Cosa c’entra Steve Jobs con Pete Sampras e Roger Federer?

Albo d'ordo tornei del Grande Slam al 10.10.2011 (Wikipedia)

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La discussione sulla grandezza del piatto corde è di quelle che va avanti da anni, nemmeno si trattasse del tema problematico dell’esistenza di Dio, per altro oggi probabilisticamente risolto. La stessa situazione si ha al riguardo della discussione sulle racchette e la loro evoluzione. Forse sarebbe meglio dire involuzione? Lasciamo alle firme rinomate la sentenza definitiva, tecnica e fisica; me ne sono occupato da altre parti. Limitarsi alla logica e a qualche fatto storico potrà sembrare limitativo ma apre la vista ad altre vedute. Sopratutto è opportuno porsi le domande giuste, senza le quali nemmeno Steve Jobs sarebbe in grado di unire i puntini (visione troppo fatalista che mi sento di rifiutare anche perché i puntini, se non sono numerati, potrebbero essere uniti in tanti modi). Meno male che il buon Steve ha trovato i numeri giusti, molti altri sfortunati hanno puntini senza numeri che uniranno a caso senza successo. Torniamo alle racchette le quali sono state protagoniste in questi anni di rivoluzionari quanto prodigiosi cambiamenti. Non starò qui a scrivere le solite banalità dette e ridette: “più potenti”, “hanno cambiato il tennis”, “non c’è più il gioco di una volta”, “a rete non scende più nessuno”.

La mia attenzione in questi giorni è caduta sulla grandezza del piatto corde. Non che non ci avessi già pensato prima, ma sento sempre ripetere le stesse frasi che ormai senza rischi sono diventate degli stereotipi. Se c’è una costatazione vera è che sempre un numero maggiore di giocatori, rispetto a qualche addietro, sceglie un piatto corde più grande. Sarebbe più opportuno dire che sempre un maggiore numero di ragazzi inizia a giocare con un piatto più grande, talmente più ampio che poi è difficile tornare indietro. Ai tempi delle racchette di legno l’ovale era di 65 pollici quadrati e con il tempo è andato aumentando, questo è un dato incontestabile: oggi nessuno gioca più con 65 pollici e il giocatore che usa quello più piccolo è Roger Federer che non molla i suoi 90 pollici con i quali è riuscito a vincere praticamente tutto. Qualche anno prima il giocatore che usava un piatto da 85 pollici era Pete Sampras, e anche lui ha vinto poco in carriera: mai un Wimbledon, mai uno Us Open, mai un Master. Uno scarso. Se abbiamo il coraggio di andare ancora indietro troviamo, a parte Nadal con un 100 ( Agassi era una mosca bianca con un piatto oltre i 100), giocatori con racchette di legno o che avevano in mano una prostaff 85 (Edberg e Curier). Curier per altro è a quota quattro e Edberg a quota sei e sono cresciuti, data l’anagrafe con racchette di legno. Novak Djokovic è arrivato quest’anno a quota 4 slam e Nadal è a 10, ma prima di lui ci sono ancora Roy Emerson, Bjorn Bjorg e Rod Laver con quota vittorie che va da 12 a 11. E’ presto per dire dove arriveranno coloro che scriveranno il futuro del tennis e quante vittorie avranno a fine carriera Nadal e Djokovic, ma due conti sommari possiamo farli mettendo in preventivo che già da qualche anno i giovani tennisti (come già detto) crescono con tra le mani piatti corde dalla grandezza adatta alla cattura delle farfalle. Continua a leggere

Il risveglio del tennis maschile americano e il placido sonno di quello orientale

