far tornare tutti a giocare con racchette dall’ovale da 65 pollici e dal peso di 400 grammi…si rivolterebbero anche i giocatori, almeno alcuni, quelli che vincono di più.

Il suono è quello di un’ottima giustificazione. Nell’evoluzione del tennis vi sono però anche altri aspetti da considerare che coincidono casualmente con gli interessi di pochi. Un numero ristretto di aziende, uomini e tornei. Avere qualche divinità e qualche dio miniore è un vantaggio per coloro che hanno potenzialità economiche, che di tennis vivono, sul tennis investono e del tennis fanno un business. La piccola e media impresa nel tennis è scomparsa con il piccolo e medio giocatore che si vede sempre meno e tantomeno si innalza a mito religioso. Le vicende non sono diverse fuori dai limiti di questo sport ne è una conferma il lento inaridirsi del tessuto economico di un paese come l’Italia in cui le attività di medie dimensioni erano il sistema nevralgico dell’economia e della società. Oggi lo sono sempre meno. La concentrazione è il miglior mezzo per accumulare ricchezze. La loro diffusione è troppo democratica sopratutto se è omogenea. Così ogni multinazionale ha la sua divinità maggiore da osannare enorme come se stessa, sopravvive qualche dio minore per minoranze eccentriche in stile Dolgopolov ma i culti limitati sono serviti alla massa. Lo ha scritto Foster Wallace su New York Times qualche anno fa: Federer è ormai un’esperienza religiosa.  Tale status metafisico agevola la vendita di gadget, statuine, figurine e simboli come a Madjugorje. Esistono anche varie forme di pellegrinaggio verso lo stadio del torneo più vicino e di turno: si va a Wimbledon, allo Us Open, a Melbourne e a Roma come a Santiago di Compostela o alla Mecca quando è di scena il proprio dio e si ritorna con un cappellino firmato, una racchetta rotta da rivendere su Ebay o addirittura un polsino sudato, se si è fortunati.  Non solo Federer quindi ma l’intero tennis è oggi un’esperienza religiosa politeista a vantaggio di chi crea e gestisce una manciata di divinità. C’è chi è con Zeus, chi con Apollo, altri con Minerva o Eolo.

E’ opportuno rompere questo giocattolo, bello e produttivo, per vagheggiare un romantico quanto adolescenziale gesto bianco?

Ogni racchetta di legno è un grosso problema. Un’apostasia.

Fabrizio Brascugli

Roger Federer: il mito è cotto, stracotto e biscottato

La Locandiera, Carlo Goldoni, 1751

Pubblicato su Pianeta Tennis.
“La nobiltà non fa per me. La ricchezza la stimo e non la stimo. Tutto il mio piacere consiste nel vedermi servita, vagheggiata, adorata…”
In una mattinata gelida di gennaio i miei ricordi di uomo di mezza età si confondono con i rimpianti. Mentre osservo affossare in rete dritti di una semplicità adolescenziale mi stupisco dei toni delicati e osannati dei telecronisti quando lo stesso giocatore tocca una mezza volata, o esegue una smorzata. Una lieve dose di controllo non sarebbe fuori luogo: è tennis dopo tutto.  Ma il mito coinvolge, inebria, offusca. Tutto si fa per il mito, tutto si dice. Mi torna in mente la voce della locandiera Mirandolina. Recitavo Goldoni molti anni fa e la frase il cui soggetto potrebbe essere un biscotto si adattava anche a me, al tempo,  oggi anche a Roger Federer, ma per motivazioni tutte sportive.
Lo svizzero non vincerà un altro torneo dello slam e questa è una notizia, o almeno lo sarebbe se i giornalisti che lo hanno osannato si ricordassero di cosa hanno scritto negli anni scorsi, ma sono troppo impegnati a donare la tessera dell’ordine al presidente del consiglio Mario Monti. La tattica è preventiva: come se gli autotrasportatori donassero un TIR, i tassisti un taxi, i benzinai una pompa. Di benzina, s’intende! Questo è un governo nuovo.
Ma siamo nella seconda settimana di un torneo dello slam e non è il caso di scivolare nella politica o nel clientelismo tipico italiano, ancora peggio. Qui si scrive la storia, digiterebbero sulla tastiera in molti. L’abilità del gesto, la sensibilità eccelsa, la tattica sublime, la tenacia estrema, la volontà di ferro. Per un perfetto documentario stile Luce mancherebbe solamente affermare che queste sono solo le qualità dell’uomo comune. Tutti le hanno, tutti possono raggiungerle.  L’immedesimazione con il mito sarebbe perfetta ed economicamente vantaggiosa, per alcuni. Tutti correrebbero a comprare la racchetta del mito, i pantaloni del mito, i calzini del mito, le mutande usate “del e dal” mito. L’overgrip del mito, l’asciugamano umido del mito. Imitare il gesto del mito sarebbe poi l’attività più praticata dalla nazione di appartenenza del mito e non solo. Un mito internazionale.
Nella serata calda australiana, però, i fatti andavano in modo diverso, o meglio seguivano l’ordine naturale della natura. Un uomo la cui struttura fisica e realtà familiare gli hanno consentito di imparare a giocare un ottimo tennis vedeva i suoi limiti difronte a un altro uomo che ha avuto condizioni e possibilità simili. Più giovane di lui, forse fisicamente più prestante di lui, determinato quanto lui.  La realtà ha scardinato un mito, anche se la tentazione di costruirne un altro per vanità, opportunismo, avidità, interesse, è una debolezza tutta umana.
Il mito è cotto! Ora si serve da destra, sulla parità. Questo è tennis, scuola di vita e razionalità, gli spalti sono quelli della Rod Laver Arena.
Fabrizio Brascugli

