Archive for the ‘economia’ Category
Non conviene molto costruire isole a forma di palma

L'isola a forma di Palma a Dubai, l'erosione costringe a continui lavori ogni anno
Il Dubai, lo Stato che si affaccia sul Golfo Persico, sembra essere entrato in crisi finanziaria e di tale crisi ne hanno risentito anche le borse europee, e anche quella di Milano. Non sono infatti poche le società creditrici della holding dello Stato del Golfo Persico. È stata richiesta una moratoria di sei mesi per il pagamento dei debiti: sembra sempre più evidente che costruire isole a forma di palma e arcipelaghi a forma di mondo non sia proprio un’attività tra le più convenienti. È infatti probabile che dopo la prima curiosità dei turisti il luogo perda di interesse, senza contare l’erosione delle correnti che costringe a spendere ogni anno una discreta quantità di denaro per restaurare le foglie della palma e le isolette che dall’alto assumono la forma del globo terrestre. Non proprio scavare buche per essere ricoperte, a questo ci pensano le correnti, ma continuare sempre a scavare buche.
In questo contesto la Banca di Scozia ha perso circa il 7,61%, Loyds è calata in borsa del 4,17%, Credit Suisse del 4,32%. Se si continua di questo passo c’è il rischio che manchino i soldi anche per pagare la corrente per le luci all’ormai famoso campo da tennis costruito sopraelevato, dove giocarono un Agassi e un Federer stupiti dall’altezza ma grati per l’ingaggio. Tanto i soldi da buttare non mancano, o meglio non mancavano, e gettati dall’alto della fenomenologia tennistica davano tutta un’altra impressione. Si potrebbe pensare che sia facile retorica, ma la realtà è che durante il tempo di ogni palleggio in qualche parte del mondo dove non è concesso lasciarsi andare ai vezzi qualcuno moriva di fame. È quindi anche inutile costruire campi da tennis completamente campati in aria.

Un campo da tennis campato in aria
Le più conosciute non sono pervenute
Nella classifica delle dieci migliori e peggiori carte di credito le più conosciute Visa e Mastercard non risultano in nessuno dei due ranking. Regna l’anonimato più completo in questo caso. La migliore è risultata la John Lewis Waitrose e la peggiore la Mint.
Money Central – Times Online – WBLG: The 10 worst credit cards, and the 10 best – as voted by customers
The John Lewis /Waitrose credit card came out on top with a score of 88 per cent, compared to the average score of 68 per cent. Mint was the worst provider, scoring just 46 per cent.
Aboliremo l’irap! Sì, certo, come il bollo auto o l’introduzione del bonus bebè
Le spara sempre più grosse il nostro amico dalle aziende “iper perfette” e la metà della legislatura si avvicina inesorabile. Palloni sonda, balle colorate, giochi di prestigio, fumo, effetti speciali, giochi di luce e miraggi in lontananza. Il bollo auto fu infatti abolito virtualmente durante la campagna elettorale di due anni fa se non erro e con lui fu introdotto anche un virtuale bonus bebè. Tutti gli Italiani ricorderanno che hanno smesso di pagare il bollo, che attualmente non lo pagano e di aver ricevuto, coloro che hanno avuto figli, un bonus bebè di circa 1.000 euro. O no?
Berlusconi: «Via il bollo auto a metà legislatura»
Abolizione del bollo su auto, moto e ciclomotori: è questa la "sorpresa" che Silvio Berlusconi annuncia a «Matrix».
E il bonus bebè? Chi ha visto il bonus bebè?
Con la nuova manovra finanziaria torna il bonus bebè. Una misura che dovrebbe costare allo Stato 500 milioni di euro l’anno a partire dal 2009. La sua attuazione potrebbe non figurare nella manovra che il Governo si accinge a varare la prossima settimana, ma essere invece affidata alla Finanziaria 2009- 2011, per entrare in vigore, quindi, a partire dal prossimo anno. Tuttavia, l’ipotesi contempla un provvedimento che parla di un bonus di 1.000 euro per ogni nuovo nato a partire dal 2009.
Si tratta di nuove forme mitologiche o verremo smentiti?
Il bel giorno si vede dal mattino: Morgan Stanley torna a guadagnare
38 centesimi ad azione, rispetto ai 7,38 dollari dei tempi migliori. Qualche milione di dollari rispetto ai bilioni. 498 milioni rispetto ai quasi 8 “billlioni”, per la precisione…
Morgan Stanley Returns to a Profit in Quarter – NYTimes.com
The bank said it earned $498 million or 38 cents a share, compared with $7.7 billion, or $7.38 a share, in the quarter a year ago when results were helped by a one-time gain.
