Crisi sistemiche e morali religiose

Razionalità abbandonate

Razionalità abbandonate

Gli avvenimenti di cronaca delle settimane scorse sono sufficientemente esplicativi. Le moderne società vedono confluire negli stessi luoghi di convivenza etnie diverse le cui visioni divergono in modo graduale fino a raggiungere estremi di incomprensione difficilmente riconciliabili. Dalle aggressioni ai soldati in Inghilterra, all’attentato di Boston fino alle rivolte di Stoccolma l’impressione è quella di trovarsi davanti alla deflagrazione di profonde divergenze che hanno covato e covano sotto l’apparenza sociale della tranquillità. Enclave di varia natura sociale e religiosa si annidano all’interno delle società moderne; tradizioni, riti, credenze e interpretazioni fantasiose della realtà divengo i principali attriti di oggi. Se nella maggior parte dei casi si tratta di frizioni di lieve entità, e forse risolvibili con il semplice buon senso, altre volte le situazioni sono critiche. Sempre più spesso le difficoltà nascondono un’incapacità relazionale radicata negli individui. Le differenze non sono sempre solubili, lo sono solo parzialmente, e quando la soluzione è satura i fondamenti rimangono distinti e socialmente inconciliabili. La ragioni vanno comprese a fondo al fine di trovare una soluzione all’organizzazione delle società future.

È sempre più evidente come l’umanità di oggi sia sempre legata a concezioni comportamentali e sociali arcaiche, nonostante ognuno di noi viva circondato da strumentazioni tecnologiche simbolo e frutto diretto di un metodo razionale e scientifico. Continua a leggere

L’etica dei pipistrelli vampiro. Copiare la natura e l’evoluzione nel mondo globale

Pipistrelli sociali

Pipistrelli sociali

Nel viaggio alla ricerca di una società migliorabile, perché molto probabilmente la perfezione lascerebbe molte delusioni a causa della sua irrealizzabilità intrinseca, oltre all’utopia è necessario abbandonare anche altre forme di illusione che alimentano false speranze. La dinamica principale di questo processo consiste nel lasciare ogni forma di astrattismo, misticismo e assolutismo inteso nel senso della velleitaria ipotesi che i comportamenti altruistici esistano indipendentemente da ogni altro fattore. C’è da recuperare, invece, la forma matematica dell’approssimazione. In questo senso ogni progresso in ambito sociale è un miglioramento che consente di compiere un passo in avanti. Le discussioni sull’ipotesi di poter raggiungere o meno l’asintoto è forse meglio lasciarle a disquisizioni puramente accademiche. Esiste un aspetto pratico e non meno nobile: tentare e riuscire a compiere i singoli piccoli passi. Ma per riuscirci è opportuno conoscere il terreno su cui dovremmo camminare, la struttura dei nostri corpi, la natura di noi stessi, nonché l’obiettivo e gli obiettivi che si intende perseguire.

Se paragoniamo due auto tra loro, o qualunque altra opera dell’uomo, a distanza di molto tempo (mezzo secolo o un secolo) non possiamo non notare le differenze e le notevoli migliorie che sono state apportate, ma al tempo stesso non sarebbe corretto affermare, per esempio, che le auto odierne siano perfette, che corrispondano all’utopia astratta di macchina senza difetti. Sono però molto migliorate e questi progressi sono stati possibili sostanzialmente grazie alle maggiori conoscenze tecniche e scientifiche. La domanda se esiterà mai un auto perfetta è puramente retorica. Molto probabilmente nessun ingegnere prenderebbe in seria considerazione l’ipotesi di rispondere in modo assoluto con un sì. Loro si occupano del processo di miglioramento non di certe speculazioni. La risposta più probabile sarebbe proprio questa: “noi ci cerchiamo creare auto sempre più sicure ed efficienti”. Continua a leggere

Empatia calda e motivazioni egoistiche per essere altruisti

Intersezioni di collaborazione

Intersezioni di collaborazione

Sono stati fatti numerosi studi sull’empatia e questa caratteristica, non esclusiva dell’uomo, è stata considerata fondamentale per i processi di vita sociale nelle architetture complesse di vita in comune. Ne sono stati studiati gli effetti in medicina tra paziente e medico, in ambiato lavorativo (Goleman 1997) al fine di comprendere quale sia il miglior ambiente di lavoro non solo dal punto di vista della vivibilità ma anche da quello dell’efficienza, in psicologia per capire meglio casistiche di psicopatologie comportamentali ed anche per spiegare fenomeni di bullismo in età adolescenziale. L’empatia è parte integrante di molti aspetti della nostra vita ma forse il suo ruolo, anche se essenziale, è stato sopravvalutato nel senso che potrebbe essere necessaria ma non sufficiente affinché si manifestino e si conservino comportamenti pro sociali all’interno di un gruppo. La capacità di comprendere gli stati d’animo degli altri, che è la definizione più classica, forse abusata, del concetto di empatia, merita di essere approfondita. Comunque il sostantivo “empatia” e il relativo aggettivo sono stati utilizzati per indicare aspetti diversi dei processi celebrali che sono alla base dell’immedesimazione con gli altri e della comprensione dei loro stati mentali ed emotivi.

È possibile distinguere tra empatia fredda ed empatia calda. Questa distinzione pone una questione interessante in merito a come la facoltà di riconoscere lo stato emotivo e situazionale di un’altra persona possa dare origine a comportamenti che non sempre seguono lo stesso percorso. Per empatia fredda si intende la capacità di riconoscere lo stato e la situazione della persona che abbiamo difronte, tale condizione è anche descritta come “teoria della mente” (Theory of mind) ed è un’abilità che si acquisisce a partire dai 3 e i 4 anni di età. L’empatia calda è stata generalmente descritta, dal punto di vista scientifico, come la facoltà di riuscire a immedesimarsi nelle condizioni osservate nell’altro. Questo secondo tipo di empatia si configura come una risposta emotiva successiva alla prima capacità cognitiva (R. James R. Blair, Empathic dysfunction in psychopathic individuals, 2006). Quello che è emerso da studi relativamente recenti è che nei disordini relativi all’empatia e riconducibili a disfunzioni psicopatiche nei soggetti studiati non è stato riscontrato nessun disturbo o disfunzione della teoria della mente (Hare, 1991). Gli individui sono risultati nella norma riguardo alle capacità di empatia cognitiva e non risultano indicazioni a sostegno dell’ipotesi che coloro che hanno comportamenti antisociali abbiano un deficit ricollegabile alla teoria della mente. Continua a leggere

Coesione sociale e il limite etico delle religioni

Limiti

Limiti

Nell’analisi dei comportamenti che generalmente vengono definiti altruistici, pro sociali o collaborativi è necessario stabilire un approccio di indagine che cerchi di spiegare i motivi per cui si sono affermati.

Da un lato è stato ormai chiarito che i gruppi in cui sono nati erano composti da parenti perciò da individui che condividevano e condividono una parte del proprio patrimonio genetico. In linea di massima quindi, salvo situazioni particolari e casi devianti, c’è da aspettarsi un aumento della solidarietà direttamente proporzionale al grado di parentela. La maggiore attenzione verso i figli diminuisce nel percorso che arriva agli estranei: le risorse fisiche, affettive, mentali ed economiche hanno un’evidente tendenza a diminuire lungo questa strada. Il fatto che possano esistere comportamenti “devianti” non ha la forza di inficiare una solida realtà statistica. Comportamenti eccessivamente “egoistici” rientrano nell’ambito di mutamenti casuali che diminuiscono la fitness riproduttiva ed hanno perciò conseguenze negative sulla diffusione di comportamenti estremi di questo tipo. Il paradosso di un genitore che mantiene per sé tutte le risorse ha una ricaduta sulla sopravvivenza dei geni dello stesso genitore. La condizione opposta (un genitore che concede tutto a figli) non porta intuitivamente e drasticamente ad una interruzione della linea di sopravvivenza e trasmissione genetica ma può avere conseguenze altrettanto rischiose. Donare tutto il cibo alla prole significa non averne per sé e quindi privarsi delle energie necessarie per cercarne di nuovo da donare a individui non ancora autosufficienti o per procreare ancora e ottimizzare la diffusione del proprio patrimonio genetico, con conseguenze molto simili alla prima situazione, se non identiche. Tra queste situazioni estreme ci sono una quantità molto vasta, se non infinita, di casi intermedi, dove in relazione alle condizioni di reperibilità delle risorse per la sopravvivenza, periodo per l’autosufficienza e altre condizioni ambientali si possono osservare diversi gradi di cura della progenie. L’osservazione della natura ce ne fornisce una molteplicità impressionante che spazia dagli ovuli abbandonati per la fecondazione, come avviene nei pesci, negli anfibi e nei rettili fino alle cure più accurate degli uccelli e dei mammiferi, per terminare con la specie umana. L’efficienza di una o dell’altra strategia dipende da molti fattori che non indagheremo in questa occasione, ma il grado di efficienza di una maggiore o minore presenza di cure parentali è variabile. Continua a leggere

Il male eterno, la teoria dei giochi e demoni seppelliti sull’inesistente isola di Utopia

Teoria dei giochi e aspettative individuali

Teoria dei giochi e aspettative individuali

Perché esiste il male? La domanda ricorre spesso ed è stata forse una delle domande che hanno suscitato le più irrefrenabili fantasie nell’uomo  Ha dato origine a numerose leggende e miti: quello di Platone di Er è forse il primo articolato in modo complesso, mentre la dicotomia del dottor Jekyll e mr. Hyde incarna la paura di un male strettamente connaturato al bene e da quest’ultimo inseparabile. Si è tentato di spiegare il male attraverso interpretazioni filosofiche metafisiche e spiegazioni religiose ontologiche, come quella di S. Agostino, che lo vede come privazione del bene partendo dal grado superiore di dio per scendere fino a quelli inferiori delle sue creature.