Darwin politico. Egoismo autolesionista, politica bruciata e futuro dell’etica

Le corna dell'Alce Toro sono un vantaggio nelle battaglie per l'accoppiamento, ma un netto handicap quando si fugge in aree boschive

La situazione politica italiana non è che sia cambiata molto dal dopoguerra a oggi sopratutto nella limitata lungimiranza di chi la pratica professionalmente. Certo di avvenimenti ce ne sono stati parecchi  dalla riforma agraria del 1950 alla caduta della seconda repubblica, ma molti problemi sono rimasti gli stessi. Il debito si è accumulato, le privatizzazioni sono state un crescendo con alterni risultati, la pubblica amministrazione non è stata ammodernata nel migliore dei modi, le pensioni sono sempre un problema irrisolto ormai da qualche lustro, la legislazione è sempre di più un groviglio di rimandi e leggi arcaiche alcuna delle quali volute da un dittatore probabilmente affetto da sifilide. Ma ciò che  più è rimasto immutato è la parcellizzazione eccessiva del contesto e degli interessi politici che come in un gioco di specchi multipli si riflette ed è il riflesso di un paese diviso in ordini professionali, interessi particolari, lobby circoscritte, visioni limitate. In politica il numero dei partiti è sempre stato elevato come le divisioni in correnti al loro interno: partiti nei partiti, ramificazioni delle ramificazioni.  A sostegno di questa prolissa diversità spesso si è sostenuto che la varietà è un valore da salvaguardare sia in società che in politica. Se questa argomentazione è da considerare vera è altrettanto incontestabile che molti fenomeni raggiungono degenerazioni che sono controproducenti. In natura accade per tutti i fenomeni dalle indigestioni alla derive evolutive che possono condurre gli individui di una specie in situazioni critiche per la sopravvivenza della specie stessa. Quello che molti trascurano è che una specie non  entra in crisi senza che entrino in crisi gli individui che la compongono, in questi casi non ci sono soluzioni che possano far pensare che il tutto sia in difficoltà con la sua parte che  trascende le singolarità, forse perché è impossibile trascenderle. Continua a leggere

La magia della realtà

E’ disponibile su Ipad, ma anche in formato classico (Richard Dawkins). Un libro per ragazzi che racconta come l’uomo ha cercato di spiegare il mondo e la vita e come sia arrivato alle scoperte che ha fatto, chiudendo la porta alla mitologia per capire la realtà che lo circonda. Per chi non ama i formati proprietari qui trovate la versione cartacea. Ahimè  da Amazon.