Allora speriamo bene…
Giocatori infortunati, ma mercati immensi. Per qualche racchetta in più
La stagione del tennis sembrerebbe non avere termine e dopo la parentesi asiatica (zona geografica povera di tennisti ma numerosa di persone) il circo del tennis torna a giocare nella vecchia e forse consunta Europa. Ma i giocatori sembrano risentire della lunghezza della stagione che, se fino a qualche anno fa vedeva nell’autunno un periodo di semi riposo, ora svolta l’anno con poche soste. D’altronde il mercato, i grandi spazi da conquistare, pretendono il proprio sacrificio da portare in dote: un spalla, un ginocchio, un polso, uno una schiena. Più modesti delle desuete divinità i nuovi Dei si accontentano di meno però: non l’intera persona ma solo un singoli pezzetto alla volta da portare al sacrificio, e poi l’abbondanza sarà distribuita, anche quella non più sotto forma di pioggia che pone fine alla siccità, ma cascata di rilanci mediatici, passaggi televisivi, parole, carta, foto. Il tutto per un pugno di racchette, ammesso che con un pugno se ne possa afferrare più di una, ma ho in mente qualche persona che potrebbe afferrarne almeno tre insieme. E il gioco non si ferma alle racchette ovviamente: esiste tutto un indotto di proporzioni enormi tra abbigliamento, palline, automobili, orologi, gioielleria varia, diritti televisivi.
Allora che le vestali del tempio entrino e rechino seco almeno un menisco.
Il considerevole numero di ritiri che ha segnato buona parte dei tornei giocati in Oriente nelle scorse settimane, ha rappresentato la punta dell’iceberg di un’”insofferenza” già da tempo più che latente nei pensieri di molti giocatori e addetti ai lavori, critici nei confronti di un calendario che metterebbe a dura prova l’assetto fisico, mentale, e di puro intrattenimento perché no, degli abitanti del circo ATP.
Un urlo si leva nel circuito ATP: “Questo tennis è disumano”. Si tratta dell’appello di Rafael Nadal, n° 2 del mondo, che si scaglia contro la lunga programmazione, rea di sottoporre i tennisti a incredibili tour de force senza lasciar loro molto tempo per riposare. “E’ impossibile iniziare l’1 gennaio e finire il 5 dicembre. Ed è impossibile giocare come ho fatto negli ultimi 5 anni, dando sempre il 100% senza particolari problemi”, ha spiegato il mancino di Manacor. Un pensiero che già qualche anno fa aveva espresso Marat Safin e che attualmente è ampiamente condiviso da altri pezzi grossi del circuito, uno tra tutti il n° 6 del mondo Andy Roddick.
Che svolta!
Prendere una realtà, anzi più realtà sociali ed economiche, come quella statunitense o quella inglese e cercare di importarle nel nostro paese semplicemente promulgando una legge difficilmente produce i risultati attesi. E’ molto più probabile che la natura della legge e le intenzioni del legislatore vengano stravolte da una condizione sociale e culturale che riesce a interpretare in modo completamente opposto la logica alla base di un provvedimento. Così mentre in Inghilterra in certe occasioni sono i lavoratori a potersi permettere di cambiare lavoro per qualche sterlina in più, in Italia il tentativo di raggiungere la stessa flessibilità del mercato del lavoro diviene un’arma in più nelle mani di chi il lavoro lo offre. Viene comunque da pensare che sia sempre meglio tardi che mai.
California a rischio collasso economico. La fila per le cure di chi non ha l’assicurazione a Los Angeles
Lo stato simbolo del bel tempo sembra in crisi molto profonda. Stato indebitato e disoccupazione al 12%. La gestione di Arnold Schwarzenegger sembra essere stata un disastro. Non rimane che attendere la gestione politica delle veline di casa nostra. Scene simili a quelle che sono state osservate dopo l’uragano Katrina. File per le cure mediche e dentali, ma non è passato nessun uragano se esclude quello sempre in moto perpetuo del sadismo umano, di cui anche l’indifferenza ne è una forma.
The scene is reminiscent of the fallout from Hurricane Katrina, as crowds of impoverished citizens stand or lie aimlessly on the hot tarmac of the centre’s car park. It is 10am, and most have already been here for hours. They have come for free healthcare: a travelling medical and dental clinic has set up shop in the Forum (which usually hosts rock concerts) and thousands of the poor, the uninsured and the down-on-their-luck have driven for miles to be here. The Guardian.

