Coesione sociale e il limite etico delle religioni

Limiti

Limiti

Nell’analisi dei comportamenti che generalmente vengono definiti altruistici, pro sociali o collaborativi è necessario stabilire un approccio di indagine che cerchi di spiegare i motivi per cui si sono affermati.

Da un lato è stato ormai chiarito che i gruppi in cui sono nati erano composti da parenti perciò da individui che condividevano e condividono una parte del proprio patrimonio genetico. In linea di massima quindi, salvo situazioni particolari e casi devianti, c’è da aspettarsi un aumento della solidarietà direttamente proporzionale al grado di parentela. La maggiore attenzione verso i figli diminuisce nel percorso che arriva agli estranei: le risorse fisiche, affettive, mentali ed economiche hanno un’evidente tendenza a diminuire lungo questa strada. Il fatto che possano esistere comportamenti “devianti” non ha la forza di inficiare una solida realtà statistica. Comportamenti eccessivamente “egoistici” rientrano nell’ambito di mutamenti casuali che diminuiscono la fitness riproduttiva ed hanno perciò conseguenze negative sulla diffusione di comportamenti estremi di questo tipo. Il paradosso di un genitore che mantiene per sé tutte le risorse ha una ricaduta sulla sopravvivenza dei geni dello stesso genitore. La condizione opposta (un genitore che concede tutto a figli) non porta intuitivamente e drasticamente ad una interruzione della linea di sopravvivenza e trasmissione genetica ma può avere conseguenze altrettanto rischiose. Donare tutto il cibo alla prole significa non averne per sé e quindi privarsi delle energie necessarie per cercarne di nuovo da donare a individui non ancora autosufficienti o per procreare ancora e ottimizzare la diffusione del proprio patrimonio genetico, con conseguenze molto simili alla prima situazione, se non identiche. Tra queste situazioni estreme ci sono una quantità molto vasta, se non infinita, di casi intermedi, dove in relazione alle condizioni di reperibilità delle risorse per la sopravvivenza, periodo per l’autosufficienza e altre condizioni ambientali si possono osservare diversi gradi di cura della progenie. L’osservazione della natura ce ne fornisce una molteplicità impressionante che spazia dagli ovuli abbandonati per la fecondazione, come avviene nei pesci, negli anfibi e nei rettili fino alle cure più accurate degli uccelli e dei mammiferi, per terminare con la specie umana. L’efficienza di una o dell’altra strategia dipende da molti fattori che non indagheremo in questa occasione, ma il grado di efficienza di una maggiore o minore presenza di cure parentali è variabile. Continua a leggere

Il male eterno, la teoria dei giochi e demoni seppelliti sull’inesistente isola di Utopia

Teoria dei giochi e aspettative individuali

Teoria dei giochi e aspettative individuali

Perché esiste il male? La domanda ricorre spesso ed è stata forse una delle domande che hanno suscitato le più irrefrenabili fantasie nell’uomo  Ha dato origine a numerose leggende e miti: quello di Platone di Er è forse il primo articolato in modo complesso, mentre la dicotomia del dottor Jekyll e mr. Hyde incarna la paura di un male strettamente connaturato al bene e da quest’ultimo inseparabile. Si è tentato di spiegare il male attraverso interpretazioni filosofiche metafisiche e spiegazioni religiose ontologiche, come quella di S. Agostino, che lo vede come privazione del bene partendo dal grado superiore di dio per scendere fino a quelli inferiori delle sue creature.

La tentazione del male ha preso le più svariate forme come quella del serpente nel giardino dell’Eden, di un demonio nel deserto. Alla presenza del male l’uomo ha sempre cercato di fornire una spiegazione anche chiamando in causa divinità contrapposte fra di loro. Nella mitologia greca il cospicuo numero di dei inscenava contese dagli interessi diversificati e dai vantaggi da conquistare altrettanto variegati, distribuendo male e bene a ogni occasione fra le parti in gioco.

È proprio il tentativo di spiegare il rapporto tra male e bene che ha occupato molte delle energie umane al fine di riuscire a chiarire i motivi profondi delle proprie esistenze soggette a delusioni e sofferenze, oltre che a momenti piacevoli. Il bene e il male, dio e il demonio, buoni e cattivi, angeli e demoni, il giusto e l’ingiusto. La dicotomia era ed è collegabile a un’interpretazione etica e morale dei comportamenti nonché a una lotta senza fine tra i due opposti sparsi nell’umanità e, non di rado, anche all’interno della stessa persona. Continua a leggere

Morale ed empatia: dai Bonobo fino a un’etica per il villaggio globale

La morale del villaggio

La morale del villaggio

Recenti studi hanno evidenziato che gli scimpanzé e i bonobo si comportano in modi che potrebbero essere definiti morali, o almeno assimilabili alle basi fondanti di una moralità: ovvero possiedono i blocchi principali di comportamenti etici più complessi come quelli che si possono descrivere negli uomini e nelle donne. Gli studi portati avanti dal professor Frans de Waal, ed esposti nel suo ultimo libro (i Bonobo e gli atei), sono eloquenti. Consolano chi ha perduto un cucciolo, donano cibo ai meno fortunati, si prendono cura di chi ha bisogno, mostrano comportamenti empatici di dispiacere, di senso di colpa. Anche se alcuni potrebbero storcere il naso se tali comportamenti venissero definiti etici in senso umano è fuori di dubbio che queste predisposizioni comportamentali sollevano delle questioni di rilevante importanza. Il fatto che tali atteggiamenti derivino, dal punto di vista scientifico, da una forma di cambiamento evolutivo adattivo solleva la questione della necessità di un dio affinché gli uomini possano avere un codice di comportamento etico. La morale deve discendere necessariamente dall’alto o può essere sviluppata dall’interno nell’ambito dell’individuo, del gruppo di appartenenza? Se altre forme di vita, che non conoscono il concetto di dio, hanno sviluppato comportamenti sociali di cooperazione, comprensione ed aiuto reciproco l’indicazione è che anche per gli uomini (seppur autori di forme di comportamento codificate in leggi e sistemi di convivenza complessi) non vi sia bisogno che la condivisione dei gesti etici sia indotta dall’esterno. Non è una novità che i metodi di cooperazione possano discendere da una scelta condivisa come il contratto sociale (Rousseau), ma se queste forme di convivenza sono lontane dai primordiali approcci empatici di scimpanzé e bonobo molto probabilmente ne rappresentano il continuo in forma strutturata.

