Archive for the ‘Il tennis e la teoria del caos’ Category
Dio non gioca a dadi con l’universo, ma a tennis tingendosi i capelli di rosso

Dio gioca con dadi truccati
Tutto ciò che è imperscrutabile o appare tale può essere in realtà compreso, si tratta di scoprire come sono truccati i dadi. Qualora non fossero toccati è opportuno capire dove vengano lanciati, almeno per riuscire a leggere i numeri usciti. La frase di Einstein ci dice che dietro ciò che appare casuale esiste una regola o più regole che determinano il funzionamento di ciò che osserviamo, il riferimento a Dio non è da considerare alla lettera.
Nonostante il lancio dei dadi possa sembrare completamente nelle mani del caso la realtà è un’altra, ovvero i dadi sono sottoposti delle leggi precise: la forza di gravità prima di tutte, l’attrito, le leggi della fisica in generale, tutto in teoria può essere calcolato. Soltanto la pratica rende più difficile prendere in considerazione tutti gli aspetti del lancio di un paio di dadi, se si cerca di prevedere i numeri che usciranno. Una lieve imperfezione della superficie su cui rotolano può favorire l’uscita di una faccia invece che di un’altra, ma se fossimo a conoscenza di tutti i fattori la teoria coinciderebbe con la pratica e la realtà.
Se poi i dadi fossero truccati la situazione che si verificherebbe sarebbe quella in cui una circostanza (in questo caso il trucco) avrebbe una forza tale da rendere ininfluenti tutti o molti degli altri fattori che in condizioni normali agirebbero come se fossero un vincolo o un spinta durante il percorso della coppia di dadi. Un trucco favorisce l’uscita di una faccia esercitando una forte pressione in un senso che è quello desiderato. A tale scopo si può in fase di costruzione del dado appesantirne un lato in modo che tale faccia tenda a rimanere orientata verso il tavolo.
Ciò che consideriamo caso è molto spesso collegato strettamente alla nostra incapacità di comprensione che può essere dovuta a una mancanza di dati completi o a ipotesi non del tutto corrette. Avere alcuni fenomeni soggetti a più cause non significa necessariamente non essere in grado di capire il comportamento del fenomeno, ma semplicemente cercare di cogliere il modo con cui le cause interagiscono tra di loro: se ce n’è una che è più influente delle altre per esempio, o se hanno tutte la stessa forza. Naturalmente quando un fenomeno è soggetto a molte cause diverse la difficoltà di indagare la loro interdipendenza e importanza relativa diviene più elevata. Ma il fenomeno in sé non può dirsi casuale, è semplicemente soggetto all’azione di più fattori. Quello che diviene sostanziale è cercare di discernere se ci sono elementi che svolgono funzioni prevalenti rispetto ad altri, e che sono in grado di indirizzare in un senso o in un altro un determinato accadimento. Una faccia del dado più pesante, o un magnete sul fondo di una roulette.
Come giocare con la vera racchetta di Federer (la mano di Roger). Claudio Mezzadri è stato numero 26 al mondo, io no. Multidisciplinarietà e sapere.
Claudio Mezzadri giocatore che è stato numero 26 al mondo ha inaugurato una nuova rubrica nella quale parlerà delle racchette usate dai migliori campioni di tennis. Ha iniziato con quella dello svizzero Roger Federer, che, come avevamo anticipato qualche settimana fa inizierà il nuovo anno (2010) con un altro modello tra le mani, anzi nella mano. La rubrica sarà sicuramente molto interessante e fornirà preziose informazioni sulle caratteristiche degli attrezzi dei migliori giocatori attuali, i quali generalmente apportano sempre qualche lieve cambiamento alla racchetta con cui affrontano punti delicatissimi.
Ma la finalità di questo post non è quella di entrare nel merito delle racchette: siamo più portati a prendere in considerazione una soluzione di insieme. D’altronde come accennato nel titolo non sono stato numero 26 al mondo ed è proprio per questo motivo che evidentemente a un approccio conoscitivo cinestetico preferisco un’analisi più formale. Non è naturalmente una gara tra metodi, ma semplicemente un modo diverso per osservare la stessa realtà. A volte prospettive diverse schiudono visioni di insieme che sono semplici e chiare. Le mie analisi non partono dalle sensazioni, bensì dall’osservazione, si fanno strada con i numeri e chiedono conferme alla fisica. Il riscontro di sensazioni avviene in seguito, come elemento aggiuntivo che può servire per confermare o confutare un’ipotesi.
L’ipotesi principale in questo caso è che la racchetta di Roger, così come ci gioca Roger, non è in commercio per il semplice fatto che nel momento in cui lo svizzero gioca la racchetta diviene una simbiosi. Ma simbiosi con cosa? Simbiosi naturalmente con la parte più vicina, quella che ne diventa parte integrante. Non dirò di più, mi sembra a questo punto di essere stato abbastanza chiaro. Leggi il seguito di questo post »
La mano di Rod: scoperto il bosone di Higgs del tennis
La ripresa delle attività del superacceleratore del CERN (LHC) ha in progetto oltre a altri esperimenti quello di cercare di dimostrare l’esistenza del bosone di Higgs, che il modello standard della fisica delle particelle indica come elemento fondamentale e fondante della massa del particelle.
“Il campo associato alla particella, che pervade lo spazio, interagisce con le particelle creandone la massa”.
Soprannominata anche la particella di Dio il bosone di Higgs permetterebbe di
“interpretare la massa come una resistenza al moto attraverso il campo di Higgs”.
Il modello standard della fisica del particelle che ha ricevuto numerose conferme di precisione effettuate con l’acceleratore di particelle a Ginevra sarebbe confermato se si trovasse questo bosone. Elemento teorico comprendente le altre spiegazioni, onnicomprensivo, includente delle altre capacità esplicative. La particella di Dio, l’elemento fondante: il particolare che permette di sviluppare modelli interpretativi coerenti. È proprio questo che si cerca a Ginevra con la ripresa delle attività del più grande acceleratore di particelle. Una sfida della conoscenza, che tende all’organicità del sapere. Dal semplice al complesso: partire dall’elemento piccolo per giungere a un sistema complesso di interazioni, di sviluppi successivi all’origine dell’universo e riuscire a comprendere tali origini con una regressione logica verso il semplice. Regressione che è solo relativa al vocabolo, ma che in realtà rappresenta un progresso di conoscenza. Si tratta di una delle più grandi sfide scientifiche dell’umanità: osservare ciò che è infinitamente piccolo per comprendere evoluzioni articolate, complesse, autorganizzanti, strutturate.
È infatti proprio nella capacità esplicativa di una teoria che si vede la sua forza ermeneutica: esprimere poco riuscendo a spiegare molto. Al contrario quando troppe parole, troppi tentativi di spiegazione, sono indirizzati a interpretare un singolo fenomeno siamo di fronte a delucidazioni puntuali ma che non hanno una grande capacità esplicativa. Gli investimenti sono stati ingenti e ci sono molte le aspettative che riguardano quello che si riuscirà a scoprire provocando collisioni tra particelle all’interno dell’acceleratore. Vedremo come procederanno le scoperte, in che direzione, e se i fisici saranno costretti a rivedere determinate teorie o se queste potranno essere inserite all’interno di una teoria più generale.