Avevo provato a dirlo a David Foster Wallace, ma era impegnato a suicidarsi

Del resto l’editoria italiana dorme sonni tranquilli ormai dai tempi del Manzoni, ammesso che i Promessi Sposi abbia venduto qualche copia prima di diventare argomento di studio nelle scuole. Comunque avevo provato a dirlo. A Wallace. Lascia stare la metafisica, ormai da tempo c’è la fisica. Non scappare verso soluzioni astratte. Chiamare in causa la religione poi mi sembrava eccessivo. Non cadrai nel solito errore di vedere l’intervento divino nei successi umani e quindi anche nelle disgrazie, magari imperscrutabile. Pazienza David, ci vuole pazienza, un po’ di dedizione, un pizzico di fantasia e la soluzioni è lì, vicina che ci aspetta. Più semplice di quello che si potrebbe immaginare. Federer non è dispensato da niente. Tanto meno dalle leggi della fisica, perchè non ce le vedo queste leggi a dispensare qualcuno. Non hanno intenzioni, nè personalizzazione.

Avevo provato a spiegargli che Federer è un’esperienza scientifica  e che la provvidenza non c’entra niente ma ormai era troppo impegnato, direi rapito, da turbini di idee offuscate. Peccato.

Le vie della razionalità

Sembrano essere incongruenti con certi presupposti. I tentativi di conciliazione trovano sentieri angusti, forzature faticose.

In ordine di apparenza:

  1. Professor George Coyne, Astronomer, Vatican Observatory
  2. Robin Collins, Professor of Philosophy
  3. Dr Benjamin Carson, Paediatric Neurosurgeon
  4. John Lennox, Oxford Professor of Mathematics
  5. Francis Collins, National Human Genome Research Institute Director
  6. John Polkinghorne, Cambridge Professor of Mathematical Physics
  7. JP Moreland, Professor of Philosophy, Biola University
  8. William Dembski, Research Professor of Philosophy
  9. Dr Rowan Williams, Archbishop of Canterbury
  10. Dinesh D’Souza, Hoover Research Fellow, Stanford
  11. Dr Ravi Zacharias, Renowned Christian Apologist
  12. Brian Leftow, Oxford Professor of the Philosophy of the Christian Religion
  13. Dr William Lane Craig, Renowned Apologist and Philosopher
  14. Nicholas Saunders, Science and Religion Scholar, Cambridge
  15. NT Wright, Leading New Testament Scholar
  16. Alvin Plantinga, Notre Dame Professor of Philosophy
  17. Alistair McGrath, Oxford Professor of Historical Theology
  18. Freeman Dyson, Physicist, Institute for Advanced Study, Princeton
  19. RJ Berry, Professor of Genetics, UCL
  20. Denys Turner, Yale Professor of Historical Theology

Via RDF

Roma master 1000. A passeggio senza accredito

Leggi anche su Pianeta Tennis.

rooma master 1000

Campi periferici del Foro Italico

Non sono abbastanza conosciuto, questo è il problema, di conseguenza non posso nemmeno lamentarmi del fatto che non ho l’accredito. Di questo passo, mi rincresce per i miei quattro o cinque lettori, ma non potrò mai coprire l’incommensurabile cifra di 200 slam. Non sono sono nemmeno riuscito a entrare nel nuovo campo centrale, ho acquistato da un bagarino un biglietto per 22 euro che mi consentiva l’accesso solo sul Pietrangeli (lui sì che qualche slam lo ha fatto).

Ma andiamo per ordine. Parto alle 8 e 20 del mattino. Da dove mi trovo riesco a raggiungere la capitale in meno di un paio di ore. Il problema vero è la capitale. Infatti sul grande raccordo anulare mi accorgo che i lavori iniziati nel 2007 non sono ancora finiti. Salaria in tutti i sensi con cui si può interpretare il vocabolo. Sbaglio regolarmente uscita: prendo la 8 invece della 7 che mi consentirebbe di essere più diretto (come sempre del resto). File, code e semafori e finalmente i cartelli rigorosamente coperti dalle fronde primaverili di qualche albero, ma li vedo e seguo le indicazioni. La strada a questo punto è conosciuta.