La tentazione del male ha preso le più svariate forme come quella del serpente nel giardino dell’Eden, di un demonio nel deserto. Alla presenza del male l’uomo ha sempre cercato di fornire una spiegazione anche chiamando in causa divinità contrapposte fra di loro. Nella mitologia greca il cospicuo numero di dei inscenava contese dagli interessi diversificati e dai vantaggi da conquistare altrettanto variegati, distribuendo male e bene a ogni occasione fra le parti in gioco.

È proprio il tentativo di spiegare il rapporto tra male e bene che ha occupato molte delle energie umane al fine di riuscire a chiarire i motivi profondi delle proprie esistenze soggette a delusioni e sofferenze, oltre che a momenti piacevoli. Il bene e il male, dio e il demonio, buoni e cattivi, angeli e demoni, il giusto e l’ingiusto. La dicotomia era ed è collegabile a un’interpretazione etica e morale dei comportamenti nonché a una lotta senza fine tra i due opposti sparsi nell’umanità e, non di rado, anche all’interno della stessa persona. Continua a leggere

Morale ed empatia: dai Bonobo fino a un’etica per il villaggio globale

La morale del villaggio

La morale del villaggio

Recenti studi hanno evidenziato che gli scimpanzé e i bonobo si comportano in modi che potrebbero essere definiti morali, o almeno assimilabili alle basi fondanti di una moralità: ovvero possiedono i blocchi principali di comportamenti etici più complessi come quelli che si possono descrivere negli uomini e nelle donne. Gli studi portati avanti dal professor Frans de Waal, ed esposti nel suo ultimo libro (i Bonobo e gli atei), sono eloquenti. Consolano chi ha perduto un cucciolo, donano cibo ai meno fortunati, si prendono cura di chi ha bisogno, mostrano comportamenti empatici di dispiacere, di senso di colpa. Anche se alcuni potrebbero storcere il naso se tali comportamenti venissero definiti etici in senso umano è fuori di dubbio che queste predisposizioni comportamentali sollevano delle questioni di rilevante importanza. Il fatto che tali atteggiamenti derivino, dal punto di vista scientifico, da una forma di cambiamento evolutivo adattivo solleva la questione della necessità di un dio affinché gli uomini possano avere un codice di comportamento etico. La morale deve discendere necessariamente dall’alto o può essere sviluppata dall’interno nell’ambito dell’individuo, del gruppo di appartenenza? Se altre forme di vita, che non conoscono il concetto di dio, hanno sviluppato comportamenti sociali di cooperazione, comprensione ed aiuto reciproco l’indicazione è che anche per gli uomini (seppur autori di forme di comportamento codificate in leggi e sistemi di convivenza complessi) non vi sia bisogno che la condivisione dei gesti etici sia indotta dall’esterno. Non è una novità che i metodi di cooperazione possano discendere da una scelta condivisa come il contratto sociale (Rousseau), ma se queste forme di convivenza sono lontane dai primordiali approcci empatici di scimpanzé e bonobo molto probabilmente ne rappresentano il continuo in forma strutturata.

Gli studi di Frans de Wall chiariscono che non è necessario credere in un dio per essere persone detentrici di moralità. Senza voler sminuire il lavoro, i possessori di animali domestici potranno sicuramente testimoniare di aver riscontrato comportamenti simili e vicini all’empatia nei loro compagni quotidiani anche se nell’areogramma evolutivo si collocano in una posizione diversa da quella dei primati e dell’uomo, e magari i loro comportamenti rimangono un po’ distanti, nello specifico, da quelli osservati da de Wall nei primati oggetto dei suoi studi. Continua a leggere

Dio non esiste. Quale morale quando il disegno dice molto sul disegnatore?

Darwin, con la sua opera più famosa, pensò di avere confessato, o di dover confessare in modo esplicito un omicidio. Il motivo principale per cui l’opera del naturalista inglese è stata, ed è sempre osteggiata, anche se a volte si assiste a ingenui tentativi di riassorbirla smussandone gli aspetti più deflagranti, risiede nel fatto che in fondo un omicidio è poca cosa. L’origine delle specie secondo la teoria dei cambiamenti per selezione naturale possiede un impatto maggiore di quello inscrittibile nella metafora dell’omicidio. L’impatto è infatti stato molto più ampio. I detrattori della verità ne sono a conoscenza, forse meglio di quello che cercano di lasciare intendere. Il cambiamento delle specie è deflagrante nei confronti di molte concezioni filosofiche, di quelle religiose e dell’idea stessa di divinità. Svanisce il concetto di categoria stabile, di essenza discreta che non muta; gli errori presenti nelle realtà viventi gettano una luce nuova sull’idea della vita come progetto e su quella del relativo progettista. I disegni non sembrano più disegnati, almeno non appaiono più elaborati con il tratto di chi ha dalla sua parte qualità fantasiosamente descritte come onnipotenza, onniscienza, mirabolanti attitudini per creare la perfezione. L’occhio, il nervo laringeo ricorrente, i denti del giudizio, la spina dorsale sono solo alcune delle imperfezioni che un progettista mediamente istruito avrebbe evitato.

Nessuno costruirebbe una strada tra Bologna e Milano facendola tornare indietro per passare da Roma come avviene nel surrealista collo dello giraffa. Si schianta contro il muro di una logica tanto semplice quanto solida anche il tentativo di attribuire questi errori a un qualcosa di imperscrutabile per la fallibile mente umana, la quale, dal basso della sua piccolezza confonderebbe gli errori palesi con qualità lungimiranti. È sempre più evidente come si tratti un puerile tentativo, simile a quello di un allievo che tenti di giustificare i propri errori nel risolvere un’equazione adducendo che le sue soluzioni sono imperscrutabili per il professore, il quale si renderà conto solo fra qualche migliaio di anni di come fosse lui in errore. Come sosteneva Occam la soluzione più semplice è quella giusta e quest’ultima chiude fuori ogni tentativo più complesso. Le imperfezioni sono imperfezioni, nulla di più se non le prove di un procedimento che, se ha portato a qualcosa di mirabile, c’è arrivato attraverso tentativi, cumulazione e miliardi di anni a disposizione. Le caratteristiche del procedimento non potevano non trascinare con sé difetti, cambi di rotta, legati evolutivi, forme e funzioni di perduta efficienza, le quali sono l’indice dell’impatto concettualmente devastante nei confronti dell’idea classica di dio, che, privata delle qualità positive diviene sempre meno definibile, identificabile  Si snatura della sua storia culturale e si perde divenendo un concetto vago, una scatola vuota nell’ambito del mito e della fantasia. Alla luce della teoria dell’evoluzione (ma la parola cambiamento rende meglio l’idea dell’assenza di una finalità) gli dei vengono sminuiti nelle loro capacità. Divengono fallibili, pasticcioni, ritardatari o assenti nei loro interventi: umani, sin troppo umani. Sono sempre di più privati di quelle qualità che l’uomo gli aveva attribuito per crearli a propria immagine e somiglianza riversando nella fantasia creativa anche la speranza. Dopo Darwin non esiste più il finalismo storico, filosofico, biologico e religioso; non c’è più l’essenzialismo se non come convenzione per comunicare su ciò che ci circonda; e sono sparite le divinità. Dissolte davanti a un’attenta comprensione della teoria dell’evoluzione. Aggrapparsi ancora all’idea di un dio personale implica portare con sé un concetto monco: un dio molto poco dio, una disillusione. Come Ostinarsi a pensare che la terra sia piatta anche se si è consapevoli che possiede tutte le caratteristiche dell’ellissoide. Continua a leggere