Nel frattempo mentre aspettiamo il bosone di Dio l’elemento fondante del gioco del tennis è stato scoperto. Una condizione iniziale relativamente piccola è in grado di inglobare tutte le altre spiegazioni in una teoria più generale. Maestria di gioco, sviluppo di colpi, apprendimento, capacità di progredire e aumentare la costanza di rendimento, sicurezza psicologica, abilità tecnica, tutti questi elementi hanno la loro radice fondante in un seme relativamente piccolo. Il bosone di Higgs del tennis. Anche sotto questo aspetto l’analogia non solo è impressionante ma oltremodo divertente. Dal semplice al complesso, ma se si dovesse trovare il bosone, quello vero, quello di Higgs, allora sarebbe lui in quanto in grado di spiegare la massa delle particelle a essere presente a ogni finale di qualsiasi torneo dello Slam e vincere, per di più.
Fonte sul bosone solo di Higgs: Prometeo, Arnoldo Mondadori editore, marzo 2009, anno 27 numero 105. Marcella Diemoz. LHC: il superacceleratore del CERN. Un gruppo di scienziati e un progetto internazionale per svelare i misteri della materia. (Le ultime cose serie, poi c’è Fabio Volo)
Juan Martin Del Potro in finale per un pelo di barba
Avevo accennato in un post precedente all’intenzione di parlare della barba di Del Potro è infatti proprio per un pelo di barba che l’argentino si è qualificato per la finale del Master, in cui incontrerà il russo Nikolay Davydenko, che ha sconfitto Roger Federer al terzo set. La partita contro lo svedese Robert Soderling è finita infatti 76; 36; 76. Un’inezia, un riflesso rossastro sulle basette. Meditavo di comprare un decoder ad alta definizione per cercare di vedere meglio. Chi sa… Forse riuscirebbe a entrare nelle pieghe di un’elica di acido desossiribonucleico. O forse, molto più semplicemente, si tratta delle luci dello stadio O2 di Londra che hanno uno spettro più accentuato verso il rosso. Succede nei migliori supermercati, nei banchi della carne infatti le luci sono preponderanti verso questo colore, al fine di far sembrare sempre un po’ migliore la carne del banco. Si può essere quindi tratti in inganno e se vi capita di aprire le fettine a casa e trovarle leggermente più scure, e non di quel rosso vivo che appariva all’interno del supermercato, sono state le luci a indurvi a pensare una cosa per un’altra.
Può essere capitata la stessa cosa a me, non lo escludo, infatti negli ultimi anni vedo sempre più rosso. È possibile che quella barba una volta uscita dal campo centrale appaia un po’ più scura proprio come la carne dei supermercati. D’altronde rischia anche di essere una disfunzione oramai professionale, ma se l’argentino dovesse coniugare la grandezza fisica di Bill Tilden con una parte del patrimonio genetico di Rod Laver avremmo di fronte, non dico la perfezione per non esagerare, ma un’ottima collaborazione di un pool genico. Sinergie. Insiemi che lavorano meglio delle singole parti, anche se non mi ritengo un olista e vedo il funzionalismo con un occhio particolare la frase è incontestabilmente a effetto, e piacerebbe molto a chi scrive di mondi superiori composti dalle singolarità. Concetti troppo astratti li lasciamo a Fabio Volo e a chi vede in lui il nuovo vate che ci guarirà dall’ignoranza con la letteratura. È meglio essere più concreti: profondità di palla, rotazione, accelerazioni inaspettate. E non c’è neanche bisogno di compensare troppo, anzi probabilmente l’energumeno argentino non compensa nulla.
In finale si troverà di fronte quel diavolaccio di Davydenko. Il russo, che già a Roma qualche anno fa aveva trascinato Rafael Nadal (senza infortuni) al quinto set, ha sconfitto il numero uno del mondo, forse li da troppo tempo, Federer sembra avere i riflessi leggermente appannati rispetto a qualche anno fa. Vedremo come si comporterà a gennaio per la prima prova dello Slam. Nikolay invece corre sul campo da tennis come un furetto e chiude sia di diritto che di rovescio angoli molto stretti che hanno fiaccato la precaria capacità di movimento di Rafael Nadal, pertanto sarà interessante vedere se e come riuscirà a imbrigliare le lunghe leve di un omone di quasi due metri. È probabile infatti che sia questa la chiave interpretativa per la finale di oggi: se l’argentino riuscirà a comandare bene lo scambio da fondo campo o se verrà costretto a ogni palla a coprire metri di campo in laterale e in diagonale, tale ultima circostanza potrebbe fiaccare la sua resistenza fisica. Si gioca alle 15 30, in questo modo, se non avete mangiato troppo pesante, il rischio di addormentarsi davanti alla tv è notevolmente ridotto. Dimenticavo: diminuite il colore al televisore, vi sembrerà tutto più scuro.
Quando la Wilson tentò di brevettare la mano, ma non si accorse del colore dei capelli. U.S. Patent 4690405.

The hand of Pete
Articolo aggiornato dopo la pubblicazione.
E collegati.
Gli statunitensi sono sempre stati un popolo affascinante. Hanno sempre la tentazione di brevettare ogni cosa anche le cose più semplici, più ovvie, e che potrebbero essere considerate, al limite, non brevettabili. Si può brevettare il corpo umano? Si può decidere di avere l’esclusiva su una modifica talmente semplice da poter essere praticata, a livello empirico, da tutti? Parrebbe di sì, almeno negli Stati Uniti d’America, e forse questo aspetto oltre essere divertente rappresenta una delle caratteristiche fondamentali di quel popolo. Sotto certi aspetti alcune attitudini sono da considerare anche una qualità: si cerca di tutelare le idee, tutte, anche quando sono presenti in natura di fronte a noi se vengono rielaborate e studiate a fini commerciali e imprenditoriali sono da difendere. Vanno brevettate, strettamente collegate al prodotto, al fine di poterle perseguire in un’ottica, anch’essa di cultura americana, secondo cui un’idea appartiene di più a chi la persegue piuttosto che a chi l’ha semplicemente avuta (siamo un po’ al limite naturalmente). È quindi visto come assolutamente normale, anzi necessario, tutelare anche idee che i crivelli naturali provvedono a realizzare ogni giorno. In questo caso sui campi da tennis in cui questo capita.