Andy Murray prossimo a firmare con Adidas che insieme alla Nike si spartirà i primi quattro del mondo e l’intero globo
C’è poca speranza per le piccole marche, tento meno per le piccole e medie aziende, e nemmeno quelle più grandi sembrano essere messe bene difronte ai colossi. Gli archetipi della multinazionale stringono il cerchio sui primi quattro del mondo e sulla gestione (spartizione) dei mercati dell’ellissoide su cui si colpiscono palline da tennis. Il mondo per essere più chiari.
Era andata male anche a Sergio Tacchini che scoprì e sponsorizzò i primi anni di Pete Sampras, che con la T del logo dell’azienda di abbigliamento italiana conquistò il suo primo titolo major allo Us Open: correva l’anno 1990. La Nike non aspettò molto per prendere sotto la propria ala sponsorizzatrice una delle promesse più promettenti di quegli anni, e le promesse furono mantenute tutte con gli interessi. Alla casa italiana resta il merito di aver intuito le capacità di uno dei più grandi tennisti di sempre, ma si dovette rassegnare a sponsorizzare tenniste di livello inferiore.
Non sembra che la situazione sia cambiata. Ancora oggi un grande del tennis del passato, forse un po’ di più di Tacchini considerato che ha vinto tutti e quattro i major, anche lui fondatore di una casa di abbigliamento (Fred Perry) dovrà rassegnarsi a cedere la punta di diamante su cui puntava. Andy Murray infatti sarebbe prossimo a firmare un contratto con l’Adidas che lo porterebbe ad affiancare il numero quattro del mondo Novak Djokovic. I primi quattro giocatori sarebbero così divisi equamente tra Nike e Adidas: Federer a Nadal alla Nike e Murray e Nole all’Adidas. Ormai le due multinazionali hanno il monopolio dei giocatori e delle giocatrice. Permangono, è vero, una serie di giocatori non allineati ai due blocchi ma le sfere d’influenza si stanno allargando sempre di più e il muro sarà difficile da far crollare.
Now, it is clear, Murray is moving on and into the same line that clothes David Beckham, 19’s global sporting phenomenon, and which secures the firm foothold adidas has in the tennis brand market. With Murray joining the stable that houses Novak Djokovic — the 2008 Australian Open champion and world No 4 — they are able to compete for exposure with Nike, which attires Roger Federer and Rafael Nadal.
La recessione fa aumentare il numero delle infermiere
O infermieri. L’apparente situazione stravagante negli Stati Uniti è dovuta al ridotto numero di richieste di pensionamento. Si resta al lavoro più a lungo per aiutare compagni e familiari in difficoltà che hanno perso il posto di lavoro. Gli esperti sostengono che per il momento la crisi dovuta alla mancanza di infermiere è risolta, ma che se la crisi, quella economica, dovesse migliorare e fosse rispettato il boom delle nascite previsto si potrebbe presentare una situazione persino peggoire. Per il momento è meglio non emigrare negli USA nella speranza di trovare un lavoro da infermiere. Restiamocene qui nel paese dell’eterna crisi dove quelle nuove non si sentono.
Recession Ending Nursing Shortage? « On The Scene « FOXNews.com
Here’s a tiny silver lining in the bad economic news that’s been smacking us in the face almost every day for the past year. The recession apparently has solved a problem in the healthcare industry, at least temporarily. A study out of Vanderbilt University shows that a decade-long nursing shortage has nearly disappeared in the past year.
Arrestato Robin Hood
Nella foresta di Sherwood della crisi italiana i furti per i poveri sono organizzati, commissionati, si cerca la massima ottimizzazione delle scorte di magazzino, e si vende a metà prezzo. Tra l’altro la foresta di Sherwood sembrerebbe a rischio scomparsa.
Via L’Agorà
Ho sentito poco fa al Tg R della Liguria che é stata “sgominata” una pericolosa banda di rumeni che rubavano nei supermercati (soprattutto beni alimentari) che poi smerciavano in Piazza Verdi (zona Stazione Brignole) a metà prezzo.
Chi erano gli acquirenti? Principalmente pensionati genovesi i quali, a volte, commissionavano il furto stesso specificando ai “banditi” cosa rubare in relazione ai loro bisogni.
Il pollaio dietro casa contro la crisi
Uova fresche tutti i gironi e nessuna spesa se non quella dell’investimento iniziale: una rete, qualche palo di divisione, un cancelletto, un tettoia e avrete il vostro allevamento a terra. Se avanza qualche uovo potrete poi anche rivenderlo al supermercato del quartiere. Sembra che l’attività stia spopolando negli Stati Uniti. Se poi avanza un piccolo spazio di terra allora converrebbe coltivare due fagiolini, un paio di piante di pomodori e una piantina di radicchio trevigiano. Saremmo sicuri che a nessuno banchiere verrebbe in mente di rivendere un pollaio con un mutuo sopra, almeno speriamo.