Gli studi di Frans de Wall chiariscono che non è necessario credere in un dio per essere persone detentrici di moralità. Senza voler sminuire il lavoro, i possessori di animali domestici potranno sicuramente testimoniare di aver riscontrato comportamenti simili e vicini all’empatia nei loro compagni quotidiani anche se nell’areogramma evolutivo si collocano in una posizione diversa da quella dei primati e dell’uomo, e magari i loro comportamenti rimangono un po’ distanti, nello specifico, da quelli osservati da de Wall nei primati oggetto dei suoi studi. Continua a leggere

La scienza fondamentalista non esiste

L’uscita dell’ultimo libro (leggendo un po’ sul web) di Richard Dawkins ha suscitato le solite polemiche. La prevedibile critica di fondamentalismo non si regge in piedi. Come può esserci fondamentalismo in un metodo? Per altro un metodo che fa dei processi di verificabilità o confutazione ( se vogliamo dirla alla Karl Popper) i cardini del proprio modo di operare.
“La magia della realtà” fa discutere come è capitato per gli ultimi libri di Dawkins. Le recensioni equilibriste in Italia si sprecheranno, cercando di dare un colpo al cerchio della scienza e uno a quello dei miti di varia natura, compresi quelli religiosi. La realtà anche in questo caso è che la scienza fornisce spiegazioni molto più eleganti, articolate e belle alle domande fondamentali della vita di quelle fornite da qualche racconto mitologico vecchio di millenni e nato proprio perché i motivi profondi delle dinamiche della vita non venivano compresi.
Il logos è il mito più bello.
Perché poi la scienza dovrebbe turbare i bambini più di una falsità è tutto da dimostrare.

Quello di bellezza non è propriamente un concetto scientifico, eppure costella il nuovo libro di Richard Dawkins, celebre evoluzionista (Il gene egoista) nonché militante dell’ateismo (L’illusione di Dio). E a dire il vero anche il titolo, The Magic of Reality, La magia della realtà, sembra condurre verso incantamenti e fascinazioni più che nel rigore da laboratorio. Ma non è così. Anzi, la fede di Dawkins nella verità della scienza è a tal punto una fede, da scatenare furiose stroncature come quella di Colin Tudge sull’Independent. L’accusa è di fondamentalismo, e l’aggravante è che quello dello scienziato è un libro per bambini, i quali verrebbero da lui indottrinati allo scientismo come altrove alla bigotteria.

La stampa

Teppisti e divinità

“Se dio esiste è un maligno teppista”. Mark Twain. Scrittore che non si smentisce mai per le sue qualità intellettive pungenti.
Eccone un’altra: “C’è gente tanto brava da scrivere due libri contemporaneamente: il primo e l’ultimo”. Meno male che sono arrivato al terzo…

L’evoluzione insegna a coesistere

Cosa hanno in comune?

Esiste solamente una cosa che accomuna tutti gli esseri umani su questo pianeta. Si tratta delle comuni radici evolutive, dalle quali nascono le differenze di vario tipo. La struttura fisica, la predisposizione a credere in una religione, il modo di pensare, la predisposizione a creare culture, società e lingue diverse sono tutte caratteristiche che nascono in virtù di “qualità” che permettono, ed in passato hanno permesso, l’adattamento ad ambienti diversi. L’evoluzione insegna anche che, in condizioni di isolamento o di confronto biologico e culturale limitato, le differenze tendono ad aumentare sempre di più fino a raggiungere dal punto di vista biologico la speciazione e da quello culturale l’incomprensione. Lo studio dell’evoluzione nelle isole chiarisce bene queste caratteristiche. Non a caso l’intuizione venne a Charles Darwin dopo aver visitato le Galapagos. Ma è interessante soffermarci su come l’analogia con l’evoluzione sia molto calzante anche quando si studiano le società umane. Il nascere e il formarsi delle lingue è un esempio esplicativo. In gruppi diversi e molto distanti tra di loro nascono per modificazioni graduali parole e associazioni di significato diversi che portano, con un isolamento che tende a continuare, a un vero e proprio linguaggio nuovo: una lingua. Inoltre gli studi delle zone di confine tra linguaggi e Stati nazionali descrivono forme di compenetrazione tra diversi linguaggi. Gli isolamenti, anche ristretti, nelle valli alpine permettono la nascita di piccole nicchie di linguaggio, come il Ladino. Anche le valli sono isole. Le culture sociali non sono immuni a queste dinamiche. Si creano identità di valori, comportamenti, abitudini che permettono l’identificazione dei singoli individui a un gruppo ben preciso. Questo risponde a un vantaggio evolutivo in quanto un gruppo coeso e numeroso aumenta in senso probabilistico le possibilità di sopravvivenza dei singoli individui, che appartengono a quel gruppo, o società.

Pertanto le differenze fisiche e culturali che esistono tra individui appartenenti a gruppi diversi sono da correlare come una necessità comune che ha una spiegazione darwiniana. Al tempo stesso la presenza di un’infinita varietà di tradizioni e di culture è anch’essa tipica delle caratteristiche di cecità e contingenza dell’evoluzione. Numerosi tentativi sono infatti necessari perché l’assenza di progettualità non permette di sapere quale differenza, o caratteristica, sia la più adatta in determinate circostanze. Quale organizzazione sociale funzionerà meglio? “Non lo so proviamone tante?” La domanda e la risposta lasciano troppo spazio alla fantasia ma permettono di chiarire bene l’impossibilità dei meccanismi evolutivi di fare previsioni. Come potrebbero…

Le funzioni delle religioni sembrano, nelle loro caratteristiche principali, rispondere anch’esse a quelle caratteristiche che permettono una maggiore coesione di gruppo e al tempo stesso, come conseguenza, una riduzione delle defezioni, ovvero di quei comportamenti, e azioni, in grado di disgregare l’organizzazione e la struttura sociale. Questa funzione è comune a tutte le religioni, infatti troviamo sempre insegnamenti di comportamento che biasimano le azioni che vanno contro gli altri individui. Le etiche religiose condannano il furto, il desiderare la donna d’altri (spesso con la donna ritenuta una semplice risorsa riproduttiva) e stimolano a essere caritatevoli e ad agire con comprensione e aiuto rispetto ai propri simili. Per simili, considerata l’età storica della nascita delle prime religioni, s’intende coloro che appartengono, anzi che appartenevano alla piccola tribù ristretta. Per questo motivo quella che è una funzione positiva all’interno del gruppo nel confronto fra tribù diverse diviene spesso elemento di chiusura e di incomprensione, proprio perché la sua funzione è quella della salvaguardia della coesione di un singolo gruppo. Si tratta di un’etica interna, anzi di più etiche interne, che nascono con finalità simili se non uguali e che, quando divergono su molti aspetti, e in situazioni di isolamento tenderanno a divergere, agevolano l’incomunicabilità e l’incomprensione. I casi storici sono molteplici e fin troppo sotto gli occhi di tutti.

