Le ali della farfalla

soluzioni semplici per dilemmi complessi

Juan Martin Del Potro in finale per un pelo di barba

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Avevo accennato in un post precedente all’intenzione di parlare della barba di Del Potro è infatti proprio per un pelo di barba che l’argentino si è qualificato per la finale del Master, in cui incontrerà il russo Nikolay Davydenko, che ha sconfitto Roger Federer al terzo set. La partita contro lo svedese Robert Soderling è finita infatti 76; 36; 76. Un’inezia, un riflesso rossastro sulle basette. Meditavo di comprare un decoder ad alta definizione per cercare di vedere meglio. Chi sa… Forse riuscirebbe a entrare nelle pieghe di un’elica di acido desossiribonucleico. O forse, molto più semplicemente, si tratta delle luci dello stadio O2 di Londra che hanno uno spettro più accentuato verso il rosso. Succede nei migliori supermercati, nei banchi della carne infatti le luci sono preponderanti verso questo colore, al fine di far sembrare sempre un po’ migliore la carne del banco. Si può essere quindi tratti in inganno e se vi capita di aprire le fettine a casa e trovarle leggermente più scure, e non di quel rosso vivo che appariva all’interno del supermercato, sono state le luci a indurvi a pensare una cosa per un’altra.

Può essere capitata la stessa cosa a me, non lo escludo, infatti negli ultimi anni vedo sempre più rosso. È possibile che quella barba una volta uscita dal campo centrale appaia un po’ più scura proprio come la carne dei supermercati. D’altronde rischia anche di essere una disfunzione oramai professionale, ma se l’argentino dovesse coniugare la grandezza fisica di Bill Tilden con una parte del patrimonio genetico di Rod Laver avremmo di fronte, non dico la perfezione per non esagerare, ma un’ottima collaborazione di un pool genico. Sinergie. Insiemi che lavorano meglio delle singole parti, anche se non mi ritengo un olista e vedo il funzionalismo con un occhio particolare la frase è incontestabilmente a effetto, e piacerebbe molto a chi scrive di mondi superiori composti dalle singolarità. Concetti troppo astratti li lasciamo a Fabio Volo e a chi vede in lui il nuovo vate che ci guarirà dall’ignoranza con la letteratura. È meglio essere più concreti: profondità di palla, rotazione, accelerazioni inaspettate. E non c’è neanche bisogno di compensare troppo, anzi probabilmente l’energumeno argentino non compensa nulla.

In finale si troverà di fronte quel diavolaccio di Davydenko. Il russo, che già a Roma qualche anno fa aveva trascinato Rafael Nadal (senza infortuni) al quinto set, ha sconfitto il numero uno del mondo, forse li da troppo tempo, Federer sembra avere i riflessi leggermente appannati rispetto a qualche anno fa. Vedremo come si comporterà a gennaio per la prima prova dello Slam. Nikolay invece corre sul campo da tennis come un furetto e chiude sia di diritto che di rovescio angoli molto stretti che hanno fiaccato la precaria capacità di movimento di Rafael Nadal, pertanto sarà interessante vedere se e come riuscirà a imbrigliare le lunghe leve di un omone di quasi due metri. È probabile infatti che sia questa la chiave interpretativa per la finale di oggi: se l’argentino riuscirà a comandare bene lo scambio da fondo campo o se verrà costretto a ogni palla a coprire metri di campo in laterale e in diagonale, tale ultima circostanza potrebbe fiaccare la sua resistenza fisica. Si gioca alle 15 30, in questo modo, se non avete mangiato troppo pesante, il rischio di addormentarsi davanti alla tv è notevolmente ridotto. Dimenticavo: diminuite il colore al televisore, vi sembrerà tutto più scuro.

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