Seeking Self-Reliance, Americans Raise Own Chickens – NYTimes.com
As Americans struggle through a dismal recession, many are trying to safeguard themselves from what they fear will be even worse times ahead. They eat out less often. They take vacations closer to home. They put off buying new cars. And some raise chikens.
Crisi del credito? Tutta una truffa, come sempre
Ma c’è sempre la rivoluzione di Brunetta che di sicuro ci salverà con le sue gerontologiche evoluzioni. Vero mondadoriani? L’importante è sapere chi rimarrà con il cerino acceso in mano e la bomba innescata. Ognuno cerca di fregare il proprio prossimo con il risultato di un truffa generale. Cliccare sull’immagine.
Via Beppe Grillo
Per un pugno di Broccoli
E’ scattata la guerra del broccolo. Protezionismo? Da evitare. Il broccolo vince sul cavolfiore inglese perché è più saporito, parola del ministro Luca Zaia che invita gli inglesi ad assaggiare il broccolo italiano: più buono del cavolfiore inglese, e dietetico. La produzione del cavolfiore in Inghilterra è diminuita del 35% negli ultimi dieci anni. Che ci vogliamo fare se è più buono il broccolo? Insomma, un pugno di broccoli salverà l’economia e qualche broccolo in più farà ripartire la finanza. Siamo a cavallo, altro che industria dell’automobile, Hi Tech, telefonia. Broccoli e patate. Sì, aggiungerei anche le patate che per molti secoli sono stati un cibo di sopravvivenza. Specialmente durante la Peg (piccola era glacile).
Italians get collywobbles over broccoli – Times Online
“Eat your whites!” thundered The Times, noting that a “bristly upstart” from Italy was threatening to replace the more traditional cauliflower on dinner plates across the country.
Economia Killer. Aumenta il numero di suicidi.
Aumenta il numero dei suicidi nel periodo di crisi economica mondiale che si sta, sembra, approfondendo. I miliardari stessi sembra che non siano immuni dalle crisi emotive provate da collassi economici dei loro imperi, come nel caso di Adolf Mekcler, che non rappresenta un caso isolato. In Italia il mercato dell’Auto è crollato del 46% e la produzione industriale del 12%. Chissà se seguirà anche un’ondata di suicidi? Potrebbe essere considerato un lato positivo per privatizzare le perdite, finalmente. “Dateve ‘na chiodata. Che campate a fa?” Erano le frasi sarcastiche di un professore quando si trovava difronte a pessime traduzioni delle perifrastiche. Ecco già che siamo sul punto di…
Crisi finanziaria. L’economia ha bisogno di ripensarsi in senso umanistico?
Un articolo di Antonello Pasini mi spinge a riflettere sulla crisi economica che dal mondo della finanzia si ripercuoterà sull’econimia reale anche se la distanza dei due mondi probabilmente farà sì che gli effetti siano minori ma non trascurabili e per nulla lievi, perché le aziende chiedono prestiti alle banche e le banche sono in contatto con il mondo della finanza. Sembra che si ripresenti sotto un’altra forma il vecchio circolo vizioso che fece galoppare la crisi del ‘29 verso l’Europa. In quel periodo infatti la Repubblica di Weimar per pagare le riparazioni di guerra faceva affidamento sui prestiti degli statunitensi per risollevare la propria economia (grazie a interconnessioni bancarie e di investimenti economici), allo stesso modo il pagamento dei debiti di Francia e Inghilterra era collegato al pagamento delle riparazioni, così che quando queste vennero meno la macchina si fermò improvvismante. Diffondere il rischio su più attori economici e finanziari poteva sembrare un processo di stabilizzazione dei mercati, ma in realtà si è dimostrato controproducente una volta che il sistema è diventato instable, perchè nello stesso modo con cui in precedenza diffondeva sicurezza e fiducia ha diffuso con maggiore rapidità insicurezza a tutti gli attori che facevano parte del sisitema. Una struttura complessa (quello delle riparazioni di guerra era solo una analogia semplificata) può rapidamente diffondere benessere, soluzioni a deteminati problemi e altrettanto velocemente espandere una crisi quando si blocca un meccanismo. C’è da indagare quali sono i nodi cruciali in grado d’intralciare un sistema fino, a volte, a portarlo al collasso. Leggi il seguito di questo post »
Viaggio in un’Italia diversa di Bruno Vespa. Facciamoci sparare nel culo a sale e diciamo di essere stati in guerra