Trovo parcheggio nelle vicinanze di quella struttura ministeriale ingombrante quanto il suo passato. Decido di camminare e in dieci minuti sono davanti alla biglietteria. Ho l’impressione che la fila sia poca per un evento in cui giocano uomini e donne nella stessa settimana. Qui trovo il bagarino che mi salva dall’attesa che peraltro non sarebbe stata eccessivamente lunga. Sono all’interno. Continua a leggere

Chi insegna l’origine delle specie senza provvidenza?

creazionismo

Forse il problema di fondo, non detto, della scuola pubblica è che manca l’ora di creazionismo. Non c’è par condicio. Dovrebbe essere obbligatoria, per correttezza. Che sia questa la ragione nascosta per cui a Berlusconi non piace la scuola pubblica italiana? Altro che comunisti, sono le unzioni che mancano. Spargiamo qualche finanziamento, un giorno saranno in molti a credere che il successo terreno e politico sia frutto della divina provvidenza. E chi è stato messo dove è da un dio, non può essere tolto dall’uomo…

McEnroe, Rafael Nadal e Roger Federer: tutto quello che non si deve fare su un campo da tennis.

Piegare i cucchiaini con la forza del pensiero.

 

John Mcenroe, un diritto in salto

 

Il primo che ne fece parlare fu John McEnroe. Sembrava che avesse stravolto la tecnica di gioco. “E’ un errore”, si diceva: “ci può riuscire solo lui”. Il riferimento era al colpire saltando, fuori posizione, con poco equilibrio del corpo. Di equilibri ce ne sono tre: stabile, instabile e indifferente. Mc colpiva in equilibrio instabile, molto spesso, quasi sempre, sempre. Salticchiava sul rovescio e sul diritto pizzicando il terreno con le punte dei piedi e il braccio a volte sembrava contratto quando si muoveva incontro alla palla. Il servizio poi era un colpo considerato ineguagliabile.

 

Nadal colpisce fuori equilibrio

 

Impensabile imitarlo: spalle alla rete. “Non lo copiate”, dicevano i maestri. “Non si colpisce saltando. Non si colpisce con il peso indietro. Non si colpisce in corsa.” Non avevano ancora assaporato il fascino della PNL, evidentemente. Sono errori in relazione alla tecnica di gioco corretta. Il fatto acclarato che l’americano riuscisse a tenere in campo la palla rimbalzava tra le parole e i pensieri come un mistero.

 

Nadal colpisce saltando

 

“Come ci riesce?” “Come fa?” Erano i quesiti più comuni che si sentivano ripetere dagli appassionati. La spiegazione è rimasta inarrivabile nella sua semplicità, probabilmente proprio a causa della su semplicità. Anche Wallace, che ormai non potrà sapere, attribuiva la spiegazione a ineguagliabili abilità di timing nel colpo e prontezza di riflessi, occhi che vedono meglio.

 

Nadal colpisce in corsa

 

Non da escludere, ovviamente, ma non sufficiente, non esaustiva, anzi accessoria come spiegazione. Anche David Foster Wallace, sì, perché McEnroe non è mai stato solo, in realtà, nelle sue particolari soluzioni di gioco inspiegabili, anche a Federer capita di colpire in condizioni arrangiate, succede anche a Nadal, accade un po’ a tutti.

 

Roger Federer colpisce saltando

 

L’unica differenza, e non è una differenza da poco, è che ai signori sopra menzionati il colpo rimane in campo e spesso è anche un gran colpo. Il CICAP potrebbe trovare interessante come si possa essere radicata la convinzione che certi giocatori siano in grado di piegare cucchiaini con la forza del pensiero, ma oltre alla spiegazione mistica ce n’è una fisica. E’ la bellezza affascinante della risultante di tutte le forze in gioco: segmenti, masse, equilibri, posture, trazioni e impatti, salti e spostamenti.

 

Federer colpisce cadendo indietro

 

Alcuni si annullano a vicenda, altri collaborano in sincrono perfetto, qualcuno influisce più degli altri e sopperisce da solo a condizioni negative, improduttive, permettendo di segnare un segno più quando l’intero corpo retrocede, tende a cedere verso sinistra o a destra, si muove d’istinto in salto verso l’alto e non in avanti. Quando tutto intorno sembra crollare per il suo equilibrio instabile l’arto e la sua tennistica estensione avanzano con forma di tre segmenti che controbilanciano l’intero sistema. Il mito cede spazio alla logica, il mistero alla scienza.