Tennis USA

Erano alcuni anni che il tennis degli Stati Uniti lamentava la mancanza di giocatori di alto livello. Andy Roddick aveva tenuto alta la bandiera per diverso tempo da solo, dopo la fine dell’apice di carriera di Andrè Agassi e il ritiro di Pete Sampras. Vincitore di un unico slam, ma anche unico vincitore di major nel parco giocatori USA negli ultimi anni. Lo è ancora, ma dietro di lui al contrario di qualche anno fa quelle che erano promesse hanno regalato soddisfazioni agli appassionati in questo finale di stagione. Nei sedicesimi di finale dello slam americano tra gli ultimi 24 giocatori sono rimasti in corsa cinque statunitensi. Donald Young ha eliminato Wawrinka confermando almeno in modo parziale il talento che gli attribuivano. Avrà ancora molto da lavorare ma una vittoria nei confronti di una testa di serie è preziosa in queste occasioni per evitare di rimanere ancorato ad abitudini di gioco da classifica più bassa. Continua a leggere

Flavio Cipolla non sorprende, eccolo il limite

Lotta con Dolgopolov fino al quinto set dove spreca un vantaggio di 4 giochi a uno. Arrivava dalle qualificazioni e la stanchezza si è fatta sentire. Ma non è questo quello che può interessare maggiormente. L’aspetto più interessante è il limite che indicano Dologopolov e Cipolla, il quale ha dimostrato di essere in linea con il suo avversario. Avesse avuto davanti Berdych la partita sarebbe andata diversamente: Fognini lo ha dimostrato.

Ma Dolgopolov è il numero 22 del mondo e anche se probabilmente fa leva su qualità fuori dalla norma per essere lì (rapidità sul campo, gioco aritmico, soluzioni inconsuete) la sua struttura fisica è da considerare nella norma, come non lo è a ben guardare nemmeno quella di David Ferrer, che è il più minuto dei primi dieci. La domanda è ancora più attuale. Dov’è il limite? Anzi dove l’area da considerare il limite? Perché indubbiamente è da considerare un area sfumata che varia in relazioni ai singoli giocatori. Indicativamente, per atleti allenati, rapidi e con una ottima coordinazione, è da collocarsi intorno alla cinquantesima posizione. Ogni variabile influisce spostandola verso l’alto o verso il basso. Dolgo arriva alla posizione 22. Gasquet, che è un po’ più alto, è al limite dei dieci. Gironzola da quelle parti anche se quando non è in perfetta forma rischia, fatica e perde con gli eccessi evolutivi tipo Karlovic. Questo suggerisce che è meglio essere un eccesso evolutivo piuttosto che un talento di tecnica. perché se la tecnica può essere limata, migliorata, al contrario non si possono (almeno non ancora) guadagnare centimetri in altezza, o aumentare il peso di una parte del corpo che dove la muscolatura e la sedimentazione del grasso sono estremamente limitate.

Ma torniamo al limite, perché quello che viene suggerito dai giocatori è incoraggiante. E’ abbastanza vicino ai vertici, è migliorabile, non è fisso e si può agire in più modi per spostarlo in avanti. Certo qualche rischio va preso ed è necessario pensare in controtendenza.

Atp: classifiche genetiche per barba e capelli fino al numero 50

del potro barbaalex bogomolovdimitri tursunovmardy-fish

Prendo in considerazione solo i primi 50 per fare prima ma credo che se ne potrebbe trovare qualcuno anche nelle successive 5 decine.

1. Andy Murray  numero 4;

2. Mardy Fish numero 7;

3. Juan Martin del Potro numero 19 (barba traditrice);

4. Dimitri Tursunov numero 44;

5. Ernest Gulbis numero 48;

6. Alex Bogomolov Jr. numero 50

Sei su 50 rappresentano il 12 per cento. Anche se ne trovassimo alcuni in meno sotto il numero cinquanta della classifica ci sarebbe da prendere in considerazione che i più bravi generalmente sono più avanti in classifica (ovvietà). Questo a fronte di un misero 2% distribuito nella popolazione mondiale.

Certo non sono né Rodney Laver né Donald Budge, nè John McEnroe che tendeva più al chiaro come Fish, ma non sembrano nemmeno cinesi. Poi ora Andrey Golubev, per fare un esempio, ha avuto un periodo poco felice ed è numero 101, ma potrebbe sempre risalire.