Puntuale come i film di Vanzina ogni anno d’ottobre arriva in libreria, invece che al cinematografo, il tomo enciclopedico del grande giornalista e opinionista italiano. Quello che in Rai fa tutto lui. Tre quattro trasmissioni a settimana, poi non contento scrive su Panorama, sulla Nazione e su Grazia, dove tiene aggiornato il suo blog. Ma non era quello che non capiva internet sostenendo che nella rete “c’è ben altro”: certo che c’è ben altro c’è anche lui, un po’ come avviene nel mondo reale. Insomma l’Italia non può fare a meno delle perle culturali della nuova Fallaci al maschile, del nuovo vate moderno che è il simbolo unificante di tutti i media, internet compresa. Il sapere con lui è personificato, incarnato nella sua figura. Sotto l’albero di natale il suo hard cover che ci spiega come è cambiata l’Italia non può mancare. Come facciamo a prepararci al nuovo anno senza meditare su quanto è diversa l’Italia? Diversa da cosa o da quale altra Italia non risulta poi molto chiaro, e forse non è dato saperlo. Diversa poi con quale significato? In meglio o in peggio? Non si sa con precisione e, in fondo, non ha molta importanza. Leggi il seguito di questo post »
L’effetto coda di pavone del crollo delle borse mondiali
Si vende, non c’è altra soluzione, e si vende perché si crede profondamente che la crisi durerà, e che non si risolverà in breve tempo, perciò si cerca di evitare ulteriori perdite alienando il prima possibile ciò che possediamo. Più si vende, più i titoli perdono di valore, le borse crollano e con loro si radica la sfiducia verso un recupero. Si continua a vendere per salvare il possibile. S’innesca un escalation in “feed back positivo” più si pensa che la situazione tenderà a peggiorare, più il valore attribuito diminuisce, e più si pensa che la situazione peggiorerà. Quante più femmine del pavone apprezzeranno maschi dalla sempre più lunga coda, più nasceranno maschi dalla coda lunga e colorata che attrarranno sempre più femmine. Queste coppie daranno vita e femmine che apprezzeranno code sempre più lunghe e colorate e maschi con code sempre più ingombranti e variegate. L’economia sembra vivere sempre di feed back a escalation sia che si tratti di bolle economiche o di crisi disastrose. Serve un vecchio feed back negativo: quello degli scaldabagni per intendersi. Queste code di pavone stanno diventando troppo lunghe. I predatori sono in agguato e non è facile portarsi a spasso tutto questo ben di Dio. Distribuire piume ai cittadini sotto forma di debito sembra essere diventato l’obietivo di tutti, ma non erano dei cittadini queste colorate e belle piume che ora sono divenute un pesante fardello.
In vino veritas sed semel in annum licet insanire
Nella discussione sul post della crisi finanziaria, con Tilden, ci chiedevamo come si poteva arrivare a 700 miliardi di dollari: sul blog di Beppe Grillo ho trovato una soluzione un po’ alticcia, ma sembra coerente con se stessa, anche se folle più di una volta all’anno. Ci sono andati di repetita, evidentemente. Rimane fregato chi resta con il cerino acceso in mano, e non solo.
Potete attivare anche i sottotitoli in Italiano, a destra della schermata di Youtube.
La scandalo dei mutui e le crisi finanziarie, quando i capitalisti diventano comunisti
“Un kolchoz, ma credo vada bene anche un solvchoz“. Che sia stata questa la frase con cui G. W. Bush ha presentato il suo piano di salvataggio da 700 miliardi di dollari al congresso? Se è stata esattamente questa, o se qualcuno dei deputati ha percepito l’allusione di alcune frasi meno esplicite, forse la bocciatura del piano sembrerà meno incomprensibile. Tutto è partito da alcune banche che hanno rilasciato mutui allegramente e altrettanto allegramente li hanno rivenduti ad altre banche, finanziare, operatori di borsa. Hanno rivenduto il credito che avevano con i cittadini e per dare credito al loro credito non hanno esitato neppure, in alcuni casi, a falsificare documenti (video rainews24). Altrimenti molti mutui non sarebbero stati venduti. Ora è difficile sapere con certezza da chi sono stati acquistati questi mutui, ma l’effetto domino dei collassi finanziari è in corso, e ha già trascinato con sé banche statunitensi ed europee. La reazione alla crisi è stata unanime: statalizzare. L’Inghilterra praticamente statalizza la banca Bradford & Bingley. Leggi il seguito di questo post »
Crack finanziario, ma quando farà landfall l’uragano?