Quando il brevetto è complesso certi paradossi sono meno visibili ma la semplicità evidenzia da un lato lo spirito di intraprendenza e dall’altro anche una profonda ingenuità. Intorno alla fine degli anni 80 e anche nei primi anni della decade non ci fu solo il tentativo di brevettare qualcosa di molto simile alle modifiche apportate alla racchetta da una mano, ma fu proprio brevettata una tipologia di racchetta di questo tipo, anzi in un brevetto si parla di una modifica molto simile a quella che può portare il corpo umano in modo da limitare gli eccessi di vibrazione. Il brevetto in questione è stato poi registrato nel 1987, che fu uno degli anni cruciali per il definitivo passaggio alle racchette in materiali compositi. Numero di brevetto: U.S. Pat. No. 5058902 e 4690405 Da una lettura veloce del testo del brevetto, reperibile on-line, non sembra che si parli di tutti gli altri vantaggi (non ci sono collegamenti particolari) che tale modifica estremamente naturale può apportare a una racchetta da tennis. Ci si limita a evidenziare i vantaggi, relativi alla minore quantità di vibrazioni, dovuti alla presenza di una massa in un determinato posticino. Inoltre sembra proprio che la massa da aggiungere sia veramente molto limitata mantenendo il peso globale della racchetta molto limitato. Intorno ai 330 g. e sempre head heavy, ma se facciamo un passo logico… Leggi il seguito di questo post »
Tipologie di tennisti: ossuti e cartilaginosi. Il sorpasso è vicino?

Lew Hoad
Dopo le recenti due sconfitte che la Svizzera ci ha imposto per mano di Roger Federer e Stanislas Wawrinka, attuale numero ventidue del mondo, credo sia opportuno concentrarsi sulle caratteristiche fisiche dei tennisti. Ne emerge salvo qualche rara eccezione, Edberg è una di queste forse, che hanno tutti le ossa del cranio estremamente pronunciate: zigomi sporgenti, fronte accentuata, lineamenti marcati, nasi cartilaginosi.
A parte la tipologia dei super favoriti, ahimè in estinzione, anche se certe caratteristiche diffuse nel patrimonio genetico potrebbero riapparire sotto altre forme camuffate, perché l’informazione digitale del DNA consente questo e altro, è doveroso a mio parere porre l’accento su coloro che sono i secondi in classifica. Secondi per il momento e solo perché la loro maggiore diffusione tra la popolazione non trova un ampio corredo di vittorie sul campo. I pochi ma buoni per ora li sovrastano anche se con il lento declino e il cambiare delle generazioni il sorpasso potrebbe essere vicino, se non nella qualità almeno nella quantità. La tipologia attualmente seconda, ma con la freccia a sinistra alzata sono i mori ossuti.
Tale categoria è sempre esistita sin dai tempi di Bill Tilden che ne può essere considerato il capostipite. Ne faceva parte Ken Rosewall, è da considerare appartenente al gruppo anche Ilie Nastase, Novak Djokovic è uno di loro, e lo è anche Roger Federer. Rafael Nadal ne è una variante con influenze arabeggianti, sul tipo Monsour Bahrami. Stanislas Wawrinka non si allontana molto dal fenotipo in questione e anche Pete Sampras ne è una variante con radici greche olivastre. C’è anche Del Potro, il quale potrebbe anche essere uno di quei casi particolari in cui più elementi si uniscono per collaborare. Forse sono stati i riflettori, o i raggi di un sole al tramonto. Se ne possono trovare anche altri ma questi credo che siano abbastanza rappresentativi del

Ken Rosewall
fenomeno, nonostante la loro più ampia diffusione non competono con i super favoriti, almeno per ora. Credo si tratti di una evoluzione convergente: gruppi diversi hanno sviluppato soluzioni simili che gli permettono di primeggiare sui campi da tennis. E’ anche una questione relativa alle parti esposte al sole e alla capacità dell’organismo di sintetizzare la vitamina D nelle zone maggiormente esposte che sono guarda caso il viso e le mani, le quali sono libere dagli indumenti anche in inverno. C’è poi un’altra categoria di cui è assoluto rappresentante Lew Hoad, come si può notare dalla foto, ma al di là dell’associazione fenotipica con altri caratteri (capelli, pelle) per distinguere le potenzialità di un tennista è opportuno soffermarsi sull’ossatura: quella del viso dice molto, mentre quella sul punto sensibile permette molto.
Il tennis e la teoria del caos: l’esperienza oltre l’individualità

L'attrattore di Lorenz
Viviamo e nasciamo come individui e ognuno di noi costruisce la sua esperienza in base a se stesso, alla propria mente e al suo corpo, in modo apparentemente singolare, individualistico. Chiusi in una monade di Leibniz le difficoltà di comunicazione delle proprie esperienze sono numerose e spesso insormontabili. Nel momento in cui si cerca di diffondere all’esterno le esperienze del proprio io si ha l’impressione, probabilmente vera, di non riuscire a comunicarle appieno, anche quando si tratta di momenti di vita simili, è proprio la verosimiglianza che parla della diversità, ne dispiega le forme complesse spesso incommensurabili . Ciò che siamo è qualcosa di limitato e superare se stessi è un’impresa difficoltosa a cui nessuno, però, sembra aver mai rinunciato. La difficoltà alimenta la volontà, quando non l’annichilisce. Anche qui siamo di fronte a un limite che si cerca di superare: portare se stessi oltre i propri confini, superarsi negli altri, nel mondo della natura, nel tutto. Ma qui c’è una grande incomprensione: si confonde il superare se stessi negli altri con il semplice superare qualcun altro. Nemmeno tutti ma solo qualcuno. Affermasi su gli altri, sul mondo, sulla natura e realtà rappresenta la massima carenza di comprensione di ciò che ci circonda, quando la conoscenza ha invece tutta se stessa in un sorpasso che non è un vero e proprio sorpasso ma semplice accumulazione, senso di comunanza, vicinanza sensoriale e intellettiva, molteplicità di forma percepita. Non un vero e proprio superare ma un “compasso”, un comparare, un passo insieme alle esperienze degli altri, e come nei veri e propri compassi la base ferma del sé da il riferimento all’altra che spazia nell’area da conoscere, del sapere, del condividere, ma non potrebbe muoversi senza la sicurezza della base solida. Leggi il seguito di questo post »
John McEnroe confessa! Non sei castano!
John McEnroe e la giusta inclinazione
Ti tradisce quella pelle chiara, e gli occhi. Nonostante tu sia considerato un super moccioso gli occhi ti tradiscono. Ti tradisce qualche riflesso con la luce solare che cade con la giusta inclinazione.
Chi sa, chi ha capito, può procedere sul percorso logico di un’idea fino alle estreme conseguenze. E’ questo lo strano gioco del pensiero e della vita. Aprire vie per nuovi mondi, dove, fino a qualche tempo prima si pensava ci fosse il nulla.
Boris Becker confessa! Non sei biondo!
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Ecco come c’è riuscito…ecco come riusciremo
Ma forse è quella la burla, ai danni dell’uno e dell’altro e ridere è un enigma che li comprende entrambi. Guardate me, che vado dappertutto! Insomma, sono una specie di Colombo di chi ci sta intorno e sono convinto che sia possibile raggiungerli in questa immediata terra incognita che si stende per ogni dove. Posso anche far fiasco, in questo tentativo. Anche Colombo pensò di aver fatto fiasco, probabilmente, quando lo mandarono indietro in catene. Il che non provò che l’ America non esisteva.
Saul Bellow
The hand of Rod. The tennis and the chaos theory. A first introduction on science divulgation behind the novel
In the tennis and the chaos theory I have highlight the most important aspect of the idea using a metaphor that is something of exceptional for its proximity to reality and its capacity of explanation. One of the most science’s idea was fixed in its special nature very clearly, and all the structure of the novel reproduce a complex system and its own characteristics. While I was writing, I was surprise and exciting, because in front of me I sow a perfect correspondence between the science theory and the plot of the novel, but this not all, in fact there is another aspect in the evolution of a tennis player that is surprising for its proximity to reality.