Programmazione neuro linguistica (PNL o NLP): da sacro graal a consiglio della nonna

L'attrattore di Lorenz

Negli Stati Uniti c’è un generale in pensione che da anni prova a passare attraverso i muri. La sua teoria (o verità se così vogliamo definirla) è che essendo la materia e gli atomi composti per la maggior parte di spazi vuoti è sufficiente far combaciare gli spazi vuoti del muro con quelli del nostro corpo per ritrovarsi, non più magicamente, ma per lui scientificamente in un’ altra stanza senza utilizzare alcuna porta. Sembrerebbe che ancora non ci sia riuscito, nonostante il suo tentativo di costruire la realtà che lo circonda possa sembrare affascinante da alcuni punti di vista (non quello dei venditori di infissi o produttori).

E’ abbastanza comune trovare teorici o teorie che cercano di far credere che tutto sia possibile a tutti. La NLP è una di queste teorie da quello che si legge, o forse sarebbe più corretto chiamarle ipotesi, considerato che la comunità scientifica non sembra condividerne i presupposti epistemologici di efficacia, anzi proprio non li condivide. In fondo sono gli stessi inventori, propositori e divulgatori della NLP che ammettono che il loro metodo non rientra nella verità, non ne fa parte, e che della verità a loro non interessa nulla (Skeptic Dictonary, voce pnl). L’importante è che il metodo funzioni, dicono. Interessante, ovvero non è fondamentale quale sia la struttura reale ma solo l’idea che ci facciamo di essa e se funziona va bene lo stesso.

Per contare lo scorrere delle giornate non è necessario sapere che la terra ruoti intorno al sole e su se stessa, può andar bene anche una concezione di terra piatta con il sole che le ruota intorno. Viviamo in un’irrealtà ma ai fini del computo dei giorni per qualche secolo ce la possiamo cavare. Funziona, giorno uno, mese uno, anno uno. Il piccolo difetto, non troppo piccolo in realtà, è che le cose non stanno propriamente così. Affidandoci a tale concezione infatti dopo un periodo di tempo sufficientemente lungo ci ritroveremo con l’estate a febbraio, gli equinozi spostati e potremmo dare la colpa del cambiamento climatico all’effetto serra, perché fino ad allora il sistema di computazione aveva funzionato. Forse un sistema diverso che prende in considerazione il rallentamento della rotazione terrestre dovuta alle maree sarebbe più efficace nel tempo, perché tiene conto di realtà scientificamente provate. Dico forse eh… Continua a leggere

A parte il fatto che è la metà di Murray, non è questione di fisico. Richard Gasquet è un successo e così andrebbe rivalutato

Richard Gaquet, po' mingherlino

In questi giorni leggo articoli sull’ennesima sconfitta di Richard Gasquet e vedo sempre un rimando a spiegazioni metafisiche, nel senso che tutte vanno, o cercano di andare, oltre il fisico attribuendo il mancato raggiungimento dei risultati attesi dal francese a una non ben precisata condizione psicologia del tutto priva di collegamenti con la realtà fisica dell’atleta. Troppa pressione, mancanza di fiducia, così si esprime Alberto Pallotti su Pianeta Tennis. Non che questi aspetti non esistano ma per capire bene il problema dobbiamo individuare da cosa derivano e da cosa derivano in modo principale. Allora dobbiamo chiederci se la mancanza di fiducia sia imputabile in gran parte a cause extra tennistiche o se tali cause (cocaina, festini, depressione) siano indotte da una inconscia consapevolezza di essere arrivato al limite del proprio tennis giocato, dalla consapevolezza di aver raggiunto un punto dal quale molto difficilmente potrà progredire, sapendo altrettanto bene che tutto ciò non è quello che ci aspettava da lui.  Dove sono le cause e dove sono gli effetti? Come si organizzano nel fenomeno Richard Gasquet? Come trovano la loro correlazione di interdipendenza? E’ naturalmente lontana da me l’ipotesi di scartare l’importanza della condizione psicologica nelle sconfitte di Richard, ma la mente è da considerare una concausa, anzi un effetto generato da un’altra causa che, in un anello di retroazione, influisce nuovamente e negativamente sul suo gioco evidenziando ancora di più i limiti del francese, rendendoli macroscopici, e fin troppo evidenti a tutti. Tale realtà induce anche in chi lo vede giocare, e spesso perdere, una sensazione di dispiacere, rassegnazione e forse commiserazione.