Erano già alcuni anni che c’erano difficoltà economiche a livello internazionale, ma ora sembrano cadere come birilli: prima la Northen Rock, poi Lehman Brothers, crollata anche Washington Mutual e il governo nazionalizza Fannie & Freddie. Cose inaudite per l’economia liberista statunitense. E in questo fine settimana è stata la volta delle banche Europee, di nuovi salvataggi statali di un’economia capitalista. Chi sia arrivato il momento della ricerca dell’equilibrio, invece che della crescita a tutti i costi? Forse il peggior male dell’economia di mercato è nel desiderio infinito di crescita, i superazione di ogni limite all’inifinito, sempre oltre. La bramosia di superare sempre, di andare sempre al di là di una crescita che forse ha dei limiti fisici che non dipendono dalla volontà umana. Insomma quante macchine, tv, impianti hi fi, cellulari, computer, un uomo può razionalmente possedere per utilizzare? Quanto potrà mai crescere un’ azienda, oltre il ritmo di crescita della popolazione e della pratica utilizzabilità di un oggetto?
Crisi dei mutui, maxi-salvataggio per Fannie & Freddie – Corriere della Sera
Bancarotta Lehman, Borse a picco Solo l’Europa “brucia” 125 miliardi – LASTAMPA.it
Crisi Usa, stallo sul piano Bush Il presidente: “Va approvato subito” – economia – Repubblica.it
Borse a precipizio In Europa altri salvataggi – economia – Repubblica.it
La complessità, il precariato e la flessibilità. Le cause di un malinteso tutto Italiano.
In questo paese spesso siamo soliti importare gli effetti sperando che essi agiscano sulle cause che non ci sono, e forse non ci sono addirittura mai state. La speranza risulta essere essere vana e provoca ripercussioni inattese, nella maggior parte dei casi controproducenti, in questo caso sia dal punto di vista sociale che economico. In questi giorni si è parlato e scritto molto dell’emendamento che sarebbe contro i lavoratori precari ed in effetti lo è, perché conferisce un potere maggiore ai datori di lavoro mettendoli in grado di condizionare la vita dei lavoratori e rendendoli di fatto soggetti privi di libera scelta. L’emendamento si inserisce inoltre in un contesto normativo che, quando fu varato, s’introdusse in una realtà sociale e culturale avulsa da ciò che il legislatore aveva intenzione di regolamentare. Addirittura si sperò che fossero le stesse norme a modificare la realtà socioeconomica e culturale. Rovesciando in questo modo lo stesso concetto della legge che, nella sua funzione più profonda, è quello di regolamentare e non di creare nuove realtà. E’ questo, a mio giudizio, il grande iato che ancora oggi si sta allargando e che non sarà facile colmare. La legge a cui mi riferisco è l’ormai famosa legge 30, ma non entrerò nella questione se l’originario progetto del dott. Biagi differisse da quello successivamente approvato dal Parlamento, perché la vera problematica è politica e non tecnico giuridica. Non si tratta di stabilire il valore assoluto della qualità della legge, che Biagi sicuramente elaborò con cura e attenzione, prendendo spunto da realtà socio economiche e giuridiche non Italiane. Leggi il seguito di questo post »
Alitalia, la guerra degli esuberi
A questo punto parrebbe che la cordata ci sia, ma il piano, ancora tutto da organizzare nei dettagli,
prevederebbe un numero di esuberi tra i 4.000 e i 5.000. Air France e il suo amministratore delegato Spinetta con un numero di tagli al personale intorno alle 2.100 unità, in ultima offerta, risulterebbero dei moderati esclusi solo per spirito nazionalistico. Più passa il tempo e più sembra che aumenti il numero dei tagli da fare al personale. Che abbiano assunto qualcuno in questi mesi?
Ari Italia e Alitalia. L’ultimo spenga la luce.