This is the evidence of the butterfly effect’s characteristics:
- A little element starts a whole development process, and have the capacity to open the possibility of a better interaction of all the part of the system.
- The little pulse of the wing gives the direction at the entire growth of a complex dynamic structure.
But in the novel we can found all the other traits of the chaos theory. We have: Leggi il seguito di questo post »
Il tennis e la teoria del caos. Il limite e la realtà
La ricerca del limite è sempre stata connaturata nell’animo umano, forse da sempre, o forse è stato uno degli aspetti del carattere dell’uomo che è stato favorito successivamente, ma senza dubbio la ricerca del confine, il desiderio di superare e superarsi è stata una delle qualità che hanno permesso il raggiungimento di risultati insperati, di traguardi pensati irraggiungibili. Progressi inimmaginabili sono arrivati solamente dopo che alcuni uomini hanno deciso di raggiungere un confine stabilito nelle loro società: un confine geografico, culturale, materiale o filosofico. Al tempo stesso disastri immensi sono stati procurati dagli uomini stessi ad altri uomini dopo che un confine era crollato, dissolto. Spazzato via con una velocità inversamente proporzionale al tempo che aveva resistito come barriera nella mente di tutti e come stimolo all’immaginazione nella mente di pochi. Spesso chi segue i passi dei più audaci porta con sé tutta la limitatezza di un modo chiuso e sterile: chi non ha il coraggio di osare non avrà la capacità di apprezzare la diversità.
Ma un limite non è solo un vincolo è anche sicurezza, abitudine e quotidianità, calma del pensieri, un luogo d’equilibrio in cui la vita si svolge nella sua tranquillità più protetta, così come erano tutelate le civiltà delle due americhe dove all’interno dei propri confini geografici svilupparono culture e società. Con la stessa forza con cui cerca d’oltrepassare un limite l’uomo anela a una vita all’interno di confini, e il superamento di un limite è in fondo solo la ricerca di nuovi confini e chi decide di rimanere ha spesso la saggezza di chi ha già viaggiato.
Un’eterna lotta, un’infinita battaglia tra due grandi aspirazioni: la novità e la certezza, l’ignoto e la realtà, l’immaginazione e la praticità, il viaggio e la permanenza, lo yin e lo yang dello spirito dell’umanità che si accavallano si confondono pur essendo distinti o forse solo voluti tali in assoluto, quando in realtà hanno la stessa natura. Il significato si completa con il proprio opposto. Proprio come in un tao il confine non è netto ma sfumato: punte di bianco nell’are scura e punte di nero nel bianco che si diradano verso il cuore di aree incontaminate, dove nel bianco c’è solo bianco, e il nero è solo nero. Le scienze del caos, le equazioni di Newton, i confini mai chiari alle estremità dei frattali, comunicano lo stesso concetto: non c’è un taglio netto nella tela della realtà, in modo che la nostra mente possa comodamente servirsi sempre di categorie chiuse, ma se le distinzioni esistono e sono evidenti queste perdono la loro peculiarità man mano che i avvicinano tra loro, sfumano. Un punta di male nel bene e viceversa. Il taglio di Fontana è arbitrario, è l’atto di comodità dell’uomo, una semplificazione. La realtà ha un limite sfumato, è composta di gradazioni, è un’alternanza. Il dubbio tra l’anelito di superare un confine o scegliere di rimanere. Leggi il seguito di questo post »
C’è un complotto ordito a livello internazionale per controllare il gioco del tennis
D’altronde fino ad oggi nessuno è stato in grado di smentirmi: avevo chiamato in causa anche il C.i.c.a.p. (qualche mese fa) e Paolo Attivissimo che è un esperto nello smontare teorie complottistiche, ma non ho avuto nessuna risposta. D’altronde le prove di laboratorio (al link troverete una classifica che segue vari criteri tra cui l’efficienza) dimostrano che esistono differenze tra le racchette. Esiste una maggiore o minore efficienza delle racchette come in tutti gli strumenti che servono a svolgere un lavoro e nessun ingegnere è stato in grado di contraddirmi in quasi due anni di attività del blog. Nella Major League furono scoperte mazze più efficienti che furono poi messe al bando, mazze che riuscivano a passare gli scrupoli test delle lega rientrando nei limiti anche se erano più efficienti. Manipolavano la dislocazione del centro di percussione per superare i test e avere un attrezzatura con una spinta in più che a fine stagione garantiva più fuoricampo, più valide, più vittorie. Qui. Il trucco usato era lo stesso che presumibilmente è usato per migliorare la performance delle racchette. Laboratori, studi, nuove corde, nanotecnologie a cosa servono? Servono per garantire sempre successivi e graduali miglioramenti. Ogni attrezzatura utile all’uomo può essere progettata e realizzata su una linea ideale di graduale perfettibilità di graduale efficienza. Farò un esempio semplicissimo: una leva è uno strumento che viene utilizzato per sollevare pesi. Il crick della nostra macchina è un leva con cui facciamo poco sforzo per sollevarla da terra, ma per sollevare il mondo come ipotizzava Archimede è necessaria una leva più efficiente, quella per cambiare la ruota della macchina non è più sufficiente per svolgere un lavoro diverso.
Ora immaginiamo due persone che devono sollevare da terra dei pacchi tutti dello stesso stesso peso e dotiamoli di di due leve diverse, anche solo leggermente divere. Alla fine della giornata colui che utilizzava il macchinario migliore avrà sollevato più pesi e sarà anche presumibilmente meno stanco di colui che aveva una leva che imponeva uno sforzo maggiore. Se l’attività si prolungasse nel tempo per una settimana le differenze aumenterebbero. Ora applichiamo lo stesso concetto al tennis e il gioco è fatto: ci saranno giocatori che per spingere una palla a una certa velocità e con una certa rotazione dovranno profondere uno sforzo maggiore e sempre ripetuto nel tempo con un dispendio di energie elevato (più elevato di altri), mentre potrebbero essercene altri costretti a sforzi minori, i quali si avvarrebbero di un vantaggio prolungato nel tempo. La conseguenza sarebbe che al terzo giorno di un torneo una persona avrebbe speso per esempio 60 energie su 100 disponibili e l’avversario avrebbe già raggiunto il massimo del dispendio: 100 su 100. Sarebbe già al limite, o molto vicino, e costretto a una nuova faticosa attività. Dov’è l’irrazionalità? Coma si fa ad affermare che questo non è possibile? Nessuno può avere la certezza che questo non accada in assenza di regolamentazione scrupolose e controllate. L’ipotesi di complotto è razionale e quindi reale. Parola di Hegel.
Fine e astuto, pensato nei mini dettagli, per persone dall’intelligenza affilata. Pensare il leggermente diverso per capire differenze abissali.