L’ipocrisia e l’incompetenza. Un anno di governo Mario Monti

Il governo del professore Mario Monti è durato un anno. Un periodo di tempo più che sufficiente per rendersi conto della natura ideologica del pensiero che risiede dietro le azioni politiche intraprese. Da un lato si porta avanti la concezione di un neoliberismo economico mentre dall'altro il personale e spirituale attaccamento alla Chiesa Cattolica crea un contrasto netto ed evidentissimo interno alle idee, se non alla personalità stessa del bocconiano. Una contraddizione insanabile che è causa di una politica incoerente e pericolosa. La sanità e lo stato sociale vengono lentamente smantellati, all'insegna di una francescana mitologia liberista, mentre lo stesso liberismo è politicamente sospeso per coloro che rientrano tra i gruppi economici di potere. Sugli immobili della Chiesa l'imu non si paga e le scuole private cattoliche possono portare avanti la loro concorrenza sleale nei confronti di quelle statali con i soldi dello stato stesso, che non lesina contributi oltre alle esenzioni. La sanità non gode di una situazione migliore: con la lenta erosione del sistema pubblico a favore di appalti privatistici esterni. In nome dello stesso liberismo si vagheggiava di aiutare con soldi pubblici il Monte dei Paschi di Siena, tentativo su cui aleggiano molte perplessità della Commissione Europea e di Mario Draghi. Il liberismo darwiniano (teoria dell'evoluzione ovviamente incompresa da Monti e da chi ne scrive gli endorsement) varrebbe per tutti tranne che per alcuni privilegiati, guarda caso chiesa e banche, che si avvantaggiano di una sospensione della lotta per la sopravvivenza economica. Le leggi speciali, o le non leggi speciali, varrebbero per questi soggetti in nome di un non ben precisato valore sociale detenuto da strutture private in contraddizione con l'idea liberista che solo un mercato non regolamentato sarebbe in grado di distribuire vantaggi ai singoli, o forse più prudentemente al maggior numero dei componenti la società. Perché le migliaia di artigiani e piccole e medie imprese che falliscono senza aiuti di stato né minime dilazioni del debito non hanno un valore sociale, politico ed economico? Secondo Mario Monti evidentemente non lo hanno, anche se la singola impresa moltiplicata per 1000 implica più posti di lavoro dell'intero salvifico e sacro Monte dei Paschi di Siena. Ogni giorno nel 2012 sono fallite 35 imprese. Tutto questo accade in un momento in cui i miti religiosi si stanno sgretolando facendo intravedere la loro pochezza e mentre sempre più economisti si rendono conto che i vantaggi distribuiti rappresentano solo un caso particolare e nemmeno troppo frequente di un sistema economico neoliberista. La teoria dell’evoluzione, mal compresa, demonizzata o sfruttata a seconda delle circostanze, aveva già evidenziato questo aspetto da cui l'economia non è esente. Corse agli armamenti controproducenti, vicoli ciechi evolutivi e il grande numero delle specie che si sono estinte seguendo un processo libero, se non vincolato solo da situazioni contingenti e leggi fisiche, testimoniano che il risultato molto spesso è uno svantaggio per molti e non raramente per tutti. L’organizzazione economica delle società, trattandosi del modo con cui vengono reperite le risorse per la sopravvivenza non è al di sopra di questa realtà. Qui nascono e sopravvivono tutte le contraddizioni del professore Mario Monti il quale è legato a due concezioni superate: il liberismo economico e la concezione religiosa che è indipendente dal culto di appartenenza. Il primo, alla prova dei fatti degli ultimi decenni (comprese le numerose privatizzazioni italiane), ha evidenziato tutti i suoi limiti ed è sfociato in una delle più consistenti crisi economiche, seconda forse solo a quella del ’29, con l'evidente realtà che non è stato redistribuito alcun beneficio, lasciando al mercato la possibilità di agire in completa libertà. La seconda, ovvero la concezione religiosa di un mondo creato da un’entità onnipotente, segna anch’essa il passo e si scontra con le evidenze reali di meccanismi che sono in contraddizione con l’esistenza di una divinità intesa in senso classico. Anzi le leggi naturali ed economiche evidenziano che per raggiungere l'obiettivo di una società equilibrata economicamente e più giusta eticamente è sempre più necessario fare ricorso a interventi mirati, razionali, scelti e mai ideologici, per mezzo degli strumenti legislativi. Rimanere ancorati alle visioni dogmatiche di un dio che può tutto e di un sistema neoliberista che aggiusterebbe tutto non può che portare il vivere civile alla deriva. Non stupiamoci pertanto se l’Italia è piena di leggi contraddittorie in cui alcuni principi valgono per alcuni e non per altri, questo risultato è l'effetto di azioni di uomini il cui pensiero politico poggia su fondamenta datate. Il tentativo di interpretarlo oscilla tra l’ipocrisia e l’incompetenza. Si impoveriscono i paesi, quindi singolarmente i singoli individui, in nome di principi religiosi (la figura di San Francesco) e dogmatico economici (liberismo risantorio), ma difronte a necessità impellenti si aiutano coloro che vengono ritenuti più vicini al proprio gruppo (economico e religioso) e che condividono un’etica e una visione del mondo in senso tribale allargato. Politicamente ci si avvicina a tutto tranne che a un governo tecnico. O forse è solo il tipo di tecnica che è ormai superata.

Link:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/12/20/salvataggio-di-stato-a-mps-draghi-stronca-scorciatoie-di-monti-e-grilli/452198/

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/12/28/il-prof-manda-a-monte-la-sanita-e-il-centrosinistra-rimane-a-guardare/456594/v

http://www.parlaimpresa.it/crisi-nel-2012-in-italia-fallite-quasi-35-imprese-al-giorno/

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/07/15/pmi-unimpresa-a-rischio-fallimento-unimpresa-su-tre-entro-il-2012/294643/

Come la mente crea visioni e a volte qualche befana

O epifania che ha anche il significato di apparizione, venuta, esperienza divina. Aree particolari del cervello sono stimolate quando alcune persone hanno esperienze di allucinazioni o di estraniazione dal corpo. Niente di miracoloso dunque, ma solo un picco epilettico con maggiore interesse del lobo temporale in concomitanza con l’esperienza mistica. L’estrema somiglianza con la realtà è dovuta ai centri del cervello interessati che sono gli stessi che agiscono per interpretare la realtà della vita di tutti i giorni.

Ecstatic seizures are rare — they only occur in something like 1 or 2 percent of patients with temporal lobe epilepsy. But the last half century has seen an enormous increase in the prevalence of other states sometimes permeated by religious joy and awe, “heavenly” visions and voices, and, not infrequently, religious conversion or metanoia. Among these are out-of-body experiences (OBEs), which are more common now that more patients can be brought back to life from serious cardiac arrests and the like — and much more elaborate and numinous experiences called near-death experiences (NDEs).

Both OBEs and NDEs, which occur in waking but often profoundly altered states of consciousness, cause hallucinations so vivid and compelling that those who experience them may deny the term hallucination, and insist on their reality. And the fact that there are marked similarities in individual descriptions is taken by some to indicate their objective “reality.”

EEG with epileptic waveforms [Wikimedia Commons]
But the fundamental reason that hallucinations — whatever their cause or modality — seem so real is that they deploy the very same systems in the brain that actual perceptions do. When one hallucinates voices, the auditory pathways are activated; when one hallucinates a face, the fusiform face area, normally used to perceive and identify faces in the environment, is stimulated

Continua The Atlantic.

Evoluzione, matematica, diversità ed etica dei confini indefinibili

Uno dei motivi più affascinanti per amare la matematica sono i frattali di Mandelbrot. Conosciuti anche al di fuori della matematica per le figure a cui danno origine permettono riflessioni anche in altri ambiti e inducono a una comprensione accurata della realtà che ci circonda. Se l’aspetto estetico è legato alla bellezza delle figure le implicazioni filosofiche derivano dalla diffusione in natura delle forme frattali. Con una visione d’insieme dei processi evolutivi Mandelbrot e Darwin hanno definitivamente reso desueto il concetto filosofico di essenza, che resiste solo per convenienza interpretativa della realtà. Definiamo e chiamiamo “gatto” un gatto solo per intenderci su quello di cui parliamo, nel caso specifico un gatto, appunto. L’evoluzione ci dice che il gatto è il frutto di un processo che non è fermo nel momento in cui lo osserviamo. Fermare la realtà definendo la “categoria gatto” è un utile convenzione e niente di più. L’evoluzione non evidenzia confini, né separazioni nette. Non stabilisce quando un gatto è divenuto tale nel senso in cui lo intendiamo né quando un gatto diverrà talmente diverso da se stesso da iniziare a meditare di essere definito con un nome diverso. Speciazione e ibridazione forniscono informazioni sull’entità delle diversità cumulate per adattamento, ma l’evoluzione ha un andamento fluido in cui la caratteristica principale è quella del movimento. Così ogni concetto immobile nel tempo perde il suo valore assoluto e con lui la necessità di definire confini netti viene meno, utile solo per motivi di catalogazione. L’albero della vita procede per trasformazioni da un’origine comune, attraverso meccanismi di adattamento che ogni specie condivide e da cui nascono le diversità che hanno portato alla necessità di definizioni e catalogazioni.