Non ho messo tutte le foto, scusate, ma mi sembrava superfluo. Nell’ordine: Del Potro, Bogomolov, Tusunov, Fish.

Il blocco mentale di Rafael Nadal

Rafael Nadal e Novak Djokovic

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Quando un giocatore inizia a perdere con costanza da un altro nel tennis si parla sempre più spesso di blocco mentale, problema mentale. Lo si scrive di Roger Federer nei confronti dello spagnolo e si chiama in causa la stessa motivazione per spiegare le sconfitte di Nadal con Novak Djokovic dal momento in cui, nel 2011, il serbo ha iniziato a inanellare vittorie quando ha Rafa dall’altra parte del campo. A volte sono gli stessi giocatori a fornire questo tipo di spiegazione, come è possibile leggere nelle interviste rilasciate in questi giorni dallo spagnolo, che dopo la sconfitta a Wimbledon cerca una soluzione per contrastare il serbo.

Risolvere l’approccio psicologico all’intera competizione o ad alcuni momenti di essa è per tutti gli atleti fondamentale, ma valutare in modo semplicistico le cause di un calo del proprio gioco può essere controproducente. Non escludendo a priori che in alcuni casi possano esserci motivazioni esclusivamente psicologiche ritengo che nella maggior parte delle circostanze le indecisioni, le debolezze, e i dubbi che rendono meno efficaci il gesto atletico nascano da un aspetto tecnico e atletico, ma sopratutto da una realtà che si è lentamente fatta strada prima nel punteggio (cronometro o metro) e poi anche nella mente dell’atleta.

Per capire meglio questo aspetto è necessario prendere in considerazione uno psicologo brillante per quanto è poco conosciuto. L’ungherese Mihaly Csikszentmihalyi che è stato uno dei primi a studiare quello che comunemente viene definito in inglese “the zone” o “flow”, o in italiano “stato di grazia”. Continua a leggere

Gianni Clerici, Richard Gasquet e William Butler Yeats

Articolo pubblicato su Pianeta Tennis.

Le giornate di aprile ricordano i tempi ormai andati. È il tepore della primavera che richiama alla mente le giornate trascorse sui campi in terra rossa di molti anni fa. È stato l’articolo su Repubblica on-line di stamani a firma di Gianni Clerici a riportare in superficie le giornate scintillanti di inizio aprile a Montecarlo. Anni 80. La lettura dello scriba, con la sua prosa ondulata e morbida, è sempre piacevole e le sue emozioni del passato si mischiano con quelle diverse da chi non ha mai frequentato i luoghi descritti. Scrive di Richard Gasquet e forse del suo ritrovato tennis che molto probabilmente non ha mai perso. Promessa del tennis francese dal gesto di rovescio ineccepibile Richard non ha mantenuto un corretto equilibrio tra le aspettative che gli erano state rovesciate addosso e le vittorie che avrebbe dovuto riportare su un campo da tennis.