Giuliano Amato, La mano di Rod, la Treccani e il challenger di Orbetello
Non scomodatevi ho pensato già a tutto io, compreso spedire una copia del romanzo al Presidente dell’Enciclopedia Italiana: Giuliano Amato, appassionato di tennis e socio onorario del circolo di Orbetello, il cui soprannome è, o è stato quando era in politica, “dottor sottile”. Mi auguro che apprezzerà l’omaggio, lui, al contrario di coloro che probabilmente hanno perso il filo logico del discorso che in fondo sembrava abbastanza semplice. Prendete il pensiero chiaro e lucido degli antichi greci, i loro metodi, un effetto farfalla, (Lorenz, Eratostene di Cirene e Eudosso di Cnido), li utilizzate e avrete come per miracolo un genere nuovo di romanzo. Se poi ci meditate ancora sopra, ma probabilmente qualche lettore di casa editrice è troppo infarcito di classicismo, si sente l’odore di melassa fin qua, si apre naturalmente la strada per il seguito e anche per una trilogia, di cui ho già i titoli. Quindi rilassatevi anche all’ufficio marketing, con un paio di presentazioni si rientra delle spese, poi con il Crivello di Eratostene si selezionano i numeri primi che sono tanto soli, così finalmente saranno in compagnia. Comunque lasciamo perdere gli editori, per ora, ci sarà tempo, e torniamo al tennis.
Il Challenger di Orbetello inizia domani con le qualificazioni e quest’anno vanta un montepremi di tutto rispetto di $120.000. Niente male e questo grazie alla volontà del Prof. Amato e degli sponsor della manifestazione.
Al via il challenge maschile di tennis ad Orbetello – maremmanews.tv
Mancano pochi, pochissimi giorni all’evento sportivo dell’estate orbetellena. Ieri mattina nella splendida cornice di un circolo tennis completamente rinnovato e tirato a lucido per questa manifestazione il
Presidente Onorario Giuliano Amato, il presidente Aurelio Regina, il rappresentante per la Banca Monte dei Paschi di Siena Stefano Antoniozzi e Pietro Carotti, delegato allo sport del Comune di Orbetello, hanno dato il benvenuto al più importante torneo che il nostro circolo abbia mai ospitato.
la Orbetello del tennis sta crescendo, si sta facendo largo tra i grandi club nazionali per mostrare che da qui passa il tennis che conta, il grande tennis che qui ad Orbetello siamo abituati a vedere ormai dal tanti anni.
Il tennis e la teoria del caos: come dominare il tennis mondiale.
Non è dovuto al caso, non serve Harry Potter e non è necessario frequentare una scuola per maghi. E’ invece necessario seguire alcune precise indicazioni: usare l’attrezzo giusto, rendersi conto di piccole differenze e personalizzare la propria racchetta al meglio, dopo di che preparare il proprio fisico.
E’ importante anche iniziare abbastanza presto anche se non prestissimo come sembra invece predominante oggi, anni nefasti in cui i ragazzi vengono intossicati da una preparazione esasperata che suggerisce come semplice base di partenza la volontà e la dedizione. Lasciate perdere rischierete di perdere la pazienza sui campi e essere le persone più frustrate di questo mondo. Molti maestri non hanno nemmeno loro le idee molto chiare sul perché, a parità di coordinazione motoria, certi ragazzi riescono e altri no. Dipende dalle condizioni iniziali e sono piccole differenze a cui non si presta attenzione, generalmente. Se le avete (le condizioni iniziali) e non riuscite ugualmente allora dipende da una tecnica male ottimizzata, da capacità psico motorie non eccellenti, o al fatto che magari vi siete dedicati ad altre cose e giocate solo due volte a settimana. Ma andiamo per ordine.
Come iniziare.
Intanto è necessario acquistare una racchetta. Dovete prenderla con il piatto corde piccolo perché la minore deformazione delle corde all’impatto rende i colpi più imprecisi. In commercio al momento ci sono solo due modelli con il piatto relativamente piccolo: uno è quello di R. Federer con il piatto di 90 pollici quadrati e l’altro è il rifacimento della vecchia prostaff original è ha un piatto di 88 pollici. La vecchia pro staff original è praticamente introvabile e aveva un piatto di 85, con cui Sampras ha dominato la sua era tennistica, Edberg ha fatto sognare con le sue volèe, e Curier bombardava da fondo campo. Avete visto qualcuno che è riuscito a dominare il circuito con un piatto sopra i 90 pollici? La risposta è no. Perché ci sono poche racchette in commercio con questa caratteristica? Leggete e fatevi la vostra idea. Lendl usava un piatto di 73 pollici, Sampras 85, Federer 90. Agassi usava un piatto di 110 pollici, se avesse imparato a usarne uno più piccolo probabilmente avrebbe qualche slam in più, come sostiene suo padre. Leggi il seguito di questo post »
Il tennis e la teoria del caos. The woody e Federer re nel deserto?
Da prima che Roger Federer conquistasse, finalmente, il tanto sofferto torneo parigino ci si chiedeva se fosse da considerare il più forte di tutti i tempi. Ora che è riuscito a portare nel salotto di casa la coppa dei moschettieri l’argomento è tornato fervente su tutti i giornali nazionali e internazionali, sui blog e nelle discussioni nei bar dei circoli di tennis.
Il limite e la volontà di superarlo, la frontiera, la ricerca, il desiderio di perfezionamento sono caratteristiche connaturate nell’uomo, forse più che nella donna, se si considerano associate a una forma di agonismo esasperato, di ricerca quasi ossessiva del superlativo, del desiderio supremazia oltre ogni tempo, spazio, luogo, e distinzione. Certi animi si nutrono della ricerca di qualcosa di più grande, di super, di iper (anche nel caso dei supermercati). Quello che sembra perdersi per strada nella salita che fa venire il fiato grosso verso l’Olimpo dell’ennesimo record da superare è spesso la capacità razionale di fare dei distinguo, e si finisce per usare due pesi e due misure, o, peggio, la stessa unità di misura per categorie diverse: si misurano i chili, o si pesano i metri. I paragoni sono molto utili e aiutano ad approfondire l’analisi di ciò che ci circonda, a comprendere a pieno la complessità di un modo che fa della differenza e della capacità di differenziarsi la sua forza vitale, ma è proprio questa caratteristica essenziale della realtà dovrebbe suggerire di non esagerare, o almeno di usare categorie e analogie in modo che si compendino a vicenda.
Chi ha incastrato Roger Federer?
Se oggi pomeriggio perderà non raggiungerà il suo obiettivo di vincere tutti gli slam, ma se dovesse vincere legherebbe la realtà a un romanzo, per sempre. E’ in un cul de sac.
Personalmente spero che vinca, anche se un po’ di turbolenza in più può sempre starci, viviamo in un sistema aperto dopo tutto. La realtà.
Ma chi ha lo ha incastrato?
Un gruppo di scienziati a Santa Cruz che costruivano le loro apparecchiature da soli (tollerati ma poco finanziati) e facevano girare equazioni non lineari su un vecchio computer analogico? Ogni singolo punto successivo sembrava casuale ma la forma che si disegnava sullo schermo incantava, irretiva gli occhi tra le linee di un disegno nuovo.