La stessa assenza di confini si nota nella matematica frattale di Mandelbrot. Figure si compenetrano le une nelle altre a maggiore e minore scala, confondendo le proprie linee, le proprie distinzioni, fondendosi e rendendo difficile stabilire l’inizio e la fine di un concetto o un’essenza. Queste forme sono diffusissime in natura: il cavolo romano, foglie di felce, la forma di una scogliera, un fiocco di neve, la semplice ramificazione di un albero. La natura non traccia confini netti (linee su un foglio). Dov’è il confine di un fiocco di neve con lo spazio che lo circonda? È un confine fluido che si dispiega in modo non lineare all’interno delle ramificazioni stesse dei cristalli. È qui, è lì, è all’interno del fiocco stesso. Una parte del fiocco è nell’aria, un po’ di aria è nel fiocco.
Evoluzione e geometria della natura comunicano di una realtà in cui ogni confine di comodo non esiste nella realtà. Non vi è ragione di pensare che questo sia diverso per le categorie con cui gli uomini interpretano la propria vita sociale. Bianchi, di colore, eterosessuali, omosessuali, tedeschi, francesi, italiani, svedesi, del nord, del sud, arabi, cattolici, protestanti, indù, mormoni, atei. Intelligenti e stupidi, belli e brutti, donne e uomini, razze e specie. Queste comode categorie, non di rado associate a pregiudizi, non esistono nella realtà della natura, tantomeno esistono in forma tale da giustificare discriminazioni e razzismi, intolleranze e chiusure. Anche queste categorie sono fluide, si confondo, si compenetrano come i confini dei frattali. Mutano ed evolvono come la vita muta ed evolve. Le forme intermedie sono davanti ai nostri occhi, che, però, spesso rassicurati, nonché accecati, non le vedono. Quale sarebbe il colore mulatto di confine? Quando una persona può essere definita stupida e quando intelligente? Quando un gatto ha iniziato a essere un gatto e quando smetterà di esserlo? Ogni confine è una convenzione, ogni essenza una comodità che quando inizia a vivere slegata dalla realtà diviene pericolosa perché giustifica se stessa come una verità, mentre è solo uno strumento per agevolare la comunicazione. Diviene un fine da perseguire con la pretesa di essere e non di descrivere la realtà. Un “gatto” diverrebbe un “gatto” da quando gli uomini hanno iniziato a chiamarlo così. Rischiose presunzioni umane. Le nostre differenze sono mescolate con le nostre uguaglianze e da queste ultime derivano. Tutto ciò che è profondamente diverso ha acquisito tale diversità per motivi contingenti e in funzione dell’adattamento.
Riconoscere e accettare questa realtà permette, se lo si sceglie, di abbandonare logiche di divisione che tracciano confini netti di separazione, consapevoli che il motore della vita è un flusso continuo, in cui ogni tentativo di distinzione è infine arbitrario. Ne può nascere un etica dei confini anzi dell’assenza dei confini, in cui il gesto altruistico, la comprensione, il rispetto, la convivenza nascono e si alimentano nei limiti della comprensione condivisa della realtà. Uomini e animali condividono molto: ricerca del cibo, sessualità, desiderio di scansare il dolore e ricercare il piacere di una vita migliore, riproduzione. Le differenze risiedono nelle forme e funzioni con cui si cerca di raggiungere una serie di obiettivi comuni in ambienti diversi. Non c’è spazio per la separazione drastica e impermeabile in questa visione del mondo, che, al contrario, è segnata dalla continuità della trasformazione affinché la vita continui ad esistere. Anche questo è un scopo molto comune, non solo all’apparenza.
Ogni discriminazione, ogni pregiudizio, si basa sulla separazione, sulla distinzione chiara, ma evoluzione e matematica suggeriscono in modo evidente che tutto questo, in fondo, non esiste ed è solo un’apparenza, un comodo modo per descrivere il mondo. Un’etica dell’assenza di confini, in cui è impossibile appellarsi a una presuntuosa distinzione per affermare una supremazia morale, intellettuale, di colore, di genere o specie, è sotto i nostri occhi. È sufficiente saperla vedere.

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Lies do not pay any more

Nel mondo dei social media sono anche più difficilmente difendibili o nascondibili, in quanto sottoposte al vaglio di un numero elevato di persone che scelgono immediatamente di partecipare magari con un retweet. Un tempo la comunicazione standardizzata riusciva molto meglio di oggi a veicolare informazioni e idee limitando l’approccio critico, che rimaneva confinato al giudizio espresso su un’informazione non più rintracciabile e difficilmente ricostruibile nella sua interezza e complessità. Internet consente invece approfondimenti e approcci critici per un tempo prolungato a un numero maggiore di persone. La conferma viene anche da Michael Slaby, l’uomo internet di Barack Obama.

Oggi, del resto, è importante comunicare se stessi nel modo più trasparente possibile: se ieri infatti si poneva attenzione ai titoli dei giornali il giorno dopo i dibattiti televisivi, adesso molto avviene già in diretta su Twitter e ogni singola mossa finisce in tempo reale sotto la lente di centinaia di migliaia di osservatori/commentatori. Basti pensare ai 10 milioni di tweet postati durante il primo dibattito televisivo tra Obama e Romney, a cui non è sfuggito il desiderio del candidato repubblicano “di voler compiacere gli elettori”. I social network esigono trasparenza e cercare di eluderli è ormai impossibile, secondo Slaby: anche i dibattiti in rete vanno affrontati nella maniera più chiara e coerente possibile, senza evitarli.

Repubblica.

L’evoluzione insegna a coesistere

Cosa hanno in comune?

Esiste solamente una cosa che accomuna tutti gli esseri umani su questo pianeta. Si tratta delle comuni radici evolutive, dalle quali nascono le differenze di vario tipo. La struttura fisica, la predisposizione a credere in una religione, il modo di pensare, la predisposizione a creare culture, società e lingue diverse sono tutte caratteristiche che nascono in virtù di “qualità” che permettono, ed in passato hanno permesso, l’adattamento ad ambienti diversi. L’evoluzione insegna anche che, in condizioni di isolamento o di confronto biologico e culturale limitato, le differenze tendono ad aumentare sempre di più fino a raggiungere dal punto di vista biologico la speciazione e da quello culturale l’incomprensione. Lo studio dell’evoluzione nelle isole chiarisce bene queste caratteristiche. Non a caso l’intuizione venne a Charles Darwin dopo aver visitato le Galapagos. Ma è interessante soffermarci su come l’analogia con l’evoluzione sia molto calzante anche quando si studiano le società umane. Il nascere e il formarsi delle lingue è un esempio esplicativo. In gruppi diversi e molto distanti tra di loro nascono per modificazioni graduali parole e associazioni di significato diversi che portano, con un isolamento che tende a continuare, a un vero e proprio linguaggio nuovo: una lingua. Inoltre gli studi delle zone di confine tra linguaggi e Stati nazionali descrivono forme di compenetrazione tra diversi linguaggi. Gli isolamenti, anche ristretti, nelle valli alpine permettono la nascita di piccole nicchie di linguaggio, come il Ladino. Anche le valli sono isole. Le culture sociali non sono immuni a queste dinamiche. Si creano identità di valori, comportamenti, abitudini che permettono l’identificazione dei singoli individui a un gruppo ben preciso. Questo risponde a un vantaggio evolutivo in quanto un gruppo coeso e numeroso aumenta in senso probabilistico le possibilità di sopravvivenza dei singoli individui, che appartengono a quel gruppo, o società.

Pertanto le differenze fisiche e culturali che esistono tra individui appartenenti a gruppi diversi sono da correlare come una necessità comune che ha una spiegazione darwiniana. Al tempo stesso la presenza di un’infinita varietà di tradizioni e di culture è anch’essa tipica delle caratteristiche di cecità e contingenza dell’evoluzione. Numerosi tentativi sono infatti necessari perché l’assenza di progettualità non permette di sapere quale differenza, o caratteristica, sia la più adatta in determinate circostanze. Quale organizzazione sociale funzionerà meglio? “Non lo so proviamone tante?” La domanda e la risposta lasciano troppo spazio alla fantasia ma permettono di chiarire bene l’impossibilità dei meccanismi evolutivi di fare previsioni. Come potrebbero…

Le funzioni delle religioni sembrano, nelle loro caratteristiche principali, rispondere anch’esse a quelle caratteristiche che permettono una maggiore coesione di gruppo e al tempo stesso, come conseguenza, una riduzione delle defezioni, ovvero di quei comportamenti, e azioni, in grado di disgregare l’organizzazione e la struttura sociale. Questa funzione è comune a tutte le religioni, infatti troviamo sempre insegnamenti di comportamento che biasimano le azioni che vanno contro gli altri individui. Le etiche religiose condannano il furto, il desiderare la donna d’altri (spesso con la donna ritenuta una semplice risorsa riproduttiva) e stimolano a essere caritatevoli e ad agire con comprensione e aiuto rispetto ai propri simili. Per simili, considerata l’età storica della nascita delle prime religioni, s’intende coloro che appartengono, anzi che appartenevano alla piccola tribù ristretta. Per questo motivo quella che è una funzione positiva all’interno del gruppo nel confronto fra tribù diverse diviene spesso elemento di chiusura e di incomprensione, proprio perché la sua funzione è quella della salvaguardia della coesione di un singolo gruppo. Si tratta di un’etica interna, anzi di più etiche interne, che nascono con finalità simili se non uguali e che, quando divergono su molti aspetti, e in situazioni di isolamento tenderanno a divergere, agevolano l’incomunicabilità e l’incomprensione. I casi storici sono molteplici e fin troppo sotto gli occhi di tutti.