Clerici nutre una speranza, forse. La speranza di poterlo vedere più forte di prima: più costante, determinato, abile oltre l’abilità. In fondo non ci crede nemmeno lui perché è passato molto tempo dal 2002 quando il francese iniziò a farsi notare su un rettangolo che delimita un campo da gioco il cui nome è tennis. Oggi lo allena un italiano ma molto probabilmente è tardi per aprire l’ipotetica carriera di eccellenza che Gasquet suo malgrado non è mai riuscito a raggiungere. Ma la colpa non è del francese così come non si può imputare nulla alla sua tecnica tennistica. I motivi veri del suo successo, che forse troppi amano definire insuccesso, è nella sua natura fisica la quale lo ha costretto (una necessità) a una tecnica ineccepibile senza la quale non sarebbe nemmeno arrivato dove è ora. La grande distanza tra una tecnica ineguagliabile e un risultato non conforme hanno portato Richard alcuni anni fa a mollare la presa per scivolare in una storia poco chiara di droga e cocaina. Siamo ormai nel 2011 e in questi anni la comprensione del fenomeno Gasquet è passata per piccolezze, dettagli, che non è facile notare. Perché Gasquet è Gasquet? Perché sei tu Romeo? Sembra di parafrasare Shakespeare ma è il poeta W. B. Yeats che forse ci consegna la spiegazione migliore. “Non si può pensare ciò cui troppo a lungo si è pensato”. La speranza muore di speranza e il merito di merito.
Questa è la spiegazione più razionale. Il mondo così com’è strutturato non tiene in considerazione necessariamente le abilità, le proprie capacità, il proprio sforzo, almeno non sempre e comunque non nella misura in cui si dà al merito una forza assoluta unica responsabile del successo. Esiste spesso una realtà che nessuno sforzo di merito e di impegno riesce a dirompere. È proprio questa stessa realtà che ha imposto una tecnica cristallina a Richard ma allo stesso tempo segnava il limite di sviluppo del tennista Gasquet. La sua struttura minuta: le spalle leggermente più piccole degli altri tennisti, gli arti più sottili, un peso complessivo minore sono stati la leva che ha permesso il nascere del tennista esteticamente bello a vedersi, il migliore, ma al tempo stesso mentre tutto questo apriva la porta dell’apprendimento chiudeva la porta dei risultati attesi e delle molte speranze che spesso sono dimentiche della realtà.
Siamo ormai nel 2011 Richard Gasquet è del 1986 e con i suoi 24 anni è da considerare ancora un giovane atleta. Può ancora fare molto, oltre al tanto che ha già fatto e che ha già dato il tennis, e anche qui il poeta ci spiega che potrebbe esserci un’altra delusione solo se si guarda la speranza e il merito con gli occhi dell’irrazionalità.
“Le spirali! Le spirali! Vecchio Volto di Pietra guarda:
Non si posso più pensare le cose cui troppo a lungo si è pensato.
Che la bellezza muore di bellezza e il merito di merito,
E le antiche fattezze si cancellano.
Irrazionali correnti di sangue macchiano la terra;[..]“

Le Spirali W.B.Yeats.

Il tennis e scienze del caos. Capire Charles Darwin

Selezione e adattamento per discipline sportive

“I have called this principle, by which each slight variation, if useful, is preserved, by the term Natural Selection.” Charles Darwin.

È sempre lo sport che ci fornisce una delle migliori metafore che possono aiutarci a comprendere in modo esaustivo la teoria sull’origine delle specie di Charles Darwin. Non dobbiamo prendere in considerazione un singolo sport ma una pluralità di attività fisiche, in quanto ognuna di esse è paragonabile ad un ambiente di riferimento. Così ogni disciplina diviene per caratteristiche a causa delle attività che vi si devono svolgere l’elemento principale che permette di selezionare le peculiarità dell’individuo che più vi si adattano.

Morte e riproduzione.

Gli unici aspetti che mancano sono la morte e la selezione sessuale. La loro assenza può rendere più difficoltoso distinguere chi riesce a emergere in una determinata disciplina. Infatti in ogni torneo di tennis anche gli sconfitti possono ripresentarsi al torneo successivo e non vi è nessuna forzatura in relazione alla riproduzione sessuata, condizione che permetterebbe con le generazioni di evidenziare macroscopicamente le caratteristiche che permettono di eccellere in relazione alla disciplina. Continua a leggere