E’ stato un rubinetto gocciolante che rispecchia una periodicità insospettabile? Una linea di confine frattale, indefinita? Sono state le scienze classiche con la loro linearità rassicurante? La cristallizzazione di un fiocco di neve? E’ stato forse uno scrittore che ama collegare, unire, e ipotizzare? Sono stati dei preprint rilegati in proprio di scienziati che amavano soluzioni ardite? Sono state forse tutte queste cose insieme, unite nella loro interdipendenza da un soffio leggero, un battito d’ali, una condizione sensibile.
Qual’è l’attrattore più vicino a noi?
Una bandiera che sventola, il ritmo delle onde che si frangono sulla spiaggia, il movimento nervoso di una batticoda, l’occhio guizzante nel buio di un felino. La carriera di un tennista.
p.s. Le date, i numeri, e gli andamenti dei risultati degli ultimi tre anni concordano in modo univoco. Sin dalla prima stesura del 2006 sembrava che tutto dovesse riunirsi in una forma distinguibile solo a lungo termine, negli anni e con il tempo. La seconda stesura è stata terminata ad aprile 2009 e messa on line a maggio.
Un chiaro ed evidente problema di comunicazione
E forse i due aspetti sono complementari, anche se la loro natura appare opposta. Avrei potuto prendere in considerazione una serie interminabile di fattori e coniugarli in un modello complesso per capire come interagiscono tra di loro. Creare inoltre dei sotto modelli per ogni singolo fattore, ma ho la netta sensazione che non sarei venuto a capo di niente. Quel ragno non sarebbe uscito dal suo buco. Probabilmente invece di trovare una spiegazione il più possibile di carattere generale avrei trovato una logica in grado di chiarire a pieno solo un singolo evento: più che una teoria si sarebbe trattato solo di esaustiva spiegazione di un singolo fenomeno. Sarebbe apparsa in tutta la sua evidenza l’impossibilità di generalizzare, e non era questo quello che cercavo, e non è questo il tipo di argomentazione in grado di spiegare oltre la particolarità. E’ solo una spiegazione accessoria che chiarisce molto di una singolarità, ma non dice nulla sui principi generali che possiedono invece un’alta valenza di spiegazione. La domanda fondamentale è invece un’altra: quale è il modello più semplice, il più semplice di tutti, in grado di spiegare la diversità e la complessità? Quale è il modello semplice in grado di far interagire compiutamente tutti i fattori? Quanto semplice può essere questo modello? Ritengo che possano essere anche molto semplici, anzi addirittura semplicissimi, in fondo. Spiegare il complesso con il complesso non richiede né fantasia né accuratezza matematica.
“Va bene allora non sono riuscito a far capire lo scopo di questo mio modo di procedere. Il mio modello è semplice Qualcuno viene da me e mi dice: abbiamo questi fenomeni. Lei che cosa pensa che accada? Allora io dico: qual’è secondo voi la spiegazione possibile? E loro: l’unica che abbiamo trovato è che nella testa del paziente ci sia qualcosa che presenta oscillazioni in tempo altrettanto breve (dei movimenti oculari) Allora io dico: proviamo a considerare una cosa. Io sono uno specialista di vari tipi di caos, e so che il modello non lineare di inseguimento (tracking) più semplice che si possa scrivere, il più semplice, ha questi caratteri generici, a prescindere dalla natura particolare degli oggetti che si comportano in quel modo. Allora io preparo il modello e tutti dicono: ah, interessante, non avremmo mai pensato che questo potesse essere un caos intrinseco al sistema. […] Tutto quello che sto dicendo è che il tipo di inseguimento più semplice è quello in cui c’è qualcosa in cui tende a fare un errore e andare a zero. E’ il modo con cui muoviamo i nostri occhi, è anche il modo con cui una antenna radar insegue un aereo. Si può applicare questo modello a qualsiasi cosa”
Bernardo Huberman (1986) in un’ insolita conferenza sul caos in biologia e in medicina, sotto gli auspici dell’Accademia delle Scienze di New York. (Caos di James Gleick, pagg. 270)
Anche in questo caso abbiamo difronte un semplice problema di approccio, di visione. Cambiare il punto di vista da cui si osserva un problema diviene una necessità.
Attrattori strani, frattali e tennisti professionisti
Tre anni fa mi chiedevo quale fosse il confine tra il reale e il surreale. Non è una linea semplice, ma un confine indefinito, un frattale, la dinamica del metodo di Newton. Chiaro e evidente , ma al tempo stesso permeato da altre aree: chiazze di giallo nel rosso e nel verde, punti di verde nel giallo, mescolanze ai bordi, che dividono aree chiare, macroscopiche, evidenti. Si può agire sui confini? Si può scegliere di stare solo in un area?
Il tennis e la teoria del caos: il caso e la necessità.
Se i giocatori morissero dopo ogni sconfitta il processo sarebbe più evidente, anche se più crudele e spietato. Ciò che contribuisce a creare confusione è il fatto che ogni tennista può ripresentarsi al torneo successivo senza pagare penali che sarebbero drasticamente più pesanti se si trattasse di una vera lotta per la sopravvivenza. Uno strano rapporto inverso unisce la teoria dell’evoluzione al tennis: mentre nella prima ci si affanna a trovare gli anelli di congiunzione in forma fossile tra due specie, che a causa di una veloce eliminazione fisica hanno avuto meno probabilità di giungere fino a noi, nel tennis la presenza di forme intermedie che si ripresentano di torneo in torneo, contribuisce a rendere difficile da diradare la foschia che aleggia intorno a coloro che sarebbero i favoriti. Se perdere una partita significasse perdere la lotta per la sopravvivenza rimarrebbero veramente solo i più adatti: ai tempi di Borg si sarebbe riprodotto solo Borg, qualche anno fa solo Federer, oggi solo Nadal e pochi altri. L’enormità degli sconfitti al primo turno avrebbe avuto pochissimo tempo a disposizione per trasmettere il proprio pool genetico, o il singolo gene, peraltro poco adatto a vincere partite su un campo lungo 23 metri. Presumibilmente nell’arco di pochi anni sarebbero rimasti solo coloro in possesso delle caratteristiche adatte, e tutto sarebbe stato, forse, più intellegibile, anche se si sarebbe perduta la possibilità di rintracciare le forme intermedie, e con questo qualcuno avrebbe potuto parlare di creazionismo o addirittura di disegno intelligente; avvalorando la propria ipotesi con la vistosa presenza di salti evolutivi: dall’ homo sapiens all’ homo tennisticus, senza la minima presenza di forma intermedie. Ma sarebbe stato intellegibile solo in un senso: ovvero quello di discernere le caratteristiche più adatte a un tennista, invece la teoria dell’evoluzione avrebbe lasciato scoperto il fianco alle critiche. Il processo evolutivo sarebbe apparso incostante, punteggiato, e cosparso di salti che sarebbero apparsi del tutto casuali. La linearità e il processo graduale sarebbero andati perduti per sempre (ricostruibili solo con la logica). Leggi il seguito di questo post »
Il tennis e la teoria del caos: la curva d’incremento marginale, quella di Gauss, e l’etica dello sport.