Personalmente, avendolo anche visto allenarsi, ritengo che Gasquet sia arrivato al suo limite. Tale limite naturalmente va relazionato a quello che è il tennis moderno: racchette diverse, palline diverse, e una diversa preparazione fisica che è portata anche all’eccesso. Gasquet nel tennis moderno non può dare più di quello che sta dando e ritengo che stia dando molto a questo sport. Potrebbe però dare di più, e qui do ragione a Pallotti, se non fosse stato messo sotto pressione e se fosse invece cosciente dei propri limiti fisici, della realtà del suo stato fisico. Forse avrebbe vinto di più: non uno slam, forse qualche master series, ma di più, perché credo che sia proprio la mancanza di presa di coscienza (non la causa principale) ma la concausa che gli ha impedito di raggiungere il suo vero limite, che non è molto più avanti di ora (è già in linea generale al suo limite) ma un po’ più avanti.

Di fiducia in se stesso forse Gasquet ne ha avuta troppa e mal risposta e molto probabilmente è stata indotta con una modalità piena di illusioni, speranze, in parte svincolata dalla realtà. Questo è il male maggiore per ogni attività di ogni uomo, perché al di là delle idee che ci piace cullare nella nostra mente fuori, all’esterno, esiste una realtà che spesso le nostre illusioni non riescono a cambiare, e che la nostra volontà non riuscirà a scalfire. Anzi a volte è proprio questo disaccordo a rendere più amare le delusioni e impedirci di raggiungere anche quello che avremmo potuto.

In fondo Richard Gasquet e con lui la giapponese Kimiko Date sono da considerare dei successi. Fanno ritenere che ancora si può raggiungere certi livello tecnici e di gioco anche se la loro fisicità è quella che è. Sono da considerare dei tennisti tecnicamente migliori, forse dal punto di vista esclusivamente tecnico sono i migliori di tutti, e anche la tenacia con cui combattono con i più dotati non può non far pensare che certi nervosismi sono probabilmente dovuti a una realtà che, principalmente, non vuole essere accettata solo da chi è sempre stato intorno a questi giocatori. Molti obiettivi non sono semplicemente raggiungibili per molte persone: non si corrono i cento metri piani in in 9 e 58 semplicemente avendo fiducia in se stessi. E’ necessario essere Usain Bolt. Il resto sono ipotesi non acclarate dai fatti, come la presenza di conigli nel precambriano.

Sempre di più gli esseri umani, tutt’oggi, sembrano riluttanti ad abbandonare la loro predisposizione al miraggio del mito. In realtà è proprio la scienza ad aprire le porte della gabbia dei propri limiti.

La generazione spontanea di manifestazioni in internet. Il viola all’improvviso ma Lamark si sbagliava

Evolvere alla Darwin

La vedo molto difficile. In realtà salvo sporadici casi, nella situazione italiana, quelle che vengono spesso fatte passare per manifestazioni  “motu proprio” partono sembra dalla base di un partito che hanno i numeri iniziali per raccogliere qualche clic. Sbattuti fuori dalle televisioni, a causa di loro incapacità, si sono riversati sul web: aprono blog, si linkano a vicenda, propongono manifestazioni, petizioni, raccolta di firme virtuali che si autocelebrano in un clic. La base di un partito li trova un qualche migliaio di “cliccatori” irrefrenabili, poi è tutta questione di massa critica. Di stealth marketing ne avevo già scritto, e la versione politica non è meno interessante. Un nuovo colore, un nuovo simbolo, per non far apparire che il Partito Democratico è anti Berlusconi, e la trasformazione è pronta. Il popolo rosso è ora il popolo viola, questione di sfumature. Se gratti anche di poco sotto la facciata trovi sempre qualche militante del partito. chissà perchè? Non che ce l’abbia con il rosso intendiamoci, è solo che sono un darwinista e preferisco affidarmi alla razionalità dell’evoluzione piuttosto che alla generazione spontanea dei colori.  Perchè così la propinano: generazione spontanea, come quella di Lamark, peccato che avesse ragione Darwin.