Comprendere queste dinamiche, che sono in ultima analisi dei meccanismi evolutivi, non può non aprire la via a una valutazione etica della grande idea di Charles Darwin. Valutazione che non può non sfociare in un giudizio estremamente critico nei confronti di tutti comportamenti e di tutte le scelte che cercano di affermare una cultura sull’altra sulla base di una presunta superiorità o una religione sull’altra sulla base di una maggiore e presunta veridicità. Macroscopiche differenze esistono per finalità comuni. Se gli uomini un giorno riusciranno a convivere potranno farlo solamente nel momento in cui avranno preso coscienza razionale dei motivi reali e veritieri che in alcuni casi li rendono diversi. Perché la comprensione logica è corrosiva di ogni pseudo argomentazione e di ogni mito che glorifica in modo autoreferenziale il singolo gruppo. Capire che essere musulmani, ebrei, cristiani, indù, deriva dal fatto comune di avere simili, anzi identiche, predisposizioni evolutive alla sopravvivenza ritengo sia l’unica via per arrivare alle fondamenta universali della convivenza. Non potranno riuscirci le singole religioni, perché fanno parte del gioco, e anche la concezione relativistica, intesa in senso assoluto, scricchiola quando non fornisce una spiegazione evolutiva razionale del perché esistono e del perché dovrebbero essere accettate le differenze esistenti su questo pianeta.

E’ ridicolo uccidersi per una diversità causata da una contingenza.

Anche su darwinetica.

Il nanismo insulare è scienza

Considerate certe posizioni viene da pensare ai vari tipi di nanismo correlato.

Il politico maltese si era infatti distinto per azioni istituzionali e dichiarazioni forti contro i diritti delle coppie di fatto (eterosessuali e omosessuali), contro riforme laiche come il divorzio e per la negazione dell’autodeterminazione della donna in materia di aborto. Malta è infatti oggi ancora uno degli sparuti baluardi allineati alle posizioni più retrive della Chiesa cattolica.

Wikipedia: nanismo insulare

Via UAAR.

I vertici mondiali della racchetta e il tennis come esperienza politeista

David Foster Wallace

È sempre la vecchia storia che riguarda la bruttura ripetitiva del tennis moderno. La macchinetta spara palle. Corri e tira! Scatta, muoviti! Rapido e non rallentare mai il braccio. Per le volèe non c’è più tempo. E gli attacchi in contro tempo? Per carità! Ma quale tempo?! Di questo tennis moderno tutti si lamentano ma nessuno fa niente. Sopratutto non fanno nulla coloro che avrebbero la responsabilità e il ruolo di fare qualcosa: ITF e ATP. Gli appassionati, almeno quelli di una certa età con una buona memoria, invece si lamentano. Sempre. Sui forum, su social network. Il grido “racchette di legno” rimbalza tra cinguettii, il post di un blog e una discussione su Facebook. Ormai da anni senza sosta, la protesta è diventata retorica e rischia di stancare se non lo avesse ancora già fatto ai tempi della lettera di Gianni Clerici a Mr Tobin. Erano un bel po’ di anni fa, più o meno quando John McEnroe iniziava subire le badilate da fondo di Ivan Lendl, che lui insieme alla sua Dunlop 200g reggevano con molta fatica (figuriamoci quelle di Agassi, per ammissione dello stesso McEnroe: “non ho mai giocato contro nessun giocatore che colpisca la palla così forte, così spesso e in maniera così accurata”). Considerata la situazione (e lasciando da parte, per ora, l’indiscutibile realtà che nel tennis l’aspetto atletico è diventato fondamentale) dopo anni di inattività indolente, inazione e spallucce una domanda sorge spontanea: tutto questo si è casualmente verificato per superficialità, non curanza al limite dell’incapacità, o sanno quello che fanno coloro che gestiscono il tennis globale? Il tennis è globale come l’economia, non si può negare.

Questi signori si sono trovati davanti almeno a un problema e le circostanze indicano che non era quello dell’estetica, del bel gesto bianco, anzi ormai sbiadito. Il romanticismo lascia sempre il passo ad altre concretezze e la giustificazione che sarebbe stato un errore fermare il progresso tecnologico non ha le caratteristiche per resistere a lungo. Limiti e regolamenti non arginano sempre l’innovazione al contrario non infrequentemente ne migliorano l’efficacia in quanto inducono a innovare all’interno di circostanziate maglie di riferimento.

I tempi televisivi erano uno strumento su cui agire e aumentare la velocità di palla implicava ridurre mediamente gli scambi, per un certo periodo sono diventati troppo brevi ma superfici e condizione atletica hanno riportato la loro durata su tempi accettabili, oggi forse lunghi come venti o trent’anni fa. Ma si può ipotizzare quanto durerebbero le partite se la palla viaggiasse più lenta su ogni colpo: probabilmente troppo e gli sponsor investono per spazi televisivi in base all’ora di programmazione. Un prime time è un prime time. Cribbio! Se paghi per un orario di punta e ti ritrovi alle undici di sera “sei fuori” dal business direbbe Briatore. Questa situazione pone l’establishment del tennis in un cul de sac. Un vicolo cieco in cui la ritirata non è semplice come si potrebbe sospettare: se si interviene sulle racchette in modo da indurre una minore velocità di palla e permettere a più giocatori di sfruttare tutto il campo e tutti i colpi del tennis i tempi di gioco rischierebbero di allungarsi troppo anche per gli spettatori. Provate voi, inoltre, a prendervi la responsabilità, oggi, di far tornare tutti a giocare con racchette dall’ovale da 65 pollici e dal peso di 400 grammi…si rivolterebbero anche i giocatori, almeno alcuni, quelli che vincono di più.