La curva d’incremento marginale (concetto alla base anche della produttività e utilità marginale) è una curva che si studia in economia, e sostanzialmente dice una cosa semplicissima: oltre un certo limite è inutile, addirittura controproducente, aumentare il numero di alcuni fattori per incrementarne altri in relazione con i primi attraverso la funzione, che è rappresentata dalla curva stessa. Patate e raccoglitori di patate in un campo dato: questi sono i nostri fattori. Se aumentiamo il numero di persone che raccolgono le patate aumenteremo il numero di tuberi raccolti in un periodo di tempo dato. Ma l’incremento non è uniforme come si potrebbe pensare: all’inizio ci sarà un aumento evidente: se raddoppiano i lavoratori raddoppierà anche il numero di patate. Se passiamo da due a quattro lavoranti i tuberi passeranno da dieci a venti, ma un ulteriore incremento del doppio dei lavoratori non avrà come conseguenza diretta un raddoppio delle patate raccolte, ma qualcosa in meno. Otto lavoratori non riusciranno a raccogliere quaranta patate ma 35, qualcosa in meno del doppio, come erroneamente si poteva supporre. Abbiamo un incremento inferiore di cinque unità al doppio, solo di 15 unità. Se continuiamo nel processo di raddoppiare i prestatori d’opera sarà evidente che l’incremento delle patate raccolte si innalzerà di una quantità che tenderà a diminuire gradualmente fino a raggiungere un punto in cui sarà uguale a zero, ovvero un aumento delle persone che lavorano non apporterà nessun vantaggio nel numero delle patate raccolte. C’è quindi un punto di equilibrio che potremmo chiamare di ottimizzazione, in cui si ha la massima efficienza tra il numero dei lavoratori e il numero di patate raccolte in un arco di tempo e in un capo dati. Oltre questo optimum si inizierà a scendere, ovvero il numero assoluto di ciò che è raccoglibile inizierà inesorabilmente a diminuire. Abbiamo quindi un incremento relativo che tende a diminuire, un punto di ottimizzazione e un decremento relativo. Perché succede questo?
Il tennis e la teoria del caos: direttamente e inversamente proporzionale. Da Eudosso di Cnido al tennis.
Il concetto matematico di inversamente proporzionale è affascinante. Sin dalla prime volte che mi venne spiegato rimasi colpito dall’idea del rapporto inverso: una grandezza cresceva e l’altra decresceva seguendo un rapporto preciso e non casualmente. Il numero dei vendemmiatori raddoppia e il tempo di raccolta si dimezza. (A meno che non inizino a darsi fastidio l’un l’altro, ma la curva d’incremento marginale è un altro problema). Non fui colpito allo stesso modo dal più classico rapporto di proporzionalità diretta che non ebbe la forza fascinosa di attrarre il mio interesse. Forse era troppo scontata l’idea che qualcosa aumentasse all’aumentare di un altra, troppo semplice, troppo prevedibile. L’inverso era molto più divertente, e così trovavo piacere nel fare gli esercizi di calcolo di proporzionalità inverse, e un po’ meno nel calcolare quelli della “sorella” diretta. Lo studio sulla proporzionalità in generale è attribuito a Eudosso di Cnido. Un altro studioso, matematico e astronomo greco che ha lasciato un segno fino ai nostri gironi. Ne sapevano più loro di molti nostri contemporanei, probabilmente. La più semplice delle relazioni inversamente proporzionali è quella che ha per costante l’unità. Due grandezze inversamente proporzionali tra loro in ragione dell’unità sono legate da un rapporto di questo tipo Y = 1 : X
In questo caso se X è uguale a 2 allora Y sarà 0,5. Se X raddoppia e raggiunge il valore di 4 allora Y sarà uguale 0,25, si dimezza. Se X si riduce a 0,5 allora Y crescerà fino al raggiungere il valore di 2. Se X si dimezza e passa al valore di 0,25 allora Y raggiungerà il valore di 4, esattamente l’inverso delle situazioni prima elencate. Leggi il seguito di questo post »
Il rimbalzo di una pallina da tennis. Il crivello sopra la spalla.
In questi giorni sto scrivendo un passo del romanzo in cui parlo di Eratostene di Cirene. Ancora direte voi. Sì purtroppo torno a tediarvi con gli antichi Greci. Comunque Eratostene non era un Greco qualsiasi: oltre al crivello dei numeri primi calcolò la circonferenza della terra con un margine di errore ridottissimo se si considera che visse tra il 276 a. C. e il 194 a.C. Sfruttò l’angolo delle ombre e la distanza tra Alessandria e Sieve. Insomma mentre pensavo a queste cose mi è venuto in mente che la Federazione Internazionale nel corso degli anni ha cambiato abbastanza spesso le regole riguardanti le palline da tennis, le quali al contrario delle racchette devono possedere delle caratteristiche specifiche. I criteri presi in considerazione sono cinque: il peso, la grandezza, il rimbalzo, e due tipi di deformazione. Per ognuna di queste voci la pallina deve rimanere entro certi limiti massimi e minimi. Per esempio il peso deve essere compreso tra un minimo di 56 grammi e un massimo di 59,4 grammi, con un margine consentito di soli 3,4 grammi (tabella). Ma la stessa Federazione nel corso degli anni si è inventata tre tipi di palline diverse (anzi quattro perché ce ne è una anche per le alte altitudini). L’intento che ha mosso la Federazione è stato quello di rallentare il ritmo di gioco per cercare di ridurre la potenza dei colpi in modo da rendere lo sport del tennis meno dipendente dal servizio, sopratutto sulle superfici veloci. In più, forse, c’era la speranza di fa riemergere il defunto serve and volley. Ma la palla più lenta, che ha un diametro maggiore e diversi valori di return and forward deformation, forse non può fare tutto da sola. Ogni palla ha la sua superficie per cui è più adatta. La palla di tipo tre che è più lenta e ha un rimbalzo più alto è consigliata, nel sito della federazione internazionale ITF, anche ai giocatori appassionati perché consente di avere più tempo nella preparazione del colpo.
Il ragionamento è logico e coerente, ma si sono dimenticati di prendere in considerazioni le racchette che nella dinamica del gioco entrano in contatto con le palline. Non sono un ingegnere ma data una palla immagino che potrebbe essere possibile studiare una racchetta che imprima maggiore velocità, o una maggiore rotazione accentuando il rimbalzo in alto con un colpo che fa uscire la pallina dal piatto corde con un top spin più accentuato. E il rimbalzo di una pallina agisce come crivello: se il rimbalzo è più alto mediamente saranno favoriti i giocatori più alti, mentre gli altri saranno costretti a colpire colpi sopra l’altezza della spalla o a indietreggiare per prenderli nella zona più confortevole, perdendo campo prezioso. Viceversa un rimbalzo più basso costringerebbe i giocatori alti a piegarsi notevolmente sulle gambe in un gesto atletico da ripetere per più volte durante l’arco della partita. Se l’altezza media dei giocatori negli ultimi anni sembra essersi alzata forse tutto ciò può essere dipeso, oltre che all’introduzione di superfici come il cemento che permettono un rimbalzo più alto, anche all’utilizzo di palline che hanno la caratteristica di saltare più in alto. Agire su un singolo fattore del gioco, anche se l’intento poteva essere animato da ottime intenzioni, può aver inserito un fattore di difficoltà in più per chi non ha un’altezza superiore alla media. I primi quattro giocatori di oggi (Nadal, Federer, Djokovic, e Murray) sono tutti sopra il metro e ottantacinque. McEnore e Agassi non superavano il metro e ottanta. Rod Laver, quando si giocava molti più tornei sull’erba comprese tre prove dello slam, era alto un metro e settantadue centimetri. Insomma già questo sport è soggetto a un effetto farfalla, se poi ci si mette d’impegno… a una condizione questo sport è altamente sensibile se poi ne aggiungiamo altre…Gli italiani non sono mai stati degli spilungoni è risaputo.