Il tennis e le scienze del caos. Il campione è un’anomalia

Siamo tutti africani

Siamo tutti africani

Non potrebbe essere altrimenti. La normalità, se ci basiamo sull’informazione statistica, è quella di vincere e perdere in modo equilibrato e non quella di segnare record o essere sconfitti poche volte. Se disponiamo su una linea i risultati degli atleti agli estremi troviamo le due irregolarità. Le eccezioni di chi vince sempre e di chi al contrario è sempre sconfitto. Nel mezzo ci sono coloro che rientrano nella norma e quelli che, ai lati, gradualmente raggiungono le eccezioni più marcate. Tecnicamente, a una analisi asettica, chi perde sempre non è diverso dal campione. L’unica dissomiglianza è nel valore che comunemente viene attribuito a chi vince: un’anomalia piace mentre l’altra no, anzi è in alcuni casi, non infrequenti è denigrata e con lei chi la evidenzia: l’atleta se così può essere chiamato. Piace l’eccezionalità in senso e non nell’altro ma tale attribuzione di valore è puramente arbitraria. Non è improbabile che tra due persone che cercano la sconfitta perdere richieda delle qualità non poco. Ma piacciono coloro che vincono e quindi per cercare l’eccezione in un senso invece che nell’altro si è disposti a tutto. Sarebbe invece divertente osservare competizioni dove i trucchi per vincere debbano essere abbandonati perché è perdere che conta. Ci sarebbe un doping alla rovescia? Una ricerca sofisticata per ridurre le prestazioni? Si cercherebbe l’incapacità con la stessa bramosia con cui si cerca l’abilità? Ma potremmo definirla un’attitudine inversa. Nel tennis il più bravo a tirare fuori vincerebbe e nel colpire una parte del terreno invece di un’altra potrebbero essere necessarie delle doti rovesciate. Viviamo del valore che attribuiamo alle cose: chi vince e bravo e chi perde è scarso. Finisce qui, indagare il resto è superfluo ma questo non cambia la realtà che chi vince sempre, segna record uno dietro l’altro è fuori dalla norma indipendentemente dal valore che diamo a tale rarità. Siamo pieni di rarità in questo pianeta alcune rendono le persone che le posseggono dei miti altre dei perseguitati. Avere la pelle più scura dove tutti l’hanno chiara, i capelli rossi dove la maggior parte sono mori, essere brutti in un mondo di belli, essere “diversamente abili” in mondo abili in un mondo di abili, essere di una religione diversa da quella della maggioranza. La diversità è stata ed è fonte di discriminazione ma la stessa diversità a volte, e non meno arbitrariamente, è fonte di fortune al limite di essere considerati delle divinità. Continua a leggere

Il tennis e le scienze del caos. La matematica del campione in 100 ml di capacità polmonare

L'attrattore di Lorenz

Anche senza entrare nello specifico degli aspetti tecnici più difficili e più articolati si può fare una buona divulgazione. Lasciando quindi da parte ciò che riguarda le equazioni non lineari e le proprie specificità nonché evitando di addentrarsi in meandri che potrebbero risultare ostici oltre che noiosi, la matematica nei suoi aspetti più semplici ci fornisce le indicazioni per capire come minime differenze possano innescare macroscopici cambiamenti. Permette anche di capire quando una stessa differenza può essere essenziale o superflua. E’ una questione di sistemi di riferimento che traslati nello sport diventano le attività da svolgere. Le parole servono per esprime concetti e comprendere. Un sistema di riferimento è la corsa di mezzo fondo. Un’attività di corsa prolungata nel tempo in cui alcune caratteristiche sono essenziali mentre altre possono essere considerate superflue o cospicuamente meno importanti. I cento metri piani sono invece diversi nella loro specificità e le caratteristiche che influiscono sulla prestazione sono necessariamente diverse da quelle che possono permettere di eccellere in una competizione di mezzo fondo. La domanda che ha le maggiori potenzialità di spiegazione è la seguente: “Sono necessarie evidenti differenze per essere più o meno adatti a uno dei due sistemi di riferimento?” Continua a leggere

Martedì in Comune a Grosseto si parlerà di:

La Home Page di Pianeta Tennis il 24 dicembre 2010

Sport, complessità e la metafora sportiva per spiegare i concetti di “condizioni iniziali sensibili”, “causalità circolare”, e “apertura al nuovo” (intesa come possibilità di accesso a processi innovativi partendo da piccole differenze iniziali). Le tre fondamentali caratteristiche del concetto di complessità.