Che si tratti sempre del solito milione di persone in evoluzione è molto probabile.

Meno male che c’è il tennis che salva l’Italia dalla guerra civile

L'italica vittoria

Sport di straordinarie doti celebrali che ha portato all’Italia il punto decisivo sull’ardua squadra della Bielorussia. Il doppio ha fatto pensare ad altro tutta l’Italia, perchè sul 3 a 0 eravamo qualificati per il secondo turno nel quale incontrereo l’Olanda. Simone Bolelli e Potito Starace  hanno sconfitto nel doppio per 6-1, 6-4, 6-2 i bielorussi Alexander Bury e Max Mirnyi. E Mirnyi è letterarlmente da considerare una bestia, non scherzo. Solo che il doppio si gioca in due e l’altro Bury non mi sebra di averlo sentito molto spesso, anche se ultimamente ho tralasciato un po’ il tennis. L’essenziale però è altro, infatti nel giorno del decreto salva listini, listette e pastette la strordinaria vittoria a distolto il popolo bue (muuuuu!) dall’attacco alle istituzioni, sanando differenze ideologiche, politiche e  culturali, come accadde nel 1948. L’attentato a Togliatti, il rischio della guerra civile e l’inaspettata vittoria di Gino Bartali al Tour de France, il mitico Col d’Izoard. La telefonata di Alcide De Gasperi.

Deve essere andata proprio così ieri. Corsi e ricorsi storici. Anche se oggi sembra un vino molto più annacquato.

L’altro fenotipo del tennis, poi sempre Bode Miller, e il rosso volante.

Bode Miller chiede una Wild Card per lo Us Open. Te credo con quella barba

L’altro fenotipo che mi sono soffermato a osservare è meno appariscente anche perché probabilmente è più diffuso, e soprattutto non è caratterizzato dal fatto di essere una minoranza esigua. Non è nemmeno, all’apparenza, contraddistinto da altre caratteristiche che avrebbero contribuito a renderlo peculiare. Insomma non è come il primo che ha subito negli anni della storia umana tante associazioni suggestive ma che spesso erano frutto di superstizioni, paure, timori, rifiuti della diversità. Roger Federer è uno di questi anche se a una prima occhiata non sembrerebbe (infatti appare falso magro, o falso snello). Le stesse caratteristiche le aveva Bill Tilden che invano per anni ha cercato di insegnare ai ragazzi che da lui differivano l’arte del tennis su erba. Anche Pete Sampras è uno di loro, con le proprie caratteristiche e diversità, ma uno di loro. Ken Rosewall, tra quelli di oggi c’è Novak Djokovic, un po’ più indietro nel tempo c’è Ilie Nastase che in certe foto è impressionante. Rafa Nadal ne è una versione arabeggiante e sarebbe interessante (ricordiamoci di Baharami) approfondire da questo punto di vista il motivo del grande fiorire di tennisti nella ex Jugoslavia (Serbi e Croati). Che c’entri qualcosa la dominazione ottomana? Ma quello che sembra opportuno sottolineare è che  certe caratteristiche non sono necessariamente e sempre associate ad altre, ma si possono ritrovare anche in persone diverse, che siano prive delle altre caratteristiche del primo fenotipo. Anzi le caratteristiche relative agli arti sono assai diffuse anche se poi sarebbe opportuno andare a vedere il peso specifico nel dettaglio. Personalmente non mi metterei a cercare tennisti tra i nuotatori, forse, se l’accelerazione di gravità con relativa caduta di gravi e vari calcoli dell’attrito sono ipotesi consolidate, come parrebbe, credo che sarebbe più probabile trovarli tra discesisti e bobbisti tendenti al rossiccio: come il rosso volante o Bode Miller, che sembra sempre più intenzionato a cambiare sport forse invogliato da una facilità di gioco iniziale. Mi era sfuggito, si vede che sto invecchiando. Ma non dovevano essere in tre o poco più al mondo?

Che bei fenotipi! Andy Murray in semifinale

Murray e Curier. Attenti a quei fenotipi

Jim Curier intervista Andy Murray dopo la vittoria su Rafael Nadal (AO 2010). Attenti a quei fenotipi