Il caso Alitalia non è e non può rimanere fine a se stesso, perchè è un tipico caso Italiano, un caso Ari Italia, che si aggiunge a quello della Parmalat della Cirio, della gestione sempre sull’orlo del baratro della Fiat (almeno fino a qualche anno fa) e anche alla gestione sempre in perdita di Comuni, Province, Enti pubblici a partecipazione privata e, non ultimo, lo stesso apparato centrale dello stato, che annaspa tra scartoffie, inefficienze e visioni arcaiche del funzionamento dell’amministrazione. Non è necessario nemmeno cercare motivazioni troppo articolate per capire le ragioni del disfacimento lento e graduale del paese, che si manifesta nello sgretolarsi periodico e inesorabile di ogni suo asse economico. Infatti le cause principali sono fondamentalmente quattro: clientelismo, nepotismo, lottizzazione di cariche e responsabilità, e microcefalia. I quattro cavalieri della disgregazione non sono rimasti confinati nell’ambito della politica, ma hanno sconfinato nella vita economica e sociale. Un’invasione che è il segno del fallimento di due generazioni politiche che sono colpevoli, senza la necessità di avvisi di garanzia o intercettazioni, di incapacità gestionale, assenza di lungimiranza, e istigazione a comportamento simile. Leggi il seguito di questo post »
“Nun moro io”. Gli Enrico Toti dell’ Alitalia
La trattative sull’Alitalia si stanno svolgendo con toni sempre più accesi e prese di posizione sempre più radicali. I piloti sono contrari al piano Spinetta che prevede numerosi esuberi tra di loro e specialmente nel comparto cargo, la cui flotta è composta da cinque aerei e ben 134 piloti. Ovvero 27 piloti per aereo. Intervistato da Paolo Stefanato de Il Giornale il comandante Fabio Berti, che è il presidente dell’Anpac (Associazione Nazionale Piloti Aviazione Commerciale) ammette che “il cargo ha un network complicato e meno razionale, con equipaggi in sosta quà e la per il mondo”. Poi aggiunge che “la normativa Alitalia è meno restrittiva di quella di Air France” ovvero permette una maggiore produttività: “possiamo andare più lontano in due soltanto”.
ilGiornale.it del 27-03-2008 – Articolo – I piloti: situazione gravissima No alle condizioni di Spinetta
Bene, mi sono detto: abbiamo una compagnia più produttiva di Air France ma che ha 27 piloti per aereo. Al tempo stesso è meno razionale, più produttiva e simultaneamente è sull’orlo del fallimento. Bravi gli Italiani: sono capaci di tutto e il contrario di tutto allo stesso tempo, e nell’alveo del sofismo, le speculazioni logiche raggiungono l’immensità di un panismo che tutto comprende fuori da ogni contraddizione. Tutti i gatti hanno dei peli. Spinetta ha dei peli, quindi Spinetta è un gatto, ed è quindi probabile che non sappia far di conto. A questo punto anche una mente logorata dall’età come la mia si è resa conto, tardivamente, che niente in questa situazione a a che fare con la razionalità, ma sono in gioco valori ben più alti e nobili in difesa dei quali tutto è ammesso. Patriottismo, amore incondizionato per la patria, nobiltà d’animo, fedeltà alla bandiera, mica noccioline. Parole legate a concetti che spesso sono ignorati finché non si prestano alla causa di vantaggi settoriali o parziali. Mi auguro che non si offenda la Medaglia d’Oro al Valor Militare Enrico Toti, che scagliò in un ultimo gesto disperato ma colmo di significato la sua stampella contro il nemico, se mi sembra di vedere i nostri piloti scagliare le loro cloche in direzione dell’assalto Franco-Olandese (Air France-KLM), guidato dal generale Spinetta, al grido di “noi non moriamo, lo stato ci deve garantire come ha sempre fatto fino ad oggi”. Tale forza di carattere non è da sottovalutare, perchè se una singola farfalla può provocare un uragano con le sue ali, figuriamoci cosa potrebbe essere in grado di fare uno stormo di aerei.
Lo stratagemma: la sua natura e la sua bellezza, dagli Inganni di Ulisse al Tennis.
Cosa è uno stratagemma? Il dizionario De Mauro lo classifica come un’ astuzia, un espediente ben congegnato per raggiungere un determinato fine. Sempre lo stesso dizionario dice che in guerra uno stratagemma è da considerare una
mossa astuta per trarre in inganno il nemico. Il cavallo di Troia fu lo stratagemma di Ulisse per riuscire a conquistare la città che altrimenti le sue truppe insieme a quelle di Agamennone, Menelao e Achille non sarebbero riuscite a far cadere. Far credere una cosa invece di un’altra, un inganno sottile e ben architettato, a volte uno stratagemma è anche questo: non a caso Dante Alighieri si sentì in dovere di sistemare Ulisse all’inferno nel girone dei fraudolenti. La vita di Ulisse è, infatti, costellata da inganni e da una acuta intelligenza con la quale li metteva in atto: finse di chiamarsi Nessuno difronte a Polifemo, per salvarsi la vita d’accordo, ma Dante non è mai stato un tipo tenero; infine, ritornato a Itaca, quando incontra un pastorello sulla spiaggia non gli racconta la verità ma dice di essere un cretese in fuga, ignorando che dietro le vesti di quel pastorello si celava la sua protettrice, la Dea Atena, Leggi il seguito di questo post »
Un paese a civiltà limitata
Saggi Tascabili Laterza
Un’ intervista su etica, politica ed economia.