Possono 200 centimetri cubici (meno di una lattina di Coca Cola) di capacità polmonare in più essere la causa di evidenti differenze nei risultati per un corridore di gare di fondo? E il tennis?

Lo sport si è rivelato un’allegoria molto calzante. Tutto sta nel capire quali sono i fattori sensibili. La forma dei finestrini di un aereo per evitare il collasso della scocca, e ciò che può mettere in crisi un ponte progettato per resistere ai terremoti possono essere condizioni meteorologiche di pioggia leggera. Perché?

L’appuntamento è fissato per Martedì 28 dicembre 2010 alle ore 11.30 presso la Sala del Consiglio del Comune di Grosseto. Piazza del Duomo. Presentazione del Romanzo “La mano di Rod. Il tennis e le scienze del caos”.

Infine mi auguro che il romanzo scorra bene, che sia di facile lettura e che l’intreccio affascini.

Volete criticare? Fatelo scientificamente: pesate le ossa dei tennisti

metodo scientifico

La teoria è empirica, razionale e  confutabile come avevo evidenziato in precedenza. Sono curioso anch’io a questo punto. Prendiamo i primi dieci al mondo e pesiamo mano e avanbraccio se la media di queste persone dovesse risultare uguale o inferiore alla media dell’uomo sarò il primo ad ammettere l’errore. Possiamo pesare anche solo la mano per scrupolo e più intrigante divertimento. Tecnicamente in questa soluzione c’è una imprecisione perché tra chi non è tennista ci sono sicuramente persone che possono avere le caratteristiche corporee dei tennisti e quindi alzano la media anche se nella loro vita si sono dedicati ad altre professioni per le più varie ragioni. Ma il rischio è accettabile.

Poi già che ci siamo per accuratezza d’indagine prendiamo coloro che sono tra la posizione 900 e 1000 del ranking mondiale e calcoliamo se c’è e a quanto ammonta la differenza con i primi dieci. Per curiosità di indagine, per amore di verità. Gli strumenti ci sono: la densitometria ossea per esempio.

Quale volete in testa?

A parità di velocità si intende. La prima o la seconda? Ma anche se va leggermente più piano una di quelle in mano a Don Budge (foto 2) credo che vengano scartate. L’estratto è dell’articolo che trovate qui. Semplifica poi esagera è la ricetta dell’Economist secondo Chris Anderson di Wired. Rendere un problema complesso il più semplice possibile e poi fare un passo in più.

Colpi profondi e pesanti per Budge

La Wilson Hyper Hammer 9 once. 255 grammi. E' diventato quasi uno standard di gioco con cui si inizia a non avere chiari feed back necessari per ogni processo di apprendimento

La racchetta con cui Don Budge realizzò il Grande Slam. 16 once. 453 grammi.

Mancava una finale Federer Nadal

Attenti a quei due

Rafa piega Murray in una partita davvero bella e Roger fa poca fatica contro Nole che continua nel suo rendimento limitato. Ancora quei due, parafrasando il titolo della nota serie televisiva britannica. Attenti a quei due. E gli altri? Perdenti prescelti, naturalmente. Per comprenderne meglio le ragioni che si tratti di scelta o di una serie convergenti di coincidenze aiutate da un crivello di Eratostene, magari più di uno, è necessario arrivare in fondo alle 465 pagine, per altro scorrevoli mi auguro.

Per quanto riguardo la storia di Murray che rompe tre mute di corde vicino al passante del telaio, può esserci una spiegazione anche lì. La figura dell’accordatore dadaista mi venne così…in un pomeriggio di mezzo inverno, stimolata forse da un cielo uggioso e grigio come quello che c’è oggi. Era estremamente noioso incordare racchette, è indubbiamente più divertente giocare. Ma ne riparlerò in un altro post.

Il tennis e la teoria del caos. Progetti e progettoidi. Complotti o complottoidi?

L'attrattore di Lorenz

Anche in questo caso la metafora esplicativa sembra essere calzante per cercare di capire quello che in natura è considerato un progettoide da distinguersi dal progetto.