Comprendere queste dinamiche, che sono in ultima analisi dei meccanismi evolutivi, non può non aprire la via a una valutazione etica della grande idea di Charles Darwin. Valutazione che non può non sfociare in un giudizio estremamente critico nei confronti di tutti comportamenti e di tutte le scelte che cercano di affermare una cultura sull’altra sulla base di una presunta superiorità o una religione sull’altra sulla base di una maggiore e presunta veridicità. Macroscopiche differenze esistono per finalità comuni. Se gli uomini un giorno riusciranno a convivere potranno farlo solamente nel momento in cui avranno preso coscienza razionale dei motivi reali e veritieri che in alcuni casi li rendono diversi. Perché la comprensione logica è corrosiva di ogni pseudo argomentazione e di ogni mito che glorifica in modo autoreferenziale il singolo gruppo. Capire che essere musulmani, ebrei, cristiani, indù, deriva dal fatto comune di avere simili, anzi identiche, predisposizioni evolutive alla sopravvivenza ritengo sia l’unica via per arrivare alle fondamenta universali della convivenza. Non potranno riuscirci le singole religioni, perché fanno parte del gioco, e anche la concezione relativistica, intesa in senso assoluto, scricchiola quando non fornisce una spiegazione evolutiva razionale del perché esistono e del perché dovrebbero essere accettate le differenze esistenti su questo pianeta.

E’ ridicolo uccidersi per una diversità causata da una contingenza.

Anche su darwinetica.

Il nanismo insulare è scienza

Considerate certe posizioni viene da pensare ai vari tipi di nanismo correlato.

Il politico maltese si era infatti distinto per azioni istituzionali e dichiarazioni forti contro i diritti delle coppie di fatto (eterosessuali e omosessuali), contro riforme laiche come il divorzio e per la negazione dell’autodeterminazione della donna in materia di aborto. Malta è infatti oggi ancora uno degli sparuti baluardi allineati alle posizioni più retrive della Chiesa cattolica.

Wikipedia: nanismo insulare

Via UAAR.

L’evoluzione insegna a non mentire

Simulazioni

Leggi su darwinetica, il blog su scienza ed etica

Probabilmente in molti si chiederanno quale possa essere il rapporto tra un insegnamento ritenuto morale, come non raccontare bugie, e la teoria dell’evoluzione delle specie. A un primo veloce approccio la connessione potrebbe sembrare inconsistente, ma se ci addentriamo nei meccanismi evolutivi emergono indicazioni chiare. Tali indicazioni come primo elemento evidenziano come la menzogna sia diffusissima (non valuteremo per il momento l’intenzionalità e la consapevolezza delle bugie, perché è da ritenere per ora una questione superflua): ogni mimetismo presente in natura è una forma di menzogna con cui un essere vivente fa credere una cosa al posto di un’altra a un altro essere vivente con lo scopo principale di sopravvivere. In natura ci sono menzogne semplici e menzogne composte, ovvero alcuni animali fanno il doppio gioco: simulano di essere velenosi, quando in realtà non lo sono, per essere scambiati per predatori e allontanare i predatori stessi. Doppio gioco nel senso che non fingono di assomigliare a una parte dell’ambiente (una foglia, uno stecco, un masso, un tronco d’albero) ma sono stati resi simili al loro principale pericolo (un possibile predatore) per allontanare proprio quel pericolo. Casistiche degne del KGB, in cui i colori appariscenti, forti, evidenti, permettono di simulare pericolo anche per un predatore. È il caso di alcune salamandre, o di alcuni serpenti i quali pur non essendo velenosi hanno i colori di quelli che lo sono. Apparire pericolosi si è rivelata una strategia vincente, che, presumibilmente, permette di risparmiare le energie e le risorse necessarie per la produzione di un pericolo reale come il veleno. Ma questo tipo di fenomeni sono frequenti anche negli insetti, per esempio alcuni scarabei buprestidi imitano le vespe attraverso la propria colorazione. L’imitazione è anche molto ben riuscita in alcuni casi, come si può notare dalle fotografie. Naturalmente è fuori da ogni dubbio che questi insetti non abbiano la consapevolezza dei motivi che li rendono così colorati, molto più semplicemente nel loro ambiente naturale quelli che avevano colori tali da renderli non attraenti ai predatori, i quali molto probabilmente avevano avuto esperienze negative con i veleni di altri insetti, hanno avuto un vantaggio evolutivo e si sono affermati all’interno di un ambiente contingente.

Finte vespe

Data la diffusione di questo tipo di soluzioni adattive, che negli animali più complessi, come per esempio i primati, possono assumere forme di comportamento e nella specie umana di verbalizzazione della menzogna, verrebbe da pensare che mentire sia una soluzione efficace da utilizzare; proprio perché in natura è molto sfruttata. Ma si tratta di un approccio iniziale, nonché superficiale. Un’analisi leggermente più approfondita pone questioni più delicate da valutare con estrema attenzione. Sembrare o far sembrare una cosa al posto di un’altra fornisce un vantaggio immediato: si evita il pericolo di un predatore, si può avere un accesso agevolato a risorse vitali come cibo e possibilità riproduttive, quindi verrebbe spontaneo ed immediato ritenere che le bugie portino solo vantaggi. Il diritto di natura alla menzogna sarebbe servito. Ma dobbiamo porre attenzione alle caratteristiche degli ambienti specifici in cui la simulazione di realtà porta con sé dei vantaggi all’individuo che la mette in atto.

Di tutte le caratteristiche presenti nei vari ambienti naturali in cui si manifesta l’inganno è opportuno prenderne in considerazione un paio al fine di metterle in relazione con il costo della menzogna. Indubbiamente a breve termine mentire rappresenta un vantaggio anche nelle società umane, perché il costo di raccontare una frottola è inizialmente molto basso rispetto al vantaggio che potrebbe conferire. Un coleottero o un insetto che deve sopportare comunque il costo di avere qualche colore della propria “livrea” è sicuramente avvantaggiato, in certe circostanze, dallo spendere energie metaboliche nell’avere una livrea che lo mette al riparo dai pericoli. Colori mimetici. Ma gli animali non hanno una memoria molto lunga e probabilmente all’interno di un determinato habitat si incontrano poche volte non ricordandosi di chi hanno incontrato. In questo modo il vantaggio a breve termine delle frottole è molto alto.

Al contrario gli ambienti sociali umani hanno caratteristiche diverse, soprattutto in relazione alla capacità di memorizzazione dei singoli individui, alla lunghezza della vita e quindi alla numerosità degli incontri che possono avvenire tra gli stessi individui. Su tempi lunghi le bugie perdono i benefici che hanno inizialmente. Da un lato vi è un costo di mantenimento dovuto al fatto che molto probabilmente si devono inventare nuove falsificazioni della realtà per mantenere la coerenza con il primo comportamento. Un secondo aspetto, non meno cruciale, è relativo alla proporzionalità dei costi in relazione alla lunghezza del mantenimento e ai vantaggi che invece conferisce la verità nel lungo periodo. In questo caso più la bugia vede diminuire nel tempo le potenzialità del vantaggio e più la verità vede aumentare i propri benefici. Queste situazioni difficilmente si presentano in natura, quando riguardano animali relativamente poco complessi, ma sono intuitive se riferite ai rapporti che intercorrono tra esseri umani. Tra insetti o animali il cui obiettivo è quello di acquisire un vantaggio immediato, come probabilmente accade in molte situazioni anche nell’uomo, la menzogna è sicuramente favorita, perché consente un accumulo di vantaggi immediati in varie circostanze. Ma nelle strategie a lungo termine tanti piccoli vantaggi immediati aumentano il proprio costo e rischiano di condurre lo stesso individuo in situazioni da cui difficilmente può uscire senza subire uno svantaggio.

Questo accade perché l’evoluzione non ha la possibilità di fare progetti a lungo termine e quindi in numerosi ambienti sono favoriti i comportamenti e le soluzioni adattive che conferiscono un maggiore vantaggio immediato. La bugia è indubbiamente uno di questi: è per questo che è così diffusa in natura, indipendentemente dalla consapevolezza o meno del singolo che la mette in atto. Ma la capacità di analisi, anch’essa frutto di meccanismi evolutivi, chiarisce in modo inequivocabile quali siano gli effetti controproducenti che seguono determinati comportamenti. In questo modo le conseguenze sociali ed individuali di una corsa agli armamenti alla menzogna, in cui tutti cercano di mentire meglio per trovare soluzioni migliori per se stessi, hanno costi elevatissimi che non raggiungono lo scopo iniziale. La presa di coscienza di tutto questo e una consapevolezza dei meccanismi che sono alla base del funzionamento della natura implicano una valutazione attenta delle scelte che ogni singolo individuo ha intenzione di compiere. Non giustificano la menzogna, non forniscono una giustificazione razionale della sua esistenza, al tempo stesso suggeriscono motivazioni pratiche, tangibili, per cui non dovrebbe essere intrapreso un percorso di vantaggi cumulativi raggiunti tramite la falsificazione della realtà. Perché è contro producente a lungo temine. Un messaggio etico nascosto, nemmeno troppo, nasce proprio dalla teoria di Charles Darwin. Suggerimenti pratici per mondi etici.

Mentire alla propria moglie per il vantaggio di avere una risorsa riproduttiva in più può essere semplice all’inizio, ma crea una serie di spese aggiuntive atte a coprire la prima azione e può portare a un accumulo di menzogne che devono a loro volta essere coperte con sempre maggiore difficoltà. Fino a domandarsi, durante la causa di divorzio, se valeva veramente la pena costruire un castello di piccoli vantaggi giornalieri accumulati grazie ad una somma di bugie.