Il suono è quello di un’ottima giustificazione. Nell’evoluzione del tennis vi sono però anche altri aspetti da considerare che coincidono casualmente con gli interessi di pochi. Un numero ristretto di aziende, uomini e tornei. Avere qualche divinità e qualche dio miniore è un vantaggio per coloro che hanno potenzialità economiche, che di tennis vivono, sul tennis investono e del tennis fanno un business. La piccola e media impresa nel tennis è scomparsa con il piccolo e medio giocatore che si vede sempre meno e tantomeno si innalza a mito religioso. Le vicende non sono diverse fuori dai limiti di questo sport ne è una conferma il lento inaridirsi del tessuto economico di un paese come l’Italia in cui le attività di medie dimensioni erano il sistema nevralgico dell’economia e della società. Oggi lo sono sempre meno. La concentrazione è il miglior mezzo per accumulare ricchezze. La loro diffusione è troppo democratica sopratutto se è omogenea. Così ogni multinazionale ha la sua divinità maggiore da osannare enorme come se stessa, sopravvive qualche dio minore per minoranze eccentriche in stile Dolgopolov ma i culti limitati sono serviti alla massa. Lo ha scritto Foster Wallace su New York Times qualche anno fa: Federer è ormai un’esperienza religiosa.  Tale status metafisico agevola la vendita di gadget, statuine, figurine e simboli come a Madjugorje. Esistono anche varie forme di pellegrinaggio verso lo stadio del torneo più vicino e di turno: si va a Wimbledon, allo Us Open, a Melbourne e a Roma come a Santiago di Compostela o alla Mecca quando è di scena il proprio dio e si ritorna con un cappellino firmato, una racchetta rotta da rivendere su Ebay o addirittura un polsino sudato, se si è fortunati.  Non solo Federer quindi ma l’intero tennis è oggi un’esperienza religiosa politeista a vantaggio di chi crea e gestisce una manciata di divinità. C’è chi è con Zeus, chi con Apollo, altri con Minerva o Eolo.

E’ opportuno rompere questo giocattolo, bello e produttivo, per vagheggiare un romantico quanto adolescenziale gesto bianco?

Ogni racchetta di legno è un grosso problema. Un’apostasia.

Fabrizio Brascugli

Novak Djokovic, Bill Tilden e il Grande Slam, seguendo le orme di Charles Darwin

Pubblicato su Pianeta Tennis.com
“Date queste condizioni dovrebbe esserci un giocatore le cui caratteristiche fisiche gli consentono di essere competitivo per il Grande Slam quanto lo sono stati sia Laver che Budge e forse anche di più.” L’ipotetica frase di Charles Darwin avrebbe suonato più o meno in questo modo e trovarlo potrebbe essere solo una questione di tempo così come avvenne per una delle predizioni più belle, precise e stupefacenti che la teoria dell’evoluzione per selezione naturale consentì al naturalista inglese. Quella dell’ipotesi dell’esistenza, poi confermata, di una farfalla dalla spirotromba lunga 30 centimetri e in grado di impollinare l’orchidea  Angraecum sesquipedale il cui nettare è sul fondo di un nettario lungo proprio 30 centimetri. Dopo un’accoglienza di sufficienza dell’ipotesi la farfalla notturna che venne identificata non poteva che portare il nome di predicta (predetta). Il lepidottero sfingide impollinatore dell’orchidea oggi infatti si chiama Xanthopan morganii praedicta.
Xanthopan morgani predicta

Xanthopan morgani praedicta

Qualche detrattore potrebbe avanzare l’idea che ci si stia arrampicando sugli specchi ma data la lunghezza e la larghezza del campo e l’altezza della rete è consequenziale che ci siano dei giocatori la cui altezza, lunghezza e pesantezza degli arti consento lo sviluppo di un gioco altamente competitivo nelle precise condizioni ambientali di un campo da tennis (compresa l’attrezzatura composta da racchette e palline). Il colore dei capelli e la pelle chiara in questo caso sono solo l’indice della probabilità di esistenza di determinate condizioni che possono essere detenute anche da altri individui, ovviamente. La storia del tennis è lì a testimoniarlo. Naturalmente è necessario anche correre, ma arrivare sulla palla e non avere il colpo da tirare potrebbe essere frustrante, chiedete al pur bravo Flavio Cipolla.
Qualcun altro potrebbe dire che si tratti di reincarnazione, transmutazione dell’anima o intervento divino che in questo caso avrebbe dato una ritoccata anche al corpo per renderlo estremamente simile a quello del campione degli anni venti Bill Tilden. La realtà  è diversa e implica che in ambienti simili ci siano individui dalle caratteristiche simili. Il taglio degli orecchi, la forma cartilaginea del naso, gli zigomi sporgenti e il mento pronunciato. Se si dovesse cercare cibo nell’argilla rossa del Roland Garros i becchi sarebbero simili, in grado di introdursi nella secca o umida terra, a seconda delle circostanze.
Ma le analogie non si fermano qui: Bill Tilden era alto un metro e ottantacinque; Novak Djokovic lo supera di soli tre centimetri. Non so quante palline riesca a tenere in una mano Nole ma suppongo che non abbia problemi ad arrivare a cinque, il numero con cui Tilden serviva nelle esibizioni: con le prime quattro chiudeva il game e la quinta la lanciava al pubblico. Lo statunitense fu molto competitivo fino all’età di quarantotto anni, periodo della sua vita in cui riusci a vincere sette partite contro il venticinquenne Donald Budge, che non era un mingherlino e fu il primo a realizzare il Grande Slam. Correva l’anno 1941. A fermare Big Bill, o meglio a impedirgli di girare il mondo a caccia di trofei, fu anche la tecnologia del tempo. Gli spostamenti per l’Europa e l’Australia erano vincolati all’uso della nave e il tempo di percorrenza si contava in settimane, addirittura mesi. Come se non bastasse il torneo francese per buona parte degli anni venti fu riservato ai soli giocatori francesi. In questo periodo, tra il 1920 e il 1925 Bill Tilden portò nella casa della zia, in cui visse fino al ’41, sei trofei dello Us Open e due Wimbledon. Non giocò mai in Australia, il viaggio era troppo lungo e non c’era bisogno di perdere tempo in nave per dimostrare chi era il più forte in quegli anni. Lo stesso Jack Kramer lo dichiarò: “può fare ciò che vuole con la palla, può piazzarla in qualunque parte del campo desideri”.
Nel 1930 vinse l’ultimo Wimbledon e l’anno prima nel 1929 la casa della zia si arricchi del settimo trofeo americano, aveva tra i 36 e i 37 anni. Il pressante bisogno di soldi gli impose la scelta di giocare nel circuito professionistico. I due circuiti paralleli sgranarono e segnarono anche la carriera di Rod Laver, inseguito, rendendo solo ipotetico un confronto tra campioni di epoche diverse.
Oggi però c’è un solo circuito di professionisti, per raggiungere l’Australia in volo si impiegano ore e non mesi, in più la lunghezza del campo e l’altezza della rete sono rimaste le stesse. Ci sono un po’ d’erba in meno, nonché racchette e palline diverse, in giro per le Galapagos dei campi da tennis, ma queste condizioni potrebbero essere accidentali e non sufficienti per fermare Novak Djokovic, che al primo colpo d’occhio sembra una reincarnazione.
E’ solo una successiva riflessione che suggerisce più accurate certezze: in ambienti simili vincono individui simili. Se il serbo dovesse dimostrare di avere una spirotromba lunga da Melbourne a New York passando per Wimbledon e Parigi potremmo chiamarlo Il Grande Slam predetto, senza la necessità di chiamare in causa l’esoterismo. La Xanthopan morganii praedicta del tennis.