Paolo Sylos Labini, economista italiano scomparso nel 2005, disegna i contorni di un’ Italia che negli ultimi anni, non solo ha perso molte occasioni per il proprio sviluppo economico, ma è in ritardo anche dal punto di vista culturale, etico e civile. Le cause sono da ricercare non solo nella politica bensì in un intreccio tra cultura, vita civile e politica che ha permesso che prevalesse con gli anni la retorica, l’assenza di concretezza e di chiarezza. Forse non è vero che gli intellettuali di oggi si sentono appartenenti a una elite e dialogano con schemi e linguaggi che sono delle barriere alla comprensione per chi non appartiene alla loro cerchia? Ma poi tra loro si capiscono? I politici parlano il loro politichese che è lontano anni luce da una comunicazione semplice chiara e compresibile. Certi linguaggi, e il linguaggio è un’interfaccia che ci permette di comprendere, mi appaiono la difesa di un privilegio, servono per nascondere, per camuffare, distrarre. Windows è l’interfaccia che abbiamo con il nostro pc. Se passiamo a Ubuntu troviamo all’inizio delle difficoltà per capirne il funzionamento e a orientarci, ma sono comunque simili. Se ci fosse ancora l’interfaccia in MSDOS molti di noi (me compreso) non sarebbero in grado di capire il funzionamento del PC, e quell’insieme di fili e microcip rimarrebbe un mondo per pochi. Se poi l’interfaccia è fatta di un linguaggio che si nutre di concetti vaghi, generalisti, allora all’esclusività si aggiunge l’inconcludenza. Riporto alcuni passi del libro: Leggi il seguito di questo post »
Ma quale Europa unita?!La verità è un’altra: l’inganno europeo.
Resteremo sempre un’ Europa a metà finchè ci sarà soltanto l’unione monetaria. Non è un problema di federalismo è un semplice problema economico: non esiste un paese unito che non abbia un coordinamento fiscale unitario. Questo non accade in questa europa (si fa per dire unita) dove solo la politica monetaria è decisa a livello sovrastatale. L’Europa è un’Europa zoppa che cammina solo con l’unica gamba dell’unione monetaria. Si decide a livello centrale i tassi di interesse, il costo del denaro, ma non vengono prese decisioni a livello fiscale e quindi, di conseguenza, non c’è redistribuzione della ricchezza a livello europeo. Ognuno resta a casa sua con i suoi problemi: il debito pubblico (chi ce l’ha), la disoccupazione, le pensioni. L’unione fiscale, anzi la presenza di un coordinamento fiscale a livello Europeo, prevista nel piano Werner (1971) fu rifiutata perchè nessuno in questa europa claudicante, ma sopratutto i paesi più ricchi, (Germania, Francia ) volle che le tasse dei propri cittadini andassero a pagare i sussidi e le pensioni in altri stati Europei. Ve la immaginate la Germania che contribuisce alla cassa integrazione Italiana o al risanamento del sistema sanitario Romeno? Il problema è attuale anche oggi e non rimane confinato in una pagina di storia dell’ Unione, anzi è l’unico grande ostacolo a una vera unione degli stati europei; molto più grande del problema sopravvalutato di un esercito comune. Negli stati uniti, se questo può dare un’idea dell’importanza della questione, non pagare le tasse è considerato un reato federale. Si possono prevedere forme di decentramento, ma uno stato unito è composto da un’unione monetaria e da un’unione fiscale, altrimenti abbiamo tanti piccoli stati separati, o stati zoppi, con tutte le onseguenze che ne derivano. Una di queste conseguenze è che se gli Stati Uniti svalutano il dollaro mettono in crisi gli stati più deboli che troveranno difficoltà a esportare, e una crisi economica, anche se contingente, di uno stato non potra essere aiutata facendo ricorso alle risorse di uno stato più ricco. Svalutare il dollaro è forse un tentativo di mettere in crisi l’UE? Così come fu messa in crisi ai tempi della guerra del Kippur (sempre piano Werner) quando il costo del greggio salì alle stelle e ogni paese europeo iniziò a pensare a se stesso acquistando il petrolio dal proprio emiro preferito, e abbandonando ogni idea di unione monetaria e fiscale?
Questo è anche uno dei motivi per cui l’Italia ha risentito e sta risentendo ancora dell’unione monetaria, perchè come realtà economica non era così omogenea rispetto ad altre zone (stati) del nord europa.
Che sia in atto il tentativo di fare lo sgambetto all’unica gamba su cui si regge l’UE?

