Le domande etiche dell’evoluzione

charles darwin

Ramificazioni etiche della teoria dell’evoluzione

Nella sua concezione il biologo inglese non ha mai fatto riferimento al concetto di superiorità e nemmeno lo ha lasciato inferire dalle sue opere. Charles Darwin ha sempre fatto riferimento al concetto e all’idea di adattamento ad uno specifico ambiente. In questo contesto le fuorvianti interpretazioni del darwinismo sociale, così come è stato generalmente inteso, sono da ritenere completamente scollegate dalla teoria del naturalista, nonché dalle sue idee personali. Se a prima vista questo aspetto può essere considerato di poca importanza un’analisi più attenta permette tutta una serie di implicazioni che meritano particolare attenzione. Charles Darwin si è limitato a osservare, descrivere e definire i meccanismi naturali che sono all’origine delle specie.
Questo tipo di analisi è un’analisi asettica, che non ha con sé nessun giudizio morale o etico. Pensare che se la natura funziona in un certo modo allora i comportamenti umani devono conformarsi ai meccanismi naturali è un’implicazione successiva, svincolata dalla teoria, e in ultima istanza del tutto arbitraria. Infatti i meccanismi evolutivi, anche se sono riusciti a far evolvere le molteplici forme di vita così come le abbiamo studiate e come le osserviamo oggi non hanno di per se nessuna garanzia di successo, l’evoluzione produce infatti anche una serie di errori e non è inconsueto che molte specie si trovino in vicoli ciechi evolutivi. In situazioni in cui, per seguire piccoli vantaggi immediati, si riducono sensibilmente le possibilità di adattamento futuro. Appellarsi quindi a un concetto di naturalità sperando di trovare soluzioni efficaci solo per il fatto che tali meccanismi si verificano in natura non garantisce assolutamente il buon fine.
La maggior parte delle specie che sono esistite sul pianeta terra si sono estinte, i numeri ci dicono che tale processo di estinzione ha riguardato circa il 90% delle forme di vita che si sono prima affermate su questo pianeta. La prima conseguenza è quindi quella che corrode ogni idea di società che si basa sulla competizione e sul liberismo assoluto, perché anche dal punto di vista utilitaristico (concetto molto utilizzato dai sostenitori del darwinismo sociale) non c’è alcuna garanzia di raggiungere gli obiettivi prefissati. Ammesso che tali obiettivi siano definiti e chiari. Non è infatti evidente quali siano i vantaggi di società organizzate secondo il semplicistico principio della sopravvivenza del più forte. L’idea di migliorare la società senza avere dei riferimenti specifici su cosa rendere migliore e con quali modalità di funzionamento rimane un’idea astratta priva di ogni contatto con la realtà naturale e ancora di più con quella delle organizzazioni sociali. D’altronde un altro aspetto della teoria dell’evoluzione pone davanti all’uomo, ad un’analisi più attenta, la necessità di salvaguardare il più possibile la diversità proprio perché ai fini dell’adattamento permane un margine di incertezza che in natura viene contrastato proprio con la numerosità e la diversità delle soluzioni possibili.
L’intelligenza come frutto evolutivo compensa proprio questo tipo di problematiche: da un lato può permettere di salvaguardare forme di vita che per ragioni strettamente contingenti e casuali non sarebbero sopravvissute; dall’altro permette di indirizzare meglio le azioni atte alla sopravvivenza e al miglioramento della propria vita scartando tutta una serie di azioni macroscopicamente non funzionali. Tra queste vi è proprio quel darwinismo sociale che con la sua visione cieca, come l’evoluzione, potrebbe condurre l’intera umanità in condizioni da cui non è più possibile tornare indietro. Un vicolo cieco evolutivo in cui l’affermazione semplicistica del più forte rischia di condurci. L’impatto etico dell’analisi del funzionamento degli adattamenti in natura risulta essere chiaro nel momento in cui si comprende la possibilità di una sinergia tra comportamenti morali e allo stesso tempo efficienti a lungo termine. Che tipo di selezione vogliamo per le nostre società? Vogliamo selezionare il più forte? Il più intelligente? Il più umano? Il più buono? E per quali ambienti sociali di riferimento li vogliamo selezionare? E quali di queste caratteristiche potranno essere un vantaggio per i singoli appartenenti al gruppo? Come si può vedere da queste semplici domande l’approccio è molto più complesso anche se parte da basi semplici evolutive. Siamo veramente sicuri che il più forte sopravvivrà in condizioni ambientali diverse rispetto a quelle in cui era favorito? Se e come gli individui sono utili a se stessi e alla società dipende dal tipo di organizzazione di quest’ultima. A Sparta servivano guerrieri.
Per le società che vogliamo realizzare, pertanto, è opportuno porci delle domande strategiche su ciò che abbiamo intenzione di creare. In questo senso la comprensione dell’evoluzione ci mette davanti a domande responsabili e per questo motivo al tempo stesso etiche. Scegliere il tipo di società che si desidera, e mettere in condizione gli individui di vivere secondo le caratteristiche della società stessa. La domanda fondamentale è quindi questa: quali sono le caratteristiche di una società che ha maggiori probabilità di sopravvivere nel lungo termine, in futuro, per decine di millenni? Può essere una società che si basa sull’affermazione del più forte? O del più furbo? O del più sfruttatore? O del più ingannatore? O di un super buono? Sono queste le caratteristiche che devono avere gli appartenenti a un gruppo affinché gli appartenenti al gruppo stesso abbiano maggiori chance di sopravvivenza?

Leggi su dareinetica: Le domande etiche dell’evoluzione

Le prove dell’inesistenza di dio. La corrosività di Charles Darwin

In molti si chiederanno di quale divinità si stia discutendo o scrivendo in questa particolare occasione che ha la pretesa di contraddire millenni di consuetudine in cui l’agnosticismo ha spadroneggiato su ogni interpretazione degna di nobiltà. L’agnosticismo se la cava egregiamente quasi in modo regale sostento che, in fondo, non si può dire, tanto meno dimostrare l’esistenza di dio, anzi di nessun tipo di di divinità. Dovremmo dichiararci agnostici, sfioro la banalità, nei confronti di ogni divinità o semi divinità che hanno popolato la mitologia della storia umana, dagli elfi dell’Europa centrale alle ninfe greche di vario ordine e grado, compresa la fatina dei denti.

Ci aiuta un po’ nel districare le difficoltà la scala da uno a sette che il biologo Richard Dawkins propone ne “L’illusione di dio”, in cui dichiara che non potendo dimostrare l’assoluta inesistenza di dio (scala 7) più ci si avvicina al massimo più si è atei piuttosto che agnostici. Ma il paladino dell’evoluzione darwiniana a volte, ed è una cosa rara, perde l’occasione per stringere la logica intorno alla possibilità di evidenziare come la teoria di Darwin sia fondamentale nell’erodere l’esistenza di una divinità intesa in senso classico, concezione a cui fanno riferimento le religioni. La divinità è sempre ritenuta qualcosa di onnipotente, onnisciente, che ha dato origine al mondo e che non di rado conti una ad intervenire nelle vicende umane. I miracoli delle varie religioni ne sono la diretta conseguenza e manifestazione.

Quello che è evidente è che certi appellativi, oltremodo fisici nonostante i frequenti e sperticati richiamo all’ambito metafisico, sono stati erosi dalle prove a sostengo dell’evoluzione. Ogni volta, e accade spesso, che per ragioni inevitabili, le religioni sono costrette a scivolare nella realtà delle cose concrete, il legame intrinseco è già nel concetto di creazione di mondo fisico da parte di un’entità metafisica, queste e le loro concezioni sono costrette a relazionarsi con con la fisica e le leggi scientifiche che regolano l’andamento dell’organizzazione della materia. Fra queste c’è l’evoluzione, la quale fornisce chiare indicazioni sulle contraddittorie qualità fisiche del divino. Anzi le prove a sostegno dell’evoluzione posseggono una seconda faccia della medaglia che dimostra l’inesistenza di un tipo fisico con i poteri del supereroe.