Roger Federer: il mito è cotto, stracotto e biscottato

La Locandiera, Carlo Goldoni, 1751

Pubblicato su Pianeta Tennis.
“La nobiltà non fa per me. La ricchezza la stimo e non la stimo. Tutto il mio piacere consiste nel vedermi servita, vagheggiata, adorata…”
In una mattinata gelida di gennaio i miei ricordi di uomo di mezza età si confondono con i rimpianti. Mentre osservo affossare in rete dritti di una semplicità adolescenziale mi stupisco dei toni delicati e osannati dei telecronisti quando lo stesso giocatore tocca una mezza volata, o esegue una smorzata. Una lieve dose di controllo non sarebbe fuori luogo: è tennis dopo tutto.  Ma il mito coinvolge, inebria, offusca. Tutto si fa per il mito, tutto si dice. Mi torna in mente la voce della locandiera Mirandolina. Recitavo Goldoni molti anni fa e la frase il cui soggetto potrebbe essere un biscotto si adattava anche a me, al tempo,  oggi anche a Roger Federer, ma per motivazioni tutte sportive.
Lo svizzero non vincerà un altro torneo dello slam e questa è una notizia, o almeno lo sarebbe se i giornalisti che lo hanno osannato si ricordassero di cosa hanno scritto negli anni scorsi, ma sono troppo impegnati a donare la tessera dell’ordine al presidente del consiglio Mario Monti. La tattica è preventiva: come se gli autotrasportatori donassero un TIR, i tassisti un taxi, i benzinai una pompa. Di benzina, s’intende! Questo è un governo nuovo.
Ma siamo nella seconda settimana di un torneo dello slam e non è il caso di scivolare nella politica o nel clientelismo tipico italiano, ancora peggio. Qui si scrive la storia, digiterebbero sulla tastiera in molti. L’abilità del gesto, la sensibilità eccelsa, la tattica sublime, la tenacia estrema, la volontà di ferro. Per un perfetto documentario stile Luce mancherebbe solamente affermare che queste sono solo le qualità dell’uomo comune. Tutti le hanno, tutti possono raggiungerle.  L’immedesimazione con il mito sarebbe perfetta ed economicamente vantaggiosa, per alcuni. Tutti correrebbero a comprare la racchetta del mito, i pantaloni del mito, i calzini del mito, le mutande usate “del e dal” mito. L’overgrip del mito, l’asciugamano umido del mito. Imitare il gesto del mito sarebbe poi l’attività più praticata dalla nazione di appartenenza del mito e non solo. Un mito internazionale.
Nella serata calda australiana, però, i fatti andavano in modo diverso, o meglio seguivano l’ordine naturale della natura. Un uomo la cui struttura fisica e realtà familiare gli hanno consentito di imparare a giocare un ottimo tennis vedeva i suoi limiti difronte a un altro uomo che ha avuto condizioni e possibilità simili. Più giovane di lui, forse fisicamente più prestante di lui, determinato quanto lui.  La realtà ha scardinato un mito, anche se la tentazione di costruirne un altro per vanità, opportunismo, avidità, interesse, è una debolezza tutta umana.
Il mito è cotto! Ora si serve da destra, sulla parità. Questo è tennis, scuola di vita e razionalità, gli spalti sono quelli della Rod Laver Arena.
Fabrizio Brascugli

Infatti non brilliamo per intelligenza

E nemmeno per tradurre quelli che meritano. Circoli viziosi. Chissà quali sono i titoli? Ma temo che la maggioranza mentirebbe se interrogata.

La maggioranza della famiglie italiane possiede meno di 50 libri.

via Per Natale regala un libro nell’Italia che (non) legge | Linkiesta.it.

Hitchens. La sofferenza ci rende più deboli

Christopher Hitchens

Dopo una lunga malattia è morto Christopher Hitchens. Autore e saggista che aveva fatto del senso critico la sua migliore arma letteraria. Emblematiche le sue dichiarazioni nel periodo della malattia che lo allontanano dall’idea che la sofferenza renda più forti. Acuta oltre che poetica l’idea che la propria identità si dissolva con il proprio corpo che perde ciò che lo collega alla scrittura, con la spiritualità che non può non essere una facoltà della fisicità. Buon Johnnie Walker!

Christopher Hitchens (1949-2011). Gli articoli di Internazionale.

I have slightly stopped issuing the announcement that “Whatever doesn’t kill me makes me stronger.”

“I feel my personality and identity dissolving as I contemplate dead hands and the loss of the transmission belts that connect me to writing and thinking.”

via Hitchens dispels the bromide that suffering makes you stronger « Why Evolution Is True.