La nostra mente cerca sempre di trovare una spiegazione e una logicità degli eventi, è per questo motivo che in alcuni casi riesce a scoprire leggi naturali e scientifiche, ma che per la stessa ragione spesso è indotta a vedere una finalità cosciente e razionale anche dove non c’è. Si tratta probabilmente di un prezzo da pagare alla nostra intelligenza, intesa come capacità del genere umano. Continua a leggere

WTA Chanmpioships Doah: due su quattro è il cinquanta per cento

La Schiavone è stata eliminata. La formula del Master concede la possibilità di perdere per una seconda volta. La formula consueta del tennis possiede una forma di pietà all’apparenza mascherata da inflessibilità: concede solo una sconfitta. E’ andata come è andata, in fondo Francesca ha già fatto molto a fine maggio quando si è portata a casa la coppa del Roland Garros.
Per quanto riguarda il master invece, nonostante manchino ancora una paio di partite dei gironi, i giochi sono già fatti per quanto riguarda le qualificate. Stosur e Wozniacki nel gruppo marrone e Clijster e Zvonareva. La percentuale in questo caso non è il modo metodologicamente corretto per fare i nostri calcoli, perché diminuisce  il numero delle giocatrici quindi ciò che era un 25% su otto giocatrici diviene un 50% su quattro, ma il numero delle atlete è sempre lo stesso: due su quattro invece che su otto. Però i numeri possono essere indice delle capacità di certe giocatrici o giocatori. Se sono poche a livello mondiale (come popolazione) ma frequenti ai vertici delle classifiche l’indicazione fornita è che possiedono caratteristiche che si confanno al gioco del tennis. Personalmente punterei sul rosso, ecco.

McEnroe, Rafael Nadal e Roger Federer: tutto quello che non si deve fare su un campo da tennis.

Piegare i cucchiaini con la forza del pensiero.

 

John Mcenroe, un diritto in salto

 

Il primo che ne fece parlare fu John McEnroe. Sembrava che avesse stravolto la tecnica di gioco. “E’ un errore”, si diceva: “ci può riuscire solo lui”. Il riferimento era al colpire saltando, fuori posizione, con poco equilibrio del corpo. Di equilibri ce ne sono tre: stabile, instabile e indifferente. Mc colpiva in equilibrio instabile, molto spesso, quasi sempre, sempre. Salticchiava sul rovescio e sul diritto pizzicando il terreno con le punte dei piedi e il braccio a volte sembrava contratto quando si muoveva incontro alla palla. Il servizio poi era un colpo considerato ineguagliabile.

 

Nadal colpisce fuori equilibrio

 

Impensabile imitarlo: spalle alla rete. “Non lo copiate”, dicevano i maestri. “Non si colpisce saltando. Non si colpisce con il peso indietro. Non si colpisce in corsa.” Non avevano ancora assaporato il fascino della PNL, evidentemente. Sono errori in relazione alla tecnica di gioco corretta. Il fatto acclarato che l’americano riuscisse a tenere in campo la palla rimbalzava tra le parole e i pensieri come un mistero.

 

Nadal colpisce saltando

 

“Come ci riesce?” “Come fa?” Erano i quesiti più comuni che si sentivano ripetere dagli appassionati. La spiegazione è rimasta inarrivabile nella sua semplicità, probabilmente proprio a causa della su semplicità. Anche Wallace, che ormai non potrà sapere, attribuiva la spiegazione a ineguagliabili abilità di timing nel colpo e prontezza di riflessi, occhi che vedono meglio.

 

Nadal colpisce in corsa

 

Non da escludere, ovviamente, ma non sufficiente, non esaustiva, anzi accessoria come spiegazione. Anche David Foster Wallace, sì, perché McEnroe non è mai stato solo, in realtà, nelle sue particolari soluzioni di gioco inspiegabili, anche a Federer capita di colpire in condizioni arrangiate, succede anche a Nadal, accade un po’ a tutti.