Il nervo laringeo ricorrente, con il dispendioso quanto inutile percorso fino al cuore per risalire fino alla laringe, è una di queste; il condotto dei testicoli che risale con un percorso a scapito della funzionalità è un’altra; l’occhio con l’eclatante imperfezione dei collegamenti dei fotorecettori che intralciano il flusso dei fotoni, rappresenta un evidente ulteriore esempio; ma ne esistono di molti altri anche se sono di minore impatto. Certe crudeltà insite, e non infrequenti in natura, si discostano inevitabilmente dagli attributi anch’essi metafisici di un essere “infinitamente buono”. In questo caso gli esempi sono più immediati e si comprendono in modo più intuitivo. È sufficiente avere in mente i caso più semplici senza dover fare appello a quelli più sofisticati che si possono ritrovare in natura. Le abitudini del cuculo sono ormai comuni ai più e con il tempo lo sono divenute anche quelle di felini che uccidono i cuccioli di altri maschi allo scopo di far tornare fertili le femmine ed evitare si assumerai gli oneri per cuccioli che hanno il proprio patrimonio genetico. Non chiamare in ballo le nefaste vicende della storia umana dai tempi della mezza luna fertile è necessario per non incorrere in critiche che tirerebbero in ballo il classico libero arbitrio e una eventuale responsabilità da scontare in un al di là, ma sono anch’esse prove di un’infinita bontà un po’ latitante. Ma sono sufficienti i pochi esempi citati che tecnicamente vengono definiti “legati evolutivi”, perché sono il risultato meno efficiente di situazioni adatti ve che in passato erano più efficaci e comunque non rappresentavo un evidente difetto in relazioni a determinate situazioni contingenti di forma e di ambiente. Il laringeo ricorrente, che è una ramificazione del vago, nei pesci che non hanno il collo non rappresentava un’inefficienza eclatante nonostante girasse intorno al cuore. Successivamente con la fuoriuscita dall’acqua e la necessità di un principio di collo per vedere più lontano ogni brevissimo allungamento del nervo rappresentava la soluzione migliore anche se leggermente inefficiente. Questo ha portato nelle giraffe a un laringeo ricorrente lunghissimo e l’uomo ne ha una forma meno allungata ma non progettualmente più ideale, quando per raggiungere la destinazione sarebbero stati sufficienti pochi centimetri dal cervello alla laringe. Il percorso del dotto dei testicoli, in salita per poi far tornare il proprio contenuto più in basso per uscire è il lascito di tempi in cui con la presenza di testicoli non scesi e posture non erette rendeva il tutto più razionalmente accettabile di quanto lo sia ora.

Gli appellativi strettamente fisici si scontrano con realtà altrettanto fisiche che parlano di una storia di errori, imprecisioni, che nessun ingegnere commetterebbe in fase progettuale. Rimane spesso l’estremo ratio della difesa: quella che si trincera dietro l’imperscrutabilità della logica divina. Insomma l’uomo sarebbe troppo incompleto, forse proprio stupido per comprendere rientrerebbero in un disegno di perfezione a lungo termine. Come naturalmente non è dato saperlo, tanto meno conoscerò, considerata l’enorme superiore capacità progettuale del tipo che riuscire a trasformare i difetti in pregi in futuro. Anche in questo caso però, dopo un primo distacco metafisico, la fisica ritorna prepotente a chiedere il conto della realizzabilità o almeno di una giustificazione. Ogni azione umana rischierebbe, seguendo questo percorso contorto di essere svuotata di valore logico, razionale, etico e responsabile alla luce di un nebuloso procedimento che non considera difetti i difetti, errori gli errori, le buone azioni potrebbero anche non essere quello che sembrano e lo stesso si potrebbe dire delle cattive azioni.

Il darwinismo era pericoloso ai tempi di Darwin e lo è ancora di più oggi che molte prove lo corroborano. Lo sanno molto bene coloro che cercano nell’alveo più grande di un progetto divino sperdendo che in molti non si accorgano delle evidenti contraddizioni. È un’idea pericolosa quella del biologo inglese e la sua pericolosità è sta compresa da subito, duecento anni fa. Per questo si è cercato di screditarlo (tentativi c’è ne sono ancora oggi) e come secondo tentativo, non inconciliabile con il primo, di assorbirlo smussando gli angoli più spigolosi. Ma si trascura il fatto che proprio questa spigolosità, nei confronti delle concezioni creazionistiche riferite a divinità classiche, è connaturata all’evoluzione stessa. Ogni volta che si scopre un fossile che corrobora la teoria la prova nega l’esistenza di un dio classificabile nel senso classico per qualunque religione. Tale corrosività graduale è uno dei metodi con cui la scienza evidenzia cosa sia realmente reale. Allo stesso modo con cui ogni giorno, utilizzando l’illuminazione delle abitazioni, i principi alla base della flusso di elettroni per differenza di potenziale vengono confermati riducendo verso lo zero ipotetiche teorie che vorrebbero negarli, allo stesso modo le conseguenze indirette del darwinismo negano gli attributi classici delle divinità. Tale contrasto è difficilmente sanabile e conferma che la scienza guadagna territorio relegando le religioni in ambiti sempre più ristretti e veramente metafisici, o, per usare altri termini, di pura fantasia. Dopo Darwin il linguaggio religioso rischia di parlare all’illusione, alla speranza, all’emotività, piuttosto che spiegare un’organizzazione reale del vivente e del mondo.

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Darwinismo sociale ed eugenetica storia di un malinteso

Charles Darwin

Il testo sottostante è il primo capitolo del saggio in scrittura indicato nelle pagine del blog. E’ ancora in fase di revisione quindi potrà subire cambiamenti e aggiustamenti e potrebbero esserci dei refusi. Per una migliore lettura, data la lunghezza, ne è presente una copia in formato PDF. In questa versione non sono disponibili le note bibliografiche di riferimento che invece trovate nella versione PDF. Tutti i diritti di quest’opera sono riservati.

Capitolo primo.

Darwinismo sociale ed eugenetica storia di un malinteso

di Fabrizio Brascugli

Ovunque si volga lo sguardo in questo universo non c’è motivo per pensare che le cose si svolgano in modo dissimile. Charles Darwin ebbe l’intuizione di comprendere il principio semplice alla base del funzionamento della vita. La sua intuizione negli anni è stata prima rifiutata e poi ripresa ma spesso è stata travisata per scopi personali o per incapacità. La sua idea neutra agganciata al desiderio di affermazione e alla voglia di dare una giustificazione morale alle azioni ha dato origine a una serie di teorie: dal darwinismo sociale, all’eugenetica. Ma alla base di queste concezioni c’è un fraintendimento essenziale che rispecchia indirettamente la natura umana: il proprio desiderio di sentirsi superiore a qualcosa. I verbi, gli aggettivi, gli avverbi e infine le azioni trasudano questa puerile esigenza interiore che però probabilmente in passato è servita a qualcosa, considerato che è così diffusa in molti individui, per non scrivere tutti. In questo modo si è innescato un meccanismo che ha associato la teoria di Darwin al concetto di sopravvivenza del più forte, di chi è superiore e non, come aveva sempre sostenuto Darwin, dell’individuo più adatto. Può apparire solo un gioco di parole ma è invece una differenza sostanziale perché gli aggettivi forte e superiore implicano un giudizio di valore nemmeno troppo implicito. Tutti vorremmo essere i più forti; tutti sono tentati dalla possibilità di essere superiori, spesso in senso assoluto. Charles Darwin dopo aver visitato una varietà immensa di ambienti e animali nel suo viaggio intorno al mondo, comprese diversità infinitesime l’una accanto all’altra, non si espresse mai in questo modo. La ragioni sono semplici: nessuno è superiore o più forte in tutti gli ambienti a volte sono sufficienti piccoli cambiamenti per far perdere un vantaggio evolutivo; non sono i concetti di superiorità o maggiore forza i migliori per spiegare la realtà di organismi in quasi perfetta sincronia funzionale con il loro ambiente ai fini della propria sopravvivenza.

Ma il meticoloso e paziente studio dello scienziato inglese è stato semplificato fino a essere snaturato. Continua a leggere

Disegno intelligente? Piuttosto contorto

sembra proprio che il video sia stato rimosso e sostituito forse perché troppo scandaloso godetevi Disney. Cmq qui trovate un link di riferimento sugli studi dell’etologa Patty Brennan dell’Universita del Massachusetts

La storia del sesso delle paperelle (Germani) ha dell’incredibile. Se lo sapessero i bambini che le guardano nei laghetti di qualche parco, o gli anziani che portano un po’ di pane, rimarrebbero sconvolti. Credo anche che la presa di coscienza sarebbe deflagrante nei confronti di ogni tipo di approccio creazionista, perché i motivi razionali per mettersi in una bega del genere non esistono. La situazione è questa: le femmine scelgono i maschi in base al piumaggio. Fin qui niente di particolare, accede spesso nel regno animale. Ma evidentemente da qualche parte è nato un maschio che si accoppiava anche contro la volontà delle femmine anche quindi se non veniva scelto. La differenza non poteva che essere premiata dall’evoluzione sopratutto nei confronti di chi subiva la scelta femminile passivamente. Così il gene dell’accoppiamento contro volontà si è diffuso rapidamente e non sono insoliti attacchi di più maschi alle femmine che possono rimanere ferite o addirittura morire. E questo è solo l’inizio perché da qui si è innescata una corsa agli armamenti sessuali (il senso non è figurato). Le femmine che hanno sviluppato un organo sessuale a forma di vite che rendeva difficoltosa una penetrazione contro la propria volontà sono state premiate, ma al tempo stesso tra i maschi che non venivano scelti sono stati premiati quelli la cui forma del pene e la forza di penetrazione riusciva a superare gli ostacoli di una scomoda vagina. Così sono nati peni a forma di vite e particolarissimi uncini finali (lo scopo è facilmente immaginabile). La realtà è che una volta innescato questo meccanismo di rincorsa reciproca le papere non possono fare nulla per fermarlo. Non ci riesce nemmeno l’uomo con le proprie derive evolutive, anche se racconta a se stesso di essere dotato di razionalità.
Il problema fondamentale (in una società) è che se c’è una cosa che tutti vogliono fare o accumulare che sia sesso, riproduzione, denaro, risorse di altro genere, o si trova un accordo per garantire un minimo a tutti oppure la conseguenza diretta è che qualcuno trova la soluzione per raggiungere lo stesso i propri scopi. Il modo con cui li raggiunge potrebbe non essere il massimo dell’etica, dell’onesta, e la storia con la cronaca insegnano (non solo le paperelle) che il ricorso alla violenza è sempre una soluzione disponibile se l’alternativa è l’estinzione.
Piccole anticipazioni dal saggio (sopra).