Darwinismo sociale ed eugenetica storia di un malinteso

Charles Darwin

Il testo sottostante è il primo capitolo del saggio in scrittura indicato nelle pagine del blog. E’ ancora in fase di revisione quindi potrà subire cambiamenti e aggiustamenti e potrebbero esserci dei refusi. Per una migliore lettura, data la lunghezza, ne è presente una copia in formato PDF. In questa versione non sono disponibili le note bibliografiche di riferimento che invece trovate nella versione PDF. Tutti i diritti di quest’opera sono riservati.

Capitolo primo.

Darwinismo sociale ed eugenetica storia di un malinteso

di Fabrizio Brascugli

Ovunque si volga lo sguardo in questo universo non c’è motivo per pensare che le cose si svolgano in modo dissimile. Charles Darwin ebbe l’intuizione di comprendere il principio semplice alla base del funzionamento della vita. La sua intuizione negli anni è stata prima rifiutata e poi ripresa ma spesso è stata travisata per scopi personali o per incapacità. La sua idea neutra agganciata al desiderio di affermazione e alla voglia di dare una giustificazione morale alle azioni ha dato origine a una serie di teorie: dal darwinismo sociale, all’eugenetica. Ma alla base di queste concezioni c’è un fraintendimento essenziale che rispecchia indirettamente la natura umana: il proprio desiderio di sentirsi superiore a qualcosa. I verbi, gli aggettivi, gli avverbi e infine le azioni trasudano questa puerile esigenza interiore che però probabilmente in passato è servita a qualcosa, considerato che è così diffusa in molti individui, per non scrivere tutti. In questo modo si è innescato un meccanismo che ha associato la teoria di Darwin al concetto di sopravvivenza del più forte, di chi è superiore e non, come aveva sempre sostenuto Darwin, dell’individuo più adatto. Può apparire solo un gioco di parole ma è invece una differenza sostanziale perché gli aggettivi forte e superiore implicano un giudizio di valore nemmeno troppo implicito. Tutti vorremmo essere i più forti; tutti sono tentati dalla possibilità di essere superiori, spesso in senso assoluto. Charles Darwin dopo aver visitato una varietà immensa di ambienti e animali nel suo viaggio intorno al mondo, comprese diversità infinitesime l’una accanto all’altra, non si espresse mai in questo modo. La ragioni sono semplici: nessuno è superiore o più forte in tutti gli ambienti a volte sono sufficienti piccoli cambiamenti per far perdere un vantaggio evolutivo; non sono i concetti di superiorità o maggiore forza i migliori per spiegare la realtà di organismi in quasi perfetta sincronia funzionale con il loro ambiente ai fini della propria sopravvivenza.

Ma il meticoloso e paziente studio dello scienziato inglese è stato semplificato fino a essere snaturato. Continua a leggere

Darwin politico. Egoismo autolesionista, politica bruciata e futuro dell’etica

Le corna dell'Alce Toro sono un vantaggio nelle battaglie per l'accoppiamento, ma un netto handicap quando si fugge in aree boschive

La situazione politica italiana non è che sia cambiata molto dal dopoguerra a oggi sopratutto nella limitata lungimiranza di chi la pratica professionalmente. Certo di avvenimenti ce ne sono stati parecchi  dalla riforma agraria del 1950 alla caduta della seconda repubblica, ma molti problemi sono rimasti gli stessi. Il debito si è accumulato, le privatizzazioni sono state un crescendo con alterni risultati, la pubblica amministrazione non è stata ammodernata nel migliore dei modi, le pensioni sono sempre un problema irrisolto ormai da qualche lustro, la legislazione è sempre di più un groviglio di rimandi e leggi arcaiche alcuna delle quali volute da un dittatore probabilmente affetto da sifilide. Ma ciò che  più è rimasto immutato è la parcellizzazione eccessiva del contesto e degli interessi politici che come in un gioco di specchi multipli si riflette ed è il riflesso di un paese diviso in ordini professionali, interessi particolari, lobby circoscritte, visioni limitate. In politica il numero dei partiti è sempre stato elevato come le divisioni in correnti al loro interno: partiti nei partiti, ramificazioni delle ramificazioni.  A sostegno di questa prolissa diversità spesso si è sostenuto che la varietà è un valore da salvaguardare sia in società che in politica. Se questa argomentazione è da considerare vera è altrettanto incontestabile che molti fenomeni raggiungono degenerazioni che sono controproducenti. In natura accade per tutti i fenomeni dalle indigestioni alla derive evolutive che possono condurre gli individui di una specie in situazioni critiche per la sopravvivenza della specie stessa. Quello che molti trascurano è che una specie non  entra in crisi senza che entrino in crisi gli individui che la compongono, in questi casi non ci sono soluzioni che possano far pensare che il tutto sia in difficoltà con la sua parte che  trascende le singolarità, forse perché è impossibile trascenderle. Continua a leggere

L’uomo che iniziò a correre nella savana

L’uomo che iniziò a correre nella savana (racconto di Fabrizio Brascugli, tutti i diritti sono riservati).

Savana

Il suo nome era Cielo perché quando nacque sua madre non aveva mai visto un cielo così splendente di colori. Da qualche parte oltre la foresta era accaduto qualcosa che aveva portato un cambiamento. Forse un incendio, o l’eruzione di un vulcano. E anche Cielo era diverso, se ne accorse subito sua madre e anche coloro che lo videro appena nato si resero conto che Cielo era come loro ma non del tutto. Non molto diverso ma solo un po’ diverso. Venne alla luce con quei colori che ebbero la capacità di distrarre Foglia dal dolore. Nessuno poteva sapere cosa era accaduto veramente oltre le colline a nord che loro indicavano come “oltre il vento”. Il nord ancora non esisteva come definizione.

L’abitudine alla differenza era ormai divenuta quotidiana nella piccola tribù che viveva al confine della foresta, dove dopo qualche metro iniziava la savana in cui avevano cominciato ad avventurarsi di corsa. Furono proprio queste fughe dalla foresta a permettere di mangiare carne, a volte dalla caccia tornavano con qualche erbivoro della savana: una gazzella, o un caribù. Quando questo accadeva era festa al villaggio perché con la carne ci si sfamava subito e più a lungo. La frutta e le piante andavano mangiate di frequente quasi senza sosta. Ma non era facile prendere gazzelle o caribù. I maschi del villaggio che avevano iniziato a dedicarsi alla caccia partivano la mattina all’alba e sul limite dei cespugli più alti si appostavano, aspettavano con pazienza e tendevano agguati fulminei da più lati alle loro prede. Senza la caccia di gruppo gli attacchi sarebbero stati tutti un fallimento: troppo rapide le gazzelle, troppo lenti gli arti di quei novelli bipedi. Anche quando riuscivano a nascondersi in luoghi adatti, tra due rocce o sporgenze nel terreno con un passaggio obbligato nel quale poter colpire con rudimentali sassi levigati, la maggior parte dei tentativi si risolvevano con la fuga di quelle che dovevano essere le vittime. Con guizzi, balzi laterali e accelerazioni le gazzelle si toglievano d’impaccio per fermarsi qualche centinaio di metri più avanti trafelate ma in salvo.

Il gruppo della tribù di Cielo le inseguiva ma non era in grado di protrarre a lungo la corsa. Insomma era difficile andare a caccia anche se in gruppo. Quando il periodo delle piogge era più intenso del solito le difficoltà aumentavano e non di poco. Gli erbivori della savana erano ancora più difficili da scovare e gli inseguimenti più difficoltosi. Non era insolito che i cuccioli più fragili non ce la facessero quando il cibo scarseggiava. Il mese precedente ne erano morti tre: due erano i figli di Lago e Irta e l’altro era il figlio di Corteccia, uno dei maschi più forti del villaggio e per questo divenuto presto un leader, anche se ancora la definizione migliore era capobranco. Questo accade quando si è sul confine di ciò che appare un passaggio essenziale.

Ma torniamo a Cielo. Quando nacque tutti notarono che aveva meno pelo degli altri cuccioli i quali erano ricoperti da un spesso strato di pelliccia che li proteggeva dalla pioggia, dagli insetti, da urti accidentali, nonché dal vento, dal freddo e dall’eccessivo caldo. Si creava tra le pelle e l’esterno uno strato che frastagliava l’aria rendendola di una temperatura più vicina a quella corporea. I membri della tribù a prima vista avevano il corpo quasi completamente ricoperto da peli spessi. Ma un occhio attento avrebbe notato lievissime differenze nella distribuzione della pelliccia. Chi ne aveva di più sulle spalle e meno sul ventre, chi ne aveva di più sulle braccia e sulle gambe e meno sul busto, era così per tutti. Cielo era diverso e si notava a prima vista che, nonostante il difetto non fosse evidentissimo, i suoi bulbi piliferi erano diradati tra di loro un po’ di più delle differenze che c’erano fra gli altri membri del gruppo. Poco, ma di quanto era sufficiente a rendere quella dissomiglianza rilevabile a una prima occhiata.

“Non vivrà a lungo!” Fu la sentenza di Corteccia appena lo vide tra le braccia della madre, che pianse. Anche Foglia era convinta di quella verità anche se nel suo intimo continuò a sperare che accadesse qualcosa di diverso. Il primo anno fu un anno durissimo per Cielo, con sua madre che non si staccava da lui per riscaldarlo nelle notti più fredde. Superò una febbre dopo un temporale che lo bagnò completamente a differenza degli atri cuccioli. Furono dieci giorni di agonia in cui Foglia si oppose alla volontà della tribù di abbandonarlo per far fronte a un trasferimento a causa della scarsità di cibo. La madre trasportò il figlio per miglia imponendosi di non sentire la stanchezza, finché riuscì ad arrivare nel luogo che il gruppo voleva raggiungere. Lì, vicino a un laghetto che garantiva acqua e cibo, una settimana di sole e caldo agevolò la guarigione di Cielo che si riprese completamente.

“E’ stata una fortuna.” Continua a leggere

La magia della realtà

E’ disponibile su Ipad, ma anche in formato classico (Richard Dawkins). Un libro per ragazzi che racconta come l’uomo ha cercato di spiegare il mondo e la vita e come sia arrivato alle scoperte che ha fatto, chiudendo la porta alla mitologia per capire la realtà che lo circonda. Per chi non ama i formati proprietari qui trovate la versione cartacea. Ahimè  da Amazon.

Il pippone di WuMing 1 scritto con il Mac e letto con Kindle è imperdibile

Philip Roth, intervista del 2010. Usa chiaramente un Macbook Air

Non le ho contate me credo che riesca a superare le 3.000 parole a occhio. Il tutto per denunciare le multinazionali e il sistema tayloristico con ammantata finale teorica di Karl Marx. Si passa in rassegna Amazon e Apple  con valide critiche. Peccato che con mal celata noncuranza finisca per ammettere di possedere un Mac, un Kindle, un Ipod, uno smartphone con Android (Google). La giustificazione addotta, bofonchiata tra le righe è che

“Chi fa il mio lavoro deve conoscere le modalità di fruizione della cultura e di utilizzo della rete.”

A questo punto non mi stupirei avesse in garage una Ford Modello T. Chi fa il suo lavoro deve conoscere le modalità di fruizione e piacere indotte dal sistema capitalistico. Il parlamento dell’ ex URSS era pieno di tipini così, come il santone che predica la povertà e viaggia in Rolls Royce perché vuole conoscere la radice del vizio per proteggere i suoi seguaci. La valanga di frasi termina come è ovvio con una speranza e, pare, l’accettazione di non avere soluzioni nemmeno parziali.

“Un’alleanza mondiale tra “attivisti digitali”, lavoratori cognitivi e operai dell’industria elettronica sarebbe, per i padroni della rete, la cosa più spaventosa. Le forme di quest’alleanza, ovviamente, sono tutte da scoprire.”

Tutto da scoprire, e non mi stupisce considerato che poco sopra quando aveva parlato dei suoi possedimenti esclusivamente a scopo di conoscenza intellettuale aveva forse involontariamente ammesso che non aveva nessuna intenzione di rimuovere lo sfruttamento.

“Ma cerco di non essere feticista, di non rimuovere lo sfruttamento che sta a monte di questi prodotti.”

Nel senso ne parlo ma mi fermo qui? La critica spesso serve solo a pulirsi la coscienza, poi si gira l’angolo si acquista un fiammante Macbook. Confesso che mi è venuta voglia anche a me ora che so che scrittori di chiara fama lo usano. Che dipenda da questo il loro successo?  Ma non è così che si risolvono i problemi. Le soluzioni non sono mai discrete: bianco o nero ma graduali e sarebbe stato gradevole sapere che certe critiche erano scritte con Libre Office. D’altronde Philip Roth come si evince dal filmato scrive sotto Ms Dos con un pc che credo sia un 486. Certo non è molto ma è già qualcosa  e se Wu Ming 1 desse una mano saremmo già in tre, perché questo pezzo è scritto con sistema operativo Ubuntu e Libre Office. Magari qualcuno deciderebbe di unirsi al gruppo e un po’ di capitale sarebbe rosicchiato al sistema tanto criticato. Magari non saremmo propriamente fuori ma almeno sul confine. Certo Roth è più fuori di me, chi usa software libero è più fuori di WuMing uno, ma ci vuole sempre chi fa la morale dall’interno, anche se probabilmente non sa entrare nella directory C:\ROTH\FATHERS (se ho letto bene).

“Certamente, costruire dal basso social media diversi, funzionanti con software libero e non basati sul commercio di dati sensibili e relazioni, è cosa buona e giusta. Ma lo è anche mantenere una presenza critica e informativa nei luoghi dove vive e comunica la maggioranza delle persone, magari sperimentando modi conflittuali di usare i network esistenti.”

Non ho capito bene cosa voglia dire ma spero di essere stato abbastanza conflittuale. E magari se ogni singolo facesse la propria parte con scelte e azioni concrete la maggioranza sarebbe da un’altra parte anche se non tagliata con l’accetta. Non entrerò nel merito della terminologia astratta: “il capitale ruba vite” e frasi del genere. Il capitale non ruba niente: in questo mondo ci sono persone che sfruttano mezzi e uomini per raggiungere un benessere maggiore. Queste persone hanno nomi, cognomi e sono iscritte all’anagrafe. I cambiamenti se mai potranno arrivare, arriveranno dalle scelte dei singoli individui e non da quattro scritti sull’affermazione necessitante storica del marxismo, nemmeno se il nome dell’editore è Einaudi. Perché non c’è nessuna evidenza, né alcuna prova storica che implichi questa affermazione. Il comunismo nella concezione filosofica di Marx è solo una forma di religione che crede nell’affermazione di certi principi etici e filosofici: un paradiso in terra che si dovrà affermare per forza solo per coloro che vedono la realtà annebbiata dai fumi dell’oppio.

Avevo provato a dirlo a David Foster Wallace, ma era impegnato a suicidarsi

Del resto l’editoria italiana dorme sonni tranquilli ormai dai tempi del Manzoni, ammesso che i Promessi Sposi abbia venduto qualche copia prima di diventare argomento di studio nelle scuole. Comunque avevo provato a dirlo. A Wallace. Lascia stare la metafisica, ormai da tempo c’è la fisica. Non scappare verso soluzioni astratte. Chiamare in causa la religione poi mi sembrava eccessivo. Non cadrai nel solito errore di vedere l’intervento divino nei successi umani e quindi anche nelle disgrazie, magari imperscrutabile. Pazienza David, ci vuole pazienza, un po’ di dedizione, un pizzico di fantasia e la soluzioni è lì, vicina che ci aspetta. Più semplice di quello che si potrebbe immaginare. Federer non è dispensato da niente. Tanto meno dalle leggi della fisica, perchè non ce le vedo queste leggi a dispensare qualcuno. Non hanno intenzioni, nè personalizzazione.

Avevo provato a spiegargli che Federer è un’esperienza scientifica  e che la provvidenza non c’entra niente ma ormai era troppo impegnato, direi rapito, da turbini di idee offuscate. Peccato.

Le vie della razionalità

Sembrano essere incongruenti con certi presupposti. I tentativi di conciliazione trovano sentieri angusti, forzature faticose.

In ordine di apparenza:

  1. Professor George Coyne, Astronomer, Vatican Observatory
  2. Robin Collins, Professor of Philosophy
  3. Dr Benjamin Carson, Paediatric Neurosurgeon
  4. John Lennox, Oxford Professor of Mathematics
  5. Francis Collins, National Human Genome Research Institute Director
  6. John Polkinghorne, Cambridge Professor of Mathematical Physics
  7. JP Moreland, Professor of Philosophy, Biola University
  8. William Dembski, Research Professor of Philosophy
  9. Dr Rowan Williams, Archbishop of Canterbury
  10. Dinesh D’Souza, Hoover Research Fellow, Stanford
  11. Dr Ravi Zacharias, Renowned Christian Apologist
  12. Brian Leftow, Oxford Professor of the Philosophy of the Christian Religion
  13. Dr William Lane Craig, Renowned Apologist and Philosopher
  14. Nicholas Saunders, Science and Religion Scholar, Cambridge
  15. NT Wright, Leading New Testament Scholar
  16. Alvin Plantinga, Notre Dame Professor of Philosophy
  17. Alistair McGrath, Oxford Professor of Historical Theology
  18. Freeman Dyson, Physicist, Institute for Advanced Study, Princeton
  19. RJ Berry, Professor of Genetics, UCL
  20. Denys Turner, Yale Professor of Historical Theology

Via RDF

Sam Harris consiglia di non scriverlo, andate al mare

spiaggeSe avete un saggio nel “cassetto” non scrivetelo, questa è la conclusione di Harris, il quale consiglia di stilare un proposta editoriale e mandarla agli editori o meglio agli agenti letterari. Il tutto negli Stati Uniti, ovviamente. In Italia credo sia meglio andare direttamente al mare. Gli editori non rispondono e gli agenti letterari non esistono nella forma in cui ci sono in America, ovvero nella misura in cui si assumo il rischio di puntare su un’opera e ritagliarsi una percentuale. Nella penisola vigono altri sistemi: tipo 300 euro a lettura del testo (non la proposta ma il libro intero).

Ora considerato che avevo una piccola idea per un saggio e alcune case editrici non mi hanno ancora risposto nemmeno due righe (alla proposta ben inteso) per dirmi che magari sono un po’ picchiatello, mi sa che seguo il consiglio di Sam Harris, ma all’italiana, e vado direttamente in spiaggia, tanto era un saggio da poco. E chissà, magari cambio idea…