4. The deformation shall be the average of a single reading along each of three perpendicular axes. No two individual readings shall differ by more than .030 inches (.076 cm).
Le migliori teorie scientifiche dicono poco ma spiegano molto
Quella di Charles Darwin è una di queste. Un’idea potente che partendo da un minimo di affermazioni iniziali riesce a spiegare la complessità e la differenziazione delle specie. Un’altra teoria di questo tipo e quella del caos, la quale postula lievi differenze iniziali per spiegare macroscopici cambiamenti. Se al numeratore mettiamo la quantità di cose spiegate e al denominatore la quantità di cose enunciate nelle teoria, il rapporto ci fornisce quello che Richard Dawkins definisce “Explanation ratio”. Cento cose spiegate con una affermata portano a un rislutato di 100. L’inverso a uno di 0,01. Spesso chi parla molto spiega poco.
La mano di Rafa verso il Grande Slam
Rafael Nadal sconfigge Roger Federer nella finale dello Australian Open in cinque set. E’ l’unico nell’era Open, oltre a Borg e Laver, ad aver dimostrato di essere capace di vincere in successione Rolan Garros e Wimbledon. I valori ci sono tutti, quelli del corpo, e il tennis essendo uno sport è soggetto all’influenza di questi ultimi. Non cambierò il titolo del romanzo perché in fondo questi avvenimenti non cambiano molto, anzi sono da considerare una conferma. Certi fattori sono spesso l’indice di altre caratteristiche che non sono di esclusiva appartenenza di qualcuno, basta osservare la foto. Certo conquistare tutti e quattro Major in anno è difficile, ci sarà anche Murray a dire la sua, ma Rafa è l’unico che può farcela almeno per quest’anno.
Dio non gioca a dadi con l’universo e nemmeno con il tennis

Andy Murray ringrazia
Questa è la famosa frase di Einstain con la quale lo scienziato voleva esprimere l’idea che l’universo sia governato da leggi precise, fondamentalmente semplici, intellegibili, e facilmente spiegabili. Il tennis non è un’eccezione.
Andy Murray sconfigge prima Roger Federer poi Rafa Nadal nel torneo esibizione di Abu Dhabi che finisce per vincere. Non si tratta di un caso, non stiamo giocando a dadi. C’è qualcosa che accomuna questo tennista ad altri tennisti. Che cosa è? Leggermente diverso è il tennis femminile dove entra in gioco un’altra caratteristica di cui avrò modo di scrivere. Se fossero di più ci sarebbero solo loro? E’ probabile, è probabile.
Potete scegliere tra:
1. La teoria dei piccoli passi.
2. La teoria del perfetto equilibrio.
3. La teoria della massima concentrazione
4. Altro
L’effetto farfalla della danza classica: il collo del piede
Basta osservare con attenzione per rendersi conto che la vita che ci circonda è piena di piccole condizioni innate che possono permettere di aprire carriere. Nella disciplina della danza classica l’estensione del collo del piede è una di queste condizioni, che permette a chi nasce già con una buona estensibilità di poter lavoraci su per migliorarla e poter raggiungere livelli di eccellenza. Chi non possiede questa caratteristica rischia di vedere vanificato il proprio lavoro e precluse determinate possibilità, infatti in alcune scuole rinomate della Francia se non si possiede questa caratteristica su cui poter lavorare per migliorarla non si viene ammessi, perché l’impegno, il lavoro e la dedizione sarebbero inutili al fine di raggiungere i più alti livelli internazionali. Insomma sarebbe irrazionale investire risorse quando è già evidente che determinati sviluppi sarebbero preclusi, seppur dall’assenza di una piccola caratteristica. Ma questo non impedisce alle persone di praticare la danza, ognuno secondo il proprio livello e le proprie caratteristiche. Mi sembra che ci siano però delle grosse difficoltà ad accettare che certe situazioni si possano verificare anche nel tennis, che, tra l’altro, non è l’unico sport che risente di tali minime condizioni iniziali. Qualche centimetro in più nella pallavolo può aiutare, come può farlo qualche fibra muscolare bianca in più nei cento metri piani. L’unico problema dei maestri di tennis è che si salutano tra di loro, e tra simili differenza non si nota.
La teoria del caos e il Grande Slam: Australian Open, Roland Garros, Wimbledon e US Open si vincono solo con un chiaro feed-back.

L'attrattore di Lorenz
Tutti i processi di apprendimento nell’uomo sono sottoposti a dei riscontri e sono proprio questi che permettono l’acquisizione di sapere o di conoscenze del saper fare, che in inglese è chiamato know how (conoscere come). Le conoscenze scolastiche sono sottoposte al riscontro (feed-back) del professore, che attraverso i compiti e interrogazioni ci dice se abbiamo acquisito le giuste conoscenze o meno. L’assenza di questi riscontri potrebbe pregiudicare la sicurezza con cui si svolge la propria attività quotidiana o il proprio lavoro. Un avvocato che non ha mai avuto riscontri su ciò che ha studiato, potrebbe venire frustrato fino all’insicurezza dallo svolgimento dei suoi procedimenti, qualora le sue ipotesi venissero sempre contraddette da diverse interpretazioni della legge. Tutte le attività di apprendimento si basano sui riscontri: un riscontro ci fornisce chiare indicazioni se ciò che abbiamo imparato è giusto o sbagliato. Se l’informazione di ritorno ci dice che è sbagliato cercheremo di correggere l’errore; se ci dice che è giusto la conoscenza e il saper fare acquisiti saranno la base di sicurezza su cui poggiare nuovi processi di apprendimento. Ma non è tutto così semplice, perché è possibile che ci siano dei feed back poco chiari, ambigui o che forniscono dei riscontri solo parziali. Non è da escludere, inoltre, che in ambito sociale l’utilizzo di feed back ambigui possa servire per mantenere nell’insicurezza le persone, quindi il controllo su di loro. Il latino di Don Abbondio è un feed back ambiguo che segue la richiesta specifica di Renzo. Ma questo è un altro campo, qui parleremo di sport e di tennis. L’apprendimento di un gesto tecnico sportivo non esula dal contesto descritto, anzi può fornirci degli esempi chiari di feed back ambigui o parziali, proprio come Don Abbondio. Leggi il seguito di questo post »

