Darwin politico. Egoismo autolesionista, politica bruciata e futuro dell’etica

Le corna dell'Alce Toro sono un vantaggio nelle battaglie per l'accoppiamento, ma un netto handicap quando si fugge in aree boschive

La situazione politica italiana non è che sia cambiata molto dal dopoguerra a oggi sopratutto nella limitata lungimiranza di chi la pratica professionalmente. Certo di avvenimenti ce ne sono stati parecchi  dalla riforma agraria del 1950 alla caduta della seconda repubblica, ma molti problemi sono rimasti gli stessi. Il debito si è accumulato, le privatizzazioni sono state un crescendo con alterni risultati, la pubblica amministrazione non è stata ammodernata nel migliore dei modi, le pensioni sono sempre un problema irrisolto ormai da qualche lustro, la legislazione è sempre di più un groviglio di rimandi e leggi arcaiche alcuna delle quali volute da un dittatore probabilmente affetto da sifilide. Ma ciò che  più è rimasto immutato è la parcellizzazione eccessiva del contesto e degli interessi politici che come in un gioco di specchi multipli si riflette ed è il riflesso di un paese diviso in ordini professionali, interessi particolari, lobby circoscritte, visioni limitate. In politica il numero dei partiti è sempre stato elevato come le divisioni in correnti al loro interno: partiti nei partiti, ramificazioni delle ramificazioni.  A sostegno di questa prolissa diversità spesso si è sostenuto che la varietà è un valore da salvaguardare sia in società che in politica. Se questa argomentazione è da considerare vera è altrettanto incontestabile che molti fenomeni raggiungono degenerazioni che sono controproducenti. In natura accade per tutti i fenomeni dalle indigestioni alla derive evolutive che possono condurre gli individui di una specie in situazioni critiche per la sopravvivenza della specie stessa. Quello che molti trascurano è che una specie non  entra in crisi senza che entrino in crisi gli individui che la compongono, in questi casi non ci sono soluzioni che possano far pensare che il tutto sia in difficoltà con la sua parte che  trascende le singolarità, forse perché è impossibile trascenderle. Continua a leggere

Charles Darwin economista. Oltre Adam Smith e la fine del liberismo

Charles Darwin

Spiega di più la teoria della selezione naturale di quella della mano invisibile di Adam Smith.

L’articolo a firma di Robert H. Frank sul L.A. Times  è uno di quegli articoli che vanno nel profondo del darwinismo e fanno della teoria del naturalista inglese una di quelle idee che hanno la capacità di essere applicate a molti aspetti della vita e del suo modo di organizzarsi su questo pianeta.
Come sostiene Frank sicuramente Smith è considerato il fondatore della disciplina economica ma non bisogna trascurare Charles Darwin anche se non ha avuto una formazione economica studiò attentamente i primi lavori economici. In fondo gli animali e le piante sono coinvolti in gare competitive simili a quelle che si riscontrano nei mercati economici. Le osservazioni di Darwin hanno portano a una comprensione del concetto di competizione che è diversa in modo sottile da quella di Smith della mano invisibile, con la quale l’economista sostiene che i mercati senza restrizioni seguendo interessi personali e particolari finiscono per conferire un vantaggio comune. Ma una valutazione attenta di delle idee darwiniane rendono questa teoria solo un caso particolare e speciale di quella più generale espressa da Darwin.

Smith non ha mai affermato che l’interesse individuale possa sempre portare dei vantaggi in un’ottica sociale. Ma l’economista sosteneva che questo accadeva nella maggior parte dei casi. Anche se le motivazioni di come questo accada sono prive di una possibilità di generalizzazione, che spesso è sostenuta da coloro che riprendono il liberismo di Smith, non si può negare l’impressionante influenza di questo tipo di analisi intellettuale.

Le imprese pensano di conquistare i mercati agendo sulle caratteristiche dei prodotti come design, innovazione, riduzione dei costi. Spesso ci riescono in breve termine e spingono i rivali a innovare a loro volta. I beneficiari finali di questa competizione, come spiegato da Smith, non sono le imprese ma i consumatori, quali dovrebbero trovare prodotti sempre migliori a prezzi sempre più bassi.
Nella teoria di Darwin la selezione naturale favorisce le caratteristiche che favoriscono la sopravvivenza e la riproduzione individuale. Le analogie con Smith sono molte. Potremmo infatti considerare un prodotto che viene acquistato come  adatto all’ambiente dei mercati. Ma Darwin ha anche evidenziato che gli interessi individuali e quelli del gruppo possono essere in conflitto anche in modo brusco e che gli interessi individuali vincono spesso su quelli del gruppo.
In altri termini, perché è improprio parlare di interessi di gruppo,  gli interessi individuali finiscono per condurre i singoli stessi e di conseguenza la specie (il gruppo) in un vicolo cieco evolutivo, ovvero in una situazione in cui si rischia l’estinzione (ndt).

L’evoluzione della vista acuta tra i falchi è un esempio. Una mutazione ha favorito l’individuo in cui si è presentata rendendolo capace di prendere più prede e si è diffusa rapidamente con il risultato finale che oggi tutti i falchi hanno una vista eccezionalmente acuta rispetto allo standard dell’uomo. Come i miglioramenti di un prodotto queste mutazioni che hanno portato un vantaggio al singolo falco nel lungo temine si sono diffuse nella specie e l’hanno resa più efficiente in senso generale.
In molti altri casi osservabili, tuttavia, questo non avviene. Le mutazioni che promuovono il successo riproduttivo sessuale possono rivelarsi costose per il gruppo. Questo avviene perché sotto un altro aspetto la mutazione è svantaggiosa per l’individuo: un vantaggio riproduttivo può tradursi in svantaggio in relazione alla fuga da un predatore (ndt).

Ma seguiamo l’esempio di Frank che per motivi di sintesi usa efficacemente il termine gruppo.
Un caso emblematico sono le prodigiose corna del toro alce. Come i maschi di altre specie di vertebrati quelli dell’ Alce Toro prendono più femmine se possono. E se esiste la possibilità alcuni rimangono senza compagna a vantaggio di coloro che ne hanno di più, questo fatto li rende massimamente perdenti dal punto di vista darwiniano.  Perciò è inevitabile che le Alci maschio combattano aspramente per la conquista delle femmine ed una conseguenza è che si innescherà una corsa agli armamenti per la crescita delle corna che servono a vincere i combattimenti. Ma le corna delle Alci vincitrici, che spesso sono lunghe più di 4 piedi e pesano più do 40 libbre, sono un serio inconveniente per la fuga dai predatori in aree boschive.

Siccome è la dimensione relativa del corno che conta nelle battaglie e non quella assoluta le Alci avrebbero delle buone ragioni per raggiungere un accordo ali fine di limitare la grandezza delle corna alla metà. Il risultato di ogni lotta sarebbe lo stesso di prima con il vantaggio che ogni Alce Toro godrebbe di un vantaggio maggiore nelle fughe in aree boschive. Eppure questi animali sono bloccati nel loro handicap perché i tori con corna piccole non riescono a trovare nessun compagno.
L’unico problema è che l’evoluzione non programma e non prevede la possibilità razionale di stringere accordi. In questo modo qualunque mutazione che allunga le corna sarà favorita innescando una corsa che potrebbe avere termine  con l’estinzione per incapacità di fuga dai predatori (ndt).

In breve Darwin aveva compreso che non ci può essere nessun tipo di fiducia nella presunzione che il processo promuova il bene comune (o vada a buon fine sempre ndt). Spesso accade ma il successo in termini darwiniani dipende fortemente dalla performance relativa che cerca di sfruttare il vantaggio immediato di essere in cima a una gerarchia. Il processo provoca inevitabilmente uno spreco nella corsa reciproca agli armamenti.
Questo è un punto molto importante in quanto l’idea conservatrice prevalente del minimi intervento governativo e le moderne dottrine del neoliberismo si basano sull’assunto principale che la concorrenza nel libero mercato favorisca sempre un benessere sociale e che sia sempre portatrice di vantaggi. Ma una migliore comprensione di come funzioni la concorrenza, esemplificata benissimo da Darwin, non è a favore di questa ipotesi.

Ndt. Le crisi dei mercati moderni chiariscono in modo ancora più palese che un modo di regolarsi di un mercato libero può essere anche quello di arrivare ad una crisi sistemica, con svantaggi diffusi su tutte le classi sociali e anche di coloro che hanno contribuito a portare all’esasperazione la crescita economica in una corsa agli armamenti per il raggiungimento del profitto e del successo economico. Forse è vero che la mano invisibile di Smith interviene sempre ma può farlo anche in modo dannoso e controproducente.