 

Roger Federer colpisce saltando

 

L’unica differenza, e non è una differenza da poco, è che ai signori sopra menzionati il colpo rimane in campo e spesso è anche un gran colpo. Il CICAP potrebbe trovare interessante come si possa essere radicata la convinzione che certi giocatori siano in grado di piegare cucchiaini con la forza del pensiero, ma oltre alla spiegazione mistica ce n’è una fisica. E’ la bellezza affascinante della risultante di tutte le forze in gioco: segmenti, masse, equilibri, posture, trazioni e impatti, salti e spostamenti.

 

Federer colpisce cadendo indietro

 

Alcuni si annullano a vicenda, altri collaborano in sincrono perfetto, qualcuno influisce più degli altri e sopperisce da solo a condizioni negative, improduttive, permettendo di segnare un segno più quando l’intero corpo retrocede, tende a cedere verso sinistra o a destra, si muove d’istinto in salto verso l’alto e non in avanti. Quando tutto intorno sembra crollare per il suo equilibrio instabile l’arto e la sua tennistica estensione avanzano con forma di tre segmenti che controbilanciano l’intero sistema. Il mito cede spazio alla logica, il mistero alla scienza.

Il centro di percussione e l’asse di rotazione di una racchetta da tennis: mani e manici.

L'attrattore di Lorenz

Ne avevo già scritto qualche tempo fa a proposito della locazione dell’asse di rotazione nello swing di una mazza da baseball, un post tra l’onirico e il provocatorio ma non irrealistico. E’ presumibile che in linea generale le cose non siano diverse per una racchetta da tennis: in un rovescio bimane ed anche in un classico diritto. Le caratteristiche salienti rimangono le stesse: un’attrezzatura impugnata, un movimento di rotazione che comprende bracci, avambracci e prolungamento artificiale degli arti. Non è questa la sede, non più, per approfondire come veniva superato il test BESR obbligatorio per ammettere una mazza da baseball su un campo da gioco. E’ stato sufficiente intuire che il centro di percussione nella sua dislocazione non ha nulla a che vedere con la performance della mazza. Non è infatti in quel punto, in cui venivano effettuati i test, che si ha la massima restituzione, la quale dipende sostanzialmente ed effettivamente da altri fattori: il più importante dei quali è il peso generale dell’attrezzo. Il centro di percussione è solamente il luogo in cui le forze in gioco nel momento dell’impatto (traslazione, rotazione) si annullano a vicenda poiché uguali e opposte. Un impatto in questo luogo da una sensazione confortevole al giocatore per questo motivo è definibile anche come Sweet Spot (ce ne sono altri di luoghi di una racchetta che possono essere definiti così). Il COP (center of percussion) varia in relazione alla distribuzione della massa e tende a seguirla, infatti racchette leggere in testa hanno un centro di percussione spostato verso il manico (low center of percussion). E’ il caso della mitica Pro Staff Original (85 sq. inch). Il centro di percussione si calcola sempre in relazione a un determinato asse di rotazione o pivot point in inglese. Generalmente per convenzione e praticità (il caso anche dei macchinari Babolat, Raquet Diagnostic Center) l’asse di rotazione è stabilito a cinque centimetri dalla fine del manico si tratta più o meno del luogo in cui appoggia il dito medio di una mano di un uomo che impugna una racchetta (metà mano). Sulla base di questo asse vengono calcolati i valori di una racchetta da tennis che troviamo in commercio. Quando vediamo il valore dell’inerzia (swing weight, definibile anche come pesantezza della racchetta in movimento)tale valore è riferibile all’asse di rotazione di cinque centimetri, lo stesso vale per il centro di percussione. A volte sempre per convezione si possono calcolare i valori a 7 centimetri. Ma la realtà è diversa, più complessa, più sfaccettata e anche difficilmente irregimentatile in una convezione il cui valore è solo quello di dare un’idea di massima per effettuare dei confronti. Continua